Barnaba e il dono di sé

Sandro Botticelli, Pala di San Barnaba, 1487 tempera su tavola 268×280 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze

San Luca al capitolo 4 degli Atti degli Apostoli presenta un secondo sommario (il primo era al capitolo 2) nel quale delinea le caratteristiche delle prime comunità cristiane: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. […] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli, e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (At 4,32-35). Questo sommario mette a fuoco un tema caro a Luca: l’unità dei cuori trova un riflesso immediato, per la comunità dei credenti in Cristo, nella comunione dei beni materiali. I sommari di Luca sono spesso definiti l’utopia delle origini, ma in realtà secoli e generazioni di credenti, prelati e vescovi, monaci e monache, religiosi e religiose, laici celibi e sposati, si sono continuamente ispirati a questa regola di vita. Luca non ha promosso però (e l’antica Regola agostiniana lo testimonia) un’uguaglianza fra i membri della comunità intesa come livellamento del tenore di vita ma, al contrario, ha incoraggiato il superamento del confronto vicendevole perché ciascuno fosse considerato e aiutato a partire dal bisogno personale. Dopo la descrizione della prima comunità cristiana ecco che Luca offre, come in una sorta di dittico, gli esempi di Barnaba e quella di Anania.
La vicenda di Barnaba conclude il capitolo 4 ed è esplicitamente citata come esemplificativa di quanto affermato sopra, tanto che il testo inizia, appunto con un «così»: “Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell’esortazione», un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli” (At 4,36-37). Benché si tratti di uno schizzo brevissimo, in questi due versetti si traccia un ritratto solare e denso di particolari: il nome proprio, Giuseppe; il soprannome, Barnaba; il significato del soprannome; la tribù di appartenenza, Levi e il luogo di origine, Cipro.
Giuseppe sembra essere molto conosciuto dagli apostoli, infatti il soprannome Barnaba, non solo lo distingue dagli altri eventuali (e probabilmente numerosi) Giuseppe, ma stigmatizza anche lo speciale dono che egli aveva da Dio, quello di esortare e consolare. Luca, dando la spiegazione del soprannome, fornisce al lettore non tanto la traduzione letterale, quanto il senso che veniva comunemente dato all’appellativo. Sembra infatti che Barnaba significhi più probabilmente «figlio della profezia» (dall’aramaico bar = figlio e nebuáh = profezia). Esortare era comunque, secondo san Paolo (cfr. 1 Cor 14,3), il carisma principale dei profeti. Il fatto poi che, a Giuseppe, il soprannome venga assegnato direttamente dagli apostoli, conferisce al nomignolo il valore di un nome nuovo, di una nuova identità in vista dell’appartenenza alla comunità.
Nonostante il comportamento di Barnaba non fosse certamente unico, poiché era consuetudine fra i cristiani mettere ogni cosa in comune, il versetto 37 ci rivela come la generosità di Barnaba fosse particolare. Secondo il diritto ebraico, i discendenti della tribù di Levi, e dunque anche lo stesso Barnaba, non potevano avere né possedimenti, né eredità, almeno in terra di Israele. Quel campo venduto da Giuseppe era certamente ubicato fuori dalla Terra Santa (forse nella stessa isola di Cipro dalla quale egli proveniva) e doveva essere l’unico suo possesso. Egli dunque vende, col campo, tutto ciò che ha e consegna l’intero ricavato agli apostoli. Cosa che, come vedremo, non faranno Anania e Saffira.
La radicalità e disponibilità di Barnaba a condividere tutto di sé si mostrerà vera anche lungo tutto il racconto degli Atti. Sarà Barnaba, ad esempio, a presentare Saulo ai discepoli, i quali faticavano a credere nella conversione dell’antico persecutore, esortandoli a fidarsi di lui (At 9,27). Sarà ancora Barnaba a constatare, ad Antiochia, la conversione dei primi pagani e a esortare i fratelli a perseverare confidando nell’aiuto di Dio (At 11,23-24). Ancora Barnaba affiancherà Paolo nella missione ritirandosi progressivamente e con umiltà di fronte al carisma missionario dell’Apostolo delle genti; implicato poi, in un litigio fra Paolo e Marco egli farà da paciere fino ad ottenere la riconciliazione fra i due. Da questi soli accenni vediamo emergere il profilo di un uomo fedele al dono ricevuto, quello indicato dal soprannome conferitogli dagli apostoli: esortare e consolidare i fratelli nella fede. Possiamo dunque intuire che il dono gratuito e immediato della sua eredità fu segno e preannunzio di quell’offerta generosa che egli fece di se stesso a Dio e alla comunità.
Una bella opera di Botticelli, dal titolo Pala di San Barnaba, ritrae il nostro santo mentre conversa con sant’Agostino. Se il grande Dottore della Chiesa è ritratto mentre scrive le sue Confessioni, Barnaba regge, invece della palma del martirio (che ha conseguito come tutti gli apostoli), un ramoscello di ulivo, simbolo della sua ricchezza d’animo, d’ingegno e della sua opera di pace. Insieme con l’ulivo Barnaba tiene anche un libro: il vangelo di Matteo. Secondo la tradizione egli morì a Salamina lapidato e con in mano questo Vangelo. Si solleva così anche un’altra piega amara nella vita di questo grande apostolo: pur essendo stato tanto vicino a Marco egli adottò per la sua predicazione il vangelo di Matteo. Forse lo condusse a questa scelta, la prudenza e la necessità di mantenere l’equilibrio nei rapporti. Proprio per questo egli rimane l’esempio di come nella Chiesa le contraddizioni e le liti non devono spegnere lo spirito, ma rafforzare la volontà di donarsi per realizzare quell’essere un cuore solo e un’anima sola, principio e senso dell’essere fratelli in Cristo.

suor Maria Gloria Riva, novembre 2022

Comunità e missione

Immagine: Beato Angelico, Pannello del Tabernacolo dei Linaioli raffigurante la “Predica di san Pietro”; 1433, tempera su tavola, Museo Nazionale di Firenze

Nel nostro viaggio alla scoperta della comunità dei primi cristiani riflettiamo sul discorso che san Pietro fa dopo l’evento straordinario della Pentecoste descritto negli Atti degli Apostoli (2,36-38). Qui abbiamo il primo ritratto di una chiesa missionaria. Rispetto al momento dell’ascensione, lo scenario è mutato. La comunità dei discepoli è ormai costituita e coloro che interpellano Pietro sono persone che non hanno conosciuto direttamente il Signore Gesù, ma che vengono attirati da Lui mediante la testimonianza dei discepoli. La chiamata, per queste persone, si sviluppa a partire dall’incontro con l’evento della passione morte e risurrezione di Gesù, evento del quale, al di là del reale coinvolgimento individuale, si sentono responsabili: “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”. L’offerta per amore del crocefisso apre l’uomo alla coscienza del suo peccato e alla conoscenza del perdono gratuito di Dio.
“Che cosa dobbiamo fare? Pentitevi e ciascuno si faccia battezzare nel nome del Signore Gesù”. Per quanto grande possa essere il peccato dell’uomo, più grande è il rimedio della misericordia di Dio. L’uomo è capace di rispondere all’amore di Dio e rivolgersi all’amore dei fratelli soltanto quando è liberato dal giogo della colpevolezza che pesa sul suo passato. Questo riconcilia col presente e apre orizzonti nuovi per il futuro dice, infatti, Pietro: “Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore”, lasciando così intendere che proprio l’aver conosciuto il proprio peccato e l’essere stati perdonati rende testimoni – presso altri – dell’Amore di Dio. Ogni comunità cristiana è costituita da peccatori pentiti e perdonati, questo è il denominatore comune dei chiamati. Il collante della vita comune è dunque il perdono: la coscienza del perdono ricevuto rende ogni membro della comunità largo nella compassione e nel perdono vicendevole.
L’incontro col Signore, il suo perdono e il suo amore, solleva dal peso del passato e dà senso al presente, conferendo slancio al futuro, possibilità di generare. E generare, dare vita, dare alla vita nuova speranza, è la missione fondamentale di ogni comunità.

La predica di Pietro nel Beato Angelico

Guardiamo ora come nell’arte è stato visto e riletto il grande discorso di Pietro, possiamo dire il primo documento ufficiale del Magistero petrino. Si tratta di un’opera dell’Angelico che decora un tabernacolo. La corporazione dei Linaiuoli di Firenze stipulò un contratto, il 2 luglio 1433, per la decorazione di un tabernacolo in legno e marmo realizzato un anno prima su disegno di Lorenzo Ghiberti. L’opera, imponente e maestosa, più che a un tabernacolo è assimilabile a una Maestà, o a un portale monumentale. E non sembra causale a corredo di un discorso petrino che fonda, quasi come un portale, la predicazione cristiana.
Il primo pannello della predella presenta la scena della Predica di san Pietro, nel giorno di Pentecoste seguita, al centro dall’Adorazione dei Magi e, all’estrema destra dal martirio di san Marco. Le tre scene sono significative se pensate in relazione a un tabernacolo: la mensa della Parola è in stretta unità con la mensa eucaristica; l’adorazione è il fulcro dell’esperienza di preghiera e della professione di fede nella Presenza reale e, infine, il martirio, è testimonianza suprema della adesione al sacrificio di Cristo.
Nella scena della predicazione di Pietro, l’armonia che regna per l’eleganza degli abiti e dei portamenti, tipica dell’arte dell’Angelico, esprime in modo mirabile il senso di timore che era in tutti e l’unione degli spiriti e degli intenti che regnava nella primitiva comunità. Tutto sgorga dalla predicazione di Pietro, il quale parla da un pulpito esagonale, simbolo di quel sesto giorno della creazione in cui è iniziato il cammino dell’uomo e la consapevolezza del suo peccato. L’autorevolezza di Pietro, oltre che dal colore dei suoi abiti, il blu del mistero e l’oro dell’elezione divina, è certificata da Marco il quale, ai suoi piedi, scrive puntualmente ogni sillaba dell’apostolo, assistito da due discepoli.
Le donne, rappresentate nei loro diversi ruoli: giovinette, fidanzate, sposate e vedove, siedono in atteggiamento di ascolto. All’estrema destra un altro discepolo veste il blu del mistero mentre, accanto a lui e dall’altro lato, una donna e un uomo benestanti sembrano essere colti di sorpresa dalle parole dell’Apostolo. Costoro vestono lo stesso rosso rosato che tinge la chiesa alle spalle di Pietro. L’anacronismo è voluto. Sono appunto quelli che, non per aver conosciuto Cristo bensì per la predicazione degli apostoli, hanno permesso alla Chiesa di espandersi e diffondersi in tutto il mondo. Il rosso acceso sembra alludere a quella carità che dovrebbe caratterizzare i rapporti entro la comunità dei credenti, tema caro a Luca e presente come leitmotiv in tutto il libro degli Atti.

suor Maria Gloria Riva
Pietrarubbia, ottobre 2022

Chiamati a seguire le orme di Cristo

Ascensione di Cristo, Hans Süss von Kulmbach, olio su tavola c. 1513. Metropolitan Museum of Art.

Il libro degli Atti è l’affascinante storia della prima comunità cristiana. Una comunità che, faticosamente, ma continuamente sorretta dallo Spirito Santo, si ricompatta e si rafforza dopo gli eventi drammatici della passione del Signore. Se la storia degli Apostoli e dei discepoli inizia nei tre anni di vita apostolica di Gesù e con la sua azione educativa, è solo dopo la Risurrezione che prende il via a pieno titolo la vita della Chiesa. Per l’evangelista Luca, che scrive il testo degli Atti, la prima comunità cristiana è un modello sempre vivo e sorgivo cui attingere per ogni esperienza comunitaria. Il momento ufficiale del suo inizio si colloca proprio nel giorno dell’Ascensione del Signore, quando cioè Gesù si sottrae dalla vista dei discepoli, educandoli a percepire la sua Presenza nell’anima. Cosa cui li renderà familiari lo Spirito Santo (cfr Atti, 1, 6-9).

 Venutisi a trovare insieme
Chi sono coloro che si sono venuti a trovare insieme? Non sono persone che casualmente si sono trovate ad essere spettatori dell’Ascensione di Gesù, sono piuttosto coloro che si erano messi a tavola con Lui (come si legge in At 1,4). Oppure, secondo un’altra traduzione possibile, quelli che il Signore Gesù aveva radunato attorno a sé, quei discepoli, cioè, che hanno mangiato col Risorto. La comunità cristiana non è perciò costituita da persone che si frequentano attratte da simpatia reciproca o da ideali affini ma è composta da persone chiamate dal Signore. Persone che hanno fatto esperienza di lui e che a lui affidano la loro vita. Inizia a far comunità colui che compie il passaggio dal “cercare la comunità per me”, all’essere “io per la comunità”. Luca nel suo Vangelo descrive questo passaggio attraverso i due discepoli di Emmaus i quali, se in un primo momento avevano guardato alla comunità dei discepoli come al luogo della realizzazione delle loro attese messianiche, dopo l’incontro col Risorto tornarono a Gerusalemme dai fratelli a testimoniare la loro esperienza di fede. L’assemblea cristiana (e pensiamo soprattutto alle nostre assemblee liturgiche), è sempre una convocazione, si è sempre cioè chiamati e radunati dal Signore per essere inviati.

“È questo il tempo in cui ricostruirai il regno d’Israele?”
I discepoli pur essendo stati chiamati, convocati dal Signore rimangono imprigionati da alcuni condizionamenti che impediscono loro di essere comunità e di vivere in pienezza la loro missionarietà. La domanda rivolta al Signore prima dell’Ascensione, rivela una delle preoccupazioni principali per l’uomo: quella per il futuro. Per quanto la domanda sia nobile, essa infatti non riguarda la restaurazione politica di Israele, bensì la manifestazione del Regno dei Cieli promessa dal Signore, pur tuttavia nasconde l’ansia per il futuro, o meglio, la volontà, così tipica per l’uomo (specie per l’uomo moderno), di impossessarsi del futuro, di poterlo in qualche modo circoscrivere. Gesù risponde in modo drastico togliendo loro ogni sicurezza umana in merito al futuro: Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta. Così facendo spalanca l’orizzonte stesso del futuro: Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra. Gesù offre un’unica certezza: avrete forza dallo Spirito Santo, li riporta cioè a quello che fu il fulcro della sua esistenza terrena e che è, nel contempo, l’oggetto della promessa del Padre, lo Spirito Santo. Lo scopo della Chiesa, e quindi di ogni comunità cristiana, è generare figli di Dio, rinati dall’acqua e dallo Spirito, perciò Gesù sottrae i discepoli alla preoccupazione del futuro e spalanca la loro esistenza all’azione dello Spirito. Essi saranno testimoni, cioè martiri, disposti a dare la vita per il Regno piuttosto che attenderne passivamente la manifestazione.

L’Ascensione di Cristo di Hans Süss von Kulmbach
Hans Süss von Kulmbach fu allievo di Dürer e proprio da una Xilografia del grande maestro di Norimberga trasse questa tavola dedicata all’Ascensione. Il pannello faceva parte di una pala d’Altare dedicata alla vita della Vergine, le cui parti, smembrate arricchiscono oggi la collezione di vari Musei. A differenza di altre opere Kulmbach ci vieta di vedere il Monte dell’Ascensione ma l’obiettivo è concertato sulla comunità dei discepoli. Essi sono la vera terra dalla quale il Cristo si diparte per tornare al Padre e a questa terra di anime Egli promette il suo ritorno e la sua Presenza tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Come vuole il libro degli Atti i discepoli e gli apostoli si radunano di nuovo attorno alla Madre di Gesù che diventa il punto di unità e comunione con il loro Maestro. Sarà lo Spirito Santo che discendendo sotto forma di fuoco e di vento penetrerà nelle loro anime rendendoli consapevoli dell’unione indissolubile con Cristo e con il Padre. Ciò che si vede del loro Maestro sono i soli piedi. Sono i piedi piagati che, nonostante la certezza della Risurrezione, ricordano alla Chiesa come debba seguire le orme del suo Fondatore.
Se i volti e gli sguardi sono tutti rivolti al Cielo, quei piedi riportano gli Apostoli alle necessità della terra. Di nessun discepolo si vedono i piedi se non dell’apostolo accanto a Maria. Due piedi in primissimo piano che educano noi a comprendere di essere in cammino e di dover obbedire a colui che non si è mai abbassato alle dinamiche del male. Per la vicinanza con Maria e il color ocra del suo mantello, potrebbe, quell’apostolo, essere lo stesso Pietro. Non lo sappiamo, certo è che quei piedi rimandano a un passo del Principe degli apostoli che sintetizza il senso stesso della Chiesa e della sua presenza fra gli uomini: se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme (1 Pt 2,20-21).

suor Maria Gloria Riva
Pietrarubbia, settembre 2022

Lo Spirito Santo: il buon odore di Cristo nel mondo

Immagine: Andrea Solari (Bernardino Luini?) Maria Maddalena in Betania, 1524 circa. Olio su tela, 76×58, The Walters Art Museum Baltimora (USA)

Il simbolo dell’olio apre e chiude la vicenda di Cristo sulla terra. Compare nel momento della sua nascita grazie al dono portato dai Magi e all’inizio della sua passione con l’unzione di Betania, da parte di Maria, sorella di Lazzaro. Non si può chiudere la nostra rassegna sui simboli dello Spirito Santo, e in particolare sul simbolo dell’olio, senza considerare una delle Sante che ha proprio questo unguento-profumo come attributo principale per la sua identificazione: Maria Maddalena.
Benché la moderna esegesi distingua Maria di Magdala da Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, protagonista di questa unzione premonitrice, l’arte e la pietà popolare hanno sempre visto nelle due donne un’unica persona. Maria di Magdala è immortalata ovunque con il suo vasetto d’olio profumato, un nardo costosissimo che solo in pochi potevano permettersi al tempo di Gesù. Recenti scoperte archeologiche nella città di Magdala hanno messo in luce la presenza di centri termali che custodivano intatti piccoli vasi di nardo, utilizzati dalle donne che si recavano alle terme. Non abbiamo notizia, nei Vangeli, di un passaggio di Gesù da Magdala; il nome di questa località ci è nota solo grazie alla Maddalena. La legenda Aurea narra che la ricca famiglia di Betania aveva tre grandi proprietà divise fra i fratelli. Quella di Magdala fu assegnata a Maria, sorella di Lazzaro. Non fa meraviglia dunque se la Maddalena, proprietaria di un centro termale, fosse in possesso di nardo prezioso, sufficiente per ungere il corpo di Gesù.
Così, secondo l’evangelista Giovanni, la ritroviamo alla ricerca del Corpo del Salvatore, con il suo vasetto di nardo in mano. Un olio che resterà inutilizzato perché Maria non troverà un cadavere, ma una tomba vuota e angeli e il Risorto, scambiato per il custode del giardino. Un dipinto stupendo dalle chiare influenze Leonardesche, attribuito generalmente ad Andrea Solari (o Solario) discepolo del da Vinci, ma da altri attribuito a Bernardino Luini, presenta Maria di Magdala nel momento in cui prepara l’olio profumato per ungere il corpo del Signore. L’opera viene datata nel 1524 e, se fosse del Solari, risulterebbe profetica, perché il 1524 fu proprio l’anno di morte dell’artista, il quale avrebbe consegnato alla Santa tutta la sua opera.
L’abito rosso fuoco, attributo tipico della Maddalena, è rischiarato da finissima organza, nella quale si riflette una luce proveniente dall’esterno del dipinto. Una cintura verde, colore simbolico della vita, le orna la vita. Benché stia preparando l’olio per una sepoltura lo sguardo di Maria Maddalena sembra già affondare nella luce del Risorto che, chiamandola per nome, si rivelerà come il Rabbunì, il suo Signore.
Maria sta prendendo dell’unguento da un vaso di porcellana, ed è uno dei pochi dipinti in cui l’unguento, e non il solo vasetto, è protagonista della scena. Il Mistero sembra nascosto nella scritta PIST, posta sul recipiente di porcellana, circa la quale ci sono due possibili interpretazioni. La prima sembrerebbe far implicito riferimento a un testo apocrifo che porta il medesimo titolo Pistis Sophia (ovvero Fede e Saggezza): un Vangelo della Chiesa copta del III secolo il quale assegna a Maria Maddalena un ruolo fondamentale. Non è l’unico testo apocrifo ad occuparsi della preferenza di Gesù per Maria di Magdala, ma in tutti questi testi si esalta la Maddalena come una sorta di incarnazione della Sapienza, perciò amata da Gesù in modo speciale. Baciata in modo particolare dallo Spirito di Cristo, Spirito di Sapienza e di Fede, la Maddalena fu capace di agire ed operare in favore del Vangelo meglio degli Apostoli meritandosi, a buon titolo, l’appellativo di Apostola degli Apostoli (conferitogli nel Medioevo da san Tommaso d’Aquino). Anche per questo titolo Papa Francesco ha elevato la memoria di questa Santa al grado di festa il 3 giugno 2016.
Una seconda interpretazione, fa comprendere come il soggetto qui rappresentato abbia a che fare con la cena di Betania e non con la corsa al sepolcro per ungere Gesù il mattino di Pasqua. La scritta presente sul vasetto è più propriamente «I. PIST», citazione latina del cap 12 di Giovanni: unguenti nardI PISTici … Maria allora, prese una libbra di olio profumato di vero nardo, … (Gv 12,3). Inoltre la redazione di Marco, più antica rispetto a quella di Giovanni, parla di un vaso di alabastro, come quello qui rappresentato. L’espressione ambigua della Maddalena fra tristezza e letizia sarebbe data dunque dalla circostanza della Cena di Betania, dove la gioia per l’ospite divino fu offuscata dalla reazione di Giuda e dalle parole profetiche di Gesù circa la sua prossima sepoltura.
Ma allora è proprio questa cena del Signore che precede la sua vera Ultima Cena a gettare luce sulla sua passione e sul dono dello Spirito che di lì a poco riceverà la sua Chiesa. Maria di Magdala versa anticipatamente sui piedi di Gesù un unguento il cui profumo si spande in tutta la casa. La falsa preoccupazione per i poveri di Giuda rende più evidente l’imminente assenza di Gesù che lascerà ai suoi un dono sempiterno: l’olio profumato del suo Santo Spirito.
Sant’Agostino (Omelia 50, n.6.7), commentando la cena di Betania, mette in relazione proprio la parola pistici con la fede: “La parola pistici dobbiamo ritenerla come un’indicazione del luogo da cui proveniva quell’unguento prezioso; né tuttavia questo c’impedisce di considerarla atta ad esprimere magnificamente qualcosa di misterioso. In greco infatti significa fede… La casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito della buona fama… Noi siamo – dice l’Apostolo – il buon odore di Cristo in ogni luogo”. Dunque, sull’esempio di Maria di Magdala, lo Spirito Santo come olio profumato fa di tutti noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito del Risorto, il buon odore di Cristo nel mondo.

suor Maria Gloria Riva, luglio-agosto 2022

Lo Spirito Santo, olio di elezione

Pietro Ligari – Davide consacrato re dal profeta Samuele, Collezione Credito Valtellinese XVIII sec

L’olio, ottenuto dai frutti nero verdastri dell’ulivo è considerato fin dai tempi antichi una sostanza ricca di forza. Impregnando in modo permanente quello che tocca, l’olio è diventato presto il segno della consacrazione dei sovrani. Un’altra proprietà attribuita all’olio, specie nell’antico oriente, era quella di guarire le malattie; inoltre l’olio, elemento prezioso per condire i cibi, è segno di abbondanza e prosperità. Nella sacra Scrittura, l’importanza dell’olio, appare già nella Genesi. Giacobbe, dopo aver sognato la scala che porta al cielo, erige una stele e vi versa olio sulla sommità, quale segno di consacrazione. Quel luogo infatti da quel momento in poi si chiamò Betel, cioè casa di Dio e la pietra diverrà segno della protezione di Dio per il patriarca (cfr. Gn 28,18-22).
Anche Mosè separerà dalla sfera del profano gli arredi della tenda ungendoli con olio (Es 31,13), anzi tutta la dimora di Dio sarà consacrata con unguento: “Prenderai l’olio dell’unzione e ungerai con esso la Dimora e quanto vi sarà dentro e la consacrerai con tutti i suoi arredi; così diventerà cosa santa” (Es 40,9). Accanto agli arredi troviamo anche l’unzione sacerdotale: l’olio cosparso sul capo di Aronne e dei suoi figli conferirà loro un sacerdozio perenne (Es 40,13 ss).
Quando sorge la monarchia, al tempo dei giudici, il re – designato dal Signore stesso – viene indicato dal profeta mediante l’unzione dell’olio. Il re si chiamerà l’Unto di Dio. A Davide il Signore prometterà un discendente il cui regno non avrà fine, re e sacerdote per sempre, Unto del Signore per eccellenza: il Messia (in ebraico: mashiach che significa appunto unto, consacrato, in greco il Cristo).
Il profeta Samuele riceve da Dio l’incarico di ungere Saul: “Domani a quest’ora ti manderò un uomo della terra di Beniamino e tu lo ungerai come capo del mio popolo Israele. Egli libererà il mio popolo dalle mani dei Filistei, perché io ho guardato il mio popolo ed è giunto a me il suo grido” (1Sam 9,16). Tale unzione riempie di forza Saul e lo consacra a una missione nella quale egli diviene segno della cura amorevole di Dio per il suo popolo. Nell’unzione di Davide invece troviamo per la prima volta l’accostamento dell’unzione con lo Spirito Santo. Dio, avendo rigettato Saul, perché “Dio non guarda ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16,7), ordina a Samuele di riempire il corno dell’olio e di partire (cfr. 1 Sam 16,1). Allorché Davide gli si presentò dinanzi, Dio disse a Samuele: “Alzati e ungilo: è lui! Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13). In concomitanza con l’unzione, lo Spirito di Dio agisce su Davide, lo impregna della sua grazia. Si rivela perciò qui la duplice conseguenza dell’unzione, quella di consacrare, da un lato come per Saul, e quella di impregnare e in certo qual modo trasformare intimamente il Consacrato dall’altro. Questo secondo aspetto sarà tipico dell’unzione profetica. È Pietro Ligari, artista poliedrico Valtellinese, nato a Sondrio, ma attivo a Roma che ci racconta l’unzione di Davide rileggendola alla luce della dimensione sacramentale della Chiesa. Samuele, avvolto da un manto che lo denuncia come profeta, ha passato in rassegna tutti i figli di Jesse. Deve conferire a uno di essi uno spirito regale ma nessuno pare il prescelto. Due dei figli, forse i maggiori, sono ritratti lì, dietro al padre, e osservano la scena allibiti. Pareva loro d’esser perfetti, pareva loro d’avere physique du rôle per diventare re e invece si sono trovati fuori. Scartati. “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. Anche il padre Jesse è sorpreso e sconvolto. Il figlio più piccolo unto come re. Il piccolo Davide unto, cioè Messia. La Chiesa ha fatto propria questa dinamica delle scelte estrose dello Spirito. Ci chiamiamo cristiani da Cristo. Dunque siamo Unti, scelti e non per caratteristiche umane, o somatiche, o fisiche, o di altra natura, ma per la volontà di Dio.
Così l’olio nella ciotola di Samuele si coagula, sembra non voler scendere mai, sembra fissato nel tempo, per darci la possibilità di riflettere. I cristiani sono unti di Spirito Santo. Tutti i cristiani, nessuno più, nessuno meno. È la risposta a questo dono a fare la differenza. Davide, nella sua semplicità, rispose con tutto sé stesso alla scelta di Dio mentre Saul, che pure fu unto, visse questa elezione per sé stesso e non come servizio a Dio. Non a caso il nostro Ligari immortala il più piccolo dei figli di Jesse con le braccia incrociate sul petto, similmente alla Vergine Maria nelle annunciazioni. Davide, che significa amato dal Signore, risponde il suo sì a questa elezione, ma con il suo inchino e il suo gesto, riconosce che questa elezione è solo per un servizio da rendere a Dio.
Ogni cristiano con la cresima, non solo sigilla il percorso dell’elezione cristiana iniziata col battesimo, ma viene consacrato a una missione, a un servizio. Abbiamo già avuto modo di riflettere in queste pagine sul sacramento della cresima, vorrei qui fissare la nostra attenzione sull’olio e su come le sue caratteristiche di lucentezza, di calore (le lampade sono nutrite dall’olio), di aiuto per la lotta (i lottatori si ungono per sfuggire all’avversario) diventano nella Chiesa il segno di ciò che opera in noi lo Spirito Santo. Quale sia il compito che riceviamo da Dio all’interno della comunità cristiana lo Spirito farà di noi sorgenti di luce, ci farà sperimentare il suo calore e la sua forza per avanzare nella lotta quotidiana. Una sola cosa serve a Dio, il nostro sì, a braccia incrociate e senza riserve, come il piccolo Davide.

suor Maria Gloria Riva, giugno 2022