San Giuseppe pieno di Spirito Santo

Anonimo. Ambito Marchigiano-romagnolo XVIII sec. olio su tela, cm 150×205 Cattedrale di Pennabilli (RN)

Un’opera modesta, forse, dal punto di vista della qualità pittorica, ma certamente insolita nella sua iconografia. Si tratta del dipinto su san Giuseppe presente nella Cattedrale di Pennabilli, realizzata da un anonimo operante nell’ambito marchigiano-romagnolo nel XVIII secolo. In ginocchio, sulla nuda terra come le Madonne dell’umiltà, san Giuseppe anziano e stempiato abbraccia teneramente il Bambino Gesù. Per secoli la tradizione l’ha dipinto così per salvaguardare ulteriormente la verginità di Maria, la calvizie però assimila san Giuseppe alla schiera dei saggi filosofi capaci di una particolare penetrazione della realtà. Il mantello giallo oro è l’attributo principale degli uomini di Dio, di coloro che Dio sceglie per i suoi disegni. Quasi sempre, Pietro, ad esempio, indossa un mantello color ocra oro. Il colore frusto dell’abito di Giuseppe, invece, il viola, esprime non tanto la penitenza, quanto la disponibilità al cambiamento: Giuseppe fu uomo docile ai divini voleri. Così in pochi cenni pittorici abbiamo già un prezioso identikit del nostro Santo: umile e sapiente, eletto da Dio quale Padre premuroso del suo divin Figlio, uomo pronto ai suoi comandi. L’attributo del bastone fiorito nasce da un evento raccontato dagli apocrifi. Israele era in gran fermento per l’attesa del Messia che doveva nascere, secondo la profezia di Isaia, da una vergine sposa di un uomo della tribù di Giuda. Maria era stata allevata al tempio con altre fanciulle a questo scopo, così giunto il momento di trovarle marito, il sommo sacerdote invitò tutti i discendenti di Giuda, celibi, a presentare un bastone al tempio con scritto il proprio nome. Il bastone che fosse miracolosamente fiorito (come accadde un tempo alla verga di Aronne) avrebbe indicato il prescelto. Fiorì il bastone di Giuseppe, con un giglio, secondo la tradizione, con dodici piccoli fiori, sei bianchi e sei rossi, secondo il nostro artista. Il “dodici” racconta certamente delle dodici tribù di Israele delle quali Giuseppe è il fior fiore, ma dice anche la totalità dei doni conferiti al santo per la sua missione.
I cieli si aprono in alto quasi a comprovare quanto già simboleggiato dall’artista. Si affacciano due putti con le ali rosse. Due serafini, dunque, infuocati di quell’amor divino che animò san Giuseppe nel suo compito di custode di Gesù e di Maria. Dietro ai due angeli ecco lo Spirito Santo aleggiante sotto forma di colomba. Non è facile trovare una simile iconografia legata a san Giuseppe, ma che egli ebbe una particolare assistenza dello stesso Spirito che adombrando Maria compi l’opera dell’Incarnazione del Verbo, è certo e attestato dalla Chiesa fin dalle origini. Poco si parla di Giuseppe nei Vangeli se non come il Carpentiere, lavoro prezioso che collocava quanti lo facevano come maestri. Ma Giuseppe, sicuramente maestro nell’arte del legno, fu però considerato da sempre il Custode del Redentore, laddove la parola ebraica Custode (Shomer) era assegnata a Dio stesso. Così il luogo oscuro dove l’artista ottocentesco colloca san Giuseppe rimanda a quel titolo felice, coniato di recente per un libro dello scrittore polacco Dobraczynski, che è l’ombra del Padre. E davvero è l’ombra del Padre celeste san Giuseppe, assistito dallo Spirito fin dal giorno in cui accettò la divina maternità di Maria, salvandole la vita e permettendo al disegno di Salvezza di Dio di attuarsi nel silenzio.

suor Maria Gloria Riva, settembre 2021

Il Transito di San Giuseppe

Arrigoni Alfonso, metà del XVII secolo, pala della chiesa di San Biagio in Castro, Sartiano di Novafeltria (RN)

I Vangeli non indagano sulla morte di san Giuseppe, lo fanno però i testi apocrifi. Secondo il Protovangelo di Giacomo, Giuseppe lasciò questa vita prima della missione pubblica di Gesù e fu assistito nella sua agonia da Gesù stesso e dalla vergine Maria. Per questo il santo patriarca è venerato anche come patrono della buona morte e costantemente invocato dai fedeli durante le agonie dei loro cari. Oggi la pandemia ha costretto molti a morire soli, in una corsia d’ospedale, senza il conforto della fede e nemmeno dei parenti più stretti. Quando la morte dei propri cari era vissuta per lo più in casa non era raro scorgere alle pareti di casa un dipinto con il transito di san Giuseppe.
Nella nostra Diocesi ne troviamo un esemplare a Sartiano nella chiesa di san Biagio in Castro. L’opera, attribuita oggi ad Alfonso Arrigoni, figlio di un noto pittore cinquecentesco nativo di sant’Agata Giovanni Laurentini detto appunto l’Arrigoni (1550-1633), fu un tempo attribuita al Carracci giovane.
L’impianto scenico, davvero singolare, induce a riflettere: il soggetto dell’opera, la morte di Giuseppe, occupa un terzo dell’alta pala, lasciando gli altri due terzi alla visione beatifica del Padre e dei suoi angeli. L’artista affronta il delicato tema della morte con una singolare prospettiva: morire è andare verso il destino eterno preparato per noi dall’amore del Padre. Nelle più recenti tele sul Transito, invece, tutto è focalizzato attorno al capezzale di san Giuseppe e la visione del Padre (se e quando c’è) è relegata in un angolo estremo del dipinto.
Alfonso Arrigoni, collocando i protagonisti nella zona più bassa del dipinto rende evidente il dolore per la dipartita, che la fede non toglie né lenisce, tuttavia, l’ardita prospettiva del resto della pala, apre la sofferenza a una più grande speranza. La scena del trapasso, del resto, è resa con un realismo evidente e crudo. Le figure, molto caratterizzate sul piano psicologico, vestono colori scuri e sordi, come è sordo il loro dolore, e sono illuminati da improvvisi bagliori. Il rimando è alla lezione dei naturalisti romani seicenteschi: il Laurentini, padre di Alfonso, prima di tornare nella terra d’origine, era stato attivo a Roma attingendo molto dai pittori romani. Segna l’evidente influsso del manierismo marchigiano, la cornice dorata di cerchi concentrici che colloca l’evento entro una prospettiva ardita con il progressivo apparire di angeli musicanti.
La mano di Gesù, seduto accanto al letto del genitore, orienta lo sguardo verso il Padre. Al centro della teofania, lo Spirito Santo si libra in volo sotto forma di colomba. Un angelo, quello di sinistra, veste il bianco, il rosso e il blu, colori dell’Ordine dei Trinitari. Non sappiamo quale attinenza storica intercorra fra la committenza e questo Ordine, sappiamo però che alcune Confraternite legate a Santa Maria del Suffragio e alla preghiera per le anime dei defunti, assunsero i medesimi colori dell’Ordine trinitario per la loro ricca simbologia. Una confraternita legata a Santa Maria del Suffragio fu istituita con bolla papale nella vicina Fossombrone nell’anno 1618, grazie alla solerzia di un frate cappuccino, Matteo Landriani. Questo testimonia quanto la preghiera di suffragio per i propri cari e l’affidamento dei defunti a san Giuseppe e alla sua Vergine Sposa, fosse diffuso anche nell’area lungo l’adriatico.
Gesù è un giovanetto imberbe, se con una mano indica la meta finale di ogni credente, con l’altra regge la mano di Giuseppe ormai morente, quasi certificando al genitore il destino che lo attende. Dall’altro lato anche Maria tiene la mano al morente e, intenta a riporre un bicchiere da dove Giuseppe ha appena bevuto, volge lo sguardo verso l’esterno, verso un basso tavolino che reca della frutta. Quel volger dello sguardo non è casuale, Maria in-segna quei frutti che nel loro simbolismo racchiudono il senso profondo della vita del giusto Giuseppe: due prugne rosse e un melograno. Il melograno, accanto al significato più ricorrente di fecondità, applicato spesso alla Chiesa, possiede anche quello di risurrezione, frequente nell’arte copta. Nella tradizione ebraica i chicchi del melograno sono 613 come i precetti della torah, che Giuseppe visse con sacrificio e fedeltà. La prugna invece rimanda all’albero del pruno, segno delle difficoltà e tribolazioni della vita. Giuseppe accogliendo nella verginità la paternità di Gesù ha incontrato tribolazioni e travagli, ma gode ora della grazia di una fecondità assoluta che lo rende padre e custode dell’intero popolo di Dio.
La vita di ciascuno conosce la tribolazione, ma è proprio dentro il rossore del travaglio che si cela il rosso della carità, virtù che ci assimila a Cristo. A questo allude il contrasto fra il rosso dei frutti in primo piano e la trasparenza purissima del bicchiere d’acqua retto da Maria: la sete del morente non è rivolta alla fonte, ma all’acqua della carità che zampilla per la vita eterna e con la quale Cristo corona in noi le opere della fede.

suor Maria Gloria Riva, luglio-agosto 2021

Giuseppe: Cantore della Bellezza

Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Riposo durante la fuga, 1597, Galleria Doria Pamphilj, Roma, olio su tela 135,5×166,5 cm

Sta contro l’albero secco, che divide in due la scena, l’angelo musicante del Riposo durante la fuga, di Caravaggio. È un angelo musicante, sensuale, com’è sensuale il Cantico dei Cantici, ambiente simbolico del dipinto. Ci sentiamo attirati dall’occhio profondissimo dell’asino che sta dietro san Giuseppe il cui sguardo estatico è fisso verso il musico. Da qui comincia il percorso che l’artista ci obbliga a seguire, dal volto mesto di Giuseppe che, stanco del viaggio, strofina un piede contro l’altro per riprendere forza e calore. La meta del viaggio è indicata dallo spartito minuziosamente vergato, un versetto del Cantico musicato dal compositore fiammingo Noel Bauldewijn: Quam pulchra es, et quam decora, carissima, in deliciis! (Quanto sei bella e quanto sei graziosa, o amore, piena di delizie! Ct7,7).
La meta è, dunque, la bellezza immacolata della santità che l’unione con Cristo assicura. Giuseppe è segno dell’umanità sopra la quale grava il peso dei peccati, come sopra l’asino grava la soma, ma che desidera raggiungere la pace perfetta incarnata dalla Vergine che culla il Figlio dormiente. È lei l’oggetto dei versi della Cantica; lei, col Figlio suo, è la meta del viaggio, la vera pace cui tutti anelano. Il quadretto famigliare doveva riportare Caravaggio a ricordi della sua infanzia, come il paesaggio lombardo, che sprofonda all’orizzonte. È un unicum dell’artista, che amava piuttosto affondare nell’oscurità i suoi soggetti. Qui no. Qui c’è qualcosa del chiarore della piana lombarda occidentale, con il fiume Serio. Egli, pur essendo nato a Milano, affermò presso i Cavalieri di Malta di aver ricevuto i natali proprio in questa terra Lombarda dai colori manzoniani. I genitori di Caravaggio si chiamavano, tra l’altro, Fermo e Lucia, come i futuri Promessi Sposi nella prima versione del Manzoni.
Di recente questo dipinto è stato goffamente interpretato, travisandolo, in nome di certe tendenze omosessuali attribuite al Merisi. Sì, l’angelo è nudo e carnale, efebico, ma la sua carne splende di madreperla e porta con sé la luce di quel Cielo donde arriva. La nostra fede coinvolge la carne dell’uomo, fino ai suoi impulsi, non per lasciarla dov’è, ma per riscattarla dalla morte e spingerla a un amore, scevro da ogni cedimento testimoniato dalla famiglia di Nazareth, che si compie in Cristo e nella sua eternità. Del resto il destino di Cristo è rappresentato dagli infiniti simboli della tela: elementi che alludono alla passione, come l’asino e la corda rotta del violino; l’immancabile tasso barbasso ai piedi della Vergine, rimando alla rinascita spirituale; il fiasco del vino, segno dell’Eucaristia; fino al balenio luminoso del lenzuolo di cui è rivestito l’angelo, promessa di risurrezione. Insomma, nessuna maliziosa ambiguità nell’opera, nessuna spada di Damocle sopra la famiglia, ma profondissima meditazione sulla grazia che avvolge le più grandi passioni umane capaci di cantare il divino, come il Cantico dei Cantici.
Una controversa interpretazione cade su un’altra opera caravaggesca, il famoso Amor Vincit omnia, dove il modello preferito da Caravaggio, Cecco Boneri, presta volto e corpo a Cupido. Il committente Vincenzo Giustiniani, marchese e grande mecenate, estimatore di Michelangelo Merisi insieme al fratello Cardinale, Benedetto Giustiniani, volle qui rappresentare la supremazia dell’amore rispetto alle arti (dalla musica alla matematica) riservate ai più dotti, frequentatori del Palazzo Giustiniani a Roma. La posa sfrontata di Cupido e il suo accattivante sorriso inducono molti a un’interpretazione erotica del dipinto, senza considerare la posizione aristocratica e religiosa dei committenti e, tanto meno, i riferimenti voluti da Caravaggio all’opera di Michelangelo Buonarroti. Il Giustiniani aveva sposato nel 1590 la nobile Eugenia Spinola dalla quale ebbe tre figli che morirono tutti in tenera età. Negli anni in cui Caravaggio frequentò il marchese, la famiglia era già stata colpita da questi terribili lutti, pertanto la posa dell’angelo, a gambe divaricate e con una gamba appoggiata sopra un lenzuolo è, per la lezione del Buonarroti seguita da Caravaggio, un chiaro riferimento alla risurrezione. Anche le ali di aquila (che furono ritrovate nell’inventario dello studio dell’artista nel 1605) attributo tipico dell’evangelista Giovanni, sono un rimando a quello sguardo contemplativo dell’amore capace di vedere oltre la morte.
Le stesse ali compaiono qui, nell’angelo della fuga. San Giuseppe estatico è dunque segno dell’umanità che calca l’aspro terreno della storia con gli occhi fissi a quella beltà, nobile e pura, cui rimanda la melodia suonata dall’Angelo. Una corda del violino, ahimè, si rompe, indicando che il destino dell’uomo è simile a quello del padre putativo di Gesù: una continua fuga da un mondo incapace di comprendere l’amore intercorso fra il Santo patriarca e la sua Sposa, quell’amore pieno di delizie che solo la santità ci regala.

suor Maria Gloria Riva, giugno 2021

Eucaristia e Missione in Arcabas

Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Il ritorno 1994

Il sipario di Arcabas si chiude sulla scena vuota. Non è rimasto più nessuno nella locanda: solo il tavolo con la cena interrotta, una sedia rovesciata, il tovagliolo abbandonato e, fuori, la notte del giorno più lungo della storia. Giorno in cui tutto si ricapitola.
Il cielo è pieno di stelle e conduce all’antica promessa fatta ad Abramo: la tua discendenza sarà più numerosa delle stelle del cielo. Sì, le stelle sono i figli di Dio che attendono l’annuncio, sono i cuori che ardono dal desiderio di verità e bellezza, che attendono l’incontro con Cristo, via verità e vita, il Bellissimo del Padre.
Se, parlando di missione, un tempo si pensava ai milioni di uomini donne e bambini che ancora non hanno ricevuto il battesimo, oggi lo sguardo si sposta drammaticamente sul panorama dell’Occidente, cristiano per tradizione, ma lontano dalla fede, quando non ostile. Anche qui i discepoli di Emmaus ci offrono una riflessione importante: essi corrono ad annunciare il Risorto non a quanti non conoscevano Gesù o non ne avevano mai sentito parlare, ma ai discepoli, agli apostoli chiusi nel Cenacolo che vivevano nella paura e nello sgomento.
Così, quella porta aperta lascia supporre moltissimo: lascia indovinare il mondo là fuori, oltre Emmaus, oltre l’incontro. Cleopa e l’amico scappavano dal Calvario e dai suoi panorami cupi e ora vi ritornano con la vittoria sulla morte nel cuore. La gioia dell’incontro è tale, la voglia di comunicarla agli altri è così impellente che non hanno avuto il tempo di curarsi della sedia caduta e della porta lasciata aperta. Il loro mondo interiore è totalmente trasformato, non vivono più nel timore, tesi a conservare loro stessi, ora vivono nello slancio del dono. In essi urge la missione, come dice la Redemptoris Missio: «L’urgenza dell’attività missionaria emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli. Questa nuova vita è dono di Dio, e all’uomo è richiesto di accoglierlo e di svilupparlo, se vuole realizzarsi secondo la sua vocazione integrale in conformità a Cristo. Tutto il Nuovo Testamento è un inno alla vita nuova per colui che crede in Cristo e vive nella sua Chiesa. La salvezza in Cristo, testimoniata e annunziata dalla Chiesa, è auto comunicazione di Dio: «È l’amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito santo. Infatti, colui che ama, desidera donare se stesso» (RM, 7). Non a caso la sorgente della gioia dei due scaturisce dal pane spezzato, cioè dal Sacramento dell’Amore per eccellenza, dalla “memoria” del dono che Gesù fa di se stesso ai suoi. L’Eucarestia, infatti, è culmine cui tende tutta l’attività della Chiesa, e insieme sorgente da cui promana ogni sua energia (Costituzione Sacrosanctum Concilium).
Con acutezza Arcabas ci lascia con questo finale sospeso, ci lascia nell’abbraccio di una tavola che è stata ed è anche per noi oggi il luogo della Rivelazione: “Dall’Eucaristia viene totalmente determinata la missione della Chiesa. Nell’Eucaristia la Chiesa prende coscienza e forza per la missione. Dall’Eucaristia riceve le leggi della missione. All’Eucaristia conduce gli uomini raggiunti dalla missione”. E concludeva il Card Martini nella sua lettera Partenza da Emmaus (1983-84): “Dobbiamo – dunque approfondire il rapporto tra Eucaristia e missione”.
La tavola di Arcabas ci aiuta ad approfondire l’annuncio missionario: sui piatti in primo piano si scorgono due posate lasciate, quasi distrattamente, in forma di croce, mentre la tovaglia, afflosciata sulla tavola, evoca quel telo sindonico che Giovanni e Pietro videro all’interno del sepolcro. Eucaristia, croce e risurrezione sono, dunque, il contenuto principale di ogni annuncio cristiano. Se da un lato l’Eucaristia è sorgente della missione (come recitava il titolo del Congresso Eucaristico di Genova nel 2016) dall’altro «la Chiesa non può fare a meno di proclamare che Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio e a meritare con la croce e la risurrezione, la salvezza per tutti gli uomini». Credo che un degno commento conclusivo a questa immagine, e a tutto il ciclo di Emmaus che abbiamo percorso, lo offra la preghiera che il Card. Martini mise idealmente sulle labbra dei due discepoli nella lettera sulla missione Partenza da Emmaus, della quale si citano alcune battute: “Signore Gesù, grazie perché ti sei fatto riconoscere nello spezzare il pane. Mentre stiamo correndo verso Gerusalemme e il fiato quasi ci manca per l’ansia di arrivare presto, il cuore ci batte forte per un motivo ben più profondo. Dovremmo essere tristi, perché non sei più con noi. Eppure ci sentiamo felici. La nostra gioia e il nostro ritorno frettoloso a Gerusalemme, lasciando il pasto a metà sulla tavola, esprimono la certezza che tu ormai sei con noi. Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare sempre con te, ad aderire alla tua persona con tutto l’ardore del nostro cuore, ad assumerci con gioia la missione che tu ci affidi: continuare la tua presenza, essere vangelo della tua risurrezione. Signore, Gerusalemme è ormai vicina. Abbiamo capito che essa non è più la città delle speranze fallite, della tomba desolante. Essa è la città della Cena, della Croce, della Pasqua, della suprema fedeltà dell’amore di Dio per l’uomo, della nuova fraternità. Da essa muoveremo lungo le strade di tutto il mondo per essere autentici Testimoni del Risorto. Amen»

suor Maria Gloria Riva, maggio 2021

Nella scomparsa, l’incontro

Immagine: Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Scomparsa 1994

In questo dipinto non c’è centro, il centro della scena è fuori, in un punto lontano verso il quale guardano i due. Laddove c’era il Signore Gesù è rimasta la luce dorata e l’ombra della croce. Essi restano lì, basiti: il tovagliolo nella mano di Cleopa, l’altra mano portata alla bocca con gli occhi pieni di stupore e di domanda. L’altro discepolo è balzato in piedi, ancora più sorpreso. Forse Cleopa aveva intuito qualcosa di quel misterioso compagno, ma l’altro discepolo è travolto dall’evento. La sedia cade fuori dal dipinto e travolge noi che stiamo guardando l’opera. Il contrasto tra questo discepolo in movimento e la fissità degli altri elementi, è grande. Sulla tavola, calice, piatto, bottiglia, il mestolo nella zuppiera: tutto parla di un pasto che stava per essere consumato, di una interruzione improvvisa. Arcabas ci porta magistralmente dentro il senso profondo della fede cristiana: l’incontro. La nostra fede è un incontro, solo da qui può e deve scaturire la missione. Non indottrinamento, non proposte forzate, ma comunicazione di una gioia, di un fatto incontrato, di una vita ribaltata dalla grazia, come la sedia dell’amico di Cleopa. Uno dei paragrafi di Redemptoris Missio si intitola: Noi non possiamo tacere. Ecco il senso della missione! Una parola che sale al cuore, traboccante di gioia e di vita per un evento incontrato. Lo stesso documento infatti si domanda: “All’interrogativo: perché la missione? Noi rispondiamo con la fede e con l’esperienza della Chiesa che aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente «la nostra pace», (Ef 2,14) e «l’amore di Cristo ci spinge», (2 Cor 5,14) dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede…”
Sì, anche noi, ci siamo immedesimati nel cammino dei discepoli, siamo stati con loro nel tortuoso serpente della strada, abbiamo raccontato gli smarrimenti, le delusioni, le asprezze della nostra vita, poi abbiamo taciuto e ascoltato la Parola di sempre, letta in un modo nuovo e ora, qui, mentre il Signore scompare, con loro, abbiamo capito. La missione è un problema di fede. Tutta la vita è un problema di fede. In chi abbiamo riposto la nostra fiducia? Dove ci appoggiamo quando tutto attorno crolla o diventa difficile? I nostri programmi di salvezza sono sterili, insufficienti a garantirci la pace, le nostre diplomazie nei rapporti si rivelano fallimentari: solo un rapporto profondo con il Signore, uno sbilanciamento totale e generoso della nostra vita in lui, può darci stabilità e pace. La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi. La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una «graduale secolarizzazione della salvezza», per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontaleMi piace pensare che gli oggetti della scena rappresentino simbolicamente un quotidiano che se non è infiammato dallo stupore non ci permette l’azione. Si stavano abituando, i due di Emmaus, alla presenza dell’Amico, sapiente, rassicurante; si stavano già appoggiando a lui come se tutto il resto si cancellasse per magia: stanchezze, paure, dubbi. Era bello stare così: resta con noi Signore perché si fa sera! È stato il grido dei due. E invece no. Devono fare i conti con quella croce dalla quale sono scappati, con la realtà nuda e cruda, quotidiana dove il Vero deve compiersi. E se non possono farlo senza il Signore, non possono, a un tempo, compierlo senza il loro proprio sforzo. Non si possono semplicemente appoggiare, l’incontro con Cristo può essere solo un trampolino di lancio.
Papa Francesco, lo scorso anno in occasione della festa della Presentazione di Gesù al tempio, disse parole che possono adattarsi perfettamente alla nostra riflessione: “L’immobilismo non si addice alla testimonianza cristiana e alla missione della Chiesa. Il mondo ha bisogno di cristiani che si lasciano smuovere, che non si stancano di camminare per le strade della vita, per recare a tutti la consolante parola di Gesù. Ogni battezzato ha ricevuto la vocazione all’annuncio, alla missione evangelizzatrice! Le parrocchie e le diverse comunità ecclesiali sono chiamate a favorire l’impegno di giovani, famiglie e anziani, affinché tutti possano fare un’esperienza cristiana, vivendo da protagonisti la vita e la missione della Chiesa. Queste figure di credenti sono avvolte dallo stupore, perché si sono lasciate catturare e coinvolgere dagli avvenimenti che accadevano sotto i loro occhi. La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore”.
I discepoli vivono in anticipo quello che sarà l’esperienza della Chiesa nel giorno dell’Ascensione: perché stiamo a guardare il Cielo? Si, Cristo tornerà, ma nel frattempo la fede ci chiama a un impegno a tutto tondo, a impattarci seriamente nelle cose della terra, e non nonostante esse, ma proprio perché il Cielo, c’è. Sì il Cielo è qui e noi, come i due di Emmaus lo abbiamo incontrato.

suor Maria Gloria Riva, aprile 2021