Carnevale (Febbraio 2019)

Pieter Bruegel il vecchio, Lotta tra Carnevale e Quaresima, 1559 (118×164,5 cm), olio su tavola, Kunsthistorisches Museum, Vienna
Non compare tra il ciclo dei mesi questo dipinto di Bruegel il vecchio, tuttavia s’inserisce molto bene nel contesto di una società che poneva attenzione al ciclo delle stagioni a partire da eventi religiosi e non. Febbraio, lo sappiamo, è caratterizzato per tutti dal Carnevale. Il Carnevale, da carnem levare (o anche carni vale!), segnava, nel medioevo, l’addio alle carni. E quest’opera ne celebra gli eccessi e le licenziosità cui ci si abbandonava prima di entrare nel clima austero della Quaresima. Oggi, avendo perso il senso profondo della Quaresima e dell’astinenza in generale, non possiamo neppure capire il senso profondo del Carnevale. Bagordi e licenziosità, infatti, caratterizzano quasi ogni periodo dell’anno nella società odierna. Non così per Bruegel che data questo dipinto 1559, esattamente 460 anni or sono. Dieci anni dopo il grande pittore moriva e si celebra, in effetti, quest’anno l’anniversario della morte (450 anni: 1569-2019). In questa tela dal titolo Lotta tra Carnevale e Quaresima, si affrontano in primo piano un uomo obeso, a cavallo di una botte circondato da cibi e gente festante, e una donna magrissima, dal volto triste che, seduta sopra un rudimentale carrello, viene trainata a forza da una monaca e un frate. Sullo sfondo una locanda e una chiesa evidenziano i due fronti ove avviene lo scontro. Disseminati lungo la tela appaiono piccole scene e ritratti che, nell’uno o nell’altro settore, senza scadere nella condanna amara, registrano una grande ipocrisia generale. C’è chi sostiene che l’artista voglia, in questa tela muovere una sottile denuncia allo scontro, così vivo in quel momento, fra la Chiesa cattolica (rappresentata dalla Quaresima e la Chiesa Riformata rappresentata dal Carnevale) quasi a sostenere che la Chiesa di Cristo non si può identificare con l’uno o con l’altro fronte ma va ricercata altrove. Alcune scene, del resto, ci orientano in questa lettura. Nell’angolo basso di sinistra ad esempio è ritratto un uomo di mondo vestito di azzurro e rosso, colori del peccato e dell’inganno, che in prossimità della chiesa (e dunque in Quaresima) dona alcune monete a una povera cenciosa mestamente seduta col suo bimbo lungo il ciglio della strada. Un gesto di pietà fatto senza carità, ma con il solo intento di espiare i propri peccati. Ma soprattutto la scena situata nel cuore del dipinto dove una coppia si avvia lentamente verso una meta ignota guidata da un buffone. La donna porta sulla schiena una lanterna spenta. Attorno a loro il vuoto, che contrasta con il pullulare delle attività in piazza. Bruegel, cattolico, vive e opera in un’Olanda divisa fra cristiani e protestanti (soprattutto luterani e calvinisti. Nei Paesi Bassi la Chiesa calvinista diventerà Chiesa di Stato nel 1566). In questa coppia, che avanza nel buio affidata unicamente alla guida di un buffone, l’artista vede la parodia delle due confessioni religiose che si contendevano il primato di religione di Stato. A febbraio, dunque, mese di riposo nei campi, la vita dei contadini si concentrava in città e, se si aveva più tempo per il dibattito sulle questioni politiche, per le pratiche religiose, offerte dalla Quaresima, c’era anche più spazio per momenti festaioli e sregolati come il Carnevale. Un mese, dunque, adatto per la riflessione e per il bilancio. Non si può ridurre la fede in generale, (o la Quaresima in particolare) a un tempo per sistemarsi la coscienza e scendere a patti con un’etica religiosa che è, forse, un po’ troppo esigente per i tempi moderni. Tuttavia, in nome di una libertà e di un’esaltazione della corporeità umana e della positività dei suoi sensi, non ci si può abbandonare ciecamente agli istinti e agli impulsi, perché neppure questo dà ragione alla vera bellezza dell’essere uomini e persone. Per il credente, la Quaresima con le sue pratiche di pietà, i digiuni e le astinenze mira a molto di più. Offre uno spazio entro il quale riappropriarsi del battesimo ricevuto e della propria adesione a Cristo. Nel suo dipinto Bruegel denuncia una lotta tra male e bene solo apparente che segna, invece, il trionfo della superficialità e della tiepidezza. Per la Chiesa, infatti, la lotta tra Carnevale e Quaresima non è lotta tra un male, identificato con il piacere, e un bene, assimilato all’austerità, ma è piuttosto scontro tra un bene illusorio che uccide l’uomo e il vero Bene che edifica la persona. Cristo stesso con la sua venuta ha reso evidente questa lotta. Egli, dopo il battesimo, fu spinto dallo Spirito nel deserto per giungere preparato alla sua ora. Nel deserto affinò la nostra carne perché imparasse a distinguere tra il mondo delle illusioni, teatro di Satana, e il mondo bisognoso di misericordia, regno del Padre. Nei due settori, sono interessanti le scene sullo sfondo. A sinistra, nell’area del Carnevale, alcuni ragazzi in girotondo giocano al Re bevitore (che insegue la salvezza senza mai raggiungerla appieno) e, più in là, brucia il fantoccio dell’inverno per ingraziarsi la speranza della stagione nuova, la primavera. Dall’altro lato, invece, all’interno di una chiesa le statue coperte denunciano già la settimana santa e un sacerdote, al confessionale, brucia i peccati di un penitente offrendo la stagione nuova della grazia. Così si compie la riflessione tra il vero e il falso bene: contro un fuoco incapace di bruciare l’inverno del cuore c’è un altro fuoco, quello che Cristo è venuto a far divampare, che scalda i cuori e apre il destino dell’umanità a una primavera eterna, di cui febbraio è come il grande portale.
suor Maria Gloria Riva

Gannaio, gelo della fede e le trappole nascoste (Gennaio 2019)

Pieter Brueghel il vecchio (attribuito a Pieter Brueghel il giovane), Passaggio invernale con trappola di uccelli, 1564 (1601?), 39×57 cm, olio su legno, Kunsthistorisches Museum Gemaldegalerie
Si conoscono a causa delle loro riproduzioni. Ce ne sono moltissime: sui calendari, sulle scatole dei biscotti o dei dolciumi, sui fondi delle credenze e degli armadi. Sono i Brueghel, una dinastia di pittori che fece storia nell’arte pittorica dell’Olanda e dell’Europa. Il capostipite, Pieter Brueghel il Vecchio, era detto dei Velluti per l’eccezionale qualità della sua pittura. Non visse a lungo, ma trasmise ai figli tutto il suo sapere. È suo il ciclo dei mesi che così facilmente s’incontra nelle riproduzioni e che lo ha reso noto al mondo intero. Opere analoghe a queste da lui realizzate, ma diverse per taglia e soggetto, si caricano di elementi simbolici e religiosi. Fra queste una, realizzata proprio nello stesso periodo del ciclo dei Mesi, ha per titolo: Paesaggio invernale con pattinatori e trappola di uccelli. Ne esistono diverse versioni e quella che prendiamo in esame è, per alcuni, attribuibile al figlio di Brueghel, ovvero Pieter Brueghel il Giovane. Il paesaggio invernale rimanda al mese di Gennaio, la stagione inclemente sospende ogni tipo di lavoro nei campi e il sostentamento è affidato alle fiere e ai divertimenti. Era stato un inverno rigidissimo quello del 1564/65, Pieter Brueghel era vicino alla morte, ma non lo sapeva (morirà nel 1569), e forse volle immortalare questo inverno impietoso che aveva salutato l’anno nuovo con un gelo straordinario e abbondanti nevicate. Tutto questo si prestava, com’era del resto frequente nel XVI secolo, a un’interpretazione allegorica della realtà. L’uomo in generale, ma in particolare l’uomo devoto, è come un pellegrino che si trova ad attraversare una vita costellata di pericoli. Scivolare è facile quando le strade sono ghiacciate e procacciarsi del cibo, pure. La tentazione è quella di evadere dalle responsabilità e darsi a un godimento immediato poiché come direbbe il poeta: del diman non c’è certezza. Niente, del resto, più del mese di gennaio, tradizionalmente inteso come inizio dell’anno, si presta a bilanci e a esami di coscienza. Nel paesaggio qualcuno non si dà per vinto e lavora, ma sono solo pochi: uno ha tentato di pescare, ha intagliato nel ghiaccio un buco, ma la barca si è riempita di neve e, dunque è stato costretto a tornare a riva. Ora l’imbarcazione serve solo a far giocare i bambini. Un altro è uscito di casa per cercare legna da ardere e riscaldarsi. Da nessuna delle case, in effetti, esce fumo, quasi a indicare la gravità della situazione. Un altro, all’estrema sinistra del dipinto, forse tenta ancora di cercare del pesce, forando un punto diverso del fiume gelato. I più però si danno alla pazza gioia, sono spensierati nel pattinare sulla distesa ghiacciata e addirittura giocano, del tutto ignari dell’apertura nel ghiaccio che potrebbe inghiottirli da un momento all’altro. Alcuni corvi in primo piano sull’albero sembrano presentire la tragedia e sono allertati in attesa di una vittima con la quale sfamarsi. Ma il pessimismo olandese giunge al culmine in due passaggi dell’opera. In primo piano, a destra del dipinto, una rudimentale trappola per uccelli fa bella mostra di sé. Un uomo ben appostato nel suo capanno sta aspettando il momento opportuno per tirare la corda e intrappolare, schiacciandole, le sue piccole vittime. Una scena che carica di drammaticità quella principale dei pattinatori. Gli uni e gli altri (uccelli e pattinatori) non s’avvedono del pericolo incombente e saltellano divertiti laddove dovrebbero tremare per il pericolo. Così è il peccato e l’insidia del male: rendono innocuo ciò che ci uccide e Brueghel, con i suoi contemporanei, mette in guardia anche noi, onde evitare d’esser sorpresi dal laccio dei cacciatori o dalle scivolate mortali. L’altro elemento fortemente simbolico sono le chiese. Sono due: una solida in mezzo al villaggio, l’altra sullo sfondo immersa nella nebbia. Il paesaggio corrisponde a un luogo reale del Barbante, il villaggio di Fed Saint Anne vicino a Diben e, sullo sfondo, la Tower Hall e la Cattedrale della città. Lo sguardo panoramico sconfinato ha lo scopo di rendere universale il sentimento di smarrimento e di pericolo. Non ci sono luoghi sicuri o preservati dalla tentazione. Ovunque è possibile vivere incuranti del pericolo incombente purtuttavia (e questa è la speranza) nessuno vive privo degli aiuti necessari. Così in un semplice paesaggio ecco nascosto un insegnamento grande: sì la vita è piena di pericoli. Sono spesso nascosti in gesti e abitudini apparentemente innocue, ma l’uomo che desidera la verità la può trovare in punti di riferimento certi. Nella voce di Dio che resta salda anche tra le nebbie e i geli spirituali.
suor Maria Gloria Riva

L’abbraccio tra fede e bellezza (Dicembre 2018)

Raffaello Sanzio, Disputa del Sacramento, affresco (cm 500×770), Musei Vaticani, Città del Vaticano
Nel primo atto creativo di Dio già compare la bellezza. «E Dio vide che era cosa buona» (Gn 1,4.10.12.18.21.25.31) è un ritornello che scandisce ogni giorno della creazione e sigilla l’opera divina in un «più in là» che troverà il suo compimento solo nell’eternità. Dio vide che ogni cosa era buona, cioè «tov» in ebraico, e «kalos» in greco. In entrambe le lingue sacre, quel buono è anche bello ed è implicitamente corrispondente al vero. Così mentre la terra schiudeva i suoi occhi alla luce sottraendosi al Caos grazie all’Ordine divino, ecco che le fu impresso, come orma divina, proprio il sigillo della bellezza. In un altro Principio, quello narrato da Giovanni nel suo Prologo, un raggio della bellezza divina ci fu partecipato grazie alla misteriosa Incarnazione della seconda Persona della Trinità. È proprio a questo punto della storia della salvezza che quell’antica promessa di Bellezza diventa realtà e che quel grido uscito dal cuore divino, quando tutto era «tov», si manifesta pienamente offrendosi, sotto il velo della carne, alla contemplazione dell’uomo. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui (il Verbo), e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). Così fede e bellezza, contemplazione e desiderio profondo di corrispondenza con la vocazione originaria, che è il motore stesso della fede, sono intrecciate fin dall’origine dell’esperienza umana. Forse la proibizione a realizzare immagini, propria del primo testamento e del giudaismo, aveva lo scopo primario di ricordare che la bellezza era celata nell’opera creatrice di Dio e che solo per rivelazione divina l’uomo poteva tornare a disporne e ad appropriarsene. Questa rivelazione giunse e fu chiara in quell’«ora» cui Gesù Cristo anelò tutta la vita. L’iconodulia, infatti, inizia sul Calvario laddove la Veronica, spinta da un gesto di amorosa pietà, deterge il volto del Cristo con il suo velo. L’immagine che vi resta impressa è la prima rivelazione visiva del Mistero. Anche Charles Peguy stigmatizzò quest’attimo descrivendo la Veronica come una ragazzetta da nulla capace, col suo fazzoletto, di cogliere una traccia eterna. Qui è la radice dell’arte cristiana, ma in particolare dell’arte orientale che è per eccellenza teofania del Mistero, rivelarsi gratuito e solenne di Dio all’uomo. Sotto l’albero della croce, la Madre, Giovanni e le pie donne non ricevettero soltanto la sorgente della vita sacramentale ma ebbero in dono l’accesso alla bellezza. Una tale acquisizione non fu né facile, né scontata, se pensiamo che tra le pagine più difficili della storia della Chiesa ci fu, appunto, quella della lotta iconoclasta. Anche l’arte fu vilipesa e crocefissa, specie quella che trova la sua radice in un fatto inusitato: l’eterno si è reso presente e l’insondabile bellezza del Verbo si è fatta misurabile. Così l’arte delle icone esprime in modo diretto il nodo di congiunzione fra fede e bellezza, fra arte e Mistero. È noto, infatti, che l’icona si scrive, è un trattato di teologia per immagini il cui dispiegarsi sfugge alle mani dello stesso autore. E basterebbe far passare la vita del Grande Andrej Rublëv per rendersene conto. Certo il cammino dell’arte cristiana fu lungo e in occidente, approssimandosi l’umanesimo cristiano, si avvertì il desiderio di fissare lo sguardo sul Mistero dell’Incarnazione. Cristo è presente qui e ora, nell’uomo e nella cultura di ogni tempo. Dunque, ci si allontanò progressivamente dalle rigide soluzioni formali, rigide perché severamente teologiche, dell’arte orientale per inverare il Mistero nelle forme e nei luoghi in cui quello stesso Mistero era contemplato. Così da Duccio di Buoninsegna, che immerse con la sua Maestà la vita di Cristo e di Maria nella cornice storica di Siena, fino a Raffaello, che nella sua Disputa del Santissimo Sacramento ritrasse i personaggi più famosi o autorevoli dell’epoca nei panni dei Santi, l’arte declina il Vangelo, educando gli uomini ad “incarnare” la fede. La domanda sul rapporto tra fede e bellezza non sarebbe mai sorta tra medioevo e rinascenza, tuttavia, quando si venne a deteriorare quel rapporto (a volte conflittuale ma sempre fecondo) fra Chiesa e artisti, ecco iniziare un declino del quale ancora non abbiamo conosciuto l’arresto. Lo straordinario teologo Huns von Balthasar stigmatizzava così l’epoca moderna che, allontanandosi a grandi passi dalla bellezza si è allontanata anche dalla fede: La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare (H. U. von Balthasar, Gloria, Jaca Book, Milano, 1985, vol. I, p. 10). Così sorge, con il Principe Puskin di Dostoeveskij la famosa domanda: Quale Bellezza salverà il mondo? Una domanda che, non va dimenticato, scaturisce dalla contemplazione del Cristo di Holbein: un corpo già in decomposizione, lontanissimo dal fatto impensabile della Risurrezione. Una domanda che rimane per molti un enigma, qualcosa che inspiegabilmente attrae, ma non trasforma perché non diventa un incontro. Solo nell’incontro, infatti, fede e bellezza torneranno a stringersi in un abbraccio. La principale frattura che ha determinato lo scollamento fra fede e bellezza fu l’individualismo dell’arte del Novecento. Scomparsi i grandi committenti cristiani, terminata la pagina dei vedutisti o della ritrattistica di nobili e imperatori fra Sette e Ottocento, ecco che le scoperte della tecnica (e in particolare l’avvento della fotografia), costrinsero l’arte a ritagliarsi un angolo tutto suo.
Non più in dialogo con la committenza, l’artista incominciò a dipingere liberamente dando sfogo alla propria percezione, andando poi a cercare chi potesse apprezzare la sua opera. La solitudine dell’artista è la solitudine dell’arte. Lo aveva compreso pienamente Paolo VI nel suo messaggio agli artisti a chiusura del Concilio Vaticano II: «Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi… Non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda!… Ricordatevi che siete custodi della bellezza nel mondo. Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione». Forse il degrado cui si assiste nel panorama artistico mondiale (riconosciuto dagli stessi non credenti) mette a nudo davvero questo: senza fede non c’è bellezza e senza bellezza non c’è fede.
suor Maria Gloria Riva

Beati i perseguitati a causa della giustizia (Novembre 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele (1938 ca.). Part. de “Beati i perseguitati a causa della giustizia”
La beatitudine per il giusto perseguitato si apre nel nostro mosaico pavimentale con la figura di Davide. Davide per la sua umanità, per il suo impasto tra una rettitudine di cuore e una fragilità che lo ha condotto più volte al peccato, è caro a tutta la tradizione giudaico-cristiana. La figura di Davide condensa in sé caratteristiche di eroicità, capaci di renderlo figura del Messia, ed errori che lo assimilano piuttosto a Pietro, scelto nonostante sé. Qui Davide campeggia al centro del medaglione musivo con le vesti tipiche del pastore. Tre pecore riposano indisturbate in mezzo a pascoli ubertosi. Nessun accenno alla sua vocazione di re di Israele e alle persecuzioni ricevute, nel corso della sua vita, da coloro che lo invidiavano. Un’allusione alla regalità di Davide era contenuta nel mosaico destinato al profeta Samuele che aveva riconosciuto e unto Davide come re del popolo perché «il Signore non guarda l’apparenza, guarda il cuore». Non fa meraviglia dunque che qui si voglia porre l’accento sulla condizione di pastore. Davide impugna la sola fionda, è scevro da ogni orpello di guerra. Nel combattimento contro Golia, Saul volle dotarlo di armatura, scudo e lancia, ma Davide non avvezzo alla guerra, scelse di essere sé stesso e andare contro al nemico con la sua sola e vera identità. «Non difendo forse le mie pecore dall’orso con la mia fionda?» fu la risposta di Davide a Saul. «Il Signore, che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell’orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo (Primo libro di Samuele 17,36-37). Il Signore fu veramente con Davide che rivela qui la sua integrità di cuore. Il versetto del Salmo 18, citato nel mosaico solo in parte, esprime questa fede salda: Oppugnaverunt me in die afflictionis meae, et factus est Dominus fulcimentum meum; ovvero: Mi assalirono nel giorno di sventura, ma il Signore fu mio sostegno. Davide non confidò nei mezzi umani ma nella volontà e nell’aiuto di Dio. Questa è la prima caratteristica del perseguitato a causa della giustizia: Davide fu perseguitato per la rettitudine del cuore. Da Davide il nostro autore ci fa passare a Giovanni il Battista, ultimo fra i profeti dell’Antico Testamento, primo del Nuovo. Anche il Battista campeggia in mezzo al mosaico, ma non ha altri riferimenti che il deserto e il suo nome. «Nessuno – ebbe a dire Gesù – fu più grande di Giovanni il Battista eppure il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di Lui» (Mt 11,11). Gesù afferma così la superiorità di quanti vivranno durante e dopo gli eventi salvifici della sua passione, morte e risurrezione, identificati come il Regno dei cieli. Sappiamo dalla narrazione evangelica che il Battista fu creduto il Messia da tutti, anche da quelli che poi diventarono discepoli di Gesù, tuttavia Egli mai sfruttò a suo vantaggio gli equivoci, restando saldo nella sua missione di precursore della Verità e della Giustizia. E questo, in definitiva, fu anche il motivo del suo martirio. La sua voce infastidiva e, nel medesimo tempo, affascinava. Tutto il movimento persecutorio che si scatenò verso di lui trovò la sua punta di diamante nell’opposizione a Erode Antipa. Anche costui, nella sua debolezza, da un lato non sopportava la parola severa e chiara del Battista ma dall’altro ne restava rapito e si fermava ad ascoltarlo volentieri, come dice il testo biblico (Mc 6,20). In tale frangente il Battista adempi ogni giustizia avendo a cuore la salvezza dell’anima di Erode e di Erodiade, sua amante. L’accusa pubblica dell’adulterio dei due sovrani fu la causa della sua condanna a morte. Il Battista rese onore alla Verità e alla Giustizia, unendo nella sua persona l’obbedienza all’Alleanza di Mosè e all’Alleanza Nuova in Cristo. Egli fu perseguitato, dunque per la rettitudine della fede.
Il testimone dei perseguitati nella storia della Chiesa è san Giustino, un padre della Chiesa forse tra i più dimenticati. Giustino si dichiarava samaritano, ma il nome del padre (Prisco, figlio di Baccheio) tradisce origini latine. Educato al paganesimo si dimostrò fin da piccolo assetato di verità. Il suo percorso filosofico passò dalla scuola dei peripatetici, ai pitagorici dove lo studio della musica dell’astronomia e della filosofia, non compiva pienamente il suo anelito alla verità. Approdato alla scuola platonica, gli parve di intravvedere quella verità che andava cercando. Si ritirò in solitudine pensando di raggiungere così la visione di Dio. In questo deserto fece un incontro illuminante. Un anziano anacoreta lo convinse che la filosofia non poteva raggiungere con lo sforzo umano ciò che essa stessa non conosceva, mentre la strada migliore per giungere a Dio era quella che Dio stesso aveva percorso per rivelarsi. Iniziò, allora, lo studio dell’Antico Testamento e dei profeti mediante il quale approdò alla conoscenza intima e personale di Gesù Cristo. Mise allora tutta la sua sapienza a servizio della Chiesa e dei suoi membri in quel momento perseguitati e coperti di calunnie. Fu proprio confutando le tesi di Crescenzio, filosofo molto potente a Roma, che si attirò una persecuzione violenta. Giustino, infatti, difendeva i cristiani da numerosi luoghi comuni. Morì decapitato con altri suoi sei discepoli. Nell’elenco dei perseguitati per la giustizia Giustino figura dunque come colui che è perseguitato per la difesa della Chiesa e dei suoi figli. In questo modo il martirio di Giustino chiude in bellezza, potremmo dire, la carrellata dei testimoni delle Beatitudini.
Suor Gloria Riva
Monache dell’Adorazione Eucaristica Pietrarubbia

Beati gli operatori di pace (Ottobre 2018)

Immagine: Mosaico della pavimentazione antistante la Basilica delle Beatitudini, nei pressi di Tabga, Galilea, Israele (1938 ca.) Part. de “ Beati i pacifici”.

Melchisedec re di Salem appare sulla scena biblica in modo misterioso, senza patria e senza genealogia. Appare nella vita di Abramo dopo che questi ebbe riportato vittoria contro gli elamiti e i loro alleati; è re, ma si presenta come Sacerdote del Dio Altissimo e offre all’altare pane e vino. Il grande patriarca gli rende omaggio versandogli la decima del bottino.
Da questi brevi accenni si può comprendere come questo passo della Genesi rappresenti una delle radici del Mistero di Cristo, della sua Incarnazione, della sua regalità e della qualità diversa del suo sacerdozio rispetto a quello dell’antica economia. Melchisedec, il cui nome significa re di Giustizia, è anche re di Salem, ovvero di re di pace, pertanto la Chiesa delle origini, come i padri della Chiesa, videro in lui l’anticipata apparizione del Messia, Principe della Pace e sacerdote di una Alleanza nuova. Nel girale dedicato ai pacifici Melchisedec è il primo testimone e si presenta mentre offre a Dio il sacrificio del Pane.
Il pane dell’offerta era la forma incruenta del sacrificio, un’oblazione pacifica in cui non vi era (a differenza degli olocausti o dei sacrifici di comunione) spargimento di sangue. Il nostro mosaicista non manca di citare un passo della lettera agli ebrei dove appunto si specifica che l’essere re di Salem significa essere re di pace: «E Abramo diede a lui la decima di ogni cosa. Egli è anzitutto, traducendo il suo nome, Re di giustizia; e poi anche re di Salem, vale a dire Re di pace.» (Eb. 7:2) Il termine ebraico Salem può essere tradotto anche come «esser salvo, essere integro». In tal senso, il misterioso re e sacerdote incontrato da Abramo è veramente Pacifico. Non è solamente re della Pace, ma ha anche in sé la salvezza e l’integrità che conducono alla Pace. Così Melchisedec rimanda a Cristo che, non solo fu Principe della Pace ma, avendo in sé la sorgente della salvezza e l’assoluta obbedienza al Padre, fu egli stesso Pace facendo dei due un popolo solo, distruggendo in se stesso l’inimicizia voluta dal maligno e aprendo non solo agli ebrei, ma a tutti gli uomini la salvezza.
La beatitudine dunque viene immediatamente orientata a Cristo. Le beatitudini sono, di fatto, l’identikit di Gesù e questa in particolare rimanda all’unico che veramente ha visto Dio e dunque lo può comunicare agli uomini: Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio di Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere (Gv 1:18).

Diventa chiaro allora come, quale testimone dei pacifici del Nuovo Testamento, sia presentato l’apostolo Paolo. Benché non risulti dagli Atti e dalle sue lettere che egli avesse un carattere particolarmente mite, Paolo fu un grande pacificatore. Egli, infatti, si adoperò in tutta sapienza per fare dei due un popolo solo, aprendo anche ai Pagani la porta della salvezza. Non a caso è ritratto in primo piano mentre reca con sé la spada. Quel suo attributo rimanda, da un lato al momento della conversione; quando cioè, orientato a uccidere i seguaci di Cristo, vide Gesù sulla via di Damasco e divenne appunto, uomo di pace. Dall’altro, alla spada della sua parola capace di esortare, correggere e convertire a Cristo. Fu però quando vide Dio che Saulo (il futuro Paolo) comprese l’opera della Pace che doveva servire. Sulla via di Damasco egli comprese l’unità profonda tra Cristo e la Chiesa perché Gesù si presentò a lui come luce abbagliante e gli disse: perché mi perseguiti? Saulo, a quanto sappiamo, non aveva mai conosciuto Cristo, ma ugualmente lo perseguitava nelle sue membra, cioè nella Chiesa. All’apostolo Paolo accadde, dunque, un movimento contrario: vide Dio e quindi diventò uomo di pace. Il contesto della lettera ai Romani in cui è inserita la frase del mosaico è quello del regno di Dio che non è frutto di cibo o di bevanda ma è giustizia, pace e gioia nello spirito Santo. Pertanto Paolo è un testimone autorevole spingendo i suoi, come appunto recita la scritta latina, a dedicarsi: alle opere della pace e alla edificazione vicendevole (Rm 14,19).

Nella Chiesa si dedicò alla vera edificazione e alla pace Santa Caterina da Siena. Questa donna umile, analfabeta e totalmente consegnata all’amore di Dio, rivelò una forza, un’intelligenza e una determinazione nel bene senza precedenti.
Nel mosaico è fotografata in ginocchio davanti al Pontefice: Caterina visse in un clima d’instabilità totale dove antipapi e papi confondevano gli animi determinando schieramenti che rischiarono di spaccare in due la santa Chiesa. Se ciò non avvenne lo si deve anche alla mistica senese. Santa Caterina si adoperò per portare la pace in Italia, per restituire i luoghi santi al culto Cristiano attraverso le crociate e, soprattutto, per far tornare il Papa a Roma. Dopo che Gregorio XI, residente ad Avignone, fece ritorno alla sede Pontificia le toccò, alla morte di quest’ultimo, affrontare anni di lotte fra papa e antipapa. In tale periodo la Santa non esitò a rivolgersi al Pontefice con toni forti e appassionati, dai quali emerge il grande amore per il magistero Petrino e la sua importanza vitale per la Chiesa, nonché la sua profonda fede e l’adesione alla verità, sopportando le critiche che tutto ciò le procurò. Caterina, insomma, seppe vedere Dio nella presenza dei vicari di Cristo anche quando attorno a questi regnava la confusione e l’equivoco. Forse la sua opera di pace, è ancora oggi esemplare e di grande attualità.
suor Maria Gloria Riva – Pietrarubbia