Nella scomparsa, l’incontro

Immagine: Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Scomparsa 1994

In questo dipinto non c’è centro, il centro della scena è fuori, in un punto lontano verso il quale guardano i due. Laddove c’era il Signore Gesù è rimasta la luce dorata e l’ombra della croce. Essi restano lì, basiti: il tovagliolo nella mano di Cleopa, l’altra mano portata alla bocca con gli occhi pieni di stupore e di domanda. L’altro discepolo è balzato in piedi, ancora più sorpreso. Forse Cleopa aveva intuito qualcosa di quel misterioso compagno, ma l’altro discepolo è travolto dall’evento. La sedia cade fuori dal dipinto e travolge noi che stiamo guardando l’opera. Il contrasto tra questo discepolo in movimento e la fissità degli altri elementi, è grande. Sulla tavola, calice, piatto, bottiglia, il mestolo nella zuppiera: tutto parla di un pasto che stava per essere consumato, di una interruzione improvvisa. Arcabas ci porta magistralmente dentro il senso profondo della fede cristiana: l’incontro. La nostra fede è un incontro, solo da qui può e deve scaturire la missione. Non indottrinamento, non proposte forzate, ma comunicazione di una gioia, di un fatto incontrato, di una vita ribaltata dalla grazia, come la sedia dell’amico di Cleopa. Uno dei paragrafi di Redemptoris Missio si intitola: Noi non possiamo tacere. Ecco il senso della missione! Una parola che sale al cuore, traboccante di gioia e di vita per un evento incontrato. Lo stesso documento infatti si domanda: “All’interrogativo: perché la missione? Noi rispondiamo con la fede e con l’esperienza della Chiesa che aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente «la nostra pace», (Ef 2,14) e «l’amore di Cristo ci spinge», (2 Cor 5,14) dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede…”
Sì, anche noi, ci siamo immedesimati nel cammino dei discepoli, siamo stati con loro nel tortuoso serpente della strada, abbiamo raccontato gli smarrimenti, le delusioni, le asprezze della nostra vita, poi abbiamo taciuto e ascoltato la Parola di sempre, letta in un modo nuovo e ora, qui, mentre il Signore scompare, con loro, abbiamo capito. La missione è un problema di fede. Tutta la vita è un problema di fede. In chi abbiamo riposto la nostra fiducia? Dove ci appoggiamo quando tutto attorno crolla o diventa difficile? I nostri programmi di salvezza sono sterili, insufficienti a garantirci la pace, le nostre diplomazie nei rapporti si rivelano fallimentari: solo un rapporto profondo con il Signore, uno sbilanciamento totale e generoso della nostra vita in lui, può darci stabilità e pace. La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi. La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una «graduale secolarizzazione della salvezza», per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontaleMi piace pensare che gli oggetti della scena rappresentino simbolicamente un quotidiano che se non è infiammato dallo stupore non ci permette l’azione. Si stavano abituando, i due di Emmaus, alla presenza dell’Amico, sapiente, rassicurante; si stavano già appoggiando a lui come se tutto il resto si cancellasse per magia: stanchezze, paure, dubbi. Era bello stare così: resta con noi Signore perché si fa sera! È stato il grido dei due. E invece no. Devono fare i conti con quella croce dalla quale sono scappati, con la realtà nuda e cruda, quotidiana dove il Vero deve compiersi. E se non possono farlo senza il Signore, non possono, a un tempo, compierlo senza il loro proprio sforzo. Non si possono semplicemente appoggiare, l’incontro con Cristo può essere solo un trampolino di lancio.
Papa Francesco, lo scorso anno in occasione della festa della Presentazione di Gesù al tempio, disse parole che possono adattarsi perfettamente alla nostra riflessione: “L’immobilismo non si addice alla testimonianza cristiana e alla missione della Chiesa. Il mondo ha bisogno di cristiani che si lasciano smuovere, che non si stancano di camminare per le strade della vita, per recare a tutti la consolante parola di Gesù. Ogni battezzato ha ricevuto la vocazione all’annuncio, alla missione evangelizzatrice! Le parrocchie e le diverse comunità ecclesiali sono chiamate a favorire l’impegno di giovani, famiglie e anziani, affinché tutti possano fare un’esperienza cristiana, vivendo da protagonisti la vita e la missione della Chiesa. Queste figure di credenti sono avvolte dallo stupore, perché si sono lasciate catturare e coinvolgere dagli avvenimenti che accadevano sotto i loro occhi. La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore”.
I discepoli vivono in anticipo quello che sarà l’esperienza della Chiesa nel giorno dell’Ascensione: perché stiamo a guardare il Cielo? Si, Cristo tornerà, ma nel frattempo la fede ci chiama a un impegno a tutto tondo, a impattarci seriamente nelle cose della terra, e non nonostante esse, ma proprio perché il Cielo, c’è. Sì il Cielo è qui e noi, come i due di Emmaus lo abbiamo incontrato.

suor Maria Gloria Riva, aprile 2021

 

 

A tavola col Mistero

Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Il pasto 1994

E sono finalmente a tavola. La porta della locanda, che nel pannello precedente vedevamo sullo sfondo, è chiusa. Il calore del focolare acceso si è diffuso in tutta la stanza: c’è tepore e amicizia. Si sta bene qui. Chissà, sono forse questi i pensieri che attraversano i due di Emmaus, appesi alle labbra del loro misterioso Amico, confortati e sorretti dalla sua lectio magistralis. Chissà chi è? Il più anziano, forse Cleopa si porta una mano alla guancia con fare interrogativo. Non è facile carpire allo strano pellegrino il Mistero delle sue origini. Forse gli hanno fatto molte volte la domanda: da dove vieni, chi sei? E certo lui l’aveva elusa infilandosi nelle intricate vie della Scrittura, tutto preso e orientato a chiarire loro chi fosse il Messia. Ma ora che sono qui, insieme, a tavola, con tutta la pregnanza di significato del pasto, ogni domanda è inutile. Sì, l’ombra della croce è ancora presente, proprio lui Cleopa non riesce a dimenticarla: ce l’ha stampata sull’abito; è impressa come un’ombra minacciosa vicino alla tovaglia, purtuttavia è entrata una serenità nuova, una pace, frutto della comunione con quell’uomo.
C’è in tutto questo il segno, l’impronta della benedizione divina, come scrive la Redemptoris Missio al n. 26: “Lo Spirito spinge il gruppo dei credenti a «fare comunità», a essere Chiesa. Uno degli scopi centrali della missione, infatti, è di riunire il popolo nell’ascolto del Vangelo, nella comunione fraterna, nella preghiera e nell’eucaristia. Vivere la «comunione fraterna» (koinonìa) significa avere «un cuor solo e un’anima sola», (At 4,32) instaurando una comunione sotto tutti gli aspetti: umano, spirituale e materiale”.
Il riverbero della Parola con tutti i suoi colori, le sue tonalità, rimbalza ancora sulla tavola. L’altro discepolo, più giovane, ne è totalmente affascinato, preso. Versa, nella pace ma con una certa trepidazione, il vino nella coppa, segno di quella gioia che sta tornando dopo la tempesta portata nel suo cuore dall’evento della croce. Missione e comunione sono due aspetti imprescindibili della vita della Chiesa, non c’è l’uno senza l’altra. Eppure quanto sono difficili entrambe. Oggi che la Missione, prima d’essere nei paesi che non conoscono ancora Cristo, è qui tra di noi; è urgente, dentro al nostro mondo scristianizzato, secolarizzato; ci si domanda quale comunione c’è fra noi? Come potremo evangelizzare nella divisione, nel contrasto, nell’assoluta incapacità di rispettare l’altro nella sua diversità. La promessa di Gesù era stata chiara: vi seguiranno tutti, presi dall’amore che vedranno fra voi. Forse abbiamo sbagliato, dopo il Concilio, a sottolineare troppo l’aspetto della comunione. Se la missione è stata in parte messa in ombra, della comunione si è parlato e si parla ancora senza fine. Si parla. Ma, forse, non si vive. Arcabas ha avuto la geniale idea di mettere i tre pellegrini di Emmaus a tavola con le bocche serrate. Non parlano più come hanno fatto lungo la strada ma ci sono, ci sono con tutto l’ardore del cuore. Sono uno per l’altro. Ora, forse darebbero la vita per quel loro compagno sconosciuto, ma già caro. Che cosa manca a noi per essere così? Per edificare comunità, parrocchie, famiglie, diocesi così? Ci manca l’ombra della croce vestita dell’oro della Parola. Ci manca lo sguardo contemplativo che conservano ora i due seduti a tavola. Forse ci manca anche la preghiera e lo spirito della preghiera che dovrebbe permeare ogni nostro atto. Così ci accorgiamo soltanto adesso di Gesù, estatico, intento a recitare la berakà sul pane. Quella preghiera atavica – che recita ogni ebreo da secoli, ancora oggi – ora sulle sue labbra ha un non so che di nuovo, di intimo.
La coppa di Gesù risplende di luce, l’azzurro della tovaglia inonda il suo abito e il suo volto. Ecco cosa c’era di strano in questo pannello: il volto! Ora lo vediamo! Il Misterioso pellegrino non è una sagoma in contro-luce, un uomo senza volto e fisionomia, ora si mostra e si mostra proprio dentro al gesto semplice, quotidiano, ma intenso, della benedizione sul pane. Tre fiamme tremule raccontano la vita divina che quell’Uomo misterioso ha voluto rivelare con il dono di sé: la Trinità. Una comunione d’amore infinita che vuole attrarre a sé ogni uomo, ognuno che in Cristo si riconosca fratello, figlio del Padre suo. Mi piace pensare che Arcabas nell’alone sghembo delle fiamme del candelabro abbia voluto rappresentare la lettera shin rovesciata, una lettera ebraica che indica movimento: il movimento di una fiamma o dei denti di una ruota, un movimento che dà forza vigore, che porta verso l’alto. Ne siamo risucchiati, anche noi. Se prima del Pellegrino scorgevamo solo lo sguardo, ora quegli occhi serrati, e colmi della benedizione che sta recitando, ci penetrano nell’intimo. La lettera shin è la lettera della pace: shalom, dell’Onnipotente: Shaddai. Ecco cosa ci manca: vivere la comunione come Mistero, vivere la croce come radice ineludibile del frutto della carità e della pace. Non c’è l’una senza le altre. Arcabas si arresta qui. Non ci mostra che «essi lo riconobbero allo spezzare del pane». Ancora una volta la sua narrazione pittorica si ferma, chiede una pausa, questa volta non per aderire al testo evangelico, ma per chiedere a noi dove siamo. C’è uno spazio vuoto davanti a Gesù, forse è il posto per noi. Dove siamo rispetto a questa mensa gravida di Parola? Dove, rispetto a questa preghiera? Dove, a fronte di questa comunione che sola, quale riflesso della Trinità, conduce alla missione?

suor Maria Gloria Riva, marzo 2021

Preparare il cuore all’incontro

Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Preparativi 1994

Il ciclo sulla vicenda di Emmaus subisce un arresto e del resto è così nel Vangelo. Che accade dietro quella porta della locanda? Dopo che i due discepoli chiesero all’amico misterioso di rimanere con loro, di parlare ancora al loro cuore, che accade? Arcabas con grande intuito inserisce un pannello apparentemente inutile, astratto, senza forme di senso compiuto, ma con un ritmico susseguirsi di sagome e colori. L’attesa del pasto nella locanda è accompagnata dall’affaccendarsi dell’oste in cucina, dai colori del crepuscolo e si riempie del dialogo fra i tre: parole di necessità, ma anche parole profonde che portano a compimento i discorsi, fatti sulla strada.
Questo ci dà modo di riflettere su una dimensione tanto necessaria alla maturazione e tanto difficile da accettare oggi: il tempo. Ogni evento importante nella vita è preparato: la nascita è preparata da un tempo di gestazione e di attesa; la maturità dell’individuo è preparata da un tempo di educazione e di esperienze; la professionalità si raggiunge dopo un tempo di formazione; il matrimonio è preparato da un tempo di fidanzamento e conoscenza; la vita religiosa o sacerdotale è preparata da un tempo di discernimento; l’attività sportiva e agonistica è preparata da un tempo di allenamenti ed esercizi; persino la morte, non di rado, è preparata da un tempo di malattia o di agonia più o meno breve.
Così la missione richiede un tempo di preparazione, un tempo in cui apparentemente non si raccoglie alcun frutto, un tempo di semina e di attesa, un tempo di quotidianità. All’oscurità della terra che accoglie il seme dorato della Parola fa seguito questo pannello dai molti colori, tanti quanti sono i toni dei passi biblici importanti e formativi, quelli che cita il Risorto, facendo ricorso, come scrive Luca, alla Legge ai profeti e ai salmi.
Mi piace assimilare questi rombi multicolori alle vetrate di una chiesa, luogo dove ancora oggi il Cristo parla attraverso la liturgia preparando il cuore dei suoi all’accoglienza delle verità del Vangelo. In questo dialogo con Gesù dentro la locanda, i due sono alla mensa della Parola, ed essi imparano da Lui ad essere Chiesa. Egli li prepara così a ricevere il dono della sua presenza per mezzo dell’ausilio della Parola. Giovanni il Battista, del resto (come ricorda anche il documento che abbiamo tenuto sullo sfondo di queste nostre meditazioni Redemptoris Missio) preparava la via a Cristo, «predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». Dunque, mentre il Cristo parlava, lo Spirito preparava il cuore dei due discepoli a ricevere il dono della sua Presenza nello spezzare il Pane. Come avviene nella Messa e come ricorda anche il sopra citato documento rispetto ai lontani: “Quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica e non può non avere riferimento a Cristo, Verbo fatto carne per l’azione dello Spirito, «per operare lui, l’Uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale». L’azione universale dello Spirito non va poi separata dall’azione peculiare, che egli svolge nel corpo di Cristo che è la Chiesa (RM 29.47-48)”
Il susseguirsi verticale dei rombi suggerisce il cammino interiore dei due protagonisti: dall’oro dei Misteri, all’arancio dell’amore di Dio, il quale non ha esitato a darci il Figlio suo Diletto; dai neri e dai grigi, che esprimono il darsi del Figlio nella passione, fino ai verdi della speranza e agli azzurri della vita eterna. Là, in fondo, si intravede, quasi, la porta della locanda da dove sono entrati, un passaggio che rimanda alla Pasqua, per mezzo della quale si riceve l’intelligenza della fede e delle Scritture.
Quelle forme quasi a fungo, così frequenti in Arcabas, evocano la vigilanza del cuore, capace di ardere al risuonare della voce di Dio. Questo è il compito della Chiesa in mezzo agli uomini. Oggi si ha un certo timore a parlare d’evangelizzazione, ma il Vangelo, la Parola di Dio, nulla tolgono all’uomo anzi, promuovono la sua dignità e la sua realizzazione. Così la predicazione dovrebbe affondare sempre più profondamente nella radice, anche ebraica, della Parola per far conoscere e amare sempre più il Verbo del Padre e spingere ogni uomo all’incontro con lui.
A proposito della predicazione così si esprime il documento Redemptoris Missio: “Parlare con il cuore implica mantenerlo non solo ardente, ma illuminato dall’integrità della Rivelazione e dal cammino che la Parola di Dio ha percorso nel cuore della Chiesa e del nostro popolo fedele lungo il corso della storia. L’identità cristiana, che è quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare, come figli prodighi – e prediletti in Maria –, all’altro abbraccio, quello del Padre misericordioso che ci attende nella gloria. Far sì che il nostro popolo si senta come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo”.

suor Maria Gloria Riva, febbraio 2021

Dentro la luce di San Giuseppe

Natività a Betlemme (Naissance à Bethléem) Arcabas, Bruxelles, Palais archiépiscopal de Malines, (1995 – 1997) Olio su tela – 87 x 106

Lasciamo per un attimo il percorso dei nostri due discepoli di Emmaus ed entriamo nel vivo del periodo natalizio che stiamo vivendo. Arcabas ci regala una stupenda scena natalizia che ha come protagonista San Giuseppe. Ci è sembrata molto appropriata per questo Natale, illuminato dalla decisione del Santo Padre di dedicare un anno a San Giuseppe per commemorare l’anniversario del 150° anno dalla dichiarazione di San Giuseppe Patrono della Chiesa universale.
Si potrà acquistare l’indulgenza alle solite condizioni della Chiesa anche semplicemente riflettendo sul Padre nostro per una mezz’oretta o dedicando una mattinata alla riflessione di un brano che parli di Giuseppe. Questa bella opera di Arcabas potrà contribuire allo scopo di riflettere su questo nostro grande padre.
Era buia e difficile la strada che fecero Giuseppe e Maria nei giorni precedenti la nascita di Gesù. Un cono d’ombra, infatti, inquadra la scena della natività a sinistra dell’opera quasi a sottolineare l’oscurità del cammino, illuminato dalla solerte custodia di san Giuseppe e dalla sua fede sincera.
Papa Francesco nella sua lettera apostolica Patris Corde (su san Giuseppe appunto) cita un bel passo di San Paolo VI: la paternità (di san Giuseppe) si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’Incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa.
Nel contesto del nostro percorso sulla missione San Giuseppe emerge come il missionario in casa sua. Quello che non ha fatto grandi cose: opere sociali; dispute sul mistero teologico del figlio suo ecc. San Giuseppe è l’uomo che c’è. Che è sempre dove deve essere, che risponde alle domande provocatorie dei calunniatori e degli increduli con la sua presenza stabile e salda. Egli ci chiama a una missione per così dire ad intra. Dentro le nostre case, dentro le nostre famiglie dentro persino le nostre anime, talora lontane dalla verità dei misteri che andiamo celebrando. Ed è proprio lui che qui ci introduce nel mistero dell’Incarnazione del quale si è fatto padre e custode. Egli è tutto infiammato dalla candela che regge tra le mani e appare proprio come il Custode della nostra fede che, in questo tempo di prova e di pandemia, ci mostra la via verso la salute somma che è Cristo. Dorme il Bambino, fra le braccia di sua Madre, unico porto davvero sicuro in un mondo di peccato.
Oscuri come la strada verso Betlemme sono anche l’asino e il bue. I due popoli che rappresentano (gli ebrei, il bue, e i gentili, l’asino) si sono fatti vicini nell’attesa del Salvatore: Gesù azzera le distanze e rende evidente all’uomo, ad ogni uomo, quanto bisogno abbia di salvezza. Anche noi oggi, azzerate le distanze attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ci siamo fatti più vicini. Ma, costatata la fragilità dei nostri sistemi, facilmente messi in crisi da una Pandemia virale, siamo diventati più consci del bisogno che abbiamo di salvezza.
Così ci accodiamo, timidamente coccolati dal tepore della fede di Giuseppe, per scoprire il Mistero. C’è un inno poco noto, di Rito bizantino, simile all’altro Inno mariano ben più famoso, detto Acatisto di san Giuseppe, che di lui canta così: “Vedendo nella mangiatoia di Betlemme la Stella che risplendeva da Giacobbe, hai adorato per primo il Neonato; e quando il cielo Gli ha offerto una stella, gli angeli inni, la testimonianza dei pastori e l’adorazione e i doni dei Magi, tu, o giusto Giuseppe, hai offerto tutto te stesso come dono al Signore, dedicando la tua vita, le tue cure e le tue fatiche al Suo servizio”.
Egli ha offerto se stesso a Colei che, l’altro Akatisto acclama: “A Te che ha fatto germogliare la spiga divina, come terreno non arato, secondo la Provvidenza, ave, mensa spirituale, che contieni il pane della Vita”. Dietro la Madre, teneramente addormentata con in braccio il suo divin Figlio, una teoria di angeli, simile al saliscendi degli angeli ammirato dal patriarca Giacobbe, formano con le ali l’immagine di una spiga. Davvero Gesù è la spiga divina germogliata nella terra di Maria. Maria è creatura, benché preservata dal peccato per la sua missione di Madre di Dio, rimane una creatura, come noi. Ma dal suo grembo verginale ecco germogliare una spiga senza pari, una luce di gloria, la vera Luce: Cristo Gesù.
Come sono belli Madre e figlio dormienti! Quasi ignari del tumulto del mondo, eppure misteriosamente al centro della lotta. Come nel ciclone, dove l’occhio è immobile e calmo, così qui il Principio e la fine dell’universo è calmo e placido in braccio a sua madre, respira già del riposo dell’eternità, mentre il mondo fuori, quello del Cesare di allora e del XXI secolo oggi, è in totale subbuglio.
San Giuseppe pensoso, pare dirci che agitarsi non serve, serve piuttosto la fede, calma e serena pur nella certezza della gravità dell’ora; serve la speranza e serve muovere i passi nella carità. Allora si riposerà nella barca di Pietro come Gesù nell’ora della tempesta.
Il punto di luce attorno alla Madre e al Suo bambino è affidato alla paglia. Nei momenti difficili prendono lucentezza i gesti quotidiani, le cose semplici come la paglia. Si spengono un po’ i riflettori e rimane la gioia dei rapporti famigliari, intimi fraterni.
Così unendoci idealmente al gioioso canto di Giuseppe anche noi sciogliamo le corde dell’anima ed esultanti inneggiamo: O giusto Giuseppe! Eletto protettore della Santissima Vergine Maria, maestra e nutrice dell’Uomo-Dio: glorificando il tuo servizio al mistero ineffabile dell’Incarnazione di Dio Verbo, ti dedichiamo inni di lode.
suor Maria Gloria Riva, gennaio 2021

La porta e la locanda

Arcabas, Accoglienza, (1994), opera tratta dal ciclo sui discepoli di Emmaus

Non si vorrebbe mai smettere di ascoltare: questo è il punto sorgivo della missione. Il primo missionario fu il battista, non solo perché venne per battezzare, anticipando un altro battesimo, ma anche per la sua predicazione. Erode Antipa, infatti, malgrado Giovanni parlasse contro la sua situazione irregolare, lo ascoltava volentieri. C’è un fascino nella verità che chiede luce fino al punto da aprire definitivamente la porta dell’anima. L’anima di Erode rimase chiusa, soffocando la voce della verità, mentre non fu così per i due pellegrini di Emmaus. Arcabas lascia la visione oscura del seme della Parola che feconda la terra del cuore con le sue verità, e ci mostra, nel terzo pannello, i discepoli di Emmaus di fronte a una porta aperta. È la porta della fede che si varca per mezzo del battesimo. Cleopa e l’amico, ora li vediamo bene, hanno i volti sereni, con gli occhi spalancati per lo stupore. Non si saziano di ascoltare quel misterioso compagno, il quale resta però ancora sconosciuto. Anzi la sapienza nel suo discorrere, nel rileggere la vita del Cristo alla luce della Scrittura, ha infittito il suo Mistero piuttosto che chiarirlo. Gesù, infatti, è in contro luce, resta evidente solo il suo bastone, segno del suo essere pastore, e la mossa di curvarsi tipica di chi, avendo altre mete, decide di cambiare i programmi aderendo alle richieste dei due compagni di viaggio. Essi, invece non sono più piegati come prima, con il passo disarticolato; ora sono ritti e tutti protesi verso il loro misterioso amico. Il titolo che Arcabas ha dato all’opera è Accoglienza. Cristo chiede di essere accolto, desiderato e, come si esprime la Redemptoris Missio: Accogliendo Cristo, voi vi aprite alla parola definitiva di Dio, a colui nel quale Dio si è fatto pienamente conoscere e ci ha indicato la via per arrivare a lui. È la missione di salvezza della Chiesa: La salvezza consiste nel credere e accogliere il mistero del Padre e del suo amore che si manifesta e si dona in Gesù mediante lo Spirito. Così si compie il regno di Dio, preparato già dall’antica alleanza, attuato da Cristo e in Cristo, annunciato a tutte le genti dalla Chiesa, che opera e prega affinché si realizzi in modo perfetto e definitivo. La porta aperta di Arcabas, inondata di luce, rivela una tavola accogliente con un vassoio colmo di frutta. C’è una mensa promettente in quella dimora e ci sono tre pellegrini che cercano casa. Di questi solo uno ha nome: Cleopa; l’altro amico è anonimo e, il terzo (il Signore Gesù) solo alla fine rivelerà la sua identità. Tutto ciò ha un profondo significato. Cleopa era uno noto ai dodici; un discepolo; uno che aveva seguito Gesù, ma che ora ne aveva perso le tracce. Cleopa anticipa il cristiano senza fede, tale solo per tradizione. Il documento Redemptoris Missio già additava la piaga della scristianizzazione prevedendo che entro le aree di antica cristianità è necessario rievangelizzare. Nel discepolo anonimo possiamo, invece, rileggere la cifra di quelli che ancora non conoscono pienamente il Signore Gesù e che ne hanno solo sentito parlare. Risultano quanto mai attuali, in tal senso le parole del documento già citato: I popoli sono in movimento; realtà sociali e religiose che un tempo erano chiare e definite oggi evolvono in situazioni complesse. Basti pensare ad alcuni fenomeni come l’urbanesimo, le migrazioni di massa, il movimento dei profughi, la scristianizzazione di paesi di antica cristianità. E ancora: La difficoltà di interpretare questa realtà complessa e mutevole in ordine al mandato di evangelizzazione si manifesta già nel «vocabolario missionario»: ad esempio, c’è una certa esitazione a usare i termini «missioni» e «missionari», giudicati superati e carichi di risonanze storiche negative; si preferisce usare il sostantivo «missione» al singolare e l’aggettivo «missionario» per qualificare ogni attività della Chiesa. C’è dunque un riserbo nell’affrontare il rapporto con i non cristiani, preferendo la parola dialogo a quella di missione, al punto da indurre alla domanda se veramente il battesimo è la porta della salvezza. Ancora la Redemptoris Missio ci illumina, senza dimostrare i suoi trent’anni di età: Alla luce dell’economia di salvezza, la Chiesa non vede un contrasto fra l’annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso; sente, però, la necessità di comporli nell’ambito della sua missione ad gentes… «Anche se la Chiesa riconosce volentieri quanto c’è di vero e di santo nelle tradizioni religiose del buddismo, dell’induismo e dell’islam riflessi di quella verità che illumina tutti gli uomini, ciò non diminuisce il suo dovere e la sua determinazione a proclamare senza esitazioni Gesù Cristo, che è “la via, la verità e la vita”… il fatto che i seguaci di altre religioni possano ricevere la grazia di Dio ed essere salvati da Cristo indipendentemente dai mezzi ordinari che egli ha stabilito, non cancella affatto l’appello alla fede e al battesimo che Dio vuole per tutti i popoli». Cristo stesso, infatti, «inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo, ha confermato simultaneamente la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il battesimo come per una porta». Il pellegrino senza nome è dunque un cercatore della verità, cui Cristo ha scaldato il cuore aprendogli lo spiraglio di vita nuova; è uno che, nella porta aperta della locanda, ha incontrato una via. Riconosciamo allora meglio come nella tavola che si impone tra noi e i tre viandanti sia nascosta una mensa carica di promesse. I frutti sono quelli della Pasqua che tra poco i gesti del Risorto riveleranno. La locanda è dunque la Chiesa che è davvero una via necessaria all’uomo, una porta di salvezza aperta a tutti, non per un proselitismo interessato ma per l’umile certezza del bene incontrato e della storia meravigliosa ereditata: quella di un Dio che ama ogni uomo, desiderando che tutti siano salvati giungendo alla pienezza della verità.

suor Maria Gloria Riva, dicembre 2020