La mietitura (Luglio-Agosto 2019)

Pieter Bruegel il vecchio, La mietitura, 1565 (119 x 162 cm), olio su tavola, Metropolitan Museum of Art, New York (NY)
Il caldo, il sole, l’aria pesante gravano sul paesaggio. Bruegel vuole rappresentare i mesi estivi (in particolare agosto), quando ogni movimento è faticoso e il lavoro nei campi arduo. Bellezza e modernità sono le caratteristiche di quest’opera che si distacca totalmente dall’iconografia precedente sul medesimo tema. La maggior parte degli studiosi designa questo dipinto come il prototipo della pittura moderna e denuncia l’assenza di riferimenti religiosi a favore di un’attenzione disincantata alle attività umane. Può essere. Una tale posizione entra però in contrasto con il resto della produzione bruegeliana dei mesi dove, se da un lato il senso religioso è camuffato in scene apparentemente quotidiane, dall’altro un monito o un intento didattico-morale continua ad essere presente nell’intento dell’artista. Una serie di contrasti contribuisce a creare la sensazione statica e faticosa della calura estiva. Nel lato sinistra della tela, contadini sono impegnati nella mietitura. È la scena che dà il titolo all’opera. I mietitori, come le donne che raccolgono i covoni, sono colti mentre operano con movimenti lenti e affaticati; la loro attività, sia pure rallentata, contrasta con un paesaggio immobile e monocromatico che esaspera, appunto, la fatica. Il lato destro, invece, più cromaticamente vivace, vede in primo piano uomini e donne pressoché immobili, come vinti dalla stanchezza e abbandonati al sollievo della fortuita frescura. Stanno consumando un pasto, ma i gesti paiono bloccati in un «fermo immagine» eterno. Sotto l’albero centrale – un pero – un contadino riposa anticipando uno dei temi dell’albero della Cuccagna, opera dello stesso Bruegel. È proprio quest’uomo a offrirci la chiave di lettura di tutta l’opera. Mi piace leggere questa figura come una sorta di psicopompo che ci permette di passare da questo mondo all’altro. Il suo sonno è simbolo, infatti, del sonno eterno. Anche il sentiero che taglia a metà il campo di grano segna una divisione e quindi un passaggio fra due poli, due rive (questo mondo e l’altro). Un uomo sta uscendo dal sentiero e si dirige proprio verso il contadino addormentato. Sappiamo che in tutta la scrittura, ma particolarmente nell’Apocalisse, la mietitura e la raccolta del grano sono messe in relazione al giudizio finale. Gli alberi in evidenza, poi sono due. Uno in primo piano, come abbiamo già notato, è un pero. Lo riconosciamo anche per il fatto che la donna di spalle tiene alcune pere sul panno bianco e altri contadini le stanno consumando con del formaggio. Il secondo albero è sullo sfondo, più nascosto. Un contadino lo sta scuotendo perché possa regalare i suoi frutti agli affamati. Si tratta di un melo. Se i tronchi dei due alberi si fondono con il paesaggio giallo, le chiome si confondono con la radura verdeggiante, all’interno della quale scorgiamo due piccole chiese: una a destra nascosta fra gli alberi, e due a sinistra, dolcemente adagiate fra gli alberi e le colline. Esse si contrappongono al castello, che posto nel paesaggio dietro al carro di fieno, ne assimila il cromatismo. Nel giorno ultimo del giudizio tutto si fermerà e resteranno solo i gesti degli angeli mandati a vagliare le anime come il grano. Chi si è nutrito dell’albero del peccato, il melo, avrà bisogno di trovar riparo sotto un altro albero, quello dell’Incarnazione. Il riposo sotto l’albero del pero è, infatti, pieno di rimandi simbolici.
Il pero è un antico simbolo mariano: i suoi fiori bianchissimi simboleggiano la verginità della Madonna, mentre i suoi frutti, così facilmente assimilabili nella forma al corpo femminile quando è gravido, sono simbolo di fecondità. Anche il panno bianco indica il parto miracoloso della Vergine Madre, avvenuto senza spargimento di sangue. Così, i contadini che mangiano sotto il pero rappresentano quanti si sono nutriti del cibo del Messia, ovvero della sua Incarnazione. Un antico adagio recita così: al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere. Proprio di questo si nutre il gruppo a riposo, un cibo succulento e semplice insieme, rimando a quella promessa messianica in cui vino e latte saranno dispensati gratuitamente. L’albero del melo, invece, sta solitario. Un uomo è colto nell’atto di rubare mele dai suoi rami, un altro le sta raccogliendo frettolosamente da terra. Due gesti furtivi che, con la solitudine, rimandano all’esperienza del peccato. Anche le scene sullo sfondo mostrano il destino dell’uomo e l’esito dell’ultimo giorno. Un gruppo di bambini pratica, infatti, lo sport del sangue del gallo, gioco piuttosto sadico dove un gallo, legato e con possibilità ridotta di movimento, viene sistematicamente colpito con pietre mentre cerca di fuggire. Il gioco simboleggia l’accanimento dell’uomo contro l’uomo e contro le verità divine, in particolare la risurrezione della quale il gallo è simbolo. Dalla parte opposta, invece, uomini trovano sollievo bagnandosi nel laghetto, un rimando al battesimo che ci purifica dalle antiche attività ludiche peccaminose per restituirci alla grazia. I mesi della calura, con i ritmi rallentati e la temperatura infuocata, suggeriscono a Bruegel la meditazione sulla fine di tutte le cose e la necessità di trovare ristoro e nutrimento nei luoghi santi, che permangono freschi nell’ora della siccità, così come azzurri e ombrosi sono i tetti delle due chiese nel paesaggio. Il senso recondito del dipinto sembra dunque efficacemente rappresentato da un famoso testo del profeta Geremia (17,5-8): «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore si allontana il suo cuore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede; dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell’anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti».
suor Maria Gloria Riva

La raccolta del fieno e il giudizio divino (Giugno 2019)

Pieter Bruegel il vecchio, La raccolta del fieno, 1566 (117×161 cm), olio su tavola, Palazzo Labkowitz, Praga
Si potrebbe sicuramente gustare appieno la bellezza di quest’opera di Bruegel, se fosse collocata accanto alle altre. Benché sia l’unica senza firma e senza data, la fienagione appartiene al ciclo dei mesi e celebra i lavori tipici del mese di giugno – inizio luglio. I colori della natura, che vanno dal giallo oro del fieno, all’azzurrino dei profili montagnosi sullo sfondo, si integrano perfettamente con l’oro pieno de “la raccolta dell’orzo” (agosto) e i bruni grigi de “I Cacciatori nella neve”. Un uomo in primo piano affila la falce. Lo strumento, tipico della stagione estiva, atto alla mietitura e alla fienagione, era immancabile nella danza macabra. Ne aveva realizzata un pittore affine a Bruegel, Hieronimus Bosch col fine di ricordare all’uomo la sua natura mortale. Collocato nell’angolo sinistro della tela, l’uomo ha il compito, non solo di introdurci nel tema dei lavori del campo, ma anche di svelarci il senso recondito della scena descritta. Bruegel, a differenza di Bosch molto più “religioso”, era solito nascondere il tema sacro sotto spoglie quotidiane e contadine. Tra l’altro questo dipinto (1565) si colloca a pochi anni dalla morte dell’artista (1569). Una struttura di legno – una staccionata in procinto di cadere – dirige il nostro sguardo verso la scena che dà il titolo all’opera: uomini e donne raccolgono fieno su un carro, ormai colmo. Richiamando le parole del Battista all’inizio del Vangelo di Matteo: “la scure è alla radice”, ovvero siamo alla resa dei conti, i mietitori hanno raccolto il grano e l’hanno riposto nel granaio, mentre il fieno sta per essere dato in pasto agli animali. A differenza di altre opere bruegeliane qui si lavora con tranquillità: non c’è frenesia, né inquietudine o angoscia, le figure non sono caricaturali. Al contrario la bella stagione offre una sensazione di benessere, di bellezza e di pace. Ancora una volta il riferimento biblico è nascosto: “quando si dirà pace e sicurezza allora piomberà su di loro la rovina” (cfr. 1Tess 5,3). Bruegel visse in un tempo di grandi contrasti intestini fra cattolici e calvinisti e, un anno prima della sua morte, vi fu una rivolta da parte dell’area olandese protestante contro il dominio spagnolo degli Asburgo. Tali eventi segnarono profondamente l’animo dell’artista producendo un pessimismo che egli registrò puntualmente nelle sue opere. Qui fu quasi profetico nel denunciare la calma prima della tempesta e nel riflettere, misteriosamente conscio della sua fine, sull’imminente giudizio divino. Una scena principale denuncia il dramma.
Due gruppi di persone scelgono vie assolutamente diverse. Tre donne, una particolarmente bella per l’indagine solitamente caricaturale dell’artista, si dirigono verso il campo munite di rastrello. Esse rappresentano le tre età dell’umanità che vanno incontro al loro destino (la morte simboleggiata dall’uomo che affila la falce) in modi differenti. È proprio la più giovane, che s’attarda a guardare verso i due cesti carichi di frutta e verdura, a metterci in guardia: senza buone opere non si arriva a Dio.
Il contrasto fra fede e opere fu uno dei temi fondamentali della lotta fra cattolici e riformati. Altri cinque personaggi a piedi e uno a cavallo (tre uomini e tre donne) sono diretti dalla parte opposta carichi di frutti. Il sentiero che si snoda fra papaveri e fiordalisi (questi quasi scomparsi dalle nostre campagne) è segnato da una piccola edicola mariana. Era costume, prima di metter mano alla fienagione, raccomandarsi alla Vergine o a Cristo perché concedesse sole e tempo sereno. La pioggia, infatti, rovina completamente il fieno e getta i contadini nella carestia, non avendo di che alimentare gli animali durante i mesi rigidi dell’inverno. Dalla celletta votiva lo sguardo si perde all’orizzonte e mostra la benevolenza divina: il cielo è terso, l’orizzonte limpido e tutto lascia prevedere un tempo ottimo e un’essiccazione assicurata. Se tra le macchie erbose svetta il campanile di una bella chiesa, nella stessa direzione della celletta mariana, sopra una collina dorata, si erge un mulino a vento. Le pale sono ferme: il vento non porterà nuvole sgradite, ma nello stesso tempo si denuncia la pace prima della tempesta. Il mulino, nell’opera di Bruegel, rimanda all’idea del tempo e del Giudice divino che gira le sue pale e che macina solo il buon grano della fede, consegnando l’incredulità al fuoco. Altre scene riempiono l’orizzonte e occorre una buona osservazione per vederle. Vicino a un pozzo, un pastore guida il gregge al pascolo (è Cristo, il buon Pastore che non cessa di pascere i suoi a dispetto delle avversità), mentre più in fondo oltre le case ecco in un villaggio donne e bambini all’aperto, godendo della bella stagione. Sono loro il popolo di Dio, il gregge che vive fiducioso della cura del Pastore e, benché non se ne abbia notizia, questo dipinto sembra registrare un’inclinazione cattolica dell’artista considerato affine alla fede calvinista.
suor Maria Gloria Riva

Il Banchetto nuziale (Maggio 2019)

Pieter Bruegel il vecchio, Il Banchetto nuziale, 1568 circa (114×164 cm), olio su tavola, Kunsthistorisches Museum, Vienna
Maggio è il mese di Maria, ma anche il mese privilegiato dei matrimoni. Il lavoro grosso nei campi iniziava verso la fine del mese, perciò la devozione contadina, trovava all’inizio di maggio il periodo più conveniente per le feste di nozze. Bruegel ci permette di entrare indisturbati dentro un grosso fienile, ancora sgombro del fieno (che vede da giugno o massimo dalla fine di maggio il primo taglio), ove si svolge un banchetto nuziale. Non è una sala occasionale: lungo la parete centrale, sopra un dossale di legno sono affisse alcune icone mariane e locandine con lunari e bollettini di guerra. I tempi sono difficili: la Riforma, che crea spaccature e conflitti tra la gente e le truppe spagnole del Duca d’Alba, ha gettato i borghi nel terrore. Qui però si respira sicurezza tant’è che la gente si accalca alla porta, volendo entrare. Nei villaggi poveri, dove la fame era di casa, l’occasione per mangiare un buon pasto gratuito non era certo da perdersi. Il freddo poi, che nella stagione primaverile a tratti si fa ancora sentire, rende un buon piatto caldo assai gradito. Lo stipite della porta d’ingresso disegna una grande croce e sopra s’intravvede, dentro una piccola botte, un piccione, riferimento a quella Pentecoste che, cadendo spesso in maggio, assicura ai cristiani in generale, ma agli sposi in particolare, assistenza e consolazione. Perché siano letti correttamente questi simboli nascosti l’artista lascia cadere distrattamente in primo piano una piuma di pavone, simbolo questa volta di risurrezione. Insomma sono le ultime battute del tempo pasquale e il banchetto umano è occasione di rimando a un banchetto più grande, quello promesso dal Salvatore. Ogni nuova unione evoca le nozze di Cana, dove il vero sposo è Gesù e la Sposa è la Chiesa, identificata dalla fede nella Vergine Maria. Così, come nelle Madonne d’oltralpe, la sposa ha dietro alle spalle un pallio verde e, quasi separata dallo svolgimento festoso in atto, resta serena e tutta presa dalla sua interiorità. Appesa al pallio ecco una corona rudimentale di carta, che rileva la povertà della famiglia coinvolta nelle nozze. Accanto alla sposa ci sono i genitori impegnati a far gli onori di casa. Il padre sembra avere davanti la brocca dell’acqua e guarda in direzione di chi sta mescendo della buona birra. Lo sposo, come vuole la tradizione fiamminga, serve a tavola ed è probabilmente l’uomo ben abbigliato, in abito verde come la sposa, che sta riempiendo le brocche di lambic, una birra di frumento a fermentazione naturale. Qualcuno riconosce piuttosto lo sposo nell’uomo col berretto rosso che, seduto a tavola, sta servendo le portate ai commensali. In realtà a ben guardare l’uomo in abito verde ha la stessa espressione, serena ma enigmatica, della sposa. Tra i due, passa un’intesa che va oltre gli elementi in scena e si colloca su un altro piano. La stessa birra rievoca Santa Brigida d’Irlanda (patrona del Belgio) la quale viene celebrata nel Breviario di Aberdeeen, come colei che: spillò birra da un solo barile per diciotto chiese, in quantità tale che bastò dal Giovedì Santo alla fine del tempo pasquale.
Il piatto servito è pure discusso. Per qualcuno è polenta, cibo povero che accompagnava però egregiamente tutti i banchetti degni di questo nome, simbolo di amicizia e di condivisione. La polenta riempiendo molto si prestava a essere frazionata. Per altri è una sorta di focaccia di mais servita con formaggio fuso (lo si evince dal vassoio introdotto dall’uomo che entra nella porta d’ingresso principale). In ogni caso di mais si tratta, di un preparato, cioè, che vede nei semi pestati e ridotti a farina un simbolo eucaristico di unità. I due inservienti (forse due convitati volonterosi a giudicare dai copricapi) recano le portate sopra una rudimentale tavola di legno, ossia una vecchia porta. I due suonatori di cornamusa hanno smesso di suonare e, uno dei due, guarda verso un punto imprecisato. Seguendo quello sguardo vediamo un uomo riccamente abbigliato accanto a un frate e a un cane. L’uomo, in cui si riconosce lo stesso artista, siede sopra una botte di vino e si sta confessando. Il cane invece annusa qualche residuo di cibo abbandonato sulla panca. Sono altri elementi che ci portano verso una lettura simbolica di una scena di costume. Non si tratta quindi di mera pittura di genere ma anche di un insegnamento religioso e morale. Brueghel il vecchio ci esorta a non abbandonarsi ai bagordi e agli istinti: nel clima della festa ci deve sempre essere un rimando alla gioia eterna. Proprio come la sposa che nel suo discreto rimando alla Vergine educa il popolo a salvarsi l’anima (la confessione), per godere pienamente di quel cibo spirituale (l’Eucaristia), il quale permette di entrare nella vera festa eterna (la risurrezione).
Suor Gloria Riva

La gazza e la forca (Aprile 2019)

Pieter Bruegel il vecchio, La gazza sulla forca, 1568 (45,9×50,8 cm), olio su tavola, Hessiches Landesmuseum, Darmstadt, Germania
Aprile è uno dei dipinti che manca all’appello nella carrellata brugheliana dei mesi. Questa tela, tuttavia, per la sua aria primaverile e, soprattutto per la presenza delle gazze ladre, che proprio in aprile sviluppano maggiormente la loro nidificazione, può egregiamente sostituire il mese mancante. La foschia, che a malapena permette di scorgere i rilievi, lascia intendere come ancora le piogge di marzo abbiano lasciato residui nell’aria e, benché la temperatura sia salita e il sole irradi con la sua forza la campagna, l’umidità permane nella terra ed evaporando sale. Il dipinto prende l’avvio proprio da un evento occorso nella primavera del 1567: Fernando Álvarez de Toledo, III duca di Alba, arrivò nei paesi Bassi con settantamila uomini armati per fermare l’adesione al Calvinismo. I fatti che occorsero da quel momento in poi spinsero Bruegel, un anno dopo, a dipingere quest’opera. Secondo Karel van Mander, grande studioso di Pieter Bruegel il vecchio, questo dipinto è rimasto presso l’artista fino alla fine dei suoi giorni e lo lasciò alla moglie proprio come un tacito testamento. Il monito nascosto in esso è grave e amaro e non è improbabile che di un tale monito l’artista abbia avuto esperienza diretta. Egli, infatti, dipinse la pica (ovvero la gazza) sul patibolo per ammonire le malelingue, le quali sono degne della forca.
L’artista aveva disegnato parecchie simbologie simili, piccanti e amare, qualcuna la fece persino distruggere, temendo che i parenti, dopo la sua morte, potessero aver grane. Il mese di aprile, così spesso legato alla Pasqua e agli eventi della settimana santa, ben si presta, del resto, a un profondo esame di coscienza su ciò che davvero porta alla morte. Non a caso, in un’altra opera che potrebbe essere ambientata in aprile, la salita al Calvario, Bruegel accanto a un corteo di morte che si avvia verso la collina delle croci, pone il palo della tortura, quasi a sottolineare due morti diverse: quella di una condanna senza speranza e quella del Condannato Gesù, la cui morte salva e libera. La vicenda di Cristo echeggia anche in un antico detto cui il dipinto della Gazza sulla forca s’ispira: mandare qualcuno al capestro con le chiacchiere. Furono chiacchiere, o meglio, malelingue gratuite e parole infondate, a permettere la condanna del Figlio di Dio. Di fronte ad esse Cristo ci aveva messo in guardia nel suo Vangelo: «Io vi dico che di ogni parola infondata che avranno detta, gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio» (Mt 12,36). Un corteo sale danzando a suon di cornamusa, forse per la consacrazione di una chiesa oppure per i festeggiamenti d’inizio d’anno che al tempo di Bruegel cadeva il 1° aprile.
Siamo, infatti, nel 1568 e l’applicazione del calendario gregoriano, che sposterà al 1° gennaio l’inizio dell’anno, avverrà 20 anni più tardi (1582). Tuttavia quella danza sfrenata che si avvicina pericolosamente al patibolo, sotto gli occhi di due personaggi, sembra proprio stigmatizzare la facilità (e quasi il gioco) con cui le calunnie e le dicerie mandano persone ignare al patibolo. Le due gazze, una sul patibolo e l’altra ai piedi dello stesso, sembrano consapevoli del dramma e in attesa di un esito già noto. Non a caso vicino alla forca si trova una croce, quasi a ricordare la sepoltura di uno dei tanti condannati; la croce poi, guarda verso il mulino con la sua pala che gira instancabilmente e il mugnaio che macina il suo grano. Un tema caro a Bruegel che, già presente nella tela Salita al Calvario, rimanda all’inesorabile resa dei conti della vita. Quante volte si fa esperienza di trovarsi isolati e soli, di avvertire un’improvvisa presa di distanza da parte degli altri senza che se ne conosca la ragione? Quante volte battute amare che stigmatizzano un difetto vero e presunto vanno al cuore? La spada uccide tante persone, ma ne uccide più la lingua che la spada, ammonisce il libro del Siracide (Sir 28,18) e Giacomo nella sua lettera rincara la dose: La lingua è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! (Gc 3,5-10). E se questo valeva per i primi cristiani, valse per i contemporanei di Bruegel e vale certo anche per noi. Non solo, se questo vale per gli alterchi tra familiari o amici, vale anche nelle lotte fra gli Stati: la lingua è anche focolaio di persecuzioni; le dicerie e i luoghi comuni possono avere effetti devastanti sulle folle esasperate. Due poli contrastanti segnano i termini della riflessione bruegheliana: un paesaggio vastissimo e mozzafiato, colmo di serenità si estende all’orizzonte mentre in primissimo piano, nell’angolo sinistro, un uomo è ironicamente colto mentre sta espletando i suoi bisogni corporali. L’infinito e la miseria umana, la croce e la risurrezione. L’uomo chiamato da Dio a essere a sua immagine imbruttisce talora per cose meschine. La Pasqua che fa di un patibolo un luogo di salvezza diventa monito, davvero, a superare le piccinerie e a puntare cuore e sguardo alle cose grandi che Dio ha già tenuto in serbo per noi.
suor Maria Gloria Riva

La giornata buia e la tempesta in arrivo (Marzo 2019)

Pieter Bruegel il vecchio, La giornata buia, all’inizio di primavera, 1565 (117×162 cm), olio su pannello, Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria
S’ intitola La giornata buia, ma a quale mese si riferisca difficile dirlo. Le ipotesi sono diverse. Certo è che in questa tela si ritraggono i primi mesi dell’anno. Alcuni elementi indurrebbero a collocare il paesaggio fra i mesi di febbraio-marzo. Marzo pazzerello guarda il sole apri l’ombrello: piogge torrenziali e venti improvvisi caratterizzano il mese di marzo, dove le giornate buie tendono a schiarirsi, ma il tempo incerto lascia sempre in imbarazzo sul da farsi e su come vestirsi. In primo piano una coppia sembra godere degli ultimi bagordi del Carnevale prima di addentrarsi nell’austerità della Quaresima. La donna tiene per mano un bambino mascherato che porta una lampada spenta. Le giornate più corte dell’anno sono ormai alle spalle, così pure il periodo del Natale, che si chiude definitivamente con la festa della Candelora (il 2 febbraio). Il bambino, infatti, è agghindato con la corona di carta dei Magi quasi a rievocare le feste natalizie terminate e l’oscurità del mese di gennaio. l’uomo, da par suo, mangia le ultime cialde carnevalesche e barcolla sotto i fumi dell’alcol. Non è il solo. Nella parte sinistra della tela, ecco un altro uomo ubriaco che, preso per mano da una donna e un bambino (moglie e figlio?), è accompagnato a una locanda significativamente denominata «Sotto le stelle». Un secondo uomo brillo appoggia la testa contro il muro, guardato con ironia dal violinista che ha terminato il suo lavoro. La quaresima non poneva fine solo ai bagordi e alle ubriachezze, ma anche la musica abbassava i toni e ogni strumento era vietato. Si entra, con marzo, nel grande silenzio dei quaranta giorni che preparano alla Pasqua. In forte contrasto le scene goliardiche c’è l’alacre sollecitudine di chi non perde tempo. Uomini e donne in primo piano approfittano del tempo buono per potare le piante e raccogliere dell’altra legna al fine di superare gli ultimi freddi dell’anno. Un altro uomo in cima a una lunga scala a pioli, là in mezzo al villaggio, si appresta a riparare il tetto rovinato dalle nevicate. Si coglie il lavoro frettoloso perché, come sempre dice il proverbio, l’acqua di marzo è peggio delle macchie ne’ vestiti, sopraggiunge in fretta ed è violenta. In effetti si prepara la bufera e, si sa, il vento di marzo non termina presto. Le acque del fiume si sono ingrossate e alcune imbarcazioni già rovinano nell’acqua gelida. Le montagne sono piene di neve e in mezzo allo stato brullo della campagna brillano alcuni bianchi improvvisi come il solaio della casa in primo piano, la cuffia della donna che raccoglie legna e i grossi sacchi sui due carri. Anche il cielo plumbeo è illuminato da un uccello bianchissimo, probabilmente un gabbiano. L’insegnamento sotteso è chiaro: viene sempre nella vita il momento della tribolazione. Occorre vigilare e star preparati. Appesantirsi nelle ubriachezze e in abitudini sregolate impoverisce anche il senso della gioia e del godimento che sono elementi importanti nella vita dell’uomo. Gli uomini che lavorano e si prendono cura delle loro case, sono il segno di una umanità che si preoccupa del futuro, non quello penultimo, ma quello ultimo e definitivo. Gli alberi caduti, le barche semi inghiottite dall’acqua, il tetto rotto della casa accanto ai carri, raccontano l’abbattersi improvviso della tempesta che non può essere fermata, né preventivata. Viene alla mente San Paolo: quando si dirà «pace e sicurezza», ecco allora d’improvviso la rovina (1Tess 5,3). D’altro canto c’è chi si affida alla luce divina, una luce bianchissima come quella dell’uccello in volo, rimando a quello Spirito invisibile ma presente, che guida la storia. Sono gli accorti, i parsimoniosi, sono quelli che, fedeli agli insegnamenti ricevuti, svolgono il loro lavoro di routine. Bruegel invita i suoi contemporanei a tenere in considerazione i proverbi e le buone abitudini dei contadini, quelle antiche, che nella loro semplicità possono salvare la vita. Tra queste la quaresima, un tempo che la Chiesa raccomanda proprio per allenare lo Spirito, senza dare tutto per scontato ma considerando invece la necessità di prepararsi perché, presto o tardi, la Pasqua arriva con i suoi chiaroscuri. Il monito vale anche per il nostro tempo: anche noi, che contadini non lo siamo più o lo siamo raramente, abbiamo da considerare l’arrivo della croce tribolazione per gli impreparati, ma, per chi è fedele, risurrezione e gioia vera.
suor Maria Gloria Riva