L’abbraccio tra fede e bellezza (Dicembre 2018)

Raffaello Sanzio, Disputa del Sacramento, affresco (cm 500×770), Musei Vaticani, Città del Vaticano
Nel primo atto creativo di Dio già compare la bellezza. «E Dio vide che era cosa buona» (Gn 1,4.10.12.18.21.25.31) è un ritornello che scandisce ogni giorno della creazione e sigilla l’opera divina in un «più in là» che troverà il suo compimento solo nell’eternità. Dio vide che ogni cosa era buona, cioè «tov» in ebraico, e «kalos» in greco. In entrambe le lingue sacre, quel buono è anche bello ed è implicitamente corrispondente al vero. Così mentre la terra schiudeva i suoi occhi alla luce sottraendosi al Caos grazie all’Ordine divino, ecco che le fu impresso, come orma divina, proprio il sigillo della bellezza. In un altro Principio, quello narrato da Giovanni nel suo Prologo, un raggio della bellezza divina ci fu partecipato grazie alla misteriosa Incarnazione della seconda Persona della Trinità. È proprio a questo punto della storia della salvezza che quell’antica promessa di Bellezza diventa realtà e che quel grido uscito dal cuore divino, quando tutto era «tov», si manifesta pienamente offrendosi, sotto il velo della carne, alla contemplazione dell’uomo. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui (il Verbo), e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). Così fede e bellezza, contemplazione e desiderio profondo di corrispondenza con la vocazione originaria, che è il motore stesso della fede, sono intrecciate fin dall’origine dell’esperienza umana. Forse la proibizione a realizzare immagini, propria del primo testamento e del giudaismo, aveva lo scopo primario di ricordare che la bellezza era celata nell’opera creatrice di Dio e che solo per rivelazione divina l’uomo poteva tornare a disporne e ad appropriarsene. Questa rivelazione giunse e fu chiara in quell’«ora» cui Gesù Cristo anelò tutta la vita. L’iconodulia, infatti, inizia sul Calvario laddove la Veronica, spinta da un gesto di amorosa pietà, deterge il volto del Cristo con il suo velo. L’immagine che vi resta impressa è la prima rivelazione visiva del Mistero. Anche Charles Peguy stigmatizzò quest’attimo descrivendo la Veronica come una ragazzetta da nulla capace, col suo fazzoletto, di cogliere una traccia eterna. Qui è la radice dell’arte cristiana, ma in particolare dell’arte orientale che è per eccellenza teofania del Mistero, rivelarsi gratuito e solenne di Dio all’uomo. Sotto l’albero della croce, la Madre, Giovanni e le pie donne non ricevettero soltanto la sorgente della vita sacramentale ma ebbero in dono l’accesso alla bellezza. Una tale acquisizione non fu né facile, né scontata, se pensiamo che tra le pagine più difficili della storia della Chiesa ci fu, appunto, quella della lotta iconoclasta. Anche l’arte fu vilipesa e crocefissa, specie quella che trova la sua radice in un fatto inusitato: l’eterno si è reso presente e l’insondabile bellezza del Verbo si è fatta misurabile. Così l’arte delle icone esprime in modo diretto il nodo di congiunzione fra fede e bellezza, fra arte e Mistero. È noto, infatti, che l’icona si scrive, è un trattato di teologia per immagini il cui dispiegarsi sfugge alle mani dello stesso autore. E basterebbe far passare la vita del Grande Andrej Rublëv per rendersene conto. Certo il cammino dell’arte cristiana fu lungo e in occidente, approssimandosi l’umanesimo cristiano, si avvertì il desiderio di fissare lo sguardo sul Mistero dell’Incarnazione. Cristo è presente qui e ora, nell’uomo e nella cultura di ogni tempo. Dunque, ci si allontanò progressivamente dalle rigide soluzioni formali, rigide perché severamente teologiche, dell’arte orientale per inverare il Mistero nelle forme e nei luoghi in cui quello stesso Mistero era contemplato. Così da Duccio di Buoninsegna, che immerse con la sua Maestà la vita di Cristo e di Maria nella cornice storica di Siena, fino a Raffaello, che nella sua Disputa del Santissimo Sacramento ritrasse i personaggi più famosi o autorevoli dell’epoca nei panni dei Santi, l’arte declina il Vangelo, educando gli uomini ad “incarnare” la fede. La domanda sul rapporto tra fede e bellezza non sarebbe mai sorta tra medioevo e rinascenza, tuttavia, quando si venne a deteriorare quel rapporto (a volte conflittuale ma sempre fecondo) fra Chiesa e artisti, ecco iniziare un declino del quale ancora non abbiamo conosciuto l’arresto. Lo straordinario teologo Huns von Balthasar stigmatizzava così l’epoca moderna che, allontanandosi a grandi passi dalla bellezza si è allontanata anche dalla fede: La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare (H. U. von Balthasar, Gloria, Jaca Book, Milano, 1985, vol. I, p. 10). Così sorge, con il Principe Puskin di Dostoeveskij la famosa domanda: Quale Bellezza salverà il mondo? Una domanda che, non va dimenticato, scaturisce dalla contemplazione del Cristo di Holbein: un corpo già in decomposizione, lontanissimo dal fatto impensabile della Risurrezione. Una domanda che rimane per molti un enigma, qualcosa che inspiegabilmente attrae, ma non trasforma perché non diventa un incontro. Solo nell’incontro, infatti, fede e bellezza torneranno a stringersi in un abbraccio. La principale frattura che ha determinato lo scollamento fra fede e bellezza fu l’individualismo dell’arte del Novecento. Scomparsi i grandi committenti cristiani, terminata la pagina dei vedutisti o della ritrattistica di nobili e imperatori fra Sette e Ottocento, ecco che le scoperte della tecnica (e in particolare l’avvento della fotografia), costrinsero l’arte a ritagliarsi un angolo tutto suo.
Non più in dialogo con la committenza, l’artista incominciò a dipingere liberamente dando sfogo alla propria percezione, andando poi a cercare chi potesse apprezzare la sua opera. La solitudine dell’artista è la solitudine dell’arte. Lo aveva compreso pienamente Paolo VI nel suo messaggio agli artisti a chiusura del Concilio Vaticano II: «Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi… Non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda!… Ricordatevi che siete custodi della bellezza nel mondo. Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione». Forse il degrado cui si assiste nel panorama artistico mondiale (riconosciuto dagli stessi non credenti) mette a nudo davvero questo: senza fede non c’è bellezza e senza bellezza non c’è fede.
suor Maria Gloria Riva

Beati i perseguitati a causa della giustizia (Novembre 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele (1938 ca.). Part. de “Beati i perseguitati a causa della giustizia”
La beatitudine per il giusto perseguitato si apre nel nostro mosaico pavimentale con la figura di Davide. Davide per la sua umanità, per il suo impasto tra una rettitudine di cuore e una fragilità che lo ha condotto più volte al peccato, è caro a tutta la tradizione giudaico-cristiana. La figura di Davide condensa in sé caratteristiche di eroicità, capaci di renderlo figura del Messia, ed errori che lo assimilano piuttosto a Pietro, scelto nonostante sé. Qui Davide campeggia al centro del medaglione musivo con le vesti tipiche del pastore. Tre pecore riposano indisturbate in mezzo a pascoli ubertosi. Nessun accenno alla sua vocazione di re di Israele e alle persecuzioni ricevute, nel corso della sua vita, da coloro che lo invidiavano. Un’allusione alla regalità di Davide era contenuta nel mosaico destinato al profeta Samuele che aveva riconosciuto e unto Davide come re del popolo perché «il Signore non guarda l’apparenza, guarda il cuore». Non fa meraviglia dunque che qui si voglia porre l’accento sulla condizione di pastore. Davide impugna la sola fionda, è scevro da ogni orpello di guerra. Nel combattimento contro Golia, Saul volle dotarlo di armatura, scudo e lancia, ma Davide non avvezzo alla guerra, scelse di essere sé stesso e andare contro al nemico con la sua sola e vera identità. «Non difendo forse le mie pecore dall’orso con la mia fionda?» fu la risposta di Davide a Saul. «Il Signore, che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell’orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo (Primo libro di Samuele 17,36-37). Il Signore fu veramente con Davide che rivela qui la sua integrità di cuore. Il versetto del Salmo 18, citato nel mosaico solo in parte, esprime questa fede salda: Oppugnaverunt me in die afflictionis meae, et factus est Dominus fulcimentum meum; ovvero: Mi assalirono nel giorno di sventura, ma il Signore fu mio sostegno. Davide non confidò nei mezzi umani ma nella volontà e nell’aiuto di Dio. Questa è la prima caratteristica del perseguitato a causa della giustizia: Davide fu perseguitato per la rettitudine del cuore. Da Davide il nostro autore ci fa passare a Giovanni il Battista, ultimo fra i profeti dell’Antico Testamento, primo del Nuovo. Anche il Battista campeggia in mezzo al mosaico, ma non ha altri riferimenti che il deserto e il suo nome. «Nessuno – ebbe a dire Gesù – fu più grande di Giovanni il Battista eppure il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di Lui» (Mt 11,11). Gesù afferma così la superiorità di quanti vivranno durante e dopo gli eventi salvifici della sua passione, morte e risurrezione, identificati come il Regno dei cieli. Sappiamo dalla narrazione evangelica che il Battista fu creduto il Messia da tutti, anche da quelli che poi diventarono discepoli di Gesù, tuttavia Egli mai sfruttò a suo vantaggio gli equivoci, restando saldo nella sua missione di precursore della Verità e della Giustizia. E questo, in definitiva, fu anche il motivo del suo martirio. La sua voce infastidiva e, nel medesimo tempo, affascinava. Tutto il movimento persecutorio che si scatenò verso di lui trovò la sua punta di diamante nell’opposizione a Erode Antipa. Anche costui, nella sua debolezza, da un lato non sopportava la parola severa e chiara del Battista ma dall’altro ne restava rapito e si fermava ad ascoltarlo volentieri, come dice il testo biblico (Mc 6,20). In tale frangente il Battista adempi ogni giustizia avendo a cuore la salvezza dell’anima di Erode e di Erodiade, sua amante. L’accusa pubblica dell’adulterio dei due sovrani fu la causa della sua condanna a morte. Il Battista rese onore alla Verità e alla Giustizia, unendo nella sua persona l’obbedienza all’Alleanza di Mosè e all’Alleanza Nuova in Cristo. Egli fu perseguitato, dunque per la rettitudine della fede.
Il testimone dei perseguitati nella storia della Chiesa è san Giustino, un padre della Chiesa forse tra i più dimenticati. Giustino si dichiarava samaritano, ma il nome del padre (Prisco, figlio di Baccheio) tradisce origini latine. Educato al paganesimo si dimostrò fin da piccolo assetato di verità. Il suo percorso filosofico passò dalla scuola dei peripatetici, ai pitagorici dove lo studio della musica dell’astronomia e della filosofia, non compiva pienamente il suo anelito alla verità. Approdato alla scuola platonica, gli parve di intravvedere quella verità che andava cercando. Si ritirò in solitudine pensando di raggiungere così la visione di Dio. In questo deserto fece un incontro illuminante. Un anziano anacoreta lo convinse che la filosofia non poteva raggiungere con lo sforzo umano ciò che essa stessa non conosceva, mentre la strada migliore per giungere a Dio era quella che Dio stesso aveva percorso per rivelarsi. Iniziò, allora, lo studio dell’Antico Testamento e dei profeti mediante il quale approdò alla conoscenza intima e personale di Gesù Cristo. Mise allora tutta la sua sapienza a servizio della Chiesa e dei suoi membri in quel momento perseguitati e coperti di calunnie. Fu proprio confutando le tesi di Crescenzio, filosofo molto potente a Roma, che si attirò una persecuzione violenta. Giustino, infatti, difendeva i cristiani da numerosi luoghi comuni. Morì decapitato con altri suoi sei discepoli. Nell’elenco dei perseguitati per la giustizia Giustino figura dunque come colui che è perseguitato per la difesa della Chiesa e dei suoi figli. In questo modo il martirio di Giustino chiude in bellezza, potremmo dire, la carrellata dei testimoni delle Beatitudini.
Suor Gloria Riva
Monache dell’Adorazione Eucaristica Pietrarubbia

Beati gli operatori di pace (Ottobre 2018)

Immagine: Mosaico della pavimentazione antistante la Basilica delle Beatitudini, nei pressi di Tabga, Galilea, Israele (1938 ca.) Part. de “ Beati i pacifici”.

Melchisedec re di Salem appare sulla scena biblica in modo misterioso, senza patria e senza genealogia. Appare nella vita di Abramo dopo che questi ebbe riportato vittoria contro gli elamiti e i loro alleati; è re, ma si presenta come Sacerdote del Dio Altissimo e offre all’altare pane e vino. Il grande patriarca gli rende omaggio versandogli la decima del bottino.
Da questi brevi accenni si può comprendere come questo passo della Genesi rappresenti una delle radici del Mistero di Cristo, della sua Incarnazione, della sua regalità e della qualità diversa del suo sacerdozio rispetto a quello dell’antica economia. Melchisedec, il cui nome significa re di Giustizia, è anche re di Salem, ovvero di re di pace, pertanto la Chiesa delle origini, come i padri della Chiesa, videro in lui l’anticipata apparizione del Messia, Principe della Pace e sacerdote di una Alleanza nuova. Nel girale dedicato ai pacifici Melchisedec è il primo testimone e si presenta mentre offre a Dio il sacrificio del Pane.
Il pane dell’offerta era la forma incruenta del sacrificio, un’oblazione pacifica in cui non vi era (a differenza degli olocausti o dei sacrifici di comunione) spargimento di sangue. Il nostro mosaicista non manca di citare un passo della lettera agli ebrei dove appunto si specifica che l’essere re di Salem significa essere re di pace: «E Abramo diede a lui la decima di ogni cosa. Egli è anzitutto, traducendo il suo nome, Re di giustizia; e poi anche re di Salem, vale a dire Re di pace.» (Eb. 7:2) Il termine ebraico Salem può essere tradotto anche come «esser salvo, essere integro». In tal senso, il misterioso re e sacerdote incontrato da Abramo è veramente Pacifico. Non è solamente re della Pace, ma ha anche in sé la salvezza e l’integrità che conducono alla Pace. Così Melchisedec rimanda a Cristo che, non solo fu Principe della Pace ma, avendo in sé la sorgente della salvezza e l’assoluta obbedienza al Padre, fu egli stesso Pace facendo dei due un popolo solo, distruggendo in se stesso l’inimicizia voluta dal maligno e aprendo non solo agli ebrei, ma a tutti gli uomini la salvezza.
La beatitudine dunque viene immediatamente orientata a Cristo. Le beatitudini sono, di fatto, l’identikit di Gesù e questa in particolare rimanda all’unico che veramente ha visto Dio e dunque lo può comunicare agli uomini: Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio di Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere (Gv 1:18).

Diventa chiaro allora come, quale testimone dei pacifici del Nuovo Testamento, sia presentato l’apostolo Paolo. Benché non risulti dagli Atti e dalle sue lettere che egli avesse un carattere particolarmente mite, Paolo fu un grande pacificatore. Egli, infatti, si adoperò in tutta sapienza per fare dei due un popolo solo, aprendo anche ai Pagani la porta della salvezza. Non a caso è ritratto in primo piano mentre reca con sé la spada. Quel suo attributo rimanda, da un lato al momento della conversione; quando cioè, orientato a uccidere i seguaci di Cristo, vide Gesù sulla via di Damasco e divenne appunto, uomo di pace. Dall’altro, alla spada della sua parola capace di esortare, correggere e convertire a Cristo. Fu però quando vide Dio che Saulo (il futuro Paolo) comprese l’opera della Pace che doveva servire. Sulla via di Damasco egli comprese l’unità profonda tra Cristo e la Chiesa perché Gesù si presentò a lui come luce abbagliante e gli disse: perché mi perseguiti? Saulo, a quanto sappiamo, non aveva mai conosciuto Cristo, ma ugualmente lo perseguitava nelle sue membra, cioè nella Chiesa. All’apostolo Paolo accadde, dunque, un movimento contrario: vide Dio e quindi diventò uomo di pace. Il contesto della lettera ai Romani in cui è inserita la frase del mosaico è quello del regno di Dio che non è frutto di cibo o di bevanda ma è giustizia, pace e gioia nello spirito Santo. Pertanto Paolo è un testimone autorevole spingendo i suoi, come appunto recita la scritta latina, a dedicarsi: alle opere della pace e alla edificazione vicendevole (Rm 14,19).

Nella Chiesa si dedicò alla vera edificazione e alla pace Santa Caterina da Siena. Questa donna umile, analfabeta e totalmente consegnata all’amore di Dio, rivelò una forza, un’intelligenza e una determinazione nel bene senza precedenti.
Nel mosaico è fotografata in ginocchio davanti al Pontefice: Caterina visse in un clima d’instabilità totale dove antipapi e papi confondevano gli animi determinando schieramenti che rischiarono di spaccare in due la santa Chiesa. Se ciò non avvenne lo si deve anche alla mistica senese. Santa Caterina si adoperò per portare la pace in Italia, per restituire i luoghi santi al culto Cristiano attraverso le crociate e, soprattutto, per far tornare il Papa a Roma. Dopo che Gregorio XI, residente ad Avignone, fece ritorno alla sede Pontificia le toccò, alla morte di quest’ultimo, affrontare anni di lotte fra papa e antipapa. In tale periodo la Santa non esitò a rivolgersi al Pontefice con toni forti e appassionati, dai quali emerge il grande amore per il magistero Petrino e la sua importanza vitale per la Chiesa, nonché la sua profonda fede e l’adesione alla verità, sopportando le critiche che tutto ciò le procurò. Caterina, insomma, seppe vedere Dio nella presenza dei vicari di Cristo anche quando attorno a questi regnava la confusione e l’equivoco. Forse la sua opera di pace, è ancora oggi esemplare e di grande attualità.
suor Maria Gloria Riva – Pietrarubbia

Beati i puri di cuore (Settembre 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele (1938 ca.). Part. dei “Beati i puri di cuore”
La sesta beatitudine costituisce il cuore dell’elenco delle beatitudini, non tanto per la sua posizione, quanto per il suo significato biblico. Il cuore, nella Bibbia, è la sede delle decisioni, dei pensieri che spingono all’azione, più che dei sentimenti. La parola cuore sta alla radice della tribù sacerdotale, quella di Levi (Lev, infatti, vuol dire cuore). Risuona nei salmi il termine asher lev, ovvero i retti di cuore che Dio ama in modo particolare. Così i puri di cuore sono asher lev, sono coloro che hanno innato il senso della giustizia, che posseggono una sapienza del cuore, capace, appunto, di vedere bene laddove gli uomini, anche i migliori, non vedono. Primo testimone di questa beatitudine è Samuele, il cui ritratto nel mosaico tenta di abbracciare tutta la vita del profeta. La scritta si riferisce, infatti, a Samuele bambino: «Dominus erat cum eo», ovvero: «Samuele intanto cresceva e il Signore era con lui e non lasciò andare a vuoto nessuna delle sue parole» (1 Sam 3:19). Anna, madre di Samuele, era sterile e si recò al tempio per implorare il dono della fecondità. Il sacerdote Eli non comprese il suo dolore e, vedendola barcollare nella preghiera, l’apostrofò ritenendola ubriaca. Quando però Anna espose il suo dolore, Eli si accorse della santità della donna e gli predisse la nascita di Samuele. Dopo la nascita del figlio Anna cantò uno dei cantici più belli della Bibbia, fonte di ispirazione del Magnificat di Maria. Dopo lo svezzamento Samuele fu condotto al tempio e affidato alle cure di Eli. Per tre volte il Signore lo chiamò, ma egli non comprese fino a che lo stesso Eli lo istruì circa il modo di rispondere a Dio. Qui si colloca la frase presa dal capitolo 3. I puri di cuore sono dunque anzitutto quelli che obbediscono, riconoscendo la voce del Signore anche dentro circostanze difficili o la parola di persone fragili. Eli, infatti, non è presentato dalla Scrittura come un sacerdote modello, i suoi figli saranno indegni di succedergli quali giudici del popolo. Sarà invece Samuele a occupare quel posto. Se la frase latina si riferisce al profeta giovinetto, il mosaico lo rappresenta adulto con una corona sul capo e un corno in mano mentre versa dell’olio. Durante il suo mandato di giudice di Israele Samuele fu costretto a introdurre la monarchia e, dopo aver unto Saul, figlio di Kis, uomo bello e dalla statura imponente, si rese conto di quanto il cuore di Saul non fosse puro. Fu quindi inviato dal Signore alla famiglia di Jesse per scegliere uno dei suoi figli. Nessuno di quelli che Jesse presentava a Samuele (e che possedevano il physique du rôle per diventare re e guerrieri), era idoneo a essere unto re. Finalmente fu chiamato Davide, il più piccolo, avvezzo ai pascoli, suonatore d’arpa e dall’aspetto femmineo. Di fronte alla meraviglia di Jesse, che mai avrebbe scelto quel figlio, Samuele rispose: «l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore». Uomo secondo il cuore di Dio e della stessa famiglia di Davide, perciò candidato al trono, fu Giuseppe di Nazaret. È costui, secondo il nostro autore, a incarnare – nel Nuovo Testamento – la beatitudine della purezza del cuore. San Giuseppe, ritratto in piedi, impugna il bastone da viandante come fosse un’arma e sorveglia, senza distoglierne lo sguardo, Gesù Bambino ancora in fasce e deposto nella mangiatoia. Se Samuele seppe riconoscere un re sotto le spoglie di un giovane pastore Giuseppe ebbe il grande dono di riconoscere Dio sotto il velo della carne di un bambino, gli toccò di scoprire la sua promessa sposa incinta e credette che ciò non fosse frutto di violenza o tradimento, bensì opera dello Spirito Santo. Ecco allora che il Nuovo Testamento ci obbliga a fare un passo in più rispetto al Primo: non semplicemente saper vedere e leggere il cuore umano, ma saper riconoscere Dio nelle circostanze più comuni e più improbabili, aderendo a questa fede con tutta la vita e accettandone le conseguenze. La scritta che adorna il girale di san Giuseppe recita così: «constituit eum dominus domus suae». Si tratta di una citazione riferita a Giuseppe, figlio di Giacobbe, contenuta nel Salmo 104 (vv. 17-21): «Davanti a loro mandò un uomo, Giuseppe, venduto come schiavo. Gli strinsero i piedi con ceppi, il ferro gli serrò la gola, finché si avverò la sua predizione e la parola del Signore gli rese giustizia. Il re mandò a scioglierlo, il capo dei popoli lo fece liberare; lo pose signore della sua casa, capo di tutti i suoi averi». Come l’antico Giuseppe si guadagnò la stima del Faraone e divenne strumento di salvezza per tutti gli altri undici figli di Giacobbe, così e anzi molto di più Giuseppe si meritò la stima del Creatore che lo fece veramente Signore della sua Casa, cioè della Chiesa del Figlio. Con la custodia del Figlio di Dio egli contribuì alla salvezza dell’intera umanità. Giuseppe rende evidente il senso profondo della beatitudine: vedere la Presenza di Dio, il puro di cuore vede Dio, laddove non è scontato riconoscerlo. Qui risiede la signoria di Giuseppe. Nella storia della Chiesa testimone esemplare di questa beatitudine è Santa Chiara. Il nostro mosaicista la coglie mentre si sporge dalle ogive del suo monastero tenendo in mano il Santissimo Sacramento per scacciare i saraceni. La Santa assisiate è pura anzitutto nel suo nome: Chiara. Nomen omen dicevano i latini, ella è dunque limpida, luminosa, capace dunque di vedere laddove l’uomo intorbidito dal male non vede. Non più un bimbo in carne e ossa chiede d’essere riconosciuto come Dio, ma una cosa, un pane, il Santissimo Sacramento. Chiara vede un Pane e riconosce la Presenza. Tale certezza si fa gesto: contro l’uomo iniquo, simboleggiato dai turchi che premevano alle porte di Assisi, imbraccia l’arma più certa, quella dell’Eucaristia. Ella incarna perfettamente il profilo dei puri di cuori stilato da san Francesco nelle sue ammonizioni: «veramente puri di cuore sono coloro che disprezzano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere sempre il Signore Dio, vivo e vero, con cuore e animo puro» (Ammoniz. XVI). Da questa carrellata di testimoni possiamo stilare l’identikit del puro di cuore: è puro chi va oltre le apparenze ed è capace di guardare ogni uomo come lo vede Dio. È puro chi vede la Presenza di Dio nelle opacità della storia e vi obbedisce, senza fermarsi agli scandali e alle contraddizioni. È, infine, puro chi vive pienamente ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci propone a credere e agisce di conseguenza.
suor Maria Gloria Riva – Pietrarubbia

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia (Luglio-Agosto 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele (1938 ca.). Part. dei “Beati i misericordiosi”
Il girale dedicato alla quinta beatitudine, beati i misericordiosi, presenta tre modelli di grande efficacia. Siamo ormai abituati alla scansione ritmica della nostra pavimentazione musiva: una figura del Primo Testamento, una del Nuovo, una terza relativa alla storia della Chiesa. China sul campo e intenta a spigolare è la donna del primo medaglione. Si tratta di Ruth la straniera, moabita, entrata con dignità e grazia nella genealogia di Cristo. Fu, infatti, la bisnonna di Davide. È proprio lei che ci obbliga a chiarire anzi tutto che cosa significa, in seno alla tradizione biblica, la parola misericordia. In ebraico (e in arabo) misericordia, rachamim, è il plurale di rechem, cioè utero e significa letteralmente «uteri». Che parentela c’è tra la misericordia e l’utero? E perché usare un plurale? L’ebraico non ha il superlativo assoluto, ma lo realizza accostando un singolare a un plurale, ne abbiamo un esempio nella bibbia stessa: il Cantico dei Cantici, ovvero il Canticissimo, l’unico canto in grado di cantare l’amore tra Dio e il suo popolo. Dunque Misericordia è rechem rachamim, cioè l’Uterissimo, l’utero degli uteri, l’unico che può dare sempre e solo vita e che non fallisce alcuna gestazione. Rachamim, misericordia, è dunque l’utero divino che genera a una vita che non muore. Forse per questo due dei personaggi di questo grande girale sono femminili. Ruth entra a pieno titolo nel dinamismo divino che persegue i suoi progetti di bene entro vie inusitate. I Moabiti sono pagani, tradizionalmente nemici di Israele. Noemi è una donna ebrea che con il marito vive nelle terre di Moab, è emigrata per lavoro, ma le difficoltà nel vivere tra pagani e l’impossibilità di osservare totalmente la torah, hanno aperto la porta alla tragedia. Muore il marito, Elimelech; muoiono i figli, Maclon e Chilion, ed ella resta con le due nuore moabite. In questo libro, i nomi dei protagonisti sono simbolici ed esprimono il loro destino. Elimelech, significa «Dio è il mio re» (egli era, dunque, chiamato a rendere onore al nome di Dio in terra straniero). I nomi Maclon e Chilion significano rispettivamente «malattia e consunzione», infatti il libro si apre con la lo ro malattia e la loro morte, preceduta dalla morte del padre. Noemi che significa «la dolce», resta sola con le due nuore, una di nome Orpa, che significa letteralmente «Colei che volta le spalle», cioè sleale, e Ruth che invece significa «amica, compagna». Così Noemi, avendo saputo che a Betlemme era cessata la carestia, decide di rientrare in patria, lasciando le due nuore libere di tornare alle loro famiglie. Inaspettatamente però Ruth, a differenza di Orpa che appunto se ne va voltando le spalle alla suocera, decide di seguire Noemi in terra d’Israele. È lei a rilasciare quella formula straordinaria che ancora oggi viene pronunciata da tutti quei non ebrei che si convertono al giudaismo: «Il mio Dio sarà il tuo Dio il tuo popolo sarà il mio». Questo è il primo atto di misericordia, cioè di vita, che Ruth compie. Se era difficile la vita in Israele per una donna straniera e per giunta moabita, lo era ancora di più per una donna ebrea, anziana, vedova senza figli. Perciò Ruth comprende che la sua compagnia potrà salvare la vita a Noemi, la quale, attraverso di lei, avrebbe potuto avere una discendenza. Il nostro mosaico dunque ritrae Ruth intenta a spigolare nel campo di un parente stretto di Noemi, di nome Booz. Sarà lui a sposarla e a generare Obed, padre di Jesse, padre di Davide. Nell’Antico Testamento, dunque, la misericordia passa attraverso la generazione di gente «giusta», membri del popolo santo che possano portare molti alla santità. Doppio onore alle donne di questo racconto biblico: onore a Noemi per aver testimoniato la fede a Ruth e averla conquistata alla verità, ma onore anche a Ruth per il dono della vita fatto alla suocera. Una simile eredità, quella di una discendenza salvifica, cioè di un utero che genera salvezza non poteva che essere raccolta e degnamente portata a maturazione dalla Vergine Maria. Nel secondo medaglione il testimonial dei misericordiosi è proprio la Mater Misericordiae che regge in grembo il divin Figlio. Diversamente dall’iconografia classica della Madonna della Misericordia, altrimenti detta Madonna del manto, la Vergine non ha il mantello aperto a guisa di abside che raccoglie idealmente nel suo grembo il popolo di Dio. Qui siede in trono, vale a dire docet: insegna la Misericordia. In-segna, cioè indica che l’unica vera Misericordia è quella divina, la quale si realizza compiutamente nel dono del Figlio. Dio che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? (Rm 8,32), questa è la grande Misericordia anche secondo l’Apostolo Paolo. Se Dio ci ha dato in Cristo la salvezza eterna e la sua stessa vita divina, come non ci elargirà tutto il resto, cioè le misericordie umane di cui pure l’uomo ha bisogno? Le opere di Misericordia spirituali e corporali trovano qui, nell’Incarnazione e nel Kerigma, radice e compimento. Ecco allora che il terzo protagonista della beatitudine concernente i misericordiosi è uno dei tanti santi che ha generato opere di carità: san Giuseppe da Cottolengo. Uno dei tanti senz’altro, ma proprio perché la scelta poteva essere vastissima (e basterebbe citare i grandi santi Ospedalieri come Giovanni di Dio e Cammillo de Lellis per aprire un elenco infinito) il fatto di aver scelto Il Cottolengo fa pensare. Questo santo, com’è noto, ha raccolto i bambini nati con orribili malformazioni. Bambini dei quali, non di rado, i genitori stessi si vergognano, i veri scartati, quelli che una certa eugenetica moderna sopprimerebbe senza pietà nel grembo materno, considerati indegni di vivere. San Giuseppe li ha raccolti, li ha voluti per sé e per i suoi seguaci, come figli. Una carità che, in una, abbraccia molte opere di misericordia: rivestire di dignità questi esseri umani, dar loro da bere e da mangiare, consolare l’afflizione dei genitori, sopportare le molestie di chi (oggi soprattutto) vorrebbe cancellare la presenza di questi individui… e l’elenco potrebbe continuare. Non sapeva, l’autore del mosaico, quanto profetica sarebbe stata la scelta di questo santo. Nel recente dibattito sull’eutanasia applicata ai bambini, venuto alla ribalta per la questione di Alfie Evans, fa onore la reazione indignata dei figli di Cottolengo di fronte a una legge che obbliga a negare nutrimento a certi casi gravi, per il solo fatto di essere gravi. Contro un mondo, pressoché silenzioso, essi non hanno esitato ad alzare la voce contro certa falsa Misericordia che si arroga il diritto di dichiarare e scegliere chi sia degno di vivere e chi no. Le tre figure, allora, proprio a partire dal dato iconografico, ci aiutano a comprendere che la vera misericordia è la vita: dare una discendenza ai defunti senza figli, perpetuandone la memoria (Ruth); dare la vita a chi è morto a causa del peccato (Cristo e la sua Vergine Madre); ridare vita e dignità agli scartati dal mondo, agli innocenti condannati a morte come fece Giuseppe Cottolengo. Proprio quest’ultimo rappresenta il segno della grande Misericordia di Dio che a noi, condannati a morte a causa del peccato, ha ridato la vita eterna.
Monache dell’Adorazione Eucaristica Pietrarubbia