La Trinità e le acque del Buon Pastore

Lorenzo Lotto, Trinità, 1519-1520, olio su tela (170×115 cm), chiesa di Sant’Alessandro della Croce. Deposito temporaneo Museo Adriano Bernareggi, Bergamo
Tra le immagini battesimali, una delle più antiche, c’è la figura del Buon Pastore. Il Cristo cioè che va cercando le sue pecore ferite dal peccato e le lava con le acque del fonte battesimale rendendole candide come la neve. L’arte ce ne regala molte, soprattutto l’arte bizantina, ma c’è un’opera davvero singolare che non solo parla del buon Pastore ma racconta l’origine della sua missione: rivelare la Trinità. Del resto noi siamo battezzati non nel solo nome del Cristo, bensì nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Si tratta, appunto, della Pala della Trinità, un’opera di Lorenzo Lotto presente nella sacrestia della chiesa di Sant’Alessandro della Croce (1523-1524), a Bergamo. Un olio su tela dalle dimensioni significative (cm 170×115) che ci offre un’immagine inedita della Trinità. Nel cielo luminoso ma “denso” di luce solare si staglia la sagoma di un’altra Luce. Mai visto nella storia dell’arte un volto del Padre così! Dio Padre è una sagoma di luce da cui proviene il Figlio che appare in quel fulgore con tutta l’evidenza della sua umanità. Egli è luce da luce, ma possiede un volto umano, un nome: Gesù, Dio salva. Il Padre tiene le mani levate al Cielo, il Figlio le braccia distese verso la terra: un abbraccio universale che lega cielo e terra, il luogo di Dio e il luogo dell’uomo e in mezzo c’è il Figlio che è appunto Cristo e Signore. A ben vedere le braccia del Padre e del Figlio formano un quadrato, un quadrato in cui è compresa anche la colomba dello Spirito Santo, il quadrato è la forma geometrica che simboleggia l’uomo, la dimensione terrestre con le sue coordinate spaziali quadripartite: nord, sud, est e ovest. Il quadrato incrociato con un rombo dalle stesse dimensioni forma la stella ad otto punte, simbolo mariano che rimanda al destino eterno che Maria ci ha aperto con il suo sì. Insomma con l’opera della Redenzione la Trinità abbraccia tutta la creazione e lo fa con mani d’uomo. Dell’uomo Dio, Cristo Gesù. Non solo le braccia, ma anche i piedi del Figlio raccontano la sua divinità, Egli poggia su un doppio fascio di luce, una sorta di arcobaleno che rimanda all’alleanza più antica di Dio con l’umanità, quella che precede Abramo, quella noachica (di Noè). Proprio Noè, con il diluvio e il conseguente arco di salvezza, è citato da san Pietro come figura del Battesimo: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione, essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo” (1Cor 3, 18-22). Il doppio arco di luce, dunque, spiega al popolo che quel Gesù è il Cristo, cioè il Messia atteso dall’umanità fin dall’inizio della rivelazione; quel Messia capace di liberare l’uomo, proprio per mezzo del battesimo che è sepoltura nella sua morte, da una carne incline al peccato e alla disobbedienza a Dio. Gesù, infatti, ha il manto rosso della passione e dell’umanità, perché è stato obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce e ha il manto blu della risurrezione e della divinità, perché Dio lo ha glorificato con quella gloria che Egli aveva fin dalla fondazione del mondo. Sopra il suo capo libra lo Spirito Santo, quello spirito che, come attesta l’evangelista Giovanni, rimane su di lui. E Gesù ci guarda, guarda proprio noi che siamo idealmente lì, nella sacrestia di sant’Alessandro in Bergamo, in attesa della celebrazione eucaristica. Cristo ci guarda con gli occhi compassionevoli di chi comprende la fragilità dell’uomo, ma nello stesso tempo conosce e vuole rivelare l’onnipotenza d’amore del Padre. Perciò le sue braccia si protendono verso il basso verso quel paesaggio minuscolo ma dettagliato che riposa placidamente sotto il fulgore di quel Cielo. Qui, come non mai nella storia dell’arte, la Trinità non è fotografata solo nell’alto del suo Cielo ma si staglia sopra un paesaggio vivo e reale. Umano. Non a caso infatti, lì sotto ci siamo noi, come pecore minuscole e c’è il pastore. Questo Pastore così piccolo è davvero lo stesso Pastore che campeggia nel cielo. Quei piedi, che ora calcano l’arco di luce, sono gli stessi piedi che calcarono l’opacità della terra ed è per questo che noi possiamo dire che Gesù, il Cristo, il Kyrios – il Signore – è nostro Signore. È Signore della nostra vita e della nostra umanità, Signore perché Dio, figlio Unigenito del Padre, ma è «nostro» perché vero uomo, Figlio dell’uomo. La nostra natura con lui, per mezzo del battesimo, è stata ammessa alla comunione divina. Infatti le mani del Padre e del Figlio formano a loro volta un quadrato, simbolo come già detto dell’uomo, contenuto però nel cerchio di luce che simboleggia il Cielo. Così la natura umana grazie al buon Pastore che l’ha condotta alle acque salutari del battesimo, è entrata nell’eternità di Dio.

suor Maria Gloria Riva, luglio-agosto 2020

Creazione e battesimo nella Cappella Sistina

Michelangelo Buonarroti, Separazione della terra dalle acque, 1511-1512 circa, affresco, 155×270 cm, Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano (Roma)

Nella stupenda narrazione biblica della volta della cappella sistina, Michelangelo narra il secondo giorno della creazione (e parte del terzo) in prospettiva battesimale. Se il primo giorno corrisponde al giorno del Signore ed è il giorno della Luce, il secondo si collega alla santificazione delle acque (quindi al Battesimo di Cristo nelle acque del Giordano) e alla separazione delle acque dalla terra, ovvero all’opera di santificazione che è distinzione fra sacro e profano, fra realtà celesti e realtà terrestri. Nella prima scena della campata, Dio Padre occupa tutto lo spazio affrescato ed è ritratto nella medesima postura che assunse l’artista durante la decorazione della Sistina. Questo primo affresco si trova proprio sopra l’altare della celebrazione e commemora il Dio creatore della luce. Al lato opposto della campata, invece, nella scena della separazione delle acque, si vede Dio ritirarsi progressivamente per lasciare spazio alla creazione. La figura del creatore, infatti, nelle due scene centrali che raccontano la creazione degli astri e delle piante, si fa progressivamente più piccola. Questo si accorda con la tesi rabbinica dello Tzimtzum per la quale se Dio non si ritraesse volontariamente lasciando posto al creato, Egli riempirebbe ogni cosa in modo assoluto. Nel nostro affresco Dio vola nel suo cielo tendendo le braccia e benedicendo, in una posa analoga a quella del sacerdote che, proprio sotto, nell’area presbiterale sta celebrando. Il manto, gonfiandosi, forma una sorta di mandorla, antico simbolo della vita. Le acque terrestri custodiscono fecondità e vita, esse tuttavia possono essere anche simbolo di morte; nelle acque celesti, invece, ecco già rivelarsi la promessa di una Redenzione, la vittoria della vita sulla morte. Dio afferma così il suo totale dominio sulla vita e sulla morte e la sua volontà salvifica per l’uomo e per la creazione. Se il dono della vita è una grazia divina senza precedenti, il segno di una predestinazione alla comunione con Dio, il Battesimo sigilla la certezza di questo felice esito disinnescando il potere del maligno che vuole, non semplicemente la morte corporale, bensì la più temibile e irreparabile seconda morte. Perciò Dio già all’inizio della creazione, prevedendo da parte dell’uomo il cattivo uso della libertà, prepara un rimedio al peccato. Le mani del Padre aperte in forma di croce annunciano l’avvento del Cristo e il suo sacrificio redentore. La rilettura battesimale di questo secondo giorno della creazione è comprovata dalla presenza di tre angeli, simboli delle tre virtù teologali. Fede, speranza e carità sono l’antidoto al peccato originale che vide l’umanità cadere nella diffidenza verso dio, nella disperazione e nell’egocentrismo esasperato. i doni che dio offre sono virtù, appunto forze virili che, mentre liberano l’anima dai morsi del maligno, rinvigoriscono l’uomo nelle tre dimensioni fondamentali per vivere in pienezza la sua felicità e dignità: la fiducia, la positività dell’esistenza e l’amore. Questi due primi affreschi raccontano i simboli centrali della Veglia Pasquale, Madre di tutte le Veglie, e del Battesimo: luce e acqua. Se il battesimo è detto anche lavacro di rinnovazione nello Spirito Santo (Tt 3,5), è detto però anche illuminazione. Nel primo caso, come ricorda il catechismo al n. 1218, perché «fin dalle origini del mondo l’acqua, questa umile e meravigliosa creatura, è la fonte della vita e della fecondità. La Sacra Scrittura la vede come “covata” dallo Spirito di Dio: Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque perché contenessero in germe la forza di santificare». Nel secondo caso, con la parola illuminazione al numero 1216 del catechismo si dichiara: «Coloro che ricevono questo insegnamento [catechistico] vengono illuminati nella mente. Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, “la luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), il battezzato, dopo essere stato “illuminato”, è divenuto “figlio della luce” e “luce” egli stesso (Ef 5,8)».

suor Maria Gloria Riva, giugno 2020

Battesimo, peccato e redenzione in Lucas Cranach

Lucas Cranach, Allegoria della legge e della grazia, olio su tela di faggio cm 60,2×59,7, 72×59,7, Germanisches Nationalmuseum, Norimberga

In tutto il ’500 il tema del battesimo che ci libera dal dominio della legge e ci pone sotto il dominio della grazia era molto sentito e al centro del dibattito teologico. Basterebbe citare il Tondo Doni, bella opera di Michelangelo che illustra proprio il tema della libertà di cui godono – a differenza degli ignudi pagani ante legem, e persino di Giovanni il Battista che viveva sub lege – quanti vivono sub gratia e sono rivestiti di salvezza grazie alla carne di Cristo, cioè Maria e Giuseppe. Non fa meraviglia che proprio al centro della frattura fra cattolici e protestanti ci fu questo dibattito: il rapporto fra legge e grazia. Così un’opera cinquecentesca di un autore caro alla riforma protestante: Lucas Cranach ci regala una preziosa riflessione sul tema. La firma è discussa perché i Lucas Cranach, furono due: il vecchio e il giovane ovvero padre e figlio; certo però è il titolo: “Legge e grazia” e il tema: “la salvezza operata da Cristo per liberarci dal peccato e dalla morte”.
L’opera è molto elaborata e risente un poco della visione un po’ pessimistica dell’uomo e del suo rapporto con la legge divina, tuttavia ha il pregio di raccogliere in un solo sguardo gli effetti della salvezza operata da Cristo. L’albero della vita divide la scena in due settori che narrano la vicenda umana. A sinistra, sullo sfondo, Adamo ed Eva perdono la comunione con il Padre e rendono necessario il sacrificio di Cristo. Sopra di loro, infatti, c’è già il Cristo risorto che ascende al cielo con il manto intriso del sangue del sacrificio come vuole il testo dell’apocalisse 19,11-13: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava «Fedele» e «Verace»: egli giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui. È avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio”.
Ma come anche profeticamente scrisse già il trito Isaia 63,1-3: “Chi è costui che viene da Edom, da Bozra con le vesti tinte di rosso? Costui, splendido nella sua veste, che avanza nella pienezza della sua forza? «Io, che parlo con giustizia, sono grande nel soccorrere». Perché rossa è la tua veste e i tuoi abiti come quelli di chi pigia nel tino? «Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me»”. Il rimedio della legge offerta al popolo di Dio attraverso Mosè mostra la sua inefficacia in primo piano. accanto all’albero centrale vediamo Patriarchi e profeti con Mosè che regge le tavole della legge. La legge era giusta ma l’uomo era incapace di obbedirvi e dunque ecco l’Adamo di ogni generazione (cioè l’umanità) soccombere sotto le insidie del male e della morte (simboleggiate dall’animale mostruoso e dallo scheletro) e dirigersi drammaticamente verso l’inferno.
La pace invade invece la scena di destra. Qui capeggia l’albero della croce e sullo sfondo Maria riceve il Verbo: un piccolo bambino che scende dal cielo già portando la sua croce. Sotto la collina ecco i pastori e più in là le tende di Giacobbe piene di bellezza, come canta il profeta pagano Balaam di Beor nel libro dei Numeri 24,3-6: «Oracolo di Balaam, figlio di Beor, e oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante; oracolo di chi ode le parole di Dio, di chi vede la visione dell’Onnipotente, cade e gli è tolto il velo dagli occhi. Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele! Si estendono come vallate, come giardini lungo un fiume, come àloe, che il Signore ha piantato, come cedri lungo le acque». al centro dell’accampamento si scorge un palo con il serpente di rame, innalzato per guarire i figli di Israele, come narra ancora il libro dei Numeri, grande prefigurazione della croce.
Sotto la croce del Cristo vediamo l’agnello dell’apocalisse, ritto e immolato, mentre davanti al sepolcro, cristo esce vittorioso uccidendo con la potenza della sua gloria il male e la morte. L’uomo salvato, è consegnato alla verità dal Precursore, il Battista che reca sopra le vesti di pelo da eremita il mantello rosso del suo martirio. Sullo sfondo dietro alla Vergine s’intravvedono i piedi del cristo che sale al cielo avendo pienamente compiuta l’opera di Redenzione già annunciata ad Adamo ed Eva nella scena di sinistra.
Non c’è un esplicito riferimento all’acqua del Battesimo, ma l’uomo accompagnato a Cristo dal Battezzatore è lavato dalla sorgente di acqua e sangue sgorgata dal costato del Redentore e riceve lo spirito promesso. Pergamene sotto le varie scene recano testi del nuovo testamento (la lettera ai Romani, la lettera ai Corinzi, il vangelo di Matteo e di Giovanni) che esplicitano il significato delle scene. Esistono numerose versioni di quest’opera, ma quella qui illustrata data 1529; siamo distanti 12 anni dalle 99 tesi affisse da Lutero a Wittenberg e il solco della divisione non è ancora così profondo come accadrà in seguito. Qui infatti la Vergine Maria, a differenza di altre versioni, è ben in evidenza e appare come la primizia dei salvati. Perciò l’opera, benché sia rappresentativa del pensiero protestante del rapporto fra redenzione e dannazione e del motto «sola fide», bene si presta ad illustrare quegli effetti salvifici che giungono a noi dal sacrificio di Cristo sulla croce e dalla sua Risurrezione dai morti. Effetti salvifici di cui noi godiamo con il Battesimo che è sepoltura nella morte di Cristo e emersione nella sua risurrezione.

suor Maria Gloria Riva, maggio 2020

Le nozze battesimali della donna di Samaria

Manuel Panselinos (pittore bizantino), La Samaritana al pozzo (Saint Photini), Scuola macedone del XIV sec., Monte Athos
L’episodio tra Gesù e la Samaritana raccontato nel Vangelo di Giovanni rappresenta uno dei più antichi simboli battesimali. La donna di Samaria, eretica per gli ebrei, incontra Gesù al pozzo, luogo dell’amore e simbolo di unione sponsale. Lo Sposo Cristo incontra l’umanità Chiesa, immersa nell’oscurità del peccato e le offre la luce della sua «ora», cioè della sua croce. il riferimento alla passione è, infatti, implicitamente contenuto nella menzione del mezzogiorno, ora nella quale il Salvatore affisso sulla croce dirà: «ho sete». Qui al pozzo di Giacobbe, secondo i padri della Chiesa, Cristo ebbe sete della fede della Samaritana, ovvero dell’Umanità-Sposa. Un’antica testimonianza di questa rilettura del Vangelo la troviamo già nel IV secolo nella Cattedrale Panagia Ekatontapyliani (ovvero: 100 porte) in Paroikia sull’isola di Paros. il battistero, che nei secoli ha assunto varie forme, ha qui, la forma della croce. La vasca della purificazione e della sepoltura con Cristo si carica del simbolo veterotestamentario dei quattro fiumi che, uscendo dal centro del Giardino (dall’Eden) santificano la terra. i quattro fiumi, sigillati nell’Eden dopo il peccato di adamo ed Eva, ricompaiono sulla croce significati nelle piaghe del Salvatore. Per questo motivo (quello di una rilettura battesimale) gli ortodossi chiamano l’anonima donna di Samaria la Santa Fotina (Aghia Photina) ovvero la Santa illuminata. Così infatti erano chiamati i neo battezzati: illuminati. il simbolo, nell’arte, ha una lunga storia perché, dal IV secolo, lo ritroviamo intatto nel XII secolo a Venezia nei mosaici della Cattedrale di San Marco. Qui, immersa nell’oro, la Samaritana dialoga con Cristo: fra loro sta un pozzo quadrilobato (la croce più il cerchio simbolo di eternità) dietro al quale si innalza un albero (quello della vita) con tre rami, simbolo della Trinità. anche sul Monte Athos, un affresco del XIII secolo ci regala il ritratto di Santa Fotina (dal greco photos, luce appunto). La santa, nel buio della sua esistenza, scopre una luce diversa da quella del mezzogiorno con il sole allo zenit, scopre la Vera Luce che siede sul bordo del pozzo, punto più profondo e opposto al sole, quindi il nadir, luogo di oscurità. La Samaritana è, per così dire, la donna post-contemporanea cui Gesù affida sorprendentemente se stesso e il suo Mistero. infatti, dopo l’episodio del battesimo, questa è la prima rivelazione di Cristo del Mistero Trinitario: né in Gerusalemme né su questo monte si adora il Padre. I veri adoratori lo adoreranno in spirito e verità. Nell’affresco del Monte Athos, Cristo – seduto sul monte degli antichi padri – elenca con le dita il numero delle persone divine tenendo però le dita bene compatte significando così il Mistero delle tre persone nell’unica sostanza divina. Questa verità è, insieme al kerigma, il breve credo dei catecumeni. Tra il monte e Gerusalemme ecco il pozzo con la forma della croce. È la fonte dalla quale sgorgherà l’acqua viva che, fin d’ora, è in grado di illuminare lo sguardo della Samaritana. Questa donna scelta da Gesù per una grande rivelazione nonostante il suo vissuto chiacchierato, rappresenta l’Umanità-Sposa, la quale per quanto immeritevole di amore riceve gratuitamen te l’acqua della vita. Si rivela così un’altra caratteristica del Battesimo quella della Sponsalità. Unita a Cristo sposo la nostra Umanità partecipa della divinità dello Sposo: diventando uno con Cristo nella sua morte, ella risorge a vita nuova nella grazia della vita trinitaria. La Samaritana poi, risanata dall’acqua viva del Cristo corre all’annuncio, lascia la sua brocca stanca e diventa testimone della sorgente viva del battesimo, frutto della croce.

Suor Gloria Riva, aprile 2020

Il battesimo nascosto nella presentazione di Massys

Quentin Metsys or Massys il vecchio, Presentazione nel tempio (ca. 1510-1520), olio su tavola, Collezione Bentinck-Thyssen (Olanda)

Quentin Massys ha voluto racchiudere tutto in pochissimo spazio: il tempio, Simeone, Anna, Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù, rendendo pittoricamente l’idea di un mistero profondissimo che nella sua semplicità raggiunge i secoli futuri. Anche il nostro. Si tratta della Presentazione di Gesù al tempio, un momento della vita di Cristo determinato da due diversi passi della legge di Mosè. Il primo riguarda la Madonna: dopo il parto – essendo venuta a contatto con il sangue del Bambino – ogni madre doveva svolgere un rito di purificazione prima di partecipare di nuovo alle liturgie. Maria non ne avrebbe avuto bisogno essendo Gesù nato senza i dolori del parto e in un’estasi di luce (come attestano molte mistiche che narrano la vita di Gesù e di Maria) ma ugualmente, fedele alla legge, si avvia al Tempio per adempiere il precetto. Il secondo riguarda Gesù: ogni primogenito maschio apparteneva al Signore e quindi la famiglia lo riscattava offrendo un sacrificio al Tempio.
L’offerta minima, per le famiglie più povere, era quella di due colombe. Ancor più di Maria, Gesù sarebbe stato esente da tale legge ma quel riscatto sarà per lui solo l’inizio di ben altro riscatto: se Giuseppe riscatta Gesù, riconoscendolo come figlio, un altro Padre – Dio stesso – riscatta l’umanità per mezzo di quel Figlio.
Gli sguardi pensosi dei personaggi in scena fanno capire che quel gesto, apparentemente rituale, raggiunge una profondità inaudita. Gesù guarda la candela che regge la Madre con una certa apprensione. La madre, dal canto suo, si tocca il cuore, quasi reagendo alla profezia del Santo Simeone: “anche a te una spada trafiggerà l’anima”. Tutto ci riporta al Calvario dove il tempio del Corpo del Salvatore sarà trafitto per i nostri peccati e le nostre oscurità saranno inondate di luce divina come canta il profeta Abacùc: “bagliori di folgore escono dalle sue piaghe” (Ab 3,4).
La festa della presentazione è popolarmente chiamata della Candelora perché, fin dal IV secolo (secondo la testimonianza della pellegrina Egeria), i fedeli facevano processioni con candele ricordando il momento in cui la vera Luce (Gesù) entra nel Tempio. Il gesto trova le radici nella festa stessa di Hannukkah (che, nel giudaismo, cade a dicembre in prossimità del nostro Natale) dove appunto si festeggiava (e ancora si festeggia) l’edificazione del tempio con un candelabro pieno di luci. L’uso di celebrarlo a febbraio derivò anzitutto dal conteggio dei 40 giorni dopo il Natale.
Sembra che anticamente si contassero 40 giorni dopo l’Epifania, facendo così cadere la festa il 14 febbraio. Per alcuni la Candelora si sovrappose alla festa romana e pagana dei Lupercali che cadeva proprio attorno alla metà di febbraio. Lupercus, protettore degli ovini e dei lupi, era invocato con riti di purificazione; la grotta dove furono allevati dalla lupa Romolo e Remo, fondatori di Roma, era dedicata al Dio Lupercus. In realtà fin dal IV secolo, la Candelora era chiamata Ipapante, ovvero incontro, alludendo all’incontro di Cristo (Nuova alleanza) con il tempio che lo annunciava (cuore della Prima Alleanza) e all’incontro con il Santo vecchio Simeone che, prendendo fra le braccia il Salvatore, lo definì: “luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele” (Lc 2,32). Il nostro artista ingaggia un dialogo proprio tra Simeone che regge il Cristo, Maria che regge una candela e Giuseppe che reca il cesto delle colombe, un dialogo non casuale che dovrebbe portare noi, interlocutori, forse un po’ distratti, a comprendere l’insegnamento del Mistero qui narrato.
La candela è al centro della scena ed è in mano alla Madonna avvolta nel blu del suo Mistero, cioè l’immacolata Concezione. È chiara la simbologia battesimale. Ella, senza peccato apre, con il suo sì, la stessa immacolata via di salvezza a noi, segnati dalla colpa di Adamo. Abbiamo una sola porta per accedere a questa grazia: il battesimo che è immersione in Cristo. Per questo Simeone tiene, e in un certo senso anche ostende, il Santo Bambino. Giuseppe, attonito di fronte all’esiguità della sua offerta (le due colombe), fissa gli occhi in Gesù. Non le colombe, ma Lui solo è l’offerta sacrificale che ci purificherà definitivamente dal peccato.
Il nostro battesimo ci immerge nell’oscurità della morte del Cristo e ci fa risorgere nella luce dell’ottavo giorno. Un ottagono, del resto, sembra essere (anche se in parte coperto dal manto della Madonna) l’altare su cui poggia Gesù. Sullo sfondo, Anna di Fanuele della tribù di Aser (nome pieno di felicità) non ha 84 anni come ci racconta il vangelo, ma è una giovane donna, forse, non sappiamo,
è la committente dell’opera. Certo è che dietro di lei si scorgono numerose candele, le candele di noi battezzati o, per meglio dire, illuminati.
Nella Chiesa antica infatti i battezzati erano chiamati illuminati, e ancora oggi chi riceve il battesimo deve reggere (o il padrino deve reggere per lui nel caso del battesimo di un bimbo piccolo) la candela. Quella candela è un simbolo, ma la Chiesa è una verità: con l’immersione nell’acqua siamo immersi nella Passione di Cristo e rinasciamo all’ottavo giorno per mai più morire.

Suor Gloria Riva, marzo 2020