Il Fuoco dello Spirito

Maestro di Westfalia, miniatura sulla Pentecoste

Il fuoco nel suo duplice effetto di luminare/riscaldare e distruggere/purificare è stato evocatore tanto della divinità quanto del demoniaco. Gibil, dio sumerico del fuoco, era considerato apportatore di luce capace, con la forza della sua fiamma, di purificare dalle impurità. Nella cultura egizia si riteneva che i morti fossero minacciati nel loro passaggio alla vita eterna da correnti di fuoco. Le grandi teofanie di Dio nella Bibbia sono legate al fuoco. Soprattutto nei salmi l’apparire di Dio, il suo agire, è paragonato alle eruzioni vulcaniche (cfr Sal 50,3; Sal 97,1-4).
La prima pagina della Scrittura ci ha già offerto numerosi spunti nell’indagine dei simboli dell’acqua, del vento e della colomba assunti dalla tradizione cristiana per definire l’azione dello Spirito Santo: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1, 2). Nella lingua siriaca questi stessi versetti venivano tradotti così: Lo Spirito del Signore “riscaldava covando le acque”. Una interpretazione che in Sant’Efrem il siro è diventata poesia: “Grazie al calore, tutto matura; grazie allo Spirito, tutto viene santificato: un simbolo evidente! […] Il calore ridesta il seno della terra addormentata, così fa lo Spirito Santo con la Chiesa”.
La prima manifestazione di questo fuoco d’amore la troviamo nella vita di Abramo. Il Signore stipulò con il patriarca un patto di alleanza irrevocabile passando Egli stesso, solo, in mezzo alle vittime sacrificali secondo un antico cerimoniale. Un’alleanza che, attraverso Abramo, Dio stipula con una discendenza numerosa, l’umanità intera: Quando tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: Alla tua discendenza io do questo paese” (Gen. 15,17).
Una seconda manifestazione la troviamo nella vita di Mosè. Pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, Mosè vide il Signore in una fiamma di fuoco (Es 3, 2) che avviluppava un arbusto senza consumarlo. Da questo roveto ardente la voce di Dio disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo e ho udito il grido delle sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (Es. 3,7-8a). Nel fuoco lo Spirito di Dio si rivela come amore che “cova la sua nidiata”, che conosce il suo popolo, le sue sofferenze e se ne prende cura fino a legarsi ad esso indissolubilmente. Non a caso la tradizione cristiana ha visto nel roveto ardente la prefigurazione di Maria, colei che adombrata dallo Spirito Santo è divenuta madre, rimanendo intatta nella sua verginità. L’amore di Dio è tale da farsi uno di noi, uomo come noi, per abituare, come dicono i padri, lo Spirito Santo ad abitare in mezzo agli uomini. All’uscita del popolo dall’Egitto l’azione dello Spirito si manifesta attraverso il concatenarsi di tre elementi: vento, acqua e fuoco. Un forte vento d’oriente (Es. 14, 21) divide il mare e il popolo passa all’asciutto mentre una colonna di fuoco lo separa e protegge dagli egiziani lanciati all’inseguimento. Questa colonna di fuoco non abbandonerà il popolo lungo tutta la traversata del deserto conducendolo alla terra promessa (Es. 14, 21-22). Durante questi quarant’anni di peregrinazione lo Spirito Santo con la sua guida luminosa farà di questi uomini (ex schiavi e gente promiscua cfr. 12, 37-38), un popolo di sacerdoti e una nazione santa. Nel nuovo Testamento Giovanni il Battista annuncia Gesù come colui che “vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 12, 49). Acqua e fuoco vengono nuovamente associati per esprimere la trasformazione radicale che il Signore opererà nei credenti in Lui. Gesù stesso dirà di sé: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto” (Lc 12, 49-50). Il fuoco che Cristo è venuto a portare è quello che divampa dalla sua croce: il fuoco dello Spirito. Il battesimo che deve ricevere è la sua morte e sepoltura che renderà i suoi discepoli partecipi della sua stessa vita. Così, nelle acque del Battesimo, i fedeli in Cristo sono rigenerati a nuova vita dallo Spirito che opera in essi come “fuoco della trasformazione” (Filocalia 1,374).
Nella liturgia bizantina si ritrova questo simbolismo allorché, per significare la presenza dello Spirito nel sangue di Cristo, viene infusa acqua bollente nel calice mentre il diacono dice: “Fervore della fede, ricolma dello Spirito Santo”. L’acqua calda, ha in sé qualcosa del fuoco ed è doppiamente simbolo, come acqua e fuoco, dello Spirito Santo che vivifica il sangue di Cristo e che, attraverso il sangue di Cristo viene partecipato alla Chiesa. Una particolare pentecoste raffigura questo mistero attraverso il pennello di un anonimo miniaturista, noto come il Maestro di Westfalia. Il fuoco non è immediatamente rappresentato ma “regna” sugli abiti degli apostoli e sul manto di Maria. Sono infuocati i raggi che partono dal centro della tavola dove lo Spirito Santo sta planando tenendo nel becco il Santissimo Sacramento. Questo artista riesce ad esprimere il legame profondo fra il cenacolo dell’ultima cena e il cenacolo della Pentecoste. Quel fuoco che Cristo è venuto a portare con la sua passione si compie qui a questa tavola: la forza del cibo offerto da Gesù nel suo Corpo, può incendiare il mondo intero del suo stesso Amore. La Chiesa è dunque il luogo dove arde quello Spirito, ciò la rende capace di rimettere i peccati e restituire l’uomo alla vita vera. A proposito della Pentecoste, Cirillo di Gerusalemme affermava che gli apostoli ricevettero il “fuoco che brucia le spine dei peccati e dà splendore all’anima”. Lo splendore è nell’anima di colui che si lascia infiammare dal Corpo del Signore ricevuto degnamente.

suor Maria Gloria Riva, maggio 2022

 

L’Allegoria dei sette sacramenti

Girolamo Imparato, Chiesa di Sant’Elia, olio su tela, 1603, Sant’Elia a Pianisi, Campobasso.

Il 25 gennaio 1904, il suolo di Sant’Elia a Pianisi (Campobasso) è calpestato da due piedi santi: padre Pio iniziava proprio in questo luogo gli anni degli studi ginnasiali che lo porteranno ad emettere la Professione tra i frati minori Cappuccini. Proprio 3 secoli prima, all’indomani del Concilio di Trento, nel 1603 in questo piccolo luogo del Molise un certo Francesco Tartaglia originario di Sant’Elia commissionò per la chiesa parrocchiale un dipinto che illustrasse i sette Sacramenti. Il Concilio di Trento, dieci anni prima, aveva fissato definitivamente a sette il numero dei Sacramenti, proclamando anche un anatema contro chiunque avesse modificato tale assetto. Il buon Francesco, preoccupato della sana dottrina, stilò uno schema meticoloso indirizzato al pittore Girolamo Imparato (o Imperato) di origine napoletana, ma operante nel territorio di Cosenza perché città di origine della sua consorte. Le indicazioni, stese nell’italiano tardo della fine del 1500, precisano i dettagli dell’Allegoria dei sette Sacramenti o, ancor meglio, l’Allegoria del Battesimo.
Girolamo Imparato realizzò tutte le indicazioni con grande fedeltà e maestria educando alla fede nei sacramenti generazioni e generazioni fino a giungere al giovane Francesco Forgione e futuro san Pio da Pietrelcina. Dal fonte battesimale, di forma circolare per ricordare la sua funzione di restituirci alla vita eterna perduta col peccato, s’innalza l’albero della Croce. Si tratta della vita cosmica narrata nel Salmo 80:
Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra.
La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli.
Proprio sul primo ramo, alla destra del Salvatore, ecco la vergine Madre che, dolente e con le braccia aperte, ci invita a considerare quale grande grazia si riceva dal Sacrificio del suo divin Figlio. La grazia è il dono dello Spirito Santo, mai citato nella pittura ma presente e operante, come afferma la dottrina cattolica, in tutti i Sacramenti. Non a caso a lato della Vergine, il primo Sacramento che incontriamo è quello della Cresima. Qui, un padrino inginocchiato, accompagna il candidato davanti al Vescovo. Questi, che rappresenta la pienezza del Sacerdozio e, con esso, dei Sacramenti, siede sul faldistorio e tiene in mano il pastorale; alle sue spalle l’assistono un sacerdote e un chierico. Con l’altra mano il Vescovo unge il capo del cresimando, confermandolo, appunto, come membro bello e idoneo della Santa Chiesa. La Cresima (accanto al sacramento dell’Ordine, specifico per chi è ritenuto idoneo al Sacerdozio) è l’unico dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana ad esigere il Vescovo o un delegato da Lui stesso designato. Questo perché appunto la Cresima ci conferma, grazie all’unzione dello Spirito Santo, nella comunione ecclesiale e ci consolida in quella vocazione particolare che Dio ha pensato per noi e che il vescovo (rappresentante la pienezza del Sacerdozio e la successione apostolica) ratifica e comprova.
A seguire ecco gli altri sacramenti: l’Eucaristia e l’Unzione degli Infermi. Dall’altro lato: il Matrimonio, l’Ordine e, per finire, la Confessione. Questo ministero di grazia e di misericordia è, nella lettura iconografica dell’opera, l’altro sacramento vicinissimo al Battesimo, quello che ci restituisce alla pienezza della grazia. Un tale salutifero effetto è reso, nel girale della Confessione, attraverso la veste candida del Sacerdote che con tanta paternità e misericordia sta assolvendo il penitente inginocchiato. La lettura si risolve proprio nella scena sottostante dove una coppia di padrini, una donna pia e un uomo anziano, simboli di saggezza e di virtù, presentano alla Chiesa, significata nel Ministro di Dio, dodici fanciulli. Essi sono nudi perché innocenti e pronti a ricevere la veste candida del Battesimo. Lo stesso zampillo che scaturisce dalla fonte, derivante dal sangue del Redentore, scende sul capo dei neofiti che, a turno, passano davanti al sacerdote. Sul retro essi escono già “in albis”, ovvero rivestiti della tunica bianca della grazia santificante e vengono accompagnati da un Arcangelo in seno alla Chiesa di Dio. Lo Spirito Santo è presente nell’opera, in quel sangue e acqua che, scaturendo dal Cristo crocifisso, zampilla nella sorgente, un’acqua viva che si contrappone all’acqua stagnante in cui cadono coloro che disprezzano o stravolgono il senso dei sacramenti. Fra i malcapitati vi è anche un frate, probabilmente, lo stesso Lutero che aveva messo in dubbio proprio in quegli anni alcuni elementi della fede, in particolare proprio alcuni aspetti della dimensione sacramentale. In alto, benedicente, Dio Padre, circondato dagli angeli, sembra dire come un tempo sulle acque del Giordano: «Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!».

suor Maria Gloria Riva, aprile 2022

Lo Spirito Santo nel simbolo del fuoco

Sieger Köder, olio su tela La legge del Sinai (Es 34), Museo Fondazione Arte e Bibbia, Ellwangen (Jagst), Germania

Le grandi teofanie di Dio nella Bibbia sono legate al fuoco. Soprattutto nei salmi l’apparire di Dio, il suo agire, viene paragonato alle eruzioni vulcaniche:
Viene il nostro Dio e non sta in silenzio;
davanti a lui un fuoco divorante (Sal 50,3).
Davanti a lui cammina il fuoco e brucia tutt’intorno i suoi nemici.
Le sue folgori rischiarano il mondo:
vede e sussulta la terra (Sal 97,1-4)

IL FUOCO: CALORE DELL’AMORE DI DIO

Nel primo testamento il fuoco esprime simbolicamente l’essere e l’agire di Dio, il suo amore ardente e ineffabile. Nel nuovo testamento questo Amore, che purifica i cuori e consuma il peccato come pula, è lo stesso Spirito Santo. Troviamo la prima manifestazione di un tale fuoco d’amore nella vita di Abramo. Il Signore stipulò con Abramo un patto di alleanza irrevocabile passando Egli stesso, solo, in mezzo alle vittime sacrificali secondo un antico cerimoniale. Alleanza che, attraverso Abramo, Dio stipula con una discendenza numerosa, l’umanità intera. “Quando tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: Alla tua discendenza io do questo paese” (Gen 15,17). Una seconda manifestazione la troviamo nella vita di Mosè. Pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, Mosè vide il Signore in una fiamma di fuoco (Es 3, 2) che avviluppava un arbusto senza consumarlo. Da questo roveto ardente la voce di Dio disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo e ho udito il grido delle sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (Es 3,7-8a). Nel fuoco, lo Spirito di Dio si rivela come amore che “cova la sua nidiata”, che conosce il suo popolo, le sue sofferenze e se ne prende cura fino a legarsi ad esso indissolubilmente. Non a caso la tradizione cristiana ha visto nel roveto ardente la prefigurazione di Maria, colei che adombrata dallo Spirito Santo è divenuta madre, rimanendo intatta nella sua verginità. L’amore di Dio è tale da farsi uno di noi, uomo come noi, per abituare, come dicono i padri, lo Spirito Santo ad abitare in mezzo agli uomini.

LO SPIRITO: FUOCO CHE ILLUMINA

Che Dio voglia abitare in mezzo agli uomini e condurli alla salvezza lo vediamo soprattutto dai grandi eventi dell’Esodo. All’uscita del popolo dall’Egitto l’azione dello Spirito si manifesta attraverso il concatenarsi di tre elementi: vento, acqua e fuoco. Un forte vento d’oriente (Es 14,21) divide il mare e il popolo passa all’asciutto mentre una colonna di fuoco lo separa e protegge dagli egiziani lanciati all’inseguimento. Questa colonna di fuoco non abbandonerà il popolo lungo tutta la traversata del deserto conducendolo alla terra promessa (Es 14,21-22). Durante questi quarant’anni di peregrinazione lo Spirito Santo con la sua guida luminosa farà di questi uomini (ex schiavi e gente promiscua cfr. 12,37-38), un popolo di sacerdoti e una nazione santa.
Isaia riprenderà l’immagine della colonna di fuoco per descrivere i tempi messianici: «Verrà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutte le assemblee come una nube e come fumo di giorno, come bagliore di fuoco e fiamma di notte, perché sopra ogni cosa la gloria del Signore sarà come un baldacchino» (Is 4,4-5). Una profezia che va accostata a quella di Gioele che promette lo Spirito, come fuoco, sopra ogni uomo (cfr Gl 3,1-5). Isaia e Gioele, dunque, concordano: nei tempi messianici lo Spirito del Signore, come fuoco purificatore, sarà effuso nei cuori dei fedeli, essi allora «non avranno bisogno che alcuno li ammaestri poiché tutti riconosceranno il Signore dal più piccolo al più grande» (cfr. Ger 31,34). Pietro il giorno di Pentecoste citerà proprio il brano di Gioele per testimoniare davanti a tutto il popolo il compimento di tale profezia.

IL FUOCO DEL SINAI IN KODER

Questa alleanza sigillata col fuoco dello Spirito trova le sue radici in un’altra teofania dell’Esodo, alle falde del monte Sinai, dove il popolo riceve la legge. Sieger Köder ci permette di guardare a quest’evento proprio quasi attraverso le fiamme che invasero il Sinai: «Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e il Signore gli rispondeva con voce di tuono» (Es 19,18). La tradizione rabbinica commenta che ogni parola uscita dalla Potenza sul monte Sinai si divideva in settanta lingue (Rabbi Jochanan). Settanta è un numero simbolico: poiché nella concezione ebraica il mondo era costituito da settanta popoli; le settanta lingue stanno a indicare che la legge è offerta a tutti i popoli. Non solo. Il midrash all’esodo commenta: «La voce di Dio sul Sinai fu intesa da ciascuno secondo la sua capacità di intendere. Gli anziani la intesero secondo la loro capacità, i giovani secondo la loro capacità, e così anche i bambini, i lattanti e le donne. Persino Mosè la intese secondo la sua capacità».
Una siffatta folla l’ha dipinta anche Köder: giovani, anziani e donne. L’artista ne dipinge otto, associando questa alleanza a quell’ottavo giorno che Cristo verrà ad inaugurare. Otto, in tutto, numero che esprime la totalità dell’umanità abbracciata da questa alleanza. In questa teofania del Sinai l’originale ebraico afferma che gli ebrei udivano le fiamme e vedevano la voce, vale a dire che tutti i sensi erano coinvolti, e nello stesso tempo stravolti, dall’infocato comunicarsi di Dio. Uno stravolgimento che Köder esprime con le posture innaturali delle teste e con i diversi atteggiamenti. Mosè, da par suo, col volto pieno di luce, solleva le tavole della legge le quali nella pietra, quasi in filigrana, recano il volto del Salvatore. Sì, questo fuoco è lo stesso che Cristo è venuto a portare. Un fuoco divino, segno dello spirito di Dio che, si rivela nella Pentecoste il quale, con una sola voce comunicava a uomini di diversa cultura e lingua, parole adatte alla situazione ed esperienza di ciascuno.
Se alle falde del Sinai lo spettacolo fu terrificante al punto tale che Mosè disse: «Ho paura e tremo» (cfr. Eb 12,21), il fuoco che invase il cenacolo riempì di stupore le folle e divenne, al dire di san Giovanni della Croce, “cauterio soave” per i discepoli del Signore. L’azione dello Spirito come fuoco che illumina è dunque quella di guidare, secondo il volere di Dio, ogni uomo quale che sia la sua condizione di vita o cultura, per portarlo alla conoscenza piena del volto del Signore.

suor Maria Gloria Riva, marzo 2022

Lo Spirito Santo nel simbolo dell’acqua (II parte)

Bible moralisèe: La creazione di Eva e la nascita della Chiesa, fol. 2v (dettaglio), ONB Han. Cod. 2554, Österreichische Nationalbibliothek, Vienna.

Acqua, sorgente e tempio
Il simbolo dell’acqua relativo allo Spirito Santo trova un’icona particolarissima nella sorgente. Secondo i profeti nei tempi futuri zampillerà in Gerusalemme una sorgente d’acqua viva che lava l’uomo dal peccato (Zc 13,1) le cui acque perenni scorreranno verso oriente (Zc 14,8). Ezechiele vedrà in visione una sorgente misteriosa sgorgare dal lato meridionale dell’altare che, scendendo dal lato destro del tempio, scorrerà verso oriente. L’Oriente e il meridione rimandano implicitamente al sorgere del sole, al Messia che, come appunto canta Zaccaria padre del Battista, viene a visitarci dall’alto come sole che sorge (Lc 1,78). Le acque della misteriosa sorgente, lambendo il profeta dapprima fino alla caviglia, crescono poi a dismisura raggiungendo le dimensioni di un fiume navigabile. Un fiume in cui il pesce è abbondantissimo, le cui acque feconde fanno rivivere ciò che toccano e lungo il quale crescono rigogliosi alberi da frutto con foglie dalle virtù terapeutiche.
L’evangelista Giovanni, ci dice che il tempio futuro di cui parlavano i profeti è il corpo di Cristo, il corpo del Messia: “Rispose Gesù [ai Giudei]: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?” Ma egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,18-21).

Il tempio del Corpo di Cristo
La profezia dell’acqua che sgorga dal lato destro del tempio e scorre verso oriente si realizza sulla croce: come narra san Giovanni, dal fianco di Gesù colpito dalla lancia sgorgano acqua e sangue, segno dei sacramenti della Chiesa: “torrente che lava i peccati del mondo” come si esprime la liturgia nel celebre inno Vexilla Regis. La Chiesa stessa, irrorata dallo Spirito, è sacramento per la salvezza di tutti gli uomini.
Sono tante le miniature, presenti negli antichi manoscritti medievali o nei Libri delle Ore finemente miniati, che ci restituiscono l’immagine del costato di Cristo come sorgente di vita e di salvezza. Una, in particolare, nel Codex Vindobonensis 2554, del XIII secolo (noto come Bible Moralisée, ovvero rilettura illustrata della Bibbia in chiave allegorica), ci trasmette il pensiero teologico della Chiesa in merito allo Spirito di Cristo quale sorgente di vita.
L’intera pagina, com’era consueto nelle Bibbie moralizzate, presenta medaglioni a coppie con scene dell’antico testamento, in questo caso scene della creazione, e scene con eventi salvifici del Nuovo posti in parallelo. Focalizziamo la nostra attenzione sul medaglione che racconta la nascita di Eva dal Costato di Adamo. Accanto a questo medaglione troviamo Dio Padre, con il volto di Cristo che benedice le acque rendendole luogo di vita. Tutta la creazione, nata da questo primo grande utero che è il bacino delle acque primordiali, è testimone della nascita più importante quella di Eva, ultimo anello della Creazione, dal costato di Adamo. Più sotto, invece, il Cristo crocifisso vede nascere dalla trafittura del suo costato la Santa Chiesa. Il sangue e l’acqua sono significate nell’abito rosso della Chiesa e nella sua aureola azzurrina. Ritratti a lato entro le arcate di una cattedrale, i padri della Chiesa, e non le creature, sono testimoni di questa nascita. La Chiesa con la corona regale nasce già colma della regalità del sacrificio di Cristo ed è santa e cattolica, essa cioè, resa immacolata dal sacrificio del Redentor, raccoglie in sé l’universalità degli uomini. Inoltre reca in mano un calice, simbolo, appunto di quella sorgente di acqua e sangue che edifica la Chiesa. In una sola immagine sono racchiusi (ad eccezione della lancia che resta però sottointesa dalla ferita) gli elementi fondamentali dell’icona giovannea: la lancia, il corpo di Gesù, la croce, l’acqua e il sangue. Come il bastone colpì la roccia nel deserto così la lancia colpì “la roccia” che è Cristo. Sgorga un’acqua vitale che genera i credenti e li accompagna nel pellegrinaggio terreno. Dal tempio del corpo di Cristo esce acqua e sangue: una sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna. Sono i sacramenti della Chiesa, (e in particolare, riferito all’acqua, il battesimo) mediante i quali lo Spirito agisce e rinnova la faccia della terra.

La sorgente del battesimo
La croce è “l’albero di vita” per mezzo del quale “la gioia è venuta nel mondo” (Antifona al Benedictus, Esaltazione della Croce) e rimanda all’albero posto da Dio al centro dell’Eden e alla sorgente che dal centro del paradiso irrorava tutta la terra (i quattro fiumi). I quattro fiumi sono ripresi nella miniatura a lato dove sono riprodotte le esigenze del Vangelo: la libertà rispetto agli antichi sacrifici e alle regole alimentari; l’offerta di sé più grande dell’offerta delle decime; e la radicalità della sequela per la quale qualora la propria mano fosse di scandalo ai fratelli, è preferibile tagliarla.
In riferimento al battesimo cristiano possiamo dire che, diversamente dai simboli dell’aria e della colomba, l’acqua è qualcosa di più di un simbolo dello Spirito, l’acqua ne è il segno efficace. Non solo ricorda lo Spirito, ma lo rende presente e operante. Rabano Mauro, autore dell’inno Veni Creator, tiene a precisare: “altro è l’acqua del sacramento, altro l’acqua con cui si indica lo Spirito Santo. La prima è un’acqua visibile, mentre la seconda è invisibile; la prima lavando il corpo indica ciò che avviene nell’anima, mentre per mezzo dello Spirito Santo è l’anima stessa a essere lavata e nutrita” (Sull’Universo I,3)

suor Maria Gloria Riva, febbraio 2022

 

Lo Spirito Santo nel simbolo dell’acqua

Marc Chagall (1887-1985) Passaggio del Mar Rosso. Collezione Privata

Acqua e Spirito

Nella Bibbia, il primo accostamento acqua e spirito lo si trova all’apertura del testo biblico, in particolare nel passo di Genesi 1,2 che abbiamo già avuto modo di commentare. Il narratore della tradizione sacerdotale, solenne e teologica, narra come all’inizio della creazione “la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. L’abisso in ebraico tehom, è linguisticamente affine all’accadico Tiamat, dea babilonese del caos primordiale. Dio, dunque secondo questa narrazione, interviene nel caos primordiale mediante il suo Spirito e la sua Parola (e Dio disse) per separare e creare ordine. Non a caso il nome della Pasqua ebraica: seder, significa ordine. Così nell’Eden, il Paradiso terrestre, secondo una narrazione più arcaica (la tradizione detta Jahvista perché solita a usare il nome proprio di Dio) troviamo le acque perfettamente ordinate e a servizio dell’uomo: un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino e si divideva poi nei quattro fiumi del paradiso” (Gen 2,10-14). I quattro fiumi sono un riferimento ai quattro punti cardinali: le loro acque sono preziose e vivificanti e alla loro sorgente, nel centro dell’Eden, stendeva le sue radici l’albero della vita (Gen 2,9).

Lo Spirito: acqua che sgorga dal cuore di Cristo al cuore dei credenti

Dopo che l’accesso all’Eden fu precluso all’uomo, il suo bisogno di acqua, la sua sete si è caricata di un significato altamente simbolico. La ricerca delle sorgenti d’acqua viva infatti è un tema caro alla letteratura patriarcale. In questa ricerca i patriarchi, mentre disseminano il territorio di pozzi d’acque sorgive, disegnano nel contempo il loro itinerario spirituale (Gen 24,10s; 26,14-22; 29,1; Es 2,5s ecc…). Un’eco della portata simbolica del pozzo e dell’acqua viva la troviamo nel Vangelo di Giovanni, nella narrazione dell’incontro di Gesù con la Samaritana (Gv 4,10-14). Il “dono di Dio” promesso da Gesù, l’acqua viva che zampillerà per suo mezzo nel cuore dei credenti è lo Spirito Santo. I patriarchi nel loro peregrinare alla ricerca di pozzi e sorgenti esprimono l’itinerario spirituale di ogni uomo alla ricerca di un’acqua che estingue la sete del cuore.
Nell’Esodo l’acqua testimonia tanto fortemente la presenza di Dio, la cura di Dio per il suo popolo da accompagnarlo anche durante il cammino nel deserto. Mentre il popolo soffriva la sete per mancanza d’acqua: “Il Signore disse a Mosè […] Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo e va’. Ecco io stesso starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb. Tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà” (Es 17,5-6). Secondo l’interpretazione rabbinica la roccia non abbandonò mai il popolo seguendolo lungo tutta la sua peregrinazione fino alla terra promessa. Un’interpretazione ripresa da Paolo nella Prima lettera ai Corinzi: “I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia che li accompagnava e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1-4).
Cristo è dunque la roccia da cui sgorga l’acqua dello Spirito, come attesta l’evangelista Giovanni: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39).

Le acque della rinascita

Proprio all’inizio dell’Esodo un forte vento d’oriente sospinse le acque del mare (Es 14,21) e il popolo in fuga dall’Egitto si trovò spianata una strada nel mare. Questa potente icona di salvezza dell’Antico Testamento è diventata un simbolo battesimale. Anche il mare, rimando al male per le sue acque salate, grazie al soffio dello Spirito diventano luogo di vita e di rinascita. Interessante rileggere un’opera dell’ebreo Marc Chagall alla luce di questo connubio acqua e spirito. Nel blu intenso di acque che sono teatro del misterioso rivelarsi di Dio e della potenza del suo Spirito, alcuni elementi rivelano lo spessore simbolico dell’evento.
Proprio nel punto in cui la “nube” nasconde il cammino del popolo agli occhi degli inseguitori egiziani in corsa, un angelo sulla destra tiene le tavole della legge. Anche le pareti del mare entro le quali si snodava la strada per il passaggio del popolo (e che Chagall disegna come fossero grandi seni a destra e a sinistra) hanno un rimando alla Parola: le tavole della legge, infatti, le sponde del mare e le sponde del parto sono rese in ebraico con la stessa parola, Quello che lo Spirito operò nelle acque del Mar Rosso fu come un grande parto: il popolo da accozzaglia di schiavi divenne finalmente un popolo, e il popolo di Dio.
Sullo sfondo, dentro le acque, una coppia giace abbracciata, proprio vicinissima all’angelo che guida il popolo e che ha le fattezze dello “Spirito-Colomba”. La quiete con la quale il popolo si dirige verso l’altra sponda del mare racconta la rinascita frutto proprio di queste acque salutari in tutto simili alle acque della placenta. L’acqua, luogo di rinascita e rimando alla fecondità della Parola è rafforzata dallo sfondo verde scuro dove Chagall delinea le figure di Davide e di Cristo. Davide, cantore della Parola di Dio è ritratto con la cetra, Cristo invece è ritratto crocefisso. Benché per Chagall questo rappresentasse la cifra del popolo perseguitato, ma benedetto da Dio, nell’ottica cristiana la presenza del crocifisso compie il simbolo battesimale sempre riconosciuto dalla Chiesa nell’evento salvifico del passaggio del Mar Rosso. Non solo ma le ferite del Cristo sulla croce corrispondono ai quattro fiumi del paradiso e la ferita del Costato a quell’acqua viva finalmente offerta all’uomo.

suor Maria Gloria Riva, gennaio 2022