Dentro la luce di San Giuseppe

Natività a Betlemme (Naissance à Bethléem) Arcabas, Bruxelles, Palais archiépiscopal de Malines, (1995 – 1997) Olio su tela – 87 x 106

Lasciamo per un attimo il percorso dei nostri due discepoli di Emmaus ed entriamo nel vivo del periodo natalizio che stiamo vivendo. Arcabas ci regala una stupenda scena natalizia che ha come protagonista San Giuseppe. Ci è sembrata molto appropriata per questo Natale, illuminato dalla decisione del Santo Padre di dedicare un anno a San Giuseppe per commemorare l’anniversario del 150° anno dalla dichiarazione di San Giuseppe Patrono della Chiesa universale.
Si potrà acquistare l’indulgenza alle solite condizioni della Chiesa anche semplicemente riflettendo sul Padre nostro per una mezz’oretta o dedicando una mattinata alla riflessione di un brano che parli di Giuseppe. Questa bella opera di Arcabas potrà contribuire allo scopo di riflettere su questo nostro grande padre.
Era buia e difficile la strada che fecero Giuseppe e Maria nei giorni precedenti la nascita di Gesù. Un cono d’ombra, infatti, inquadra la scena della natività a sinistra dell’opera quasi a sottolineare l’oscurità del cammino, illuminato dalla solerte custodia di san Giuseppe e dalla sua fede sincera.
Papa Francesco nella sua lettera apostolica Patris Corde (su san Giuseppe appunto) cita un bel passo di San Paolo VI: la paternità (di san Giuseppe) si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’Incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa.
Nel contesto del nostro percorso sulla missione San Giuseppe emerge come il missionario in casa sua. Quello che non ha fatto grandi cose: opere sociali; dispute sul mistero teologico del figlio suo ecc. San Giuseppe è l’uomo che c’è. Che è sempre dove deve essere, che risponde alle domande provocatorie dei calunniatori e degli increduli con la sua presenza stabile e salda. Egli ci chiama a una missione per così dire ad intra. Dentro le nostre case, dentro le nostre famiglie dentro persino le nostre anime, talora lontane dalla verità dei misteri che andiamo celebrando. Ed è proprio lui che qui ci introduce nel mistero dell’Incarnazione del quale si è fatto padre e custode. Egli è tutto infiammato dalla candela che regge tra le mani e appare proprio come il Custode della nostra fede che, in questo tempo di prova e di pandemia, ci mostra la via verso la salute somma che è Cristo. Dorme il Bambino, fra le braccia di sua Madre, unico porto davvero sicuro in un mondo di peccato.
Oscuri come la strada verso Betlemme sono anche l’asino e il bue. I due popoli che rappresentano (gli ebrei, il bue, e i gentili, l’asino) si sono fatti vicini nell’attesa del Salvatore: Gesù azzera le distanze e rende evidente all’uomo, ad ogni uomo, quanto bisogno abbia di salvezza. Anche noi oggi, azzerate le distanze attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ci siamo fatti più vicini. Ma, costatata la fragilità dei nostri sistemi, facilmente messi in crisi da una Pandemia virale, siamo diventati più consci del bisogno che abbiamo di salvezza.
Così ci accodiamo, timidamente coccolati dal tepore della fede di Giuseppe, per scoprire il Mistero. C’è un inno poco noto, di Rito bizantino, simile all’altro Inno mariano ben più famoso, detto Acatisto di san Giuseppe, che di lui canta così: “Vedendo nella mangiatoia di Betlemme la Stella che risplendeva da Giacobbe, hai adorato per primo il Neonato; e quando il cielo Gli ha offerto una stella, gli angeli inni, la testimonianza dei pastori e l’adorazione e i doni dei Magi, tu, o giusto Giuseppe, hai offerto tutto te stesso come dono al Signore, dedicando la tua vita, le tue cure e le tue fatiche al Suo servizio”.
Egli ha offerto se stesso a Colei che, l’altro Akatisto acclama: “A Te che ha fatto germogliare la spiga divina, come terreno non arato, secondo la Provvidenza, ave, mensa spirituale, che contieni il pane della Vita”. Dietro la Madre, teneramente addormentata con in braccio il suo divin Figlio, una teoria di angeli, simile al saliscendi degli angeli ammirato dal patriarca Giacobbe, formano con le ali l’immagine di una spiga. Davvero Gesù è la spiga divina germogliata nella terra di Maria. Maria è creatura, benché preservata dal peccato per la sua missione di Madre di Dio, rimane una creatura, come noi. Ma dal suo grembo verginale ecco germogliare una spiga senza pari, una luce di gloria, la vera Luce: Cristo Gesù.
Come sono belli Madre e figlio dormienti! Quasi ignari del tumulto del mondo, eppure misteriosamente al centro della lotta. Come nel ciclone, dove l’occhio è immobile e calmo, così qui il Principio e la fine dell’universo è calmo e placido in braccio a sua madre, respira già del riposo dell’eternità, mentre il mondo fuori, quello del Cesare di allora e del XXI secolo oggi, è in totale subbuglio.
San Giuseppe pensoso, pare dirci che agitarsi non serve, serve piuttosto la fede, calma e serena pur nella certezza della gravità dell’ora; serve la speranza e serve muovere i passi nella carità. Allora si riposerà nella barca di Pietro come Gesù nell’ora della tempesta.
Il punto di luce attorno alla Madre e al Suo bambino è affidato alla paglia. Nei momenti difficili prendono lucentezza i gesti quotidiani, le cose semplici come la paglia. Si spengono un po’ i riflettori e rimane la gioia dei rapporti famigliari, intimi fraterni.
Così unendoci idealmente al gioioso canto di Giuseppe anche noi sciogliamo le corde dell’anima ed esultanti inneggiamo: O giusto Giuseppe! Eletto protettore della Santissima Vergine Maria, maestra e nutrice dell’Uomo-Dio: glorificando il tuo servizio al mistero ineffabile dell’Incarnazione di Dio Verbo, ti dedichiamo inni di lode.
suor Maria Gloria Riva, gennaio 2021

La porta e la locanda

Arcabas, Accoglienza, (1994), opera tratta dal ciclo sui discepoli di Emmaus

Non si vorrebbe mai smettere di ascoltare: questo è il punto sorgivo della missione. Il primo missionario fu il battista, non solo perché venne per battezzare, anticipando un altro battesimo, ma anche per la sua predicazione. Erode Antipa, infatti, malgrado Giovanni parlasse contro la sua situazione irregolare, lo ascoltava volentieri. C’è un fascino nella verità che chiede luce fino al punto da aprire definitivamente la porta dell’anima. L’anima di Erode rimase chiusa, soffocando la voce della verità, mentre non fu così per i due pellegrini di Emmaus. Arcabas lascia la visione oscura del seme della Parola che feconda la terra del cuore con le sue verità, e ci mostra, nel terzo pannello, i discepoli di Emmaus di fronte a una porta aperta. È la porta della fede che si varca per mezzo del battesimo. Cleopa e l’amico, ora li vediamo bene, hanno i volti sereni, con gli occhi spalancati per lo stupore. Non si saziano di ascoltare quel misterioso compagno, il quale resta però ancora sconosciuto. Anzi la sapienza nel suo discorrere, nel rileggere la vita del Cristo alla luce della Scrittura, ha infittito il suo Mistero piuttosto che chiarirlo. Gesù, infatti, è in contro luce, resta evidente solo il suo bastone, segno del suo essere pastore, e la mossa di curvarsi tipica di chi, avendo altre mete, decide di cambiare i programmi aderendo alle richieste dei due compagni di viaggio. Essi, invece non sono più piegati come prima, con il passo disarticolato; ora sono ritti e tutti protesi verso il loro misterioso amico. Il titolo che Arcabas ha dato all’opera è Accoglienza. Cristo chiede di essere accolto, desiderato e, come si esprime la Redemptoris Missio: Accogliendo Cristo, voi vi aprite alla parola definitiva di Dio, a colui nel quale Dio si è fatto pienamente conoscere e ci ha indicato la via per arrivare a lui. È la missione di salvezza della Chiesa: La salvezza consiste nel credere e accogliere il mistero del Padre e del suo amore che si manifesta e si dona in Gesù mediante lo Spirito. Così si compie il regno di Dio, preparato già dall’antica alleanza, attuato da Cristo e in Cristo, annunciato a tutte le genti dalla Chiesa, che opera e prega affinché si realizzi in modo perfetto e definitivo. La porta aperta di Arcabas, inondata di luce, rivela una tavola accogliente con un vassoio colmo di frutta. C’è una mensa promettente in quella dimora e ci sono tre pellegrini che cercano casa. Di questi solo uno ha nome: Cleopa; l’altro amico è anonimo e, il terzo (il Signore Gesù) solo alla fine rivelerà la sua identità. Tutto ciò ha un profondo significato. Cleopa era uno noto ai dodici; un discepolo; uno che aveva seguito Gesù, ma che ora ne aveva perso le tracce. Cleopa anticipa il cristiano senza fede, tale solo per tradizione. Il documento Redemptoris Missio già additava la piaga della scristianizzazione prevedendo che entro le aree di antica cristianità è necessario rievangelizzare. Nel discepolo anonimo possiamo, invece, rileggere la cifra di quelli che ancora non conoscono pienamente il Signore Gesù e che ne hanno solo sentito parlare. Risultano quanto mai attuali, in tal senso le parole del documento già citato: I popoli sono in movimento; realtà sociali e religiose che un tempo erano chiare e definite oggi evolvono in situazioni complesse. Basti pensare ad alcuni fenomeni come l’urbanesimo, le migrazioni di massa, il movimento dei profughi, la scristianizzazione di paesi di antica cristianità. E ancora: La difficoltà di interpretare questa realtà complessa e mutevole in ordine al mandato di evangelizzazione si manifesta già nel «vocabolario missionario»: ad esempio, c’è una certa esitazione a usare i termini «missioni» e «missionari», giudicati superati e carichi di risonanze storiche negative; si preferisce usare il sostantivo «missione» al singolare e l’aggettivo «missionario» per qualificare ogni attività della Chiesa. C’è dunque un riserbo nell’affrontare il rapporto con i non cristiani, preferendo la parola dialogo a quella di missione, al punto da indurre alla domanda se veramente il battesimo è la porta della salvezza. Ancora la Redemptoris Missio ci illumina, senza dimostrare i suoi trent’anni di età: Alla luce dell’economia di salvezza, la Chiesa non vede un contrasto fra l’annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso; sente, però, la necessità di comporli nell’ambito della sua missione ad gentes… «Anche se la Chiesa riconosce volentieri quanto c’è di vero e di santo nelle tradizioni religiose del buddismo, dell’induismo e dell’islam riflessi di quella verità che illumina tutti gli uomini, ciò non diminuisce il suo dovere e la sua determinazione a proclamare senza esitazioni Gesù Cristo, che è “la via, la verità e la vita”… il fatto che i seguaci di altre religioni possano ricevere la grazia di Dio ed essere salvati da Cristo indipendentemente dai mezzi ordinari che egli ha stabilito, non cancella affatto l’appello alla fede e al battesimo che Dio vuole per tutti i popoli». Cristo stesso, infatti, «inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo, ha confermato simultaneamente la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il battesimo come per una porta». Il pellegrino senza nome è dunque un cercatore della verità, cui Cristo ha scaldato il cuore aprendogli lo spiraglio di vita nuova; è uno che, nella porta aperta della locanda, ha incontrato una via. Riconosciamo allora meglio come nella tavola che si impone tra noi e i tre viandanti sia nascosta una mensa carica di promesse. I frutti sono quelli della Pasqua che tra poco i gesti del Risorto riveleranno. La locanda è dunque la Chiesa che è davvero una via necessaria all’uomo, una porta di salvezza aperta a tutti, non per un proselitismo interessato ma per l’umile certezza del bene incontrato e della storia meravigliosa ereditata: quella di un Dio che ama ogni uomo, desiderando che tutti siano salvati giungendo alla pienezza della verità.

suor Maria Gloria Riva, dicembre 2020

Il seme della Parola

Arcabas, Il seme, opera tratta dal ciclo I Pellegrini di Emmaus (1993-1994) chiesa della Resurrezione, Torre De’ Roveri (BG)
Abbiamo lasciato i due discepoli di Emmaus lungo la strada, con quello «straniero» che, da loro tacciato di non conoscere gli eventi di Gerusalemme, mostra invece di sapere moltissimo. Mostra di avere una lettura profonda della Parola di Dio. Così quella lectio divina magistralis, quel continuo rimbalzare della Parola di Dio negli eventi della vita di Gesù fu, per i due pellegrini in cammino, un’effusione dello Spirito Santo. Il cuore oscurato dalle paure, chiuso nel risentimento per aver visto deluse le proprie attese (“Noi speravamo fosse lui a liberare Israele”), il cuore serrato in orizzonti umani, limitati, si apre, grazie alla Parola di Cristo, ad accogliere il seme della verità. Mediante lo Spirito «l’uomo può arrivare nella fede a contemplare e gustare il mistero del piano divino»; anzi, «dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (Redemptoris Missio, 28). Arcabas pone fra il momento dell’incontro dei due discepoli di Emmaus con Cristo e il momento della sosta nella locanda, un’opera singolare, apparentemente astratta. L’opera ha invece il potere di farci entrare nelle misteriose dinamiche del cuore. Siamo dentro la terra oscura dell’umanità dei discepoli; siamo entrati con il passe-partout della Parola di Dio, destinata ad aprire le coscienze e a preparare gli animi a ricevere il Verbo di Dio stesso, fatto carne. Sotto a un cielo dorato, segno del Mistero che tutto avvolge, del quale tuttavia non se ne scorge che una striscia, una zolla di terra nera si apre al seme. Sono state proprio le parole della Tanak, della scrittura ebraica, capace di rileggere e interpretare l’avvenimento di Cristo, ad operare lo scavo. Lettere e frammenti della Parola, infatti, ancora si possono intravedere nella terra smossa. Alcune sono nere, più nere della terra stessa, altre sono azzurre e sembrano più delle altre, comunicare il Mistero. Tutta, la Parola, infatti, è ispirata e atta a insegnare, ma alcuni brani, alcuni episodi della Bibbia, lo sono più di altri. i più iridescenti sono quelli che prefigurano la croce, la passione di cristo, l’Eucaristia. così dentro a quella ferita scavata nella terra dalla Tanak, penetra il cielo stesso: la bellezza inusitata del Verbo fatto carne, fatto croce. L’oro del cielo irradia l’oscurità del suolo, così come la comprensione del piano divino, misterioso, fatto di croce, rischiara pian piano le menti dei due viandanti delusi.
Ecco la missione! Raggiungere l’uomo nelle sue profondità, nelle sue ferite, nelle sue delusioni più cocenti e fargli abbracciare proprio lì, nel profondo, la Presenza di Cristo: pellegrino con lui nel buio dei secoli, vilipeso come lui, ferito come lui, ma diversamente da lui, vincitore. Nel luogo intimo della solitudine non ci sono discriminazioni, differenze sociali, culturali o religiose: laddove l’uomo è solo, la sofferenza è la medesima, il senso di fallimento e di inadeguatezza è identico e le attese di rinascita e di liberazione sono le stesse. Così la missione è aperta a tutti, anche a coloro che si mostrano apparentemente ostili ad approcciare la fede: la Chiesa sa che l’uomo, «sollecitato incessantemente dallo Spirito di Dio, non potrà mai essere del tutto indifferente al problema della religione», e «avrà sempre desiderio di sapere, almeno confusamente, quale sia il significato della sua vita, della sua attività e della sua morte» (RM, 28). Certo, l’annuncio richiede discrezione e rispetto. Pur essendo franche e aperte le parole di Gesù: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!», Egli lascia intatta totalmente la libertà dei suoi compagni di cammino: «Egli fece come se dovesse andare più lontano». Gesù, cioè, mostra loro di avere altre mete, rassicura di non preoccuparsi per lui, lascia supporre la gratuità della sua compagnia. Cosicché essi liberamente, e solo liberamente, lo pregano di fermarsi. La missione, dunque, mira a suscitare la domanda, non a dare risposte preconfezionate. cristo ha raggiunto i discepoli là nella loro delusione, nella loro confusione, ma non li ha lasciati dove erano. Con pazienza e amore li ha accompagnati verso la speranza. Troppo spesso i nostri discorsi scadono nell’indagine sociologica, nelle teorizzazioni umane di avvenimenti e comportamenti; simili discorsi non possono avere la forza persuasiva di scavare nel cuore umano, rimangono alla superficie. Non si tratta di essere accomodanti con le realtà lontane dalla fede o dai principi cristiani, ma nemmeno di lanciare strali contro di esse. Si tratta di seminare la Parola di Dio. Scriveva Carlo Maria Martini in una sua lettera Pastorale: “In Principio la Parola: contro la tendenza a spegnere fermenti di vita, bisogna con la forza della Parola risuscitare i morti, ridare memoria e speranza. In un’epoca di disperati e senza senso, di smarriti in un universo che sembra spegnersi, solo la Parola dura in eterno, supera e salva ciò che muore”. Ritornare alla lectio divina, tentare di rileggere la storia alla luce della Parola di Gesù, offre risorse inusitate e irrobustisce la nostra fede nella certezza che, per mezzo della sua Parola Eterna, Egli opera sempre attraverso le nostre brevi parole umane.

suor Maria Gloria Riva, novembre 2020

Lungo la strada

Arcabas, Ciclo sui discepoli, Lungo la strada, 1994
Il card. Carlo Maria Martini ha accompagnato la mia vocazione con le sue lettere pastorali, coronando quest’accompagnamento col presiedere la celebrazione della mia Professione solenne nel 1990. Quello fu anche l’anno in cui Papa Giovanni Paolo II scrisse una delle più belle encicliche sulla dimensione missionaria della Chiesa: Redemptoris Missio. Il tema scelto quest’anno dal nostro vescovo, la Missione, mi riporta a quei primi inizi, soprattutto perché entrai in Monastero con la lettera pastorale di Martini “Partenza da Emmaus”. Fu davvero per me una partenza. Un inizio che non ha avuto fine, un inizio che ha accompagnato e accompagna molti momenti della mia esperienza di fede. Mentre ripenso a tutto questo, il mio sguardo si sofferma sopra un’immagine particolare, una rivisitazione della prima icona della chiesa missionaria – l’episodio dei due discepoli di Emmaus – ad opera del pittore francese Arcabas, morto nel 2018 a 92 anni. Jean Marie Pirot, vero nome dell’artista, ha dedicato ai discepoli di Emmaus un intero ciclo, regalandoci una stupenda riflessione sulla dimensione missionaria della Chiesa oggi. Forse non a caso, a sentire il desiderio di riflettere pittoricamente sul tema, fu un francese, figlio, cioè, di una nazione nota come la primogenita di madre Chiesa, oggi quasi totalmente scristianizzata. il primo quadro s’intitola Lungo la strada. Sì, lungo la strada accadono molte cose. Lungo la strada ci si attarda, lungo la strada si rischia di crollare per la stanchezza, per la sfiducia, si perdono le motivazioni. Lungo la strada però si fanno anche incontri interessanti come quello occorso a Cleopa e all’amico in quel primo giorno della storia della Chiesa. Quelli che camminano, per Arcabas, sono due contemporanei, vestono giacca e pantaloni, jeans e maglione. Siamo noi, appunto, lungo la strada. In fondo come sospeso nel vuoto scorgiamo un puntino giallo oro, circolare: è il perimetro di Gerusalemme, con il suo fascino e il suo mistero. La città della fede ricevuta è là sospesa nel vuoto, lontana dal quotidiano camminare dei due discepoli di Gesù. È davvero il nostro ritratto sintetizzato così dalla Redemptoris Missio: Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede (RM 2)… Anche a causa dei cambiamenti moderni e del diffondersi di nuove idee teologiche alcuni si chiedono: È ancora attuale la missione tra i non cristiani? Non è forse sostituita dal dialogo interreligioso? Non è un suo obiettivo sufficiente la promozione umana? Il rispetto della coscienza e della libertà non esclude ogni proposta di conversione? Non ci si può salvare in qualsiasi religione? Perché quindi la missione? (RM 4). Potremmo porre sulle labbra dei due viandanti di Arcabas questi stessi interrogativi, interrogativi che, in definitiva, sono i nostri. Hanno perso di vista, i due, che la vera missione è annunciare Cristo e non un buon comportamento etico, buone maniere, progressi di civiltà, esercizi di convivenza pacifica, cose che poco o nulla hanno a che fare con la croce. Così il primo discepolo a destra si porta la mano al cuore ed è tutto proteso in avanti; forse è quello più decisamente in fuga da Gerusalemme e dai fatti scomodi che ivi sono accaduti. Come si sposa Dio con la violenza, la vita con la morte, il Messia con la persecuzione? Non dovrebbe trovare la verità, i cuori tutti aperti pronti a riceverla, come se fosse l’ovvio del desiderio umano? E invece no. La verità è scomoda e, a volte, chiede il sacrificio di sé, la perdita del proprio prestigio, il coraggio della testimonianza. Tutto questo, forse, lo intuisce l’altro discepolo che, circondato dallo stesso alone aureo del misterioso viandante, si porta la mano alla testa nel gesto di aver rammentato un fatto noto e, quindi appunto, compreso. Il passo si fa più sicuro, pacato, non è più in fuga dalla realtà ma rimane dentro una relazione misteriosa. Non sa ancora perché ma percepisce una verità che dà pace. Ecco il punto centrale della questione: i discorsi sulla verità mettono a disagio, confondono, l’incontro con la Verità dà pace, anche se non la si conosce appieno. Il discepolo ancora non sa che il viandante dagli occhi luminosi è Cristo. Egli cammina con noi e ci difende dalla strada che Arcabas dipinge come un serpente insidioso. È proprio su questa strada, tortuosa, che va testimoniato. La missione comincia da qui: da un incontro lungo una strada. Può essere stata sbagliata, difficoltosa, scandalosa, ripida la strada, ma è qui nella realtà di ogni giorno che lo si incontra e solo da un incontro può nascere la missione. No, non è sufficiente la promozione umana: il cristianesimo non è un sistema etico affascinante, è un incontro che spinge la vita verso l’eternità. Due piedi non si vedono. Sono il piede sinistro di Cristo e il piede destro del discepolo in fuga. Egli cammina qui ora con noi, dentro le nostre fughe. Egli è la via, egli è la verità, egli è la vita: a nessun uomo nuocerà conoscere di sé la verità, conoscere la via verso la vita. Cristo non toglie nulla all’uomo, per quanto laico, ateo o di altra fede che sia. Cristo è sempre dalla parte dell’uomo e chi l’ha scoperto non può sopprimere la gioia di comunicarlo.

suor Maria Gloria Riva, ottobre 2020

Il rito del Battesimo in Pietro Longhi

Pietro Longhi, Il battesimo, olio su tela, cm 60×49, Pinacoteca Querini Stampalia, Venezia
Siamo attorno al 1750 ed entriamo indisturbati in una chiesa dove si sta celebrando un battesimo. Pietro Longhi ci ha regalato immagini stupende dei sette sacramenti che permettono di scoprire come fossero celebrati più di due secoli fa. Non è cambiato molto, la sostanza resta sempre la stessa, mentre cambiano usi e costumi. Ciò aiuta a riflettere sul modo con cui la Chiesa si rinnova. I cambiamenti sono necessari: mutano i tempi, i modi espressivi e, dunque, cambiano anche le modalità espressive del rito, tuttavia resta integro il dato di fede, integra la materia con la quale si somministrano i sacramenti, integro il simbolo, che per la Chiesa è sempre verità. Insomma, nella Chiesa, forma e contenuto coincidono, per questo, mutando le forme espressive si deve porre attenzione a non mutare il contenuto. L’opera del Longhi ci offre un esempio. Un battistero, rivestito solennemente, è al centro della tela. Una colonna ci avverte che, più in là, l’edificio continua e che, come vuole la liturgia, il fonte battesimale è al di fuori dell’aula assembleare, prima dell’inizio della navata della chiesa. Ove le chiese lo permettono è ancora così, benché oggi, non di rado, si usi collocare il fonte battesimale sull’altare maggiore e lì celebrare tutto il rito. Se questo agevola la partecipazione dei familiari dei battezzandi, spesso numerosi, si perde però il significato simbolico della posizione del battistero. Quando erano per lo più persone adulte a chiedere il battesimo, nel percorso catechetico partecipavano sì alla messa, ma uscivano all’inizio della liturgia eucaristica: non avendo, infatti, ancora ricevuto il battesimo non potevano accedere agli altri sacramenti. Il Battistero, dunque, collocato all’inizio della navata in un’aula a parte, stava a significare il passaggio da catecumeni a neofiti. I catecumeni, ovvero coloro che si preparavano a diventare cristiani, dopo aver attraversato il fonte battesimale diventavano neofiti, potevano accedere alla navata e ricevere l’Eucaristia. Un tempo, come avviene ancora nella Chiesa ortodossa (e nel rito cattolico per il battesimo degli adulti), battesimo, comunione e cresima erano somministrati insieme nel rito battesimale. Accanto al battistero il Longhi ritrae il sacerdote con cotta e stola e abito talare, elementi liturgici tuttora esistenti, anche il piccolo chierico indossa un abito con la cotta. Egli è l’unico che ci guarda mentre solleva la candela. L’elemento della luce, accanto all’acqua, è simbolo indispensabile nel battesimo. Abbiamo già avuto modo di ricordare in queste pagine come i battezzati erano detti illuminati. La candela (retta dal padre quando il catecumeno è piccolo o, come in questo caso, dal ministrante), è accesa direttamente al cero pasquale e significa la realtà stessa dell’evento. Col battesimo, infatti, siamo rivestiti di luce: passando nell’acqua della morte e sepoltura di Cristo, siamo da Lui illuminati (=cero pasquale) con la grazia della sua risurrezione. A questa Verità essenziale allude lo sguardo del chierichetto del Longhi.
L’acqua versata sul capo è un uso antico e frequente sebbene, oggi come ieri, in molte parti si celebri il battesimo con l’immersione completa del catecumeno nel fonte. In tal caso la differenza della forma non cambia la sostanza del contenuto: si tratta sempre del segno della sepoltura con Cristo nella morte e dell’emersione con Lui nella risurrezione. Stupisce forse agli occhi moderni vedere che sia un uomo, e precisamente il padrino, a presentare la bambina al fonte. La donna accanto a lui non è la madre ma la madrina, mentre un terzo personaggio, giovane, reca l’olio per l’unzione. L’olio è il terzo simbolo importante nel battesimo (un tempo si usava anche il sale) il termine cristiano, del resto, significa unto. Con l’olio si riceve già, nel battesimo quell’unzione dello spirito che la Cresima conferma e perfeziona. Ma dov’è la madre della bimba qui battezzata? Pietro Longhi la ritrae dietro la colonna. seguendo i dettami del Primo Testamento, la donna dopo il parto risultava impura e necessitava di un rito di purificazione. In ambito cristiano la purificazione della madre avveniva dopo la riconsegna del bimbo alla madre, a battesimo avvenuto. Così questa nobildonna riccamente abbigliata resta come in attesa di essere lei pure, in certo senso, reintegrata a pieno titolo nella comunità cristiana dopo aver ricevuto fra le braccia la sua bimba santificata dalle acque. Una simile procedura risulta strana a noi moderni e la positività con cui oggi si guarda alle donne partorienti è certamente una conquista da non perdere, tuttavia l’usanza che il Longhi ci racconta aveva il pregio di legare indissolubilmente la santità del bambino con quella della madre, sigillando vita umana e vita eterna entro il rapporto fra madre naturale e madre Chiesa.

suor Maria Gloria Riva, settembre 2020