Lo Spirito Santo: il buon odore di Cristo nel mondo

Immagine: Andrea Solari (Bernardino Luini?) Maria Maddalena in Betania, 1524 circa. Olio su tela, 76×58, The Walters Art Museum Baltimora (USA)

Il simbolo dell’olio apre e chiude la vicenda di Cristo sulla terra. Compare nel momento della sua nascita grazie al dono portato dai Magi e all’inizio della sua passione con l’unzione di Betania, da parte di Maria, sorella di Lazzaro. Non si può chiudere la nostra rassegna sui simboli dello Spirito Santo, e in particolare sul simbolo dell’olio, senza considerare una delle Sante che ha proprio questo unguento-profumo come attributo principale per la sua identificazione: Maria Maddalena.
Benché la moderna esegesi distingua Maria di Magdala da Maria, sorella di Marta e di Lazzaro, protagonista di questa unzione premonitrice, l’arte e la pietà popolare hanno sempre visto nelle due donne un’unica persona. Maria di Magdala è immortalata ovunque con il suo vasetto d’olio profumato, un nardo costosissimo che solo in pochi potevano permettersi al tempo di Gesù. Recenti scoperte archeologiche nella città di Magdala hanno messo in luce la presenza di centri termali che custodivano intatti piccoli vasi di nardo, utilizzati dalle donne che si recavano alle terme. Non abbiamo notizia, nei Vangeli, di un passaggio di Gesù da Magdala; il nome di questa località ci è nota solo grazie alla Maddalena. La legenda Aurea narra che la ricca famiglia di Betania aveva tre grandi proprietà divise fra i fratelli. Quella di Magdala fu assegnata a Maria, sorella di Lazzaro. Non fa meraviglia dunque se la Maddalena, proprietaria di un centro termale, fosse in possesso di nardo prezioso, sufficiente per ungere il corpo di Gesù.
Così, secondo l’evangelista Giovanni, la ritroviamo alla ricerca del Corpo del Salvatore, con il suo vasetto di nardo in mano. Un olio che resterà inutilizzato perché Maria non troverà un cadavere, ma una tomba vuota e angeli e il Risorto, scambiato per il custode del giardino. Un dipinto stupendo dalle chiare influenze Leonardesche, attribuito generalmente ad Andrea Solari (o Solario) discepolo del da Vinci, ma da altri attribuito a Bernardino Luini, presenta Maria di Magdala nel momento in cui prepara l’olio profumato per ungere il corpo del Signore. L’opera viene datata nel 1524 e, se fosse del Solari, risulterebbe profetica, perché il 1524 fu proprio l’anno di morte dell’artista, il quale avrebbe consegnato alla Santa tutta la sua opera.
L’abito rosso fuoco, attributo tipico della Maddalena, è rischiarato da finissima organza, nella quale si riflette una luce proveniente dall’esterno del dipinto. Una cintura verde, colore simbolico della vita, le orna la vita. Benché stia preparando l’olio per una sepoltura lo sguardo di Maria Maddalena sembra già affondare nella luce del Risorto che, chiamandola per nome, si rivelerà come il Rabbunì, il suo Signore.
Maria sta prendendo dell’unguento da un vaso di porcellana, ed è uno dei pochi dipinti in cui l’unguento, e non il solo vasetto, è protagonista della scena. Il Mistero sembra nascosto nella scritta PIST, posta sul recipiente di porcellana, circa la quale ci sono due possibili interpretazioni. La prima sembrerebbe far implicito riferimento a un testo apocrifo che porta il medesimo titolo Pistis Sophia (ovvero Fede e Saggezza): un Vangelo della Chiesa copta del III secolo il quale assegna a Maria Maddalena un ruolo fondamentale. Non è l’unico testo apocrifo ad occuparsi della preferenza di Gesù per Maria di Magdala, ma in tutti questi testi si esalta la Maddalena come una sorta di incarnazione della Sapienza, perciò amata da Gesù in modo speciale. Baciata in modo particolare dallo Spirito di Cristo, Spirito di Sapienza e di Fede, la Maddalena fu capace di agire ed operare in favore del Vangelo meglio degli Apostoli meritandosi, a buon titolo, l’appellativo di Apostola degli Apostoli (conferitogli nel Medioevo da san Tommaso d’Aquino). Anche per questo titolo Papa Francesco ha elevato la memoria di questa Santa al grado di festa il 3 giugno 2016.
Una seconda interpretazione, fa comprendere come il soggetto qui rappresentato abbia a che fare con la cena di Betania e non con la corsa al sepolcro per ungere Gesù il mattino di Pasqua. La scritta presente sul vasetto è più propriamente «I. PIST», citazione latina del cap 12 di Giovanni: unguenti nardI PISTici … Maria allora, prese una libbra di olio profumato di vero nardo, … (Gv 12,3). Inoltre la redazione di Marco, più antica rispetto a quella di Giovanni, parla di un vaso di alabastro, come quello qui rappresentato. L’espressione ambigua della Maddalena fra tristezza e letizia sarebbe data dunque dalla circostanza della Cena di Betania, dove la gioia per l’ospite divino fu offuscata dalla reazione di Giuda e dalle parole profetiche di Gesù circa la sua prossima sepoltura.
Ma allora è proprio questa cena del Signore che precede la sua vera Ultima Cena a gettare luce sulla sua passione e sul dono dello Spirito che di lì a poco riceverà la sua Chiesa. Maria di Magdala versa anticipatamente sui piedi di Gesù un unguento il cui profumo si spande in tutta la casa. La falsa preoccupazione per i poveri di Giuda rende più evidente l’imminente assenza di Gesù che lascerà ai suoi un dono sempiterno: l’olio profumato del suo Santo Spirito.
Sant’Agostino (Omelia 50, n.6.7), commentando la cena di Betania, mette in relazione proprio la parola pistici con la fede: “La parola pistici dobbiamo ritenerla come un’indicazione del luogo da cui proveniva quell’unguento prezioso; né tuttavia questo c’impedisce di considerarla atta ad esprimere magnificamente qualcosa di misterioso. In greco infatti significa fede… La casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito della buona fama… Noi siamo – dice l’Apostolo – il buon odore di Cristo in ogni luogo”. Dunque, sull’esempio di Maria di Magdala, lo Spirito Santo come olio profumato fa di tutti noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito del Risorto, il buon odore di Cristo nel mondo.

suor Maria Gloria Riva, luglio-agosto 2022

Lo Spirito Santo, olio di elezione

Pietro Ligari – Davide consacrato re dal profeta Samuele, Collezione Credito Valtellinese XVIII sec

L’olio, ottenuto dai frutti nero verdastri dell’ulivo è considerato fin dai tempi antichi una sostanza ricca di forza. Impregnando in modo permanente quello che tocca, l’olio è diventato presto il segno della consacrazione dei sovrani. Un’altra proprietà attribuita all’olio, specie nell’antico oriente, era quella di guarire le malattie; inoltre l’olio, elemento prezioso per condire i cibi, è segno di abbondanza e prosperità. Nella sacra Scrittura, l’importanza dell’olio, appare già nella Genesi. Giacobbe, dopo aver sognato la scala che porta al cielo, erige una stele e vi versa olio sulla sommità, quale segno di consacrazione. Quel luogo infatti da quel momento in poi si chiamò Betel, cioè casa di Dio e la pietra diverrà segno della protezione di Dio per il patriarca (cfr. Gn 28,18-22).
Anche Mosè separerà dalla sfera del profano gli arredi della tenda ungendoli con olio (Es 31,13), anzi tutta la dimora di Dio sarà consacrata con unguento: “Prenderai l’olio dell’unzione e ungerai con esso la Dimora e quanto vi sarà dentro e la consacrerai con tutti i suoi arredi; così diventerà cosa santa” (Es 40,9). Accanto agli arredi troviamo anche l’unzione sacerdotale: l’olio cosparso sul capo di Aronne e dei suoi figli conferirà loro un sacerdozio perenne (Es 40,13 ss).
Quando sorge la monarchia, al tempo dei giudici, il re – designato dal Signore stesso – viene indicato dal profeta mediante l’unzione dell’olio. Il re si chiamerà l’Unto di Dio. A Davide il Signore prometterà un discendente il cui regno non avrà fine, re e sacerdote per sempre, Unto del Signore per eccellenza: il Messia (in ebraico: mashiach che significa appunto unto, consacrato, in greco il Cristo).
Il profeta Samuele riceve da Dio l’incarico di ungere Saul: “Domani a quest’ora ti manderò un uomo della terra di Beniamino e tu lo ungerai come capo del mio popolo Israele. Egli libererà il mio popolo dalle mani dei Filistei, perché io ho guardato il mio popolo ed è giunto a me il suo grido” (1Sam 9,16). Tale unzione riempie di forza Saul e lo consacra a una missione nella quale egli diviene segno della cura amorevole di Dio per il suo popolo. Nell’unzione di Davide invece troviamo per la prima volta l’accostamento dell’unzione con lo Spirito Santo. Dio, avendo rigettato Saul, perché “Dio non guarda ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza il Signore guarda il cuore” (1 Sam 16,7), ordina a Samuele di riempire il corno dell’olio e di partire (cfr. 1 Sam 16,1). Allorché Davide gli si presentò dinanzi, Dio disse a Samuele: “Alzati e ungilo: è lui! Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi” (1 Sam 16,13). In concomitanza con l’unzione, lo Spirito di Dio agisce su Davide, lo impregna della sua grazia. Si rivela perciò qui la duplice conseguenza dell’unzione, quella di consacrare, da un lato come per Saul, e quella di impregnare e in certo qual modo trasformare intimamente il Consacrato dall’altro. Questo secondo aspetto sarà tipico dell’unzione profetica. È Pietro Ligari, artista poliedrico Valtellinese, nato a Sondrio, ma attivo a Roma che ci racconta l’unzione di Davide rileggendola alla luce della dimensione sacramentale della Chiesa. Samuele, avvolto da un manto che lo denuncia come profeta, ha passato in rassegna tutti i figli di Jesse. Deve conferire a uno di essi uno spirito regale ma nessuno pare il prescelto. Due dei figli, forse i maggiori, sono ritratti lì, dietro al padre, e osservano la scena allibiti. Pareva loro d’esser perfetti, pareva loro d’avere physique du rôle per diventare re e invece si sono trovati fuori. Scartati. “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”. Anche il padre Jesse è sorpreso e sconvolto. Il figlio più piccolo unto come re. Il piccolo Davide unto, cioè Messia. La Chiesa ha fatto propria questa dinamica delle scelte estrose dello Spirito. Ci chiamiamo cristiani da Cristo. Dunque siamo Unti, scelti e non per caratteristiche umane, o somatiche, o fisiche, o di altra natura, ma per la volontà di Dio.
Così l’olio nella ciotola di Samuele si coagula, sembra non voler scendere mai, sembra fissato nel tempo, per darci la possibilità di riflettere. I cristiani sono unti di Spirito Santo. Tutti i cristiani, nessuno più, nessuno meno. È la risposta a questo dono a fare la differenza. Davide, nella sua semplicità, rispose con tutto sé stesso alla scelta di Dio mentre Saul, che pure fu unto, visse questa elezione per sé stesso e non come servizio a Dio. Non a caso il nostro Ligari immortala il più piccolo dei figli di Jesse con le braccia incrociate sul petto, similmente alla Vergine Maria nelle annunciazioni. Davide, che significa amato dal Signore, risponde il suo sì a questa elezione, ma con il suo inchino e il suo gesto, riconosce che questa elezione è solo per un servizio da rendere a Dio.
Ogni cristiano con la cresima, non solo sigilla il percorso dell’elezione cristiana iniziata col battesimo, ma viene consacrato a una missione, a un servizio. Abbiamo già avuto modo di riflettere in queste pagine sul sacramento della cresima, vorrei qui fissare la nostra attenzione sull’olio e su come le sue caratteristiche di lucentezza, di calore (le lampade sono nutrite dall’olio), di aiuto per la lotta (i lottatori si ungono per sfuggire all’avversario) diventano nella Chiesa il segno di ciò che opera in noi lo Spirito Santo. Quale sia il compito che riceviamo da Dio all’interno della comunità cristiana lo Spirito farà di noi sorgenti di luce, ci farà sperimentare il suo calore e la sua forza per avanzare nella lotta quotidiana. Una sola cosa serve a Dio, il nostro sì, a braccia incrociate e senza riserve, come il piccolo Davide.

suor Maria Gloria Riva, giugno 2022

Il Fuoco dello Spirito

Maestro di Westfalia, miniatura sulla Pentecoste

Il fuoco nel suo duplice effetto di luminare/riscaldare e distruggere/purificare è stato evocatore tanto della divinità quanto del demoniaco. Gibil, dio sumerico del fuoco, era considerato apportatore di luce capace, con la forza della sua fiamma, di purificare dalle impurità. Nella cultura egizia si riteneva che i morti fossero minacciati nel loro passaggio alla vita eterna da correnti di fuoco. Le grandi teofanie di Dio nella Bibbia sono legate al fuoco. Soprattutto nei salmi l’apparire di Dio, il suo agire, è paragonato alle eruzioni vulcaniche (cfr Sal 50,3; Sal 97,1-4).
La prima pagina della Scrittura ci ha già offerto numerosi spunti nell’indagine dei simboli dell’acqua, del vento e della colomba assunti dalla tradizione cristiana per definire l’azione dello Spirito Santo: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1, 2). Nella lingua siriaca questi stessi versetti venivano tradotti così: Lo Spirito del Signore “riscaldava covando le acque”. Una interpretazione che in Sant’Efrem il siro è diventata poesia: “Grazie al calore, tutto matura; grazie allo Spirito, tutto viene santificato: un simbolo evidente! […] Il calore ridesta il seno della terra addormentata, così fa lo Spirito Santo con la Chiesa”.
La prima manifestazione di questo fuoco d’amore la troviamo nella vita di Abramo. Il Signore stipulò con il patriarca un patto di alleanza irrevocabile passando Egli stesso, solo, in mezzo alle vittime sacrificali secondo un antico cerimoniale. Un’alleanza che, attraverso Abramo, Dio stipula con una discendenza numerosa, l’umanità intera: Quando tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: Alla tua discendenza io do questo paese” (Gen. 15,17).
Una seconda manifestazione la troviamo nella vita di Mosè. Pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, Mosè vide il Signore in una fiamma di fuoco (Es 3, 2) che avviluppava un arbusto senza consumarlo. Da questo roveto ardente la voce di Dio disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo e ho udito il grido delle sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (Es. 3,7-8a). Nel fuoco lo Spirito di Dio si rivela come amore che “cova la sua nidiata”, che conosce il suo popolo, le sue sofferenze e se ne prende cura fino a legarsi ad esso indissolubilmente. Non a caso la tradizione cristiana ha visto nel roveto ardente la prefigurazione di Maria, colei che adombrata dallo Spirito Santo è divenuta madre, rimanendo intatta nella sua verginità. L’amore di Dio è tale da farsi uno di noi, uomo come noi, per abituare, come dicono i padri, lo Spirito Santo ad abitare in mezzo agli uomini. All’uscita del popolo dall’Egitto l’azione dello Spirito si manifesta attraverso il concatenarsi di tre elementi: vento, acqua e fuoco. Un forte vento d’oriente (Es. 14, 21) divide il mare e il popolo passa all’asciutto mentre una colonna di fuoco lo separa e protegge dagli egiziani lanciati all’inseguimento. Questa colonna di fuoco non abbandonerà il popolo lungo tutta la traversata del deserto conducendolo alla terra promessa (Es. 14, 21-22). Durante questi quarant’anni di peregrinazione lo Spirito Santo con la sua guida luminosa farà di questi uomini (ex schiavi e gente promiscua cfr. 12, 37-38), un popolo di sacerdoti e una nazione santa. Nel nuovo Testamento Giovanni il Battista annuncia Gesù come colui che “vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 12, 49). Acqua e fuoco vengono nuovamente associati per esprimere la trasformazione radicale che il Signore opererà nei credenti in Lui. Gesù stesso dirà di sé: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto” (Lc 12, 49-50). Il fuoco che Cristo è venuto a portare è quello che divampa dalla sua croce: il fuoco dello Spirito. Il battesimo che deve ricevere è la sua morte e sepoltura che renderà i suoi discepoli partecipi della sua stessa vita. Così, nelle acque del Battesimo, i fedeli in Cristo sono rigenerati a nuova vita dallo Spirito che opera in essi come “fuoco della trasformazione” (Filocalia 1,374).
Nella liturgia bizantina si ritrova questo simbolismo allorché, per significare la presenza dello Spirito nel sangue di Cristo, viene infusa acqua bollente nel calice mentre il diacono dice: “Fervore della fede, ricolma dello Spirito Santo”. L’acqua calda, ha in sé qualcosa del fuoco ed è doppiamente simbolo, come acqua e fuoco, dello Spirito Santo che vivifica il sangue di Cristo e che, attraverso il sangue di Cristo viene partecipato alla Chiesa. Una particolare pentecoste raffigura questo mistero attraverso il pennello di un anonimo miniaturista, noto come il Maestro di Westfalia. Il fuoco non è immediatamente rappresentato ma “regna” sugli abiti degli apostoli e sul manto di Maria. Sono infuocati i raggi che partono dal centro della tavola dove lo Spirito Santo sta planando tenendo nel becco il Santissimo Sacramento. Questo artista riesce ad esprimere il legame profondo fra il cenacolo dell’ultima cena e il cenacolo della Pentecoste. Quel fuoco che Cristo è venuto a portare con la sua passione si compie qui a questa tavola: la forza del cibo offerto da Gesù nel suo Corpo, può incendiare il mondo intero del suo stesso Amore. La Chiesa è dunque il luogo dove arde quello Spirito, ciò la rende capace di rimettere i peccati e restituire l’uomo alla vita vera. A proposito della Pentecoste, Cirillo di Gerusalemme affermava che gli apostoli ricevettero il “fuoco che brucia le spine dei peccati e dà splendore all’anima”. Lo splendore è nell’anima di colui che si lascia infiammare dal Corpo del Signore ricevuto degnamente.

suor Maria Gloria Riva, maggio 2022

 

L’Allegoria dei sette sacramenti

Girolamo Imparato, Chiesa di Sant’Elia, olio su tela, 1603, Sant’Elia a Pianisi, Campobasso.

Il 25 gennaio 1904, il suolo di Sant’Elia a Pianisi (Campobasso) è calpestato da due piedi santi: padre Pio iniziava proprio in questo luogo gli anni degli studi ginnasiali che lo porteranno ad emettere la Professione tra i frati minori Cappuccini. Proprio 3 secoli prima, all’indomani del Concilio di Trento, nel 1603 in questo piccolo luogo del Molise un certo Francesco Tartaglia originario di Sant’Elia commissionò per la chiesa parrocchiale un dipinto che illustrasse i sette Sacramenti. Il Concilio di Trento, dieci anni prima, aveva fissato definitivamente a sette il numero dei Sacramenti, proclamando anche un anatema contro chiunque avesse modificato tale assetto. Il buon Francesco, preoccupato della sana dottrina, stilò uno schema meticoloso indirizzato al pittore Girolamo Imparato (o Imperato) di origine napoletana, ma operante nel territorio di Cosenza perché città di origine della sua consorte. Le indicazioni, stese nell’italiano tardo della fine del 1500, precisano i dettagli dell’Allegoria dei sette Sacramenti o, ancor meglio, l’Allegoria del Battesimo.
Girolamo Imparato realizzò tutte le indicazioni con grande fedeltà e maestria educando alla fede nei sacramenti generazioni e generazioni fino a giungere al giovane Francesco Forgione e futuro san Pio da Pietrelcina. Dal fonte battesimale, di forma circolare per ricordare la sua funzione di restituirci alla vita eterna perduta col peccato, s’innalza l’albero della Croce. Si tratta della vita cosmica narrata nel Salmo 80:
Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici ed essa ha riempito la terra.
La sua ombra copriva le montagne e i suoi rami i cedri più alti.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli.
Proprio sul primo ramo, alla destra del Salvatore, ecco la vergine Madre che, dolente e con le braccia aperte, ci invita a considerare quale grande grazia si riceva dal Sacrificio del suo divin Figlio. La grazia è il dono dello Spirito Santo, mai citato nella pittura ma presente e operante, come afferma la dottrina cattolica, in tutti i Sacramenti. Non a caso a lato della Vergine, il primo Sacramento che incontriamo è quello della Cresima. Qui, un padrino inginocchiato, accompagna il candidato davanti al Vescovo. Questi, che rappresenta la pienezza del Sacerdozio e, con esso, dei Sacramenti, siede sul faldistorio e tiene in mano il pastorale; alle sue spalle l’assistono un sacerdote e un chierico. Con l’altra mano il Vescovo unge il capo del cresimando, confermandolo, appunto, come membro bello e idoneo della Santa Chiesa. La Cresima (accanto al sacramento dell’Ordine, specifico per chi è ritenuto idoneo al Sacerdozio) è l’unico dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana ad esigere il Vescovo o un delegato da Lui stesso designato. Questo perché appunto la Cresima ci conferma, grazie all’unzione dello Spirito Santo, nella comunione ecclesiale e ci consolida in quella vocazione particolare che Dio ha pensato per noi e che il vescovo (rappresentante la pienezza del Sacerdozio e la successione apostolica) ratifica e comprova.
A seguire ecco gli altri sacramenti: l’Eucaristia e l’Unzione degli Infermi. Dall’altro lato: il Matrimonio, l’Ordine e, per finire, la Confessione. Questo ministero di grazia e di misericordia è, nella lettura iconografica dell’opera, l’altro sacramento vicinissimo al Battesimo, quello che ci restituisce alla pienezza della grazia. Un tale salutifero effetto è reso, nel girale della Confessione, attraverso la veste candida del Sacerdote che con tanta paternità e misericordia sta assolvendo il penitente inginocchiato. La lettura si risolve proprio nella scena sottostante dove una coppia di padrini, una donna pia e un uomo anziano, simboli di saggezza e di virtù, presentano alla Chiesa, significata nel Ministro di Dio, dodici fanciulli. Essi sono nudi perché innocenti e pronti a ricevere la veste candida del Battesimo. Lo stesso zampillo che scaturisce dalla fonte, derivante dal sangue del Redentore, scende sul capo dei neofiti che, a turno, passano davanti al sacerdote. Sul retro essi escono già “in albis”, ovvero rivestiti della tunica bianca della grazia santificante e vengono accompagnati da un Arcangelo in seno alla Chiesa di Dio. Lo Spirito Santo è presente nell’opera, in quel sangue e acqua che, scaturendo dal Cristo crocifisso, zampilla nella sorgente, un’acqua viva che si contrappone all’acqua stagnante in cui cadono coloro che disprezzano o stravolgono il senso dei sacramenti. Fra i malcapitati vi è anche un frate, probabilmente, lo stesso Lutero che aveva messo in dubbio proprio in quegli anni alcuni elementi della fede, in particolare proprio alcuni aspetti della dimensione sacramentale. In alto, benedicente, Dio Padre, circondato dagli angeli, sembra dire come un tempo sulle acque del Giordano: «Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!».

suor Maria Gloria Riva, aprile 2022

Lo Spirito Santo nel simbolo del fuoco

Sieger Köder, olio su tela La legge del Sinai (Es 34), Museo Fondazione Arte e Bibbia, Ellwangen (Jagst), Germania

Le grandi teofanie di Dio nella Bibbia sono legate al fuoco. Soprattutto nei salmi l’apparire di Dio, il suo agire, viene paragonato alle eruzioni vulcaniche:
Viene il nostro Dio e non sta in silenzio;
davanti a lui un fuoco divorante (Sal 50,3).
Davanti a lui cammina il fuoco e brucia tutt’intorno i suoi nemici.
Le sue folgori rischiarano il mondo:
vede e sussulta la terra (Sal 97,1-4)

IL FUOCO: CALORE DELL’AMORE DI DIO

Nel primo testamento il fuoco esprime simbolicamente l’essere e l’agire di Dio, il suo amore ardente e ineffabile. Nel nuovo testamento questo Amore, che purifica i cuori e consuma il peccato come pula, è lo stesso Spirito Santo. Troviamo la prima manifestazione di un tale fuoco d’amore nella vita di Abramo. Il Signore stipulò con Abramo un patto di alleanza irrevocabile passando Egli stesso, solo, in mezzo alle vittime sacrificali secondo un antico cerimoniale. Alleanza che, attraverso Abramo, Dio stipula con una discendenza numerosa, l’umanità intera. “Quando tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: Alla tua discendenza io do questo paese” (Gen 15,17). Una seconda manifestazione la troviamo nella vita di Mosè. Pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, Mosè vide il Signore in una fiamma di fuoco (Es 3, 2) che avviluppava un arbusto senza consumarlo. Da questo roveto ardente la voce di Dio disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo e ho udito il grido delle sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo” (Es 3,7-8a). Nel fuoco, lo Spirito di Dio si rivela come amore che “cova la sua nidiata”, che conosce il suo popolo, le sue sofferenze e se ne prende cura fino a legarsi ad esso indissolubilmente. Non a caso la tradizione cristiana ha visto nel roveto ardente la prefigurazione di Maria, colei che adombrata dallo Spirito Santo è divenuta madre, rimanendo intatta nella sua verginità. L’amore di Dio è tale da farsi uno di noi, uomo come noi, per abituare, come dicono i padri, lo Spirito Santo ad abitare in mezzo agli uomini.

LO SPIRITO: FUOCO CHE ILLUMINA

Che Dio voglia abitare in mezzo agli uomini e condurli alla salvezza lo vediamo soprattutto dai grandi eventi dell’Esodo. All’uscita del popolo dall’Egitto l’azione dello Spirito si manifesta attraverso il concatenarsi di tre elementi: vento, acqua e fuoco. Un forte vento d’oriente (Es 14,21) divide il mare e il popolo passa all’asciutto mentre una colonna di fuoco lo separa e protegge dagli egiziani lanciati all’inseguimento. Questa colonna di fuoco non abbandonerà il popolo lungo tutta la traversata del deserto conducendolo alla terra promessa (Es 14,21-22). Durante questi quarant’anni di peregrinazione lo Spirito Santo con la sua guida luminosa farà di questi uomini (ex schiavi e gente promiscua cfr. 12,37-38), un popolo di sacerdoti e una nazione santa.
Isaia riprenderà l’immagine della colonna di fuoco per descrivere i tempi messianici: «Verrà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutte le assemblee come una nube e come fumo di giorno, come bagliore di fuoco e fiamma di notte, perché sopra ogni cosa la gloria del Signore sarà come un baldacchino» (Is 4,4-5). Una profezia che va accostata a quella di Gioele che promette lo Spirito, come fuoco, sopra ogni uomo (cfr Gl 3,1-5). Isaia e Gioele, dunque, concordano: nei tempi messianici lo Spirito del Signore, come fuoco purificatore, sarà effuso nei cuori dei fedeli, essi allora «non avranno bisogno che alcuno li ammaestri poiché tutti riconosceranno il Signore dal più piccolo al più grande» (cfr. Ger 31,34). Pietro il giorno di Pentecoste citerà proprio il brano di Gioele per testimoniare davanti a tutto il popolo il compimento di tale profezia.

IL FUOCO DEL SINAI IN KODER

Questa alleanza sigillata col fuoco dello Spirito trova le sue radici in un’altra teofania dell’Esodo, alle falde del monte Sinai, dove il popolo riceve la legge. Sieger Köder ci permette di guardare a quest’evento proprio quasi attraverso le fiamme che invasero il Sinai: «Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e il Signore gli rispondeva con voce di tuono» (Es 19,18). La tradizione rabbinica commenta che ogni parola uscita dalla Potenza sul monte Sinai si divideva in settanta lingue (Rabbi Jochanan). Settanta è un numero simbolico: poiché nella concezione ebraica il mondo era costituito da settanta popoli; le settanta lingue stanno a indicare che la legge è offerta a tutti i popoli. Non solo. Il midrash all’esodo commenta: «La voce di Dio sul Sinai fu intesa da ciascuno secondo la sua capacità di intendere. Gli anziani la intesero secondo la loro capacità, i giovani secondo la loro capacità, e così anche i bambini, i lattanti e le donne. Persino Mosè la intese secondo la sua capacità».
Una siffatta folla l’ha dipinta anche Köder: giovani, anziani e donne. L’artista ne dipinge otto, associando questa alleanza a quell’ottavo giorno che Cristo verrà ad inaugurare. Otto, in tutto, numero che esprime la totalità dell’umanità abbracciata da questa alleanza. In questa teofania del Sinai l’originale ebraico afferma che gli ebrei udivano le fiamme e vedevano la voce, vale a dire che tutti i sensi erano coinvolti, e nello stesso tempo stravolti, dall’infocato comunicarsi di Dio. Uno stravolgimento che Köder esprime con le posture innaturali delle teste e con i diversi atteggiamenti. Mosè, da par suo, col volto pieno di luce, solleva le tavole della legge le quali nella pietra, quasi in filigrana, recano il volto del Salvatore. Sì, questo fuoco è lo stesso che Cristo è venuto a portare. Un fuoco divino, segno dello spirito di Dio che, si rivela nella Pentecoste il quale, con una sola voce comunicava a uomini di diversa cultura e lingua, parole adatte alla situazione ed esperienza di ciascuno.
Se alle falde del Sinai lo spettacolo fu terrificante al punto tale che Mosè disse: «Ho paura e tremo» (cfr. Eb 12,21), il fuoco che invase il cenacolo riempì di stupore le folle e divenne, al dire di san Giovanni della Croce, “cauterio soave” per i discepoli del Signore. L’azione dello Spirito come fuoco che illumina è dunque quella di guidare, secondo il volere di Dio, ogni uomo quale che sia la sua condizione di vita o cultura, per portarlo alla conoscenza piena del volto del Signore.

suor Maria Gloria Riva, marzo 2022