Illusione e abbandono nella conversione di Paolo

Nella Chiesa e nei sacramenti la nostra forza

Immagine: Bibbia miniata Conversione e battesimo di san Paolo, 1200 – Biblioteca Nazionale dei Paesi Bassi, Paesi Bassi

La conversione di Saulo in Paolo ci aiuta a ripercorrere il cammino di conversione che la Chiesa ci indica nei tempi forti, come quello dell’Avvento e del Natale, della Quaresima e della Pasqua. Più che passare da una fede ad un’altra, convertirsi è principalmente rendersi coscienti del bisogno di salvezza, passare cioè dall’illusione di farcela da soli all’abbandono verso un Dio che ci ama e conosce le nostre necessità. Saulo era un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, cresciuto a Gerusalemme, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio (cfr At 22,3) e credeva suo dovere “lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno” perseguitando i suoi discepoli (Cfr. At 26,9-11). Egli era profondamente religioso, tuttavia “non considerava Dio come Dio, autore e origine di ogni bene; ma al centro di tutto c’era il suo possesso, la sua verità, i tesori che gli erano stati affidati” (C.M. Martini).
Saulo vive il tempo con illusione, pone la sua forza in ciò che gli appartiene e mai avrebbe ammesso di essere fragile. Gesù aveva messo in guardia i farisei dalla tentazione di salvarsi da se stessi. Saulo soffre del medesimo peccato e il Signore entra nella sua vita ribaltando la situazione, lo scuote facendogli prendere coscienza del suo essere bisognoso di salvezza.

E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?».

Questa caduta, sul piano simbolico, indica il rovesciamento delle prospettive cui Saulo è condotto da Dio. Egli si rende conto di quanto fosse gratuita la sua violenza contro i cristiani: «Io mi gloriavo della mia giustizia; sono diventato giustiziere degli innocenti» (C. M. Martini). Tutta la religiosità di Saulo crolla sotto il peso di quella luce: pur senza saperlo, usando violenza verso i fratelli, Saulo perseguitava Cristo. Egli impara qui quel grande Mistero della Chiesa come Corpo di Cristo di cui sarà testimone. Questa caduta, tuttavia, non lo getta nello sgomento, cadono è vero le illusioni ma si apre qui, per Paolo, un tempo di riflessione.

Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare

Il tempo della riflessione è attesa silenziosa della volontà di Dio. Un’attesa tanto radicale da essere evidente anche nel fisico: Paolo è costretto all’immobilità e all’abbandono a causa di un’improvvisa cecità: E poiché non ci vedevo più a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco. Saulo, cieco e sottomesso ai compagni, è l’immagine dell’uomo peccatore, disorientato e schiavo del peccato, che lentamente si apre alla grazia di Dio e si lascia guidare alla salvezza. Nella conoscenza del suo peccato Saulo incontra l’amore di Dio. La cecità di Paolo non è tanto un castigo, quanto il segno stesso della sua missione. Proprio perché egli ha vissuto, in prima persona questo passaggio dalle tenebre alla luce diviene testimone e ministro delle cose sperimentate. L’incontro con Dio gli fa comprendere più a fondo la sua vocazione.

Illusione e abbandono di Paolo nell’Arte

In tutti i racconti della conversione di Saulo a Paolo, mai viene menzionato il cavallo. Eppure connessa alla conversione di Paolo è immancabile la caduta da cavallo. In realtà, nell’arte, esistono diverse conversioni di Saulo dove il cavallo è totalmente assente. La caduta dal destriero si affermò nel medioevo perchè nella simbologia medievale il cavallo era immagine di indomita superbia. Un miniaturista francese racconta in modo sorprendente questo passaggio dall’illusione all’abbandono dell’Apostolo. Nella parte bassa della pagina miniata, a sinistra, si vede sbucare dalle nubi del cielo la mano del Cristo che regge un cartiglio con la scritta (in latino): «Saulo, Saulo perché mi perseguiti?».
Saulo non cade ma si piega sul cavallo come vinto dalla luce che viene dal Cielo. Il suo abito, infatti, è illuminato della stessa luce che investe il cartiglio. Gli occhi chiusi, rimando alla sua cecità, e le braccia appoggiate al destriero, totalmente inerti, dicono l’abbandono di Paolo a quella luce. Il cavallo, compartecipe dell’evento, pare colto nell’atto di inginocchiarsi.
Nella parte destra della pagina miniata. L’epilogo della vicenda: il discepolo Anania apre gli occhi al futuro Apostolo con il battesimo. Nel libro degli Atti degli Apostoli si narra come Cristo avesse già istruito la sua Chiesa nella persona di Anania per insegnare a Paolo la sua nuova missione. Per giungere a ciò tuttavia Saulo deve ricevere i sacramenti: Allora Ananìa andò, entrò nella casa, impose a Sàulo le mani […] fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono. Attraverso Anania, dunque, Saulo riceve il battesimo e il nutrimento eucaristico, come sembra alludere il prendere cibo di Atti 9,19. Anche al grande Apostolo delle genti fu dunque necessaria la Chiesa per diventare quella luce delle genti che Cristo gli preconizzò proprio nel momento della sua cecità. Noi pure dunque siamo talora chiamati a confortare gli altri proprio nelle difficoltà che attraversiamo e troviamo nella Chiesa e nei sacramenti la forza necessaria per testimoniare quanto Cristo ha fatto per noi.

suor Maria Gloria Riva, gennaio 2023

Anania e Saffira

Come vivere e come morire?

Masaccio 1425-1428 Distribuzione delle elemosine e morte di Anania. Affresco 230×170 cm. Cappella Brancacci. Chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze

Tanto è solare il ritratto di Barnaba quanto è oscuro e ambiguo quello dei due coniugi Anania e Saffira (At 5,1-10). Tale presentazione non nasconde certo una sottile critica al matrimonio, dato che proprio le famiglie saranno il fulcro delle prime comunità cristiane, ma vuole educare i credenti ad agire in totale trasparenza e a donare col cuore.

“Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere”
Il testo greco dice letteralmente “un certo Anania”. Anania era un nome non meno comune di Giuseppe al tempo di Cristo, pertanto impressiona qui, diversamente dall’episodio di Barnaba, l’assenza di precisazioni se non quello del nome della moglie Saffira. Quest’uomo vende “un” suo podere, pertanto, a differenza di Barnaba forse non era neppure l’unico in suo possesso. Nonostante ciò, egli “tenuta per sé una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli”. L’espressione “tenere per sé” indica propriamente il “trattenere con frode”. Troviamo lo stesso verbo nella versione greca del libro di Giosue (cap. 7) quando Acar trasgredisce la legge di Dio per fini propri. Ciò dimostra che già agli inizi della vita della Chiesa, non tener conto dell’autorità degli Apostoli, come fece Anania, era considerato una trasgressione della legge divina.
Perciò Pietro reagisce con parole forti: “Anania, perché mai satana si è così impadronito del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto una parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione?”. Condividere i propri beni era un atto libero: mettere in comune denaro e proprietà era una consuetudine, non un obbligo. Il peccato di Anania non fu quello di non aver dato tutto, quanto piuttosto quello di aver agito con doppiezza fingendo una generosità e una radicalità che non possedeva. Satana ha riempito il suo cuore, cioè l’ha indotto alla menzogna e alla finzione, impedendogli di radicare la sua fede nella verità di ciò che era, la quale, per quanto povera, sarebbe stata certamente ben più accetta a Dio dell’ipocrisia. Egli non ha saputo condividere la sua debolezza, non ha dato se stesso, ma ciò che di sé voleva far credere. 

«“Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio”. All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò».
Questa è la reale morte di Anania, l’aver mentito a Dio. Non si è accostato alla fede come a un dono, ma come a un interesse. Deporre il proprio dono davanti agli apostoli era deporlo davanti a Dio. La parola di Pietro ha fatto sì luce nel suo cuore, ma questa verità, a differenza di quanti a Pentecoste si sentirono muovere il cuore e si convertirono, fu per Anania una lama a doppio taglio che lo uccise.

“Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell’accaduto”
L’episodio di Saffira è costruito in parallelo a quello del marito. Pietro rivolgendo a Saffira la domanda circa il prezzo della vendita del campo, spera nella sua innocenza e nella sua estraneità riguardo alle decisioni del marito, ma non fu così. Anania e Saffira agirono con doppiezza dimostrando come la loro relazione con Dio, mediata dalla relazione con gli apostoli, non era sincera e la loro appartenenza alla comunità era vissuta in modo subdolo. Dietro a queste morti fisiche si vuole perciò raccontare la morte spirituale che colpisce chi non è fedele al dono ricevuto da Dio, chi non traffica il proprio talento mettendolo a servizio di Dio e dei fratelli. Costui, mentre condanna se stesso all’infelicità, nuoce anche alla comunità.

“Anania e Saffira” nell’arte
A Firenze, nella Cappella Brancacci, un capolavoro di 40 metri quadri dipinto a più mani, si trova l’episodio di Anania e Saffira realizzato da Masaccio. Gli edifici retrostanti la scena, che riproducono la città di Firenze, trovano il loro punto focale al di fuori della scena stessa e precisamente nella figura di Pietro, la cui ombra guarisce gli infermi, collocata nell’affresco del lato opposto. Masaccio in tal modo afferma come l’autorità di Pietro, grazie al mandato di Gesù, coincida con la volontà stessa di Dio. Pietro veste il manto giallo dell’elezione ed è intento a distribuire i beni ai poveri, quei beni che grazie a Barnaba e ad altri come lui, contribuiscono a edificare la comunità cristiana. La statuaria compostezza di Pietro e Giovanni si oppone ai due corpi stesi e senza vita di Saffira, in primo piano e di Anania il cui corpo si profila poco dietro la moglie. Un solo volto guarda verso di noi ed è probabilmente quello di Barnaba il quale sembra invitarci alla riflessione: come vivere e come morire? Vivere nella certezza di un dono di sé che edifica, come appunto fu per lui, Barnaba, o vivere nella doppiezza che uccide, similmente ad Anania e Saffira? È la domanda cui ciascuno di noi deve rispondere con la vita.

suor Maria Gloria Riva, dicembre 2022

Barnaba e il dono di sé

Sandro Botticelli, Pala di San Barnaba, 1487 tempera su tavola 268×280 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze

San Luca al capitolo 4 degli Atti degli Apostoli presenta un secondo sommario (il primo era al capitolo 2) nel quale delinea le caratteristiche delle prime comunità cristiane: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. […] Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli, e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (At 4,32-35). Questo sommario mette a fuoco un tema caro a Luca: l’unità dei cuori trova un riflesso immediato, per la comunità dei credenti in Cristo, nella comunione dei beni materiali. I sommari di Luca sono spesso definiti l’utopia delle origini, ma in realtà secoli e generazioni di credenti, prelati e vescovi, monaci e monache, religiosi e religiose, laici celibi e sposati, si sono continuamente ispirati a questa regola di vita. Luca non ha promosso però (e l’antica Regola agostiniana lo testimonia) un’uguaglianza fra i membri della comunità intesa come livellamento del tenore di vita ma, al contrario, ha incoraggiato il superamento del confronto vicendevole perché ciascuno fosse considerato e aiutato a partire dal bisogno personale. Dopo la descrizione della prima comunità cristiana ecco che Luca offre, come in una sorta di dittico, gli esempi di Barnaba e quella di Anania.
La vicenda di Barnaba conclude il capitolo 4 ed è esplicitamente citata come esemplificativa di quanto affermato sopra, tanto che il testo inizia, appunto con un «così»: “Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa «figlio dell’esortazione», un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli” (At 4,36-37). Benché si tratti di uno schizzo brevissimo, in questi due versetti si traccia un ritratto solare e denso di particolari: il nome proprio, Giuseppe; il soprannome, Barnaba; il significato del soprannome; la tribù di appartenenza, Levi e il luogo di origine, Cipro.
Giuseppe sembra essere molto conosciuto dagli apostoli, infatti il soprannome Barnaba, non solo lo distingue dagli altri eventuali (e probabilmente numerosi) Giuseppe, ma stigmatizza anche lo speciale dono che egli aveva da Dio, quello di esortare e consolare. Luca, dando la spiegazione del soprannome, fornisce al lettore non tanto la traduzione letterale, quanto il senso che veniva comunemente dato all’appellativo. Sembra infatti che Barnaba significhi più probabilmente «figlio della profezia» (dall’aramaico bar = figlio e nebuáh = profezia). Esortare era comunque, secondo san Paolo (cfr. 1 Cor 14,3), il carisma principale dei profeti. Il fatto poi che, a Giuseppe, il soprannome venga assegnato direttamente dagli apostoli, conferisce al nomignolo il valore di un nome nuovo, di una nuova identità in vista dell’appartenenza alla comunità.
Nonostante il comportamento di Barnaba non fosse certamente unico, poiché era consuetudine fra i cristiani mettere ogni cosa in comune, il versetto 37 ci rivela come la generosità di Barnaba fosse particolare. Secondo il diritto ebraico, i discendenti della tribù di Levi, e dunque anche lo stesso Barnaba, non potevano avere né possedimenti, né eredità, almeno in terra di Israele. Quel campo venduto da Giuseppe era certamente ubicato fuori dalla Terra Santa (forse nella stessa isola di Cipro dalla quale egli proveniva) e doveva essere l’unico suo possesso. Egli dunque vende, col campo, tutto ciò che ha e consegna l’intero ricavato agli apostoli. Cosa che, come vedremo, non faranno Anania e Saffira.
La radicalità e disponibilità di Barnaba a condividere tutto di sé si mostrerà vera anche lungo tutto il racconto degli Atti. Sarà Barnaba, ad esempio, a presentare Saulo ai discepoli, i quali faticavano a credere nella conversione dell’antico persecutore, esortandoli a fidarsi di lui (At 9,27). Sarà ancora Barnaba a constatare, ad Antiochia, la conversione dei primi pagani e a esortare i fratelli a perseverare confidando nell’aiuto di Dio (At 11,23-24). Ancora Barnaba affiancherà Paolo nella missione ritirandosi progressivamente e con umiltà di fronte al carisma missionario dell’Apostolo delle genti; implicato poi, in un litigio fra Paolo e Marco egli farà da paciere fino ad ottenere la riconciliazione fra i due. Da questi soli accenni vediamo emergere il profilo di un uomo fedele al dono ricevuto, quello indicato dal soprannome conferitogli dagli apostoli: esortare e consolidare i fratelli nella fede. Possiamo dunque intuire che il dono gratuito e immediato della sua eredità fu segno e preannunzio di quell’offerta generosa che egli fece di se stesso a Dio e alla comunità.
Una bella opera di Botticelli, dal titolo Pala di San Barnaba, ritrae il nostro santo mentre conversa con sant’Agostino. Se il grande Dottore della Chiesa è ritratto mentre scrive le sue Confessioni, Barnaba regge, invece della palma del martirio (che ha conseguito come tutti gli apostoli), un ramoscello di ulivo, simbolo della sua ricchezza d’animo, d’ingegno e della sua opera di pace. Insieme con l’ulivo Barnaba tiene anche un libro: il vangelo di Matteo. Secondo la tradizione egli morì a Salamina lapidato e con in mano questo Vangelo. Si solleva così anche un’altra piega amara nella vita di questo grande apostolo: pur essendo stato tanto vicino a Marco egli adottò per la sua predicazione il vangelo di Matteo. Forse lo condusse a questa scelta, la prudenza e la necessità di mantenere l’equilibrio nei rapporti. Proprio per questo egli rimane l’esempio di come nella Chiesa le contraddizioni e le liti non devono spegnere lo spirito, ma rafforzare la volontà di donarsi per realizzare quell’essere un cuore solo e un’anima sola, principio e senso dell’essere fratelli in Cristo.

suor Maria Gloria Riva, novembre 2022

Comunità e missione

Immagine: Beato Angelico, Pannello del Tabernacolo dei Linaioli raffigurante la “Predica di san Pietro”; 1433, tempera su tavola, Museo Nazionale di Firenze

Nel nostro viaggio alla scoperta della comunità dei primi cristiani riflettiamo sul discorso che san Pietro fa dopo l’evento straordinario della Pentecoste descritto negli Atti degli Apostoli (2,36-38). Qui abbiamo il primo ritratto di una chiesa missionaria. Rispetto al momento dell’ascensione, lo scenario è mutato. La comunità dei discepoli è ormai costituita e coloro che interpellano Pietro sono persone che non hanno conosciuto direttamente il Signore Gesù, ma che vengono attirati da Lui mediante la testimonianza dei discepoli. La chiamata, per queste persone, si sviluppa a partire dall’incontro con l’evento della passione morte e risurrezione di Gesù, evento del quale, al di là del reale coinvolgimento individuale, si sentono responsabili: “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”. L’offerta per amore del crocefisso apre l’uomo alla coscienza del suo peccato e alla conoscenza del perdono gratuito di Dio.
“Che cosa dobbiamo fare? Pentitevi e ciascuno si faccia battezzare nel nome del Signore Gesù”. Per quanto grande possa essere il peccato dell’uomo, più grande è il rimedio della misericordia di Dio. L’uomo è capace di rispondere all’amore di Dio e rivolgersi all’amore dei fratelli soltanto quando è liberato dal giogo della colpevolezza che pesa sul suo passato. Questo riconcilia col presente e apre orizzonti nuovi per il futuro dice, infatti, Pietro: “Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore”, lasciando così intendere che proprio l’aver conosciuto il proprio peccato e l’essere stati perdonati rende testimoni – presso altri – dell’Amore di Dio. Ogni comunità cristiana è costituita da peccatori pentiti e perdonati, questo è il denominatore comune dei chiamati. Il collante della vita comune è dunque il perdono: la coscienza del perdono ricevuto rende ogni membro della comunità largo nella compassione e nel perdono vicendevole.
L’incontro col Signore, il suo perdono e il suo amore, solleva dal peso del passato e dà senso al presente, conferendo slancio al futuro, possibilità di generare. E generare, dare vita, dare alla vita nuova speranza, è la missione fondamentale di ogni comunità.

La predica di Pietro nel Beato Angelico

Guardiamo ora come nell’arte è stato visto e riletto il grande discorso di Pietro, possiamo dire il primo documento ufficiale del Magistero petrino. Si tratta di un’opera dell’Angelico che decora un tabernacolo. La corporazione dei Linaiuoli di Firenze stipulò un contratto, il 2 luglio 1433, per la decorazione di un tabernacolo in legno e marmo realizzato un anno prima su disegno di Lorenzo Ghiberti. L’opera, imponente e maestosa, più che a un tabernacolo è assimilabile a una Maestà, o a un portale monumentale. E non sembra causale a corredo di un discorso petrino che fonda, quasi come un portale, la predicazione cristiana.
Il primo pannello della predella presenta la scena della Predica di san Pietro, nel giorno di Pentecoste seguita, al centro dall’Adorazione dei Magi e, all’estrema destra dal martirio di san Marco. Le tre scene sono significative se pensate in relazione a un tabernacolo: la mensa della Parola è in stretta unità con la mensa eucaristica; l’adorazione è il fulcro dell’esperienza di preghiera e della professione di fede nella Presenza reale e, infine, il martirio, è testimonianza suprema della adesione al sacrificio di Cristo.
Nella scena della predicazione di Pietro, l’armonia che regna per l’eleganza degli abiti e dei portamenti, tipica dell’arte dell’Angelico, esprime in modo mirabile il senso di timore che era in tutti e l’unione degli spiriti e degli intenti che regnava nella primitiva comunità. Tutto sgorga dalla predicazione di Pietro, il quale parla da un pulpito esagonale, simbolo di quel sesto giorno della creazione in cui è iniziato il cammino dell’uomo e la consapevolezza del suo peccato. L’autorevolezza di Pietro, oltre che dal colore dei suoi abiti, il blu del mistero e l’oro dell’elezione divina, è certificata da Marco il quale, ai suoi piedi, scrive puntualmente ogni sillaba dell’apostolo, assistito da due discepoli.
Le donne, rappresentate nei loro diversi ruoli: giovinette, fidanzate, sposate e vedove, siedono in atteggiamento di ascolto. All’estrema destra un altro discepolo veste il blu del mistero mentre, accanto a lui e dall’altro lato, una donna e un uomo benestanti sembrano essere colti di sorpresa dalle parole dell’Apostolo. Costoro vestono lo stesso rosso rosato che tinge la chiesa alle spalle di Pietro. L’anacronismo è voluto. Sono appunto quelli che, non per aver conosciuto Cristo bensì per la predicazione degli apostoli, hanno permesso alla Chiesa di espandersi e diffondersi in tutto il mondo. Il rosso acceso sembra alludere a quella carità che dovrebbe caratterizzare i rapporti entro la comunità dei credenti, tema caro a Luca e presente come leitmotiv in tutto il libro degli Atti.

suor Maria Gloria Riva
Pietrarubbia, ottobre 2022

Chiamati a seguire le orme di Cristo

Ascensione di Cristo, Hans Süss von Kulmbach, olio su tavola c. 1513. Metropolitan Museum of Art.

Il libro degli Atti è l’affascinante storia della prima comunità cristiana. Una comunità che, faticosamente, ma continuamente sorretta dallo Spirito Santo, si ricompatta e si rafforza dopo gli eventi drammatici della passione del Signore. Se la storia degli Apostoli e dei discepoli inizia nei tre anni di vita apostolica di Gesù e con la sua azione educativa, è solo dopo la Risurrezione che prende il via a pieno titolo la vita della Chiesa. Per l’evangelista Luca, che scrive il testo degli Atti, la prima comunità cristiana è un modello sempre vivo e sorgivo cui attingere per ogni esperienza comunitaria. Il momento ufficiale del suo inizio si colloca proprio nel giorno dell’Ascensione del Signore, quando cioè Gesù si sottrae dalla vista dei discepoli, educandoli a percepire la sua Presenza nell’anima. Cosa cui li renderà familiari lo Spirito Santo (cfr Atti, 1, 6-9).

 Venutisi a trovare insieme
Chi sono coloro che si sono venuti a trovare insieme? Non sono persone che casualmente si sono trovate ad essere spettatori dell’Ascensione di Gesù, sono piuttosto coloro che si erano messi a tavola con Lui (come si legge in At 1,4). Oppure, secondo un’altra traduzione possibile, quelli che il Signore Gesù aveva radunato attorno a sé, quei discepoli, cioè, che hanno mangiato col Risorto. La comunità cristiana non è perciò costituita da persone che si frequentano attratte da simpatia reciproca o da ideali affini ma è composta da persone chiamate dal Signore. Persone che hanno fatto esperienza di lui e che a lui affidano la loro vita. Inizia a far comunità colui che compie il passaggio dal “cercare la comunità per me”, all’essere “io per la comunità”. Luca nel suo Vangelo descrive questo passaggio attraverso i due discepoli di Emmaus i quali, se in un primo momento avevano guardato alla comunità dei discepoli come al luogo della realizzazione delle loro attese messianiche, dopo l’incontro col Risorto tornarono a Gerusalemme dai fratelli a testimoniare la loro esperienza di fede. L’assemblea cristiana (e pensiamo soprattutto alle nostre assemblee liturgiche), è sempre una convocazione, si è sempre cioè chiamati e radunati dal Signore per essere inviati.

“È questo il tempo in cui ricostruirai il regno d’Israele?”
I discepoli pur essendo stati chiamati, convocati dal Signore rimangono imprigionati da alcuni condizionamenti che impediscono loro di essere comunità e di vivere in pienezza la loro missionarietà. La domanda rivolta al Signore prima dell’Ascensione, rivela una delle preoccupazioni principali per l’uomo: quella per il futuro. Per quanto la domanda sia nobile, essa infatti non riguarda la restaurazione politica di Israele, bensì la manifestazione del Regno dei Cieli promessa dal Signore, pur tuttavia nasconde l’ansia per il futuro, o meglio, la volontà, così tipica per l’uomo (specie per l’uomo moderno), di impossessarsi del futuro, di poterlo in qualche modo circoscrivere. Gesù risponde in modo drastico togliendo loro ogni sicurezza umana in merito al futuro: Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta. Così facendo spalanca l’orizzonte stesso del futuro: Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra. Gesù offre un’unica certezza: avrete forza dallo Spirito Santo, li riporta cioè a quello che fu il fulcro della sua esistenza terrena e che è, nel contempo, l’oggetto della promessa del Padre, lo Spirito Santo. Lo scopo della Chiesa, e quindi di ogni comunità cristiana, è generare figli di Dio, rinati dall’acqua e dallo Spirito, perciò Gesù sottrae i discepoli alla preoccupazione del futuro e spalanca la loro esistenza all’azione dello Spirito. Essi saranno testimoni, cioè martiri, disposti a dare la vita per il Regno piuttosto che attenderne passivamente la manifestazione.

L’Ascensione di Cristo di Hans Süss von Kulmbach
Hans Süss von Kulmbach fu allievo di Dürer e proprio da una Xilografia del grande maestro di Norimberga trasse questa tavola dedicata all’Ascensione. Il pannello faceva parte di una pala d’Altare dedicata alla vita della Vergine, le cui parti, smembrate arricchiscono oggi la collezione di vari Musei. A differenza di altre opere Kulmbach ci vieta di vedere il Monte dell’Ascensione ma l’obiettivo è concertato sulla comunità dei discepoli. Essi sono la vera terra dalla quale il Cristo si diparte per tornare al Padre e a questa terra di anime Egli promette il suo ritorno e la sua Presenza tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Come vuole il libro degli Atti i discepoli e gli apostoli si radunano di nuovo attorno alla Madre di Gesù che diventa il punto di unità e comunione con il loro Maestro. Sarà lo Spirito Santo che discendendo sotto forma di fuoco e di vento penetrerà nelle loro anime rendendoli consapevoli dell’unione indissolubile con Cristo e con il Padre. Ciò che si vede del loro Maestro sono i soli piedi. Sono i piedi piagati che, nonostante la certezza della Risurrezione, ricordano alla Chiesa come debba seguire le orme del suo Fondatore.
Se i volti e gli sguardi sono tutti rivolti al Cielo, quei piedi riportano gli Apostoli alle necessità della terra. Di nessun discepolo si vedono i piedi se non dell’apostolo accanto a Maria. Due piedi in primissimo piano che educano noi a comprendere di essere in cammino e di dover obbedire a colui che non si è mai abbassato alle dinamiche del male. Per la vicinanza con Maria e il color ocra del suo mantello, potrebbe, quell’apostolo, essere lo stesso Pietro. Non lo sappiamo, certo è che quei piedi rimandano a un passo del Principe degli apostoli che sintetizza il senso stesso della Chiesa e della sua presenza fra gli uomini: se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme (1 Pt 2,20-21).

suor Maria Gloria Riva
Pietrarubbia, settembre 2022