Lo Spirito Santo nel simbolo dell’acqua

Marc Chagall (1887-1985) Passaggio del Mar Rosso. Collezione Privata

Acqua e Spirito

Nella Bibbia, il primo accostamento acqua e spirito lo si trova all’apertura del testo biblico, in particolare nel passo di Genesi 1,2 che abbiamo già avuto modo di commentare. Il narratore della tradizione sacerdotale, solenne e teologica, narra come all’inizio della creazione “la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. L’abisso in ebraico tehom, è linguisticamente affine all’accadico Tiamat, dea babilonese del caos primordiale. Dio, dunque secondo questa narrazione, interviene nel caos primordiale mediante il suo Spirito e la sua Parola (e Dio disse) per separare e creare ordine. Non a caso il nome della Pasqua ebraica: seder, significa ordine. Così nell’Eden, il Paradiso terrestre, secondo una narrazione più arcaica (la tradizione detta Jahvista perché solita a usare il nome proprio di Dio) troviamo le acque perfettamente ordinate e a servizio dell’uomo: un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino e si divideva poi nei quattro fiumi del paradiso” (Gen 2,10-14). I quattro fiumi sono un riferimento ai quattro punti cardinali: le loro acque sono preziose e vivificanti e alla loro sorgente, nel centro dell’Eden, stendeva le sue radici l’albero della vita (Gen 2,9).

Lo Spirito: acqua che sgorga dal cuore di Cristo al cuore dei credenti

Dopo che l’accesso all’Eden fu precluso all’uomo, il suo bisogno di acqua, la sua sete si è caricata di un significato altamente simbolico. La ricerca delle sorgenti d’acqua viva infatti è un tema caro alla letteratura patriarcale. In questa ricerca i patriarchi, mentre disseminano il territorio di pozzi d’acque sorgive, disegnano nel contempo il loro itinerario spirituale (Gen 24,10s; 26,14-22; 29,1; Es 2,5s ecc…). Un’eco della portata simbolica del pozzo e dell’acqua viva la troviamo nel Vangelo di Giovanni, nella narrazione dell’incontro di Gesù con la Samaritana (Gv 4,10-14). Il “dono di Dio” promesso da Gesù, l’acqua viva che zampillerà per suo mezzo nel cuore dei credenti è lo Spirito Santo. I patriarchi nel loro peregrinare alla ricerca di pozzi e sorgenti esprimono l’itinerario spirituale di ogni uomo alla ricerca di un’acqua che estingue la sete del cuore.
Nell’Esodo l’acqua testimonia tanto fortemente la presenza di Dio, la cura di Dio per il suo popolo da accompagnarlo anche durante il cammino nel deserto. Mentre il popolo soffriva la sete per mancanza d’acqua: “Il Signore disse a Mosè […] Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo e va’. Ecco io stesso starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb. Tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà” (Es 17,5-6). Secondo l’interpretazione rabbinica la roccia non abbandonò mai il popolo seguendolo lungo tutta la sua peregrinazione fino alla terra promessa. Un’interpretazione ripresa da Paolo nella Prima lettera ai Corinzi: “I nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia che li accompagnava e quella roccia era il Cristo” (1 Cor 10,1-4).
Cristo è dunque la roccia da cui sgorga l’acqua dello Spirito, come attesta l’evangelista Giovanni: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39).

Le acque della rinascita

Proprio all’inizio dell’Esodo un forte vento d’oriente sospinse le acque del mare (Es 14,21) e il popolo in fuga dall’Egitto si trovò spianata una strada nel mare. Questa potente icona di salvezza dell’Antico Testamento è diventata un simbolo battesimale. Anche il mare, rimando al male per le sue acque salate, grazie al soffio dello Spirito diventano luogo di vita e di rinascita. Interessante rileggere un’opera dell’ebreo Marc Chagall alla luce di questo connubio acqua e spirito. Nel blu intenso di acque che sono teatro del misterioso rivelarsi di Dio e della potenza del suo Spirito, alcuni elementi rivelano lo spessore simbolico dell’evento.
Proprio nel punto in cui la “nube” nasconde il cammino del popolo agli occhi degli inseguitori egiziani in corsa, un angelo sulla destra tiene le tavole della legge. Anche le pareti del mare entro le quali si snodava la strada per il passaggio del popolo (e che Chagall disegna come fossero grandi seni a destra e a sinistra) hanno un rimando alla Parola: le tavole della legge, infatti, le sponde del mare e le sponde del parto sono rese in ebraico con la stessa parola, Quello che lo Spirito operò nelle acque del Mar Rosso fu come un grande parto: il popolo da accozzaglia di schiavi divenne finalmente un popolo, e il popolo di Dio.
Sullo sfondo, dentro le acque, una coppia giace abbracciata, proprio vicinissima all’angelo che guida il popolo e che ha le fattezze dello “Spirito-Colomba”. La quiete con la quale il popolo si dirige verso l’altra sponda del mare racconta la rinascita frutto proprio di queste acque salutari in tutto simili alle acque della placenta. L’acqua, luogo di rinascita e rimando alla fecondità della Parola è rafforzata dallo sfondo verde scuro dove Chagall delinea le figure di Davide e di Cristo. Davide, cantore della Parola di Dio è ritratto con la cetra, Cristo invece è ritratto crocefisso. Benché per Chagall questo rappresentasse la cifra del popolo perseguitato, ma benedetto da Dio, nell’ottica cristiana la presenza del crocifisso compie il simbolo battesimale sempre riconosciuto dalla Chiesa nell’evento salvifico del passaggio del Mar Rosso. Non solo ma le ferite del Cristo sulla croce corrispondono ai quattro fiumi del paradiso e la ferita del Costato a quell’acqua viva finalmente offerta all’uomo.

suor Maria Gloria Riva, gennaio 2022

Lo Spirito “Colomba e l’Incarnazione

Maestro di Caterina di Cleves, Trinità, foglio 085, Libro delle Ore di Caterina Cleves (Katharina van Kleef) circa 1440, Biblioteca e Museo Morgan New York

Già nelle prime pagine della bibbia abbiamo visto delinearsi lo Spirito di Dio che aleggia (merahefet) sul cosmo come una colomba aleggia sulla sua nidiata. Così tutta la Scrittura è attraversata dal simbolo della colomba tanto come Spirito divino (nella Genesi e nel nuovo testamento) che come simbolo del popolo stesso. I due significati però, non si escludono: i profeti, infatti, annunciarono un’effusione straordinaria dello Spirito che avrebbe reso il popolo una cosa sola con il suo Dio. L’immagine della colomba la troviamo anzitutto nel Cantico dei Cantici, un libro letto dalla tradizione mistica, sia ebraica che cristiana, come il poema dell’amore tra Dio e il suo popolo.
Nel Cantico l’amato invoca la sua amata col nome di colomba: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, …mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14) [cfr. Ct 1,15; 4,1; 5,2, 12; 6,9]. Qui, dunque, il simbolismo della colomba evoca da un lato la dolcezza di Dio e dall’altro il popolo stesso. Dio in tutta la storia della salvezza opera una sorta di schermaglia amorosa con il suo popolo al fine di sedurlo e di attirarlo a sé come si esprime Osea: “Ecco, l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,16). L’espressione “attirerò a me” ha in ebraico (radice fth), un senso molto forte, indica la seduzione che un uomo opera verso una donna, o quella che un amico opera verso il compagno per indurlo (non di rado) al male.
Chi corregge le infedeltà del popolo e anticipa ciò che sarà offerto ad ogni credente nei giorni del Messia è la Vergine Maria. La sua casa di Nazareth è il luogo ove si compiono le parole del Cantico dei Cantici: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, …mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce”. Come narra l’evangelista Luca: “L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te»”.
A questa vergine piena di grazia che non conosce uomo, l’angelo annuncia una maternità miracolosa: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio». Qui la simbologia della colomba non compare, ma il termine “ombra” richiama la nube luminosa che custodì Israele nell’esodo e, soprattutto, le ali della protezione divina, costantemente invocate nei salmi: “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, dì al Signore mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido… Ti coprirà con le sue penne sotto le sue ali troverai rifugio” (Sal 91, 1-2.4). Sotto le ali divine si rifugia Maria, una degli anawim, di quei «poveri di Jahvè» che attendevano il Messia. Ella rappresenta così la colomba perfetta, che veglia nella notte in attesa dello Sposo: “Io dormo, ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio diletto che bussa: Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba, perfetta mia”. Maria risponde a questo invito con il suo sì, divenendo tempio della misteriosa presenza dello Spirito che si manifesterà pienamente nel Figlio suo Gesù, concepito appunto di Spirito Santo.
Un riferimento profetico alla divina maternità di Maria si trova in un altro salmo in cui compare il simbolo della colomba: “Mentre voi dormite tra gli ovili, splendono d’argento le ali della colomba, le sue piume di riflessi d’oro” (Sal 68,14). Il testo, che canta gli eventi salvifici di Dio nei confronti del popolo, sembra riprodurre – in questo versetto – la nascita miracolosa di Cristo annunciata dagli angeli ai pastori nella notte di Natale. Nell’arte c’è un’opera significativa che s’ispira alla magia di questa notte in cui si compie l’opera trinitaria della salvezza. Si tratta di una miniatura presente nel libro delle ore di Catarina van Cleve, la quale presenta una curiosissima immagine della Trinità: in una notte stellata, splendono d’argento le ali della colomba su raggi dorati. Dio Padre vestito del rosso della sua regalità, invia lo Spirito sulla terra affinché fecondi la Vergine Maria in vista dell’opera dell’Incarnazione. La Madonna non si vede, ma al centro della miniatura ecco il Cristo Bambino pronto ad entrare nel grembo materno abbracciando la croce.
Non ci sono pastori dormienti tra gli ovili, come avverrà nella notte di Natale, ma, in fondo alla pagina, ideale testimone di questa misteriosa e feconda notte è un pescatore. Vestito dello stesso rosso di Dio Padre e con un copricapo blu, come la notte che avvolge lo spirito-colomba nella sua discesa, egli è intento a gettare le sue nasse, oppure il giacchio come vuole un testo profetico annunciato da Abacuc (1,15). Tre anatre nello specchio d’acqua ritraggono l’opera trinitaria: due assistono una terza che sola si tuffa a pescare nelle acque. Così come Padre e Spirito assistono il verbo nella sua Kenosi, ovvero nella sua discesa dentro la carne dell’uomo per redimerla.
L’opera nel suo linguaggio semplice, scritto in una pagina che raccoglie l’Inno di terza nella Festa della Santissima Trinità, vuole rappresentare la grande epiclesi dello Spirito che, come colomba accompagna il Verbo nella sua discesa dentro il grembo di Maria. Il Bambino, che plana portando già la croce, non è una novità nell’arte. Egli solo, potremmo dire, è nato per morire e affinché l’uomo, nascendo, potesse avere la certezza di vivere per sempre in quel Cielo dai riflessi d’oro che accompagna la discesa dello Spirito-Colomba.

suor Maria Gloria Riva, dicembre 2021

Lo Spiritio Santo e vento silenzioso

Michelangelo di Lodovico Buonarroti (1475–1564) La Creazione di Adamo, particolare di Dio Padre Creatore. Affresco 1511 circa. Cappella Sistina, Città del Vaticano.

All’inizio della Genesi, quindi fin dalle prime battute del testo biblico, lo Spirito Santo s’impone, in un passo suggestivo, sotto il titolo di «soffio» o di «vento». «In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gn 1, 1-2). In ebraico al versetto 2 troviamo l’immagine della ruach-elohim, ovvero dello Spirito di Dio, che aleggia sulle acque. Il termine ruach, designa vento – alito – respiro e spirito. Il vento ha suscitato interesse e stupore fin dagli albori dell’umanità. I primitivi pensavano che il vento fosse il respiro della terra, sintomo della vita cosmica. Nella sua presenza invisibile pensavano nascondersi una potenza superiore. Tra i sumeri, re di tutti gli dei era il dio Enlil il cui nome non significa altro che: “Signore-Alito di vento”. Anche nell’antica religione siro-fenicia il vento ha un ruolo importante: nella creazione del mondo il vento, come aria oscura e ventosa che si accoppia con se stessa, si librava sopra il caos.
Pur in una sostanziale similitudine di tali antiche immagini circa la creazione, il testo biblico si esprime con una precisione di termini, pur nella povertà di vocaboli della lingua ebraica, da far balenare già – come in filigrana – l’identikit della Trinità. Il nome del Dio creatore, che in un misterioso principio crea dal nulla, è reso con il plurale elohim, mentre il verbo resta al singolare. Trattandosi indubbiamente del Dio d’Israele, che è chiamato principalmente Uno, l’uso di questo termine plurale (elohim) lascia supporre che sia un dio di relazione a creare l’universo. Esistendo nella grammatica ebraica non solo il singolare e il plurale ma anche il duale, termine usato per definire una realtà costituita da due elementi (ad esempio gli occhi, le orecchie, le braccia ecc.. ) elohim indica un Dio di relazione che supera il numero due.
Per quanto a questo plurale la tradizione ebraica dia altre spiegazioni, all’occhio cristiano, specie ai padri della Chiesa, il riferimento non poteva che essere alla Trinità. Il primo disvelarsi delle persone che operano all’interno della divinità è dato proprio dallo Spirito. Si parla, infatti, nel versetto 2 dello Spirito di Elohim.  Il secondo svelamento del Mistero trinitario è dato dal versetto successivo ove, per la prima volta nella Bibbia, irrompe la Parola di Dio: Dio disse: «Sia la luce!» E la luce fu (Gn 1,3). Lo Spirito è l’alito stesso di Dio che crea il mondo per opera del suo Verbo. Ecco dunque che fin dalle prime battute della Bibbia compare Dio che, come attesta sant’Ireneo, crea il mondo con le sue due mani: il Verbo e lo Spirito Santo.
Il versetto 2 poi specifica che lo Spirito «aleggiava», il termine ebraico usato: merahefet, rimanda al fremito delle ali di un uccello (nella fattispecie di una colomba) che si libra sul nido per proteggere la covata. Da qui trae origine l’immagine neotestamentaria della colomba, personificazione dello Spirito. Infatti, nell’episodio del Battesimo di Gesù, la voce del Padre risuona nel corso di una teofania in cui appare lo Spirito, il quale sotto forma di colomba si libra sopra le acque del Giordano proprio come un tempo si librò sulle acque primordiali. L’artista che ci permette di fotografare il Dio-elohim in azione è Michelangelo Buonarroti nel ciclo dedicato alla creazione della Cappella Sistina.
Nell’affresco della nascita di Adamo, Dio Padre è tutto teso nell’atto creatore accompagnato dal soffio della ruahadonai (lo Spirito divino) che gonfia il manto a dismisura. Il manto (come abbiamo già avuto modo di commentare in queste pagine) ha la forma del cervello umano indicando già, al dire di san Tommaso, l’uomo come unica creatura “capace” di Dio. All’ombra del divino manto, rigonfio per il soffio dello Spirito, si scorge una pluralità di persone. Al primo sguardo essi appaiono come angeli-putti e sono dodici. L’identità di questi dodici angeli è stata variamente interpretata: i dodici mesi dell’anno o le dodici tribù di Israele. In realtà, a ben vedere, gli angeli sono solo dieci poiché sotto l’abbraccio del Padre stanno una giovane donna, e un bimbo. Il dieci corrisponde al numero simbolico delle dieci parole con cui Dio crea il mondo (10 volte si legge nel primo capitolo della Genesi: Dio disse) e le dieci parole (il decalogo) con cui Dio lo restaura, fino a inviare il suo stesso Verbo per una Redenzione eterna e definitiva. La giovinetta, dunque, più che Eva, già pensata quale aiuto simile all’uomo appena creato, è – più probabilmente seguendo l’impianto cristologico degli affreschi della Sistina – la Vergine Maria -scelta da Dio fin dall’eternità per quel piano di redenzione che tutta l’opera illustra. Il bimbo accanto a lei, decisamente in primo piano rispetto agli altri e tenuto dalla mano sinistra del Padre in modo singolare, è lo stesso Cristo che Dio Padre tocca con due dita, così come il sacerdote tiene l’ostia consacrata.
Si realizza così un circolo ermeneutico fra la Trinità che opera la creazione e la Trinità che, proprio lì sotto la volta della Sistina, opera la Ricreazione mediante l’Eucaristia, ove lo Spirito Santo interviene attraverso l’eplìclesi (o eplichèsi), cioè la sua discesa silenziosa e feconda, planando come alito silenzioso sulle specie del pane e del vino.

suor Maria Gloria Riva, novembre 2021

La Sacra Famiglia e lo Spirito Santo

Sacra Famiglia, p. Alberto Farina ofm, mosaico 1975, Casa San Giuseppe, Valdragone (RSM)

È rivolta verso di noi, Maria con lo sguardo però lontano, immerso nei suoi pensieri. Alle sue spalle, la casa di Nazareth, segno di quella prima chiesa domestica cui ogni casa dovrebbe guardare per attingere esempio e forza. Maria sta battendo il grano sulla macina. Due gallinelle sperano di rubarne qualche chicco. La scena è quotidiana, eppure dentro la serenità del momento s’indovinano simboli e suggestioni capaci di narrare tutto quanto il Mistero della Redenzione.
I pensieri in cui è immersa Maria li rivela il simbolo del grano, vergato di rosso sulla macina, rimando a un altro grano, quello del corpo di Cristo macinato sulla croce. Alla passione alludono i colori dell’abito di Maria: il viola, colore del cambiamento ma anche della passione, il rosso e l’oro nell’ornamento alto vicino al volto, evocano, invece, il sangue di Cristo e il suo Corpo offerto per noi. Maria prepara il buon grano dell’eucaristia nella macina del dolore, come un giorno, con il suo sì, preparò nel suo grembo il corpo del Salvatore. L’eucaristia è dunque sorgente di vita dentro la casa della chiesa domestica. Accanto alla casa di Nazareth un melograno, simbolo biblico di fecondità. Un frutto che rimanda anche all’unità della Chiesa: molti chicchi in un solo frutto, molte membra nel solo Corpo di Cristo che, appunto, è la Chiesa. Il melograno, per la tradizione ebraica è anche il frutto della fecondità che nasce dalla fedeltà alla torah, secondo il midrash, infatti, i chicchi del melograno sono 613, come i precetti della torah. In questa casa si ama la Parola, altra grande mensa dalla quale la Chiesa attinge cibo.
Perno di questa casa è san Giuseppe, in primo piano, con lo stesso viola nell’abito. Egli, sia pure in modo diverso, ha condiviso la passione e la sofferenza di Maria nella custodia e nella difesa del Salvatore. Giuseppe tiene saldamente il Bambino nella mano e lo conduce verso la sua bottega per educarlo al lavoro. Dopo la mensa del pane e della parola, la mensa del Lavoro è l’altra colonna portante della chiesa domestica. Del resto nella grande berakà della liturgia eucaristica si menziona proprio il lavoro:
Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna.
San Giuseppe è l’uomo delle berakot, ovvero l’uomo delle benedizioni; è l’uomo benedetto che benedice. Grazie al lavoro ci sono dati quel pane e quel vino che costituiscono la materia per il Sacramento dell’Eucaristia. Gesù Bambino veste il verde della vita e della speranza. Qui è ritratto quasi timoroso; si nasconde dietro a Giuseppe, mostrando così la verità della sua natura umana. Il grande regolo che tiene fra le mani è rimando, come spesso nell’arte, al legno della croce. Anche dietro a Giuseppe, poggiato al banco di lavoro, scorgiamo un’ascia che ricorda il braccio verticale della croce. Se Giuseppe educa Gesù al lavoro e Gesù viene educato e istruito da un altro Padre, quello celeste, al suo destino di Messia sofferente. Del resto Giuseppe si mostra pensoso, quasi presentisse il dramma che si profila sulla vita di quel Figlio. Il padre putativo indossa il grembiule dei lavoratori. Sappiamo dal Vangelo che egli non fu semplicemente il falegname, ma un carpentiere (Matteo 13,55), tekton in greco, hārāš in ebraico, cioè un abile costruttore, capace di lavorare materiali diversi. Anche a Gesù fu dato il medesimo titolo di tekton (Mc 6,3); abbiamo dunque, anche dal Vangelo, la testimonianza certa dell’educazione di Gesù al lavoro da parte di Giuseppe.
Lo Spirito Santo aleggia sulla Sacra Famiglia. È lo Spirito che adombrò Maria nel concepimento di Gesù, lo Spirito fece di Giuseppe un uomo giusto, osservante della Torah ma anche capace di andare oltre mirando a una giustizia più grande (come fece con Maria quando si trovò in cinta). Questo stesso Spirito scese su Gesù nel giorno del battesimo e vi rimase, dimostrando così che Egli era l’Unto atteso, il Messia pieno di Spirito Santo e di grazia.
Ma l’opera che Maria e Giuseppe, grazie al loro sì, permisero a Cristo di realizzare si trova sullo sfondo della scena. È l’opera della Chiesa, simboleggiata dalla barca di Pietro e dall’edificio a cupola, rimando alla sua cattolicità. Il mosaico ci offre uno sguardo profondo sul rapporto fra chiesa domestica e Chiesa universale e rappresenta un invito alla sequela di Cristo attraverso l’esempio di Maria e di Giuseppe. Testimoni di come il disegno divino passa attraverso i piccoli, e apparentemente insignificanti, sì quotidiani.

suor Maria Gloria Riva, ottobre 2021

San Giuseppe pieno di Spirito Santo

Anonimo. Ambito Marchigiano-romagnolo XVIII sec. olio su tela, cm 150×205 Cattedrale di Pennabilli (RN)

Un’opera modesta, forse, dal punto di vista della qualità pittorica, ma certamente insolita nella sua iconografia. Si tratta del dipinto su san Giuseppe presente nella Cattedrale di Pennabilli, realizzata da un anonimo operante nell’ambito marchigiano-romagnolo nel XVIII secolo. In ginocchio, sulla nuda terra come le Madonne dell’umiltà, san Giuseppe anziano e stempiato abbraccia teneramente il Bambino Gesù. Per secoli la tradizione l’ha dipinto così per salvaguardare ulteriormente la verginità di Maria, la calvizie però assimila san Giuseppe alla schiera dei saggi filosofi capaci di una particolare penetrazione della realtà. Il mantello giallo oro è l’attributo principale degli uomini di Dio, di coloro che Dio sceglie per i suoi disegni. Quasi sempre, Pietro, ad esempio, indossa un mantello color ocra oro. Il colore frusto dell’abito di Giuseppe, invece, il viola, esprime non tanto la penitenza, quanto la disponibilità al cambiamento: Giuseppe fu uomo docile ai divini voleri. Così in pochi cenni pittorici abbiamo già un prezioso identikit del nostro Santo: umile e sapiente, eletto da Dio quale Padre premuroso del suo divin Figlio, uomo pronto ai suoi comandi. L’attributo del bastone fiorito nasce da un evento raccontato dagli apocrifi. Israele era in gran fermento per l’attesa del Messia che doveva nascere, secondo la profezia di Isaia, da una vergine sposa di un uomo della tribù di Giuda. Maria era stata allevata al tempio con altre fanciulle a questo scopo, così giunto il momento di trovarle marito, il sommo sacerdote invitò tutti i discendenti di Giuda, celibi, a presentare un bastone al tempio con scritto il proprio nome. Il bastone che fosse miracolosamente fiorito (come accadde un tempo alla verga di Aronne) avrebbe indicato il prescelto. Fiorì il bastone di Giuseppe, con un giglio, secondo la tradizione, con dodici piccoli fiori, sei bianchi e sei rossi, secondo il nostro artista. Il “dodici” racconta certamente delle dodici tribù di Israele delle quali Giuseppe è il fior fiore, ma dice anche la totalità dei doni conferiti al santo per la sua missione.
I cieli si aprono in alto quasi a comprovare quanto già simboleggiato dall’artista. Si affacciano due putti con le ali rosse. Due serafini, dunque, infuocati di quell’amor divino che animò san Giuseppe nel suo compito di custode di Gesù e di Maria. Dietro ai due angeli ecco lo Spirito Santo aleggiante sotto forma di colomba. Non è facile trovare una simile iconografia legata a san Giuseppe, ma che egli ebbe una particolare assistenza dello stesso Spirito che adombrando Maria compi l’opera dell’Incarnazione del Verbo, è certo e attestato dalla Chiesa fin dalle origini. Poco si parla di Giuseppe nei Vangeli se non come il Carpentiere, lavoro prezioso che collocava quanti lo facevano come maestri. Ma Giuseppe, sicuramente maestro nell’arte del legno, fu però considerato da sempre il Custode del Redentore, laddove la parola ebraica Custode (Shomer) era assegnata a Dio stesso. Così il luogo oscuro dove l’artista ottocentesco colloca san Giuseppe rimanda a quel titolo felice, coniato di recente per un libro dello scrittore polacco Dobraczynski, che è l’ombra del Padre. E davvero è l’ombra del Padre celeste san Giuseppe, assistito dallo Spirito fin dal giorno in cui accettò la divina maternità di Maria, salvandole la vita e permettendo al disegno di Salvezza di Dio di attuarsi nel silenzio.

suor Maria Gloria Riva, settembre 2021