Il seme della Parola

Arcabas, Il seme, opera tratta dal ciclo I Pellegrini di Emmaus (1993-1994) chiesa della Resurrezione, Torre De’ Roveri (BG)
Abbiamo lasciato i due discepoli di Emmaus lungo la strada, con quello «straniero» che, da loro tacciato di non conoscere gli eventi di Gerusalemme, mostra invece di sapere moltissimo. Mostra di avere una lettura profonda della Parola di Dio. Così quella lectio divina magistralis, quel continuo rimbalzare della Parola di Dio negli eventi della vita di Gesù fu, per i due pellegrini in cammino, un’effusione dello Spirito Santo. Il cuore oscurato dalle paure, chiuso nel risentimento per aver visto deluse le proprie attese (“Noi speravamo fosse lui a liberare Israele”), il cuore serrato in orizzonti umani, limitati, si apre, grazie alla Parola di Cristo, ad accogliere il seme della verità. Mediante lo Spirito «l’uomo può arrivare nella fede a contemplare e gustare il mistero del piano divino»; anzi, «dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (Redemptoris Missio, 28). Arcabas pone fra il momento dell’incontro dei due discepoli di Emmaus con Cristo e il momento della sosta nella locanda, un’opera singolare, apparentemente astratta. L’opera ha invece il potere di farci entrare nelle misteriose dinamiche del cuore. Siamo dentro la terra oscura dell’umanità dei discepoli; siamo entrati con il passe-partout della Parola di Dio, destinata ad aprire le coscienze e a preparare gli animi a ricevere il Verbo di Dio stesso, fatto carne. Sotto a un cielo dorato, segno del Mistero che tutto avvolge, del quale tuttavia non se ne scorge che una striscia, una zolla di terra nera si apre al seme. Sono state proprio le parole della Tanak, della scrittura ebraica, capace di rileggere e interpretare l’avvenimento di Cristo, ad operare lo scavo. Lettere e frammenti della Parola, infatti, ancora si possono intravedere nella terra smossa. Alcune sono nere, più nere della terra stessa, altre sono azzurre e sembrano più delle altre, comunicare il Mistero. Tutta, la Parola, infatti, è ispirata e atta a insegnare, ma alcuni brani, alcuni episodi della Bibbia, lo sono più di altri. i più iridescenti sono quelli che prefigurano la croce, la passione di cristo, l’Eucaristia. così dentro a quella ferita scavata nella terra dalla Tanak, penetra il cielo stesso: la bellezza inusitata del Verbo fatto carne, fatto croce. L’oro del cielo irradia l’oscurità del suolo, così come la comprensione del piano divino, misterioso, fatto di croce, rischiara pian piano le menti dei due viandanti delusi.
Ecco la missione! Raggiungere l’uomo nelle sue profondità, nelle sue ferite, nelle sue delusioni più cocenti e fargli abbracciare proprio lì, nel profondo, la Presenza di Cristo: pellegrino con lui nel buio dei secoli, vilipeso come lui, ferito come lui, ma diversamente da lui, vincitore. Nel luogo intimo della solitudine non ci sono discriminazioni, differenze sociali, culturali o religiose: laddove l’uomo è solo, la sofferenza è la medesima, il senso di fallimento e di inadeguatezza è identico e le attese di rinascita e di liberazione sono le stesse. Così la missione è aperta a tutti, anche a coloro che si mostrano apparentemente ostili ad approcciare la fede: la Chiesa sa che l’uomo, «sollecitato incessantemente dallo Spirito di Dio, non potrà mai essere del tutto indifferente al problema della religione», e «avrà sempre desiderio di sapere, almeno confusamente, quale sia il significato della sua vita, della sua attività e della sua morte» (RM, 28). Certo, l’annuncio richiede discrezione e rispetto. Pur essendo franche e aperte le parole di Gesù: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!», Egli lascia intatta totalmente la libertà dei suoi compagni di cammino: «Egli fece come se dovesse andare più lontano». Gesù, cioè, mostra loro di avere altre mete, rassicura di non preoccuparsi per lui, lascia supporre la gratuità della sua compagnia. Cosicché essi liberamente, e solo liberamente, lo pregano di fermarsi. La missione, dunque, mira a suscitare la domanda, non a dare risposte preconfezionate. cristo ha raggiunto i discepoli là nella loro delusione, nella loro confusione, ma non li ha lasciati dove erano. Con pazienza e amore li ha accompagnati verso la speranza. Troppo spesso i nostri discorsi scadono nell’indagine sociologica, nelle teorizzazioni umane di avvenimenti e comportamenti; simili discorsi non possono avere la forza persuasiva di scavare nel cuore umano, rimangono alla superficie. Non si tratta di essere accomodanti con le realtà lontane dalla fede o dai principi cristiani, ma nemmeno di lanciare strali contro di esse. Si tratta di seminare la Parola di Dio. Scriveva Carlo Maria Martini in una sua lettera Pastorale: “In Principio la Parola: contro la tendenza a spegnere fermenti di vita, bisogna con la forza della Parola risuscitare i morti, ridare memoria e speranza. In un’epoca di disperati e senza senso, di smarriti in un universo che sembra spegnersi, solo la Parola dura in eterno, supera e salva ciò che muore”. Ritornare alla lectio divina, tentare di rileggere la storia alla luce della Parola di Gesù, offre risorse inusitate e irrobustisce la nostra fede nella certezza che, per mezzo della sua Parola Eterna, Egli opera sempre attraverso le nostre brevi parole umane.

suor Maria Gloria Riva, novembre 2020

Lungo la strada

Arcabas, Ciclo sui discepoli, Lungo la strada, 1994
Il card. Carlo Maria Martini ha accompagnato la mia vocazione con le sue lettere pastorali, coronando quest’accompagnamento col presiedere la celebrazione della mia Professione solenne nel 1990. Quello fu anche l’anno in cui Papa Giovanni Paolo II scrisse una delle più belle encicliche sulla dimensione missionaria della Chiesa: Redemptoris Missio. Il tema scelto quest’anno dal nostro vescovo, la Missione, mi riporta a quei primi inizi, soprattutto perché entrai in Monastero con la lettera pastorale di Martini “Partenza da Emmaus”. Fu davvero per me una partenza. Un inizio che non ha avuto fine, un inizio che ha accompagnato e accompagna molti momenti della mia esperienza di fede. Mentre ripenso a tutto questo, il mio sguardo si sofferma sopra un’immagine particolare, una rivisitazione della prima icona della chiesa missionaria – l’episodio dei due discepoli di Emmaus – ad opera del pittore francese Arcabas, morto nel 2018 a 92 anni. Jean Marie Pirot, vero nome dell’artista, ha dedicato ai discepoli di Emmaus un intero ciclo, regalandoci una stupenda riflessione sulla dimensione missionaria della Chiesa oggi. Forse non a caso, a sentire il desiderio di riflettere pittoricamente sul tema, fu un francese, figlio, cioè, di una nazione nota come la primogenita di madre Chiesa, oggi quasi totalmente scristianizzata. il primo quadro s’intitola Lungo la strada. Sì, lungo la strada accadono molte cose. Lungo la strada ci si attarda, lungo la strada si rischia di crollare per la stanchezza, per la sfiducia, si perdono le motivazioni. Lungo la strada però si fanno anche incontri interessanti come quello occorso a Cleopa e all’amico in quel primo giorno della storia della Chiesa. Quelli che camminano, per Arcabas, sono due contemporanei, vestono giacca e pantaloni, jeans e maglione. Siamo noi, appunto, lungo la strada. In fondo come sospeso nel vuoto scorgiamo un puntino giallo oro, circolare: è il perimetro di Gerusalemme, con il suo fascino e il suo mistero. La città della fede ricevuta è là sospesa nel vuoto, lontana dal quotidiano camminare dei due discepoli di Gesù. È davvero il nostro ritratto sintetizzato così dalla Redemptoris Missio: Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani, ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa, infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede (RM 2)… Anche a causa dei cambiamenti moderni e del diffondersi di nuove idee teologiche alcuni si chiedono: È ancora attuale la missione tra i non cristiani? Non è forse sostituita dal dialogo interreligioso? Non è un suo obiettivo sufficiente la promozione umana? Il rispetto della coscienza e della libertà non esclude ogni proposta di conversione? Non ci si può salvare in qualsiasi religione? Perché quindi la missione? (RM 4). Potremmo porre sulle labbra dei due viandanti di Arcabas questi stessi interrogativi, interrogativi che, in definitiva, sono i nostri. Hanno perso di vista, i due, che la vera missione è annunciare Cristo e non un buon comportamento etico, buone maniere, progressi di civiltà, esercizi di convivenza pacifica, cose che poco o nulla hanno a che fare con la croce. Così il primo discepolo a destra si porta la mano al cuore ed è tutto proteso in avanti; forse è quello più decisamente in fuga da Gerusalemme e dai fatti scomodi che ivi sono accaduti. Come si sposa Dio con la violenza, la vita con la morte, il Messia con la persecuzione? Non dovrebbe trovare la verità, i cuori tutti aperti pronti a riceverla, come se fosse l’ovvio del desiderio umano? E invece no. La verità è scomoda e, a volte, chiede il sacrificio di sé, la perdita del proprio prestigio, il coraggio della testimonianza. Tutto questo, forse, lo intuisce l’altro discepolo che, circondato dallo stesso alone aureo del misterioso viandante, si porta la mano alla testa nel gesto di aver rammentato un fatto noto e, quindi appunto, compreso. Il passo si fa più sicuro, pacato, non è più in fuga dalla realtà ma rimane dentro una relazione misteriosa. Non sa ancora perché ma percepisce una verità che dà pace. Ecco il punto centrale della questione: i discorsi sulla verità mettono a disagio, confondono, l’incontro con la Verità dà pace, anche se non la si conosce appieno. Il discepolo ancora non sa che il viandante dagli occhi luminosi è Cristo. Egli cammina con noi e ci difende dalla strada che Arcabas dipinge come un serpente insidioso. È proprio su questa strada, tortuosa, che va testimoniato. La missione comincia da qui: da un incontro lungo una strada. Può essere stata sbagliata, difficoltosa, scandalosa, ripida la strada, ma è qui nella realtà di ogni giorno che lo si incontra e solo da un incontro può nascere la missione. No, non è sufficiente la promozione umana: il cristianesimo non è un sistema etico affascinante, è un incontro che spinge la vita verso l’eternità. Due piedi non si vedono. Sono il piede sinistro di Cristo e il piede destro del discepolo in fuga. Egli cammina qui ora con noi, dentro le nostre fughe. Egli è la via, egli è la verità, egli è la vita: a nessun uomo nuocerà conoscere di sé la verità, conoscere la via verso la vita. Cristo non toglie nulla all’uomo, per quanto laico, ateo o di altra fede che sia. Cristo è sempre dalla parte dell’uomo e chi l’ha scoperto non può sopprimere la gioia di comunicarlo.

suor Maria Gloria Riva, ottobre 2020

Il rito del Battesimo in Pietro Longhi

Pietro Longhi, Il battesimo, olio su tela, cm 60×49, Pinacoteca Querini Stampalia, Venezia
Siamo attorno al 1750 ed entriamo indisturbati in una chiesa dove si sta celebrando un battesimo. Pietro Longhi ci ha regalato immagini stupende dei sette sacramenti che permettono di scoprire come fossero celebrati più di due secoli fa. Non è cambiato molto, la sostanza resta sempre la stessa, mentre cambiano usi e costumi. Ciò aiuta a riflettere sul modo con cui la Chiesa si rinnova. I cambiamenti sono necessari: mutano i tempi, i modi espressivi e, dunque, cambiano anche le modalità espressive del rito, tuttavia resta integro il dato di fede, integra la materia con la quale si somministrano i sacramenti, integro il simbolo, che per la Chiesa è sempre verità. Insomma, nella Chiesa, forma e contenuto coincidono, per questo, mutando le forme espressive si deve porre attenzione a non mutare il contenuto. L’opera del Longhi ci offre un esempio. Un battistero, rivestito solennemente, è al centro della tela. Una colonna ci avverte che, più in là, l’edificio continua e che, come vuole la liturgia, il fonte battesimale è al di fuori dell’aula assembleare, prima dell’inizio della navata della chiesa. Ove le chiese lo permettono è ancora così, benché oggi, non di rado, si usi collocare il fonte battesimale sull’altare maggiore e lì celebrare tutto il rito. Se questo agevola la partecipazione dei familiari dei battezzandi, spesso numerosi, si perde però il significato simbolico della posizione del battistero. Quando erano per lo più persone adulte a chiedere il battesimo, nel percorso catechetico partecipavano sì alla messa, ma uscivano all’inizio della liturgia eucaristica: non avendo, infatti, ancora ricevuto il battesimo non potevano accedere agli altri sacramenti. Il Battistero, dunque, collocato all’inizio della navata in un’aula a parte, stava a significare il passaggio da catecumeni a neofiti. I catecumeni, ovvero coloro che si preparavano a diventare cristiani, dopo aver attraversato il fonte battesimale diventavano neofiti, potevano accedere alla navata e ricevere l’Eucaristia. Un tempo, come avviene ancora nella Chiesa ortodossa (e nel rito cattolico per il battesimo degli adulti), battesimo, comunione e cresima erano somministrati insieme nel rito battesimale. Accanto al battistero il Longhi ritrae il sacerdote con cotta e stola e abito talare, elementi liturgici tuttora esistenti, anche il piccolo chierico indossa un abito con la cotta. Egli è l’unico che ci guarda mentre solleva la candela. L’elemento della luce, accanto all’acqua, è simbolo indispensabile nel battesimo. Abbiamo già avuto modo di ricordare in queste pagine come i battezzati erano detti illuminati. La candela (retta dal padre quando il catecumeno è piccolo o, come in questo caso, dal ministrante), è accesa direttamente al cero pasquale e significa la realtà stessa dell’evento. Col battesimo, infatti, siamo rivestiti di luce: passando nell’acqua della morte e sepoltura di Cristo, siamo da Lui illuminati (=cero pasquale) con la grazia della sua risurrezione. A questa Verità essenziale allude lo sguardo del chierichetto del Longhi.
L’acqua versata sul capo è un uso antico e frequente sebbene, oggi come ieri, in molte parti si celebri il battesimo con l’immersione completa del catecumeno nel fonte. In tal caso la differenza della forma non cambia la sostanza del contenuto: si tratta sempre del segno della sepoltura con Cristo nella morte e dell’emersione con Lui nella risurrezione. Stupisce forse agli occhi moderni vedere che sia un uomo, e precisamente il padrino, a presentare la bambina al fonte. La donna accanto a lui non è la madre ma la madrina, mentre un terzo personaggio, giovane, reca l’olio per l’unzione. L’olio è il terzo simbolo importante nel battesimo (un tempo si usava anche il sale) il termine cristiano, del resto, significa unto. Con l’olio si riceve già, nel battesimo quell’unzione dello spirito che la Cresima conferma e perfeziona. Ma dov’è la madre della bimba qui battezzata? Pietro Longhi la ritrae dietro la colonna. seguendo i dettami del Primo Testamento, la donna dopo il parto risultava impura e necessitava di un rito di purificazione. In ambito cristiano la purificazione della madre avveniva dopo la riconsegna del bimbo alla madre, a battesimo avvenuto. Così questa nobildonna riccamente abbigliata resta come in attesa di essere lei pure, in certo senso, reintegrata a pieno titolo nella comunità cristiana dopo aver ricevuto fra le braccia la sua bimba santificata dalle acque. Una simile procedura risulta strana a noi moderni e la positività con cui oggi si guarda alle donne partorienti è certamente una conquista da non perdere, tuttavia l’usanza che il Longhi ci racconta aveva il pregio di legare indissolubilmente la santità del bambino con quella della madre, sigillando vita umana e vita eterna entro il rapporto fra madre naturale e madre Chiesa.

suor Maria Gloria Riva, settembre 2020

La Trinità e le acque del Buon Pastore

Lorenzo Lotto, Trinità, 1519-1520, olio su tela (170×115 cm), chiesa di Sant’Alessandro della Croce. Deposito temporaneo Museo Adriano Bernareggi, Bergamo
Tra le immagini battesimali, una delle più antiche, c’è la figura del Buon Pastore. Il Cristo cioè che va cercando le sue pecore ferite dal peccato e le lava con le acque del fonte battesimale rendendole candide come la neve. L’arte ce ne regala molte, soprattutto l’arte bizantina, ma c’è un’opera davvero singolare che non solo parla del buon Pastore ma racconta l’origine della sua missione: rivelare la Trinità. Del resto noi siamo battezzati non nel solo nome del Cristo, bensì nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Si tratta, appunto, della Pala della Trinità, un’opera di Lorenzo Lotto presente nella sacrestia della chiesa di Sant’Alessandro della Croce (1523-1524), a Bergamo. Un olio su tela dalle dimensioni significative (cm 170×115) che ci offre un’immagine inedita della Trinità. Nel cielo luminoso ma “denso” di luce solare si staglia la sagoma di un’altra Luce. Mai visto nella storia dell’arte un volto del Padre così! Dio Padre è una sagoma di luce da cui proviene il Figlio che appare in quel fulgore con tutta l’evidenza della sua umanità. Egli è luce da luce, ma possiede un volto umano, un nome: Gesù, Dio salva. Il Padre tiene le mani levate al Cielo, il Figlio le braccia distese verso la terra: un abbraccio universale che lega cielo e terra, il luogo di Dio e il luogo dell’uomo e in mezzo c’è il Figlio che è appunto Cristo e Signore. A ben vedere le braccia del Padre e del Figlio formano un quadrato, un quadrato in cui è compresa anche la colomba dello Spirito Santo, il quadrato è la forma geometrica che simboleggia l’uomo, la dimensione terrestre con le sue coordinate spaziali quadripartite: nord, sud, est e ovest. Il quadrato incrociato con un rombo dalle stesse dimensioni forma la stella ad otto punte, simbolo mariano che rimanda al destino eterno che Maria ci ha aperto con il suo sì. Insomma con l’opera della Redenzione la Trinità abbraccia tutta la creazione e lo fa con mani d’uomo. Dell’uomo Dio, Cristo Gesù. Non solo le braccia, ma anche i piedi del Figlio raccontano la sua divinità, Egli poggia su un doppio fascio di luce, una sorta di arcobaleno che rimanda all’alleanza più antica di Dio con l’umanità, quella che precede Abramo, quella noachica (di Noè). Proprio Noè, con il diluvio e il conseguente arco di salvezza, è citato da san Pietro come figura del Battesimo: “Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione, essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo” (1Cor 3, 18-22). Il doppio arco di luce, dunque, spiega al popolo che quel Gesù è il Cristo, cioè il Messia atteso dall’umanità fin dall’inizio della rivelazione; quel Messia capace di liberare l’uomo, proprio per mezzo del battesimo che è sepoltura nella sua morte, da una carne incline al peccato e alla disobbedienza a Dio. Gesù, infatti, ha il manto rosso della passione e dell’umanità, perché è stato obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce e ha il manto blu della risurrezione e della divinità, perché Dio lo ha glorificato con quella gloria che Egli aveva fin dalla fondazione del mondo. Sopra il suo capo libra lo Spirito Santo, quello spirito che, come attesta l’evangelista Giovanni, rimane su di lui. E Gesù ci guarda, guarda proprio noi che siamo idealmente lì, nella sacrestia di sant’Alessandro in Bergamo, in attesa della celebrazione eucaristica. Cristo ci guarda con gli occhi compassionevoli di chi comprende la fragilità dell’uomo, ma nello stesso tempo conosce e vuole rivelare l’onnipotenza d’amore del Padre. Perciò le sue braccia si protendono verso il basso verso quel paesaggio minuscolo ma dettagliato che riposa placidamente sotto il fulgore di quel Cielo. Qui, come non mai nella storia dell’arte, la Trinità non è fotografata solo nell’alto del suo Cielo ma si staglia sopra un paesaggio vivo e reale. Umano. Non a caso infatti, lì sotto ci siamo noi, come pecore minuscole e c’è il pastore. Questo Pastore così piccolo è davvero lo stesso Pastore che campeggia nel cielo. Quei piedi, che ora calcano l’arco di luce, sono gli stessi piedi che calcarono l’opacità della terra ed è per questo che noi possiamo dire che Gesù, il Cristo, il Kyrios – il Signore – è nostro Signore. È Signore della nostra vita e della nostra umanità, Signore perché Dio, figlio Unigenito del Padre, ma è «nostro» perché vero uomo, Figlio dell’uomo. La nostra natura con lui, per mezzo del battesimo, è stata ammessa alla comunione divina. Infatti le mani del Padre e del Figlio formano a loro volta un quadrato, simbolo come già detto dell’uomo, contenuto però nel cerchio di luce che simboleggia il Cielo. Così la natura umana grazie al buon Pastore che l’ha condotta alle acque salutari del battesimo, è entrata nell’eternità di Dio.

suor Maria Gloria Riva, luglio-agosto 2020

Creazione e battesimo nella Cappella Sistina

Michelangelo Buonarroti, Separazione della terra dalle acque, 1511-1512 circa, affresco, 155×270 cm, Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano (Roma)

Nella stupenda narrazione biblica della volta della cappella sistina, Michelangelo narra il secondo giorno della creazione (e parte del terzo) in prospettiva battesimale. Se il primo giorno corrisponde al giorno del Signore ed è il giorno della Luce, il secondo si collega alla santificazione delle acque (quindi al Battesimo di Cristo nelle acque del Giordano) e alla separazione delle acque dalla terra, ovvero all’opera di santificazione che è distinzione fra sacro e profano, fra realtà celesti e realtà terrestri. Nella prima scena della campata, Dio Padre occupa tutto lo spazio affrescato ed è ritratto nella medesima postura che assunse l’artista durante la decorazione della Sistina. Questo primo affresco si trova proprio sopra l’altare della celebrazione e commemora il Dio creatore della luce. Al lato opposto della campata, invece, nella scena della separazione delle acque, si vede Dio ritirarsi progressivamente per lasciare spazio alla creazione. La figura del creatore, infatti, nelle due scene centrali che raccontano la creazione degli astri e delle piante, si fa progressivamente più piccola. Questo si accorda con la tesi rabbinica dello Tzimtzum per la quale se Dio non si ritraesse volontariamente lasciando posto al creato, Egli riempirebbe ogni cosa in modo assoluto. Nel nostro affresco Dio vola nel suo cielo tendendo le braccia e benedicendo, in una posa analoga a quella del sacerdote che, proprio sotto, nell’area presbiterale sta celebrando. Il manto, gonfiandosi, forma una sorta di mandorla, antico simbolo della vita. Le acque terrestri custodiscono fecondità e vita, esse tuttavia possono essere anche simbolo di morte; nelle acque celesti, invece, ecco già rivelarsi la promessa di una Redenzione, la vittoria della vita sulla morte. Dio afferma così il suo totale dominio sulla vita e sulla morte e la sua volontà salvifica per l’uomo e per la creazione. Se il dono della vita è una grazia divina senza precedenti, il segno di una predestinazione alla comunione con Dio, il Battesimo sigilla la certezza di questo felice esito disinnescando il potere del maligno che vuole, non semplicemente la morte corporale, bensì la più temibile e irreparabile seconda morte. Perciò Dio già all’inizio della creazione, prevedendo da parte dell’uomo il cattivo uso della libertà, prepara un rimedio al peccato. Le mani del Padre aperte in forma di croce annunciano l’avvento del Cristo e il suo sacrificio redentore. La rilettura battesimale di questo secondo giorno della creazione è comprovata dalla presenza di tre angeli, simboli delle tre virtù teologali. Fede, speranza e carità sono l’antidoto al peccato originale che vide l’umanità cadere nella diffidenza verso dio, nella disperazione e nell’egocentrismo esasperato. i doni che dio offre sono virtù, appunto forze virili che, mentre liberano l’anima dai morsi del maligno, rinvigoriscono l’uomo nelle tre dimensioni fondamentali per vivere in pienezza la sua felicità e dignità: la fiducia, la positività dell’esistenza e l’amore. Questi due primi affreschi raccontano i simboli centrali della Veglia Pasquale, Madre di tutte le Veglie, e del Battesimo: luce e acqua. Se il battesimo è detto anche lavacro di rinnovazione nello Spirito Santo (Tt 3,5), è detto però anche illuminazione. Nel primo caso, come ricorda il catechismo al n. 1218, perché «fin dalle origini del mondo l’acqua, questa umile e meravigliosa creatura, è la fonte della vita e della fecondità. La Sacra Scrittura la vede come “covata” dallo Spirito di Dio: Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque perché contenessero in germe la forza di santificare». Nel secondo caso, con la parola illuminazione al numero 1216 del catechismo si dichiara: «Coloro che ricevono questo insegnamento [catechistico] vengono illuminati nella mente. Poiché nel Battesimo ha ricevuto il Verbo, “la luce vera che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), il battezzato, dopo essere stato “illuminato”, è divenuto “figlio della luce” e “luce” egli stesso (Ef 5,8)».

suor Maria Gloria Riva, giugno 2020