Eucaristia e Missione in Arcabas

Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Il ritorno 1994

Il sipario di Arcabas si chiude sulla scena vuota. Non è rimasto più nessuno nella locanda: solo il tavolo con la cena interrotta, una sedia rovesciata, il tovagliolo abbandonato e, fuori, la notte del giorno più lungo della storia. Giorno in cui tutto si ricapitola.
Il cielo è pieno di stelle e conduce all’antica promessa fatta ad Abramo: la tua discendenza sarà più numerosa delle stelle del cielo. Sì, le stelle sono i figli di Dio che attendono l’annuncio, sono i cuori che ardono dal desiderio di verità e bellezza, che attendono l’incontro con Cristo, via verità e vita, il Bellissimo del Padre.
Se, parlando di missione, un tempo si pensava ai milioni di uomini donne e bambini che ancora non hanno ricevuto il battesimo, oggi lo sguardo si sposta drammaticamente sul panorama dell’Occidente, cristiano per tradizione, ma lontano dalla fede, quando non ostile. Anche qui i discepoli di Emmaus ci offrono una riflessione importante: essi corrono ad annunciare il Risorto non a quanti non conoscevano Gesù o non ne avevano mai sentito parlare, ma ai discepoli, agli apostoli chiusi nel Cenacolo che vivevano nella paura e nello sgomento.
Così, quella porta aperta lascia supporre moltissimo: lascia indovinare il mondo là fuori, oltre Emmaus, oltre l’incontro. Cleopa e l’amico scappavano dal Calvario e dai suoi panorami cupi e ora vi ritornano con la vittoria sulla morte nel cuore. La gioia dell’incontro è tale, la voglia di comunicarla agli altri è così impellente che non hanno avuto il tempo di curarsi della sedia caduta e della porta lasciata aperta. Il loro mondo interiore è totalmente trasformato, non vivono più nel timore, tesi a conservare loro stessi, ora vivono nello slancio del dono. In essi urge la missione, come dice la Redemptoris Missio: «L’urgenza dell’attività missionaria emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli. Questa nuova vita è dono di Dio, e all’uomo è richiesto di accoglierlo e di svilupparlo, se vuole realizzarsi secondo la sua vocazione integrale in conformità a Cristo. Tutto il Nuovo Testamento è un inno alla vita nuova per colui che crede in Cristo e vive nella sua Chiesa. La salvezza in Cristo, testimoniata e annunziata dalla Chiesa, è auto comunicazione di Dio: «È l’amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito santo. Infatti, colui che ama, desidera donare se stesso» (RM, 7). Non a caso la sorgente della gioia dei due scaturisce dal pane spezzato, cioè dal Sacramento dell’Amore per eccellenza, dalla “memoria” del dono che Gesù fa di se stesso ai suoi. L’Eucarestia, infatti, è culmine cui tende tutta l’attività della Chiesa, e insieme sorgente da cui promana ogni sua energia (Costituzione Sacrosanctum Concilium).
Con acutezza Arcabas ci lascia con questo finale sospeso, ci lascia nell’abbraccio di una tavola che è stata ed è anche per noi oggi il luogo della Rivelazione: “Dall’Eucaristia viene totalmente determinata la missione della Chiesa. Nell’Eucaristia la Chiesa prende coscienza e forza per la missione. Dall’Eucaristia riceve le leggi della missione. All’Eucaristia conduce gli uomini raggiunti dalla missione”. E concludeva il Card Martini nella sua lettera Partenza da Emmaus (1983-84): “Dobbiamo – dunque approfondire il rapporto tra Eucaristia e missione”.
La tavola di Arcabas ci aiuta ad approfondire l’annuncio missionario: sui piatti in primo piano si scorgono due posate lasciate, quasi distrattamente, in forma di croce, mentre la tovaglia, afflosciata sulla tavola, evoca quel telo sindonico che Giovanni e Pietro videro all’interno del sepolcro. Eucaristia, croce e risurrezione sono, dunque, il contenuto principale di ogni annuncio cristiano. Se da un lato l’Eucaristia è sorgente della missione (come recitava il titolo del Congresso Eucaristico di Genova nel 2016) dall’altro «la Chiesa non può fare a meno di proclamare che Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio e a meritare con la croce e la risurrezione, la salvezza per tutti gli uomini». Credo che un degno commento conclusivo a questa immagine, e a tutto il ciclo di Emmaus che abbiamo percorso, lo offra la preghiera che il Card. Martini mise idealmente sulle labbra dei due discepoli nella lettera sulla missione Partenza da Emmaus, della quale si citano alcune battute: “Signore Gesù, grazie perché ti sei fatto riconoscere nello spezzare il pane. Mentre stiamo correndo verso Gerusalemme e il fiato quasi ci manca per l’ansia di arrivare presto, il cuore ci batte forte per un motivo ben più profondo. Dovremmo essere tristi, perché non sei più con noi. Eppure ci sentiamo felici. La nostra gioia e il nostro ritorno frettoloso a Gerusalemme, lasciando il pasto a metà sulla tavola, esprimono la certezza che tu ormai sei con noi. Signore Gesù, ora ti chiediamo di aiutarci a restare sempre con te, ad aderire alla tua persona con tutto l’ardore del nostro cuore, ad assumerci con gioia la missione che tu ci affidi: continuare la tua presenza, essere vangelo della tua risurrezione. Signore, Gerusalemme è ormai vicina. Abbiamo capito che essa non è più la città delle speranze fallite, della tomba desolante. Essa è la città della Cena, della Croce, della Pasqua, della suprema fedeltà dell’amore di Dio per l’uomo, della nuova fraternità. Da essa muoveremo lungo le strade di tutto il mondo per essere autentici Testimoni del Risorto. Amen»

suor Maria Gloria Riva, maggio 2021

Nella scomparsa, l’incontro

Immagine: Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Scomparsa 1994

In questo dipinto non c’è centro, il centro della scena è fuori, in un punto lontano verso il quale guardano i due. Laddove c’era il Signore Gesù è rimasta la luce dorata e l’ombra della croce. Essi restano lì, basiti: il tovagliolo nella mano di Cleopa, l’altra mano portata alla bocca con gli occhi pieni di stupore e di domanda. L’altro discepolo è balzato in piedi, ancora più sorpreso. Forse Cleopa aveva intuito qualcosa di quel misterioso compagno, ma l’altro discepolo è travolto dall’evento. La sedia cade fuori dal dipinto e travolge noi che stiamo guardando l’opera. Il contrasto tra questo discepolo in movimento e la fissità degli altri elementi, è grande. Sulla tavola, calice, piatto, bottiglia, il mestolo nella zuppiera: tutto parla di un pasto che stava per essere consumato, di una interruzione improvvisa. Arcabas ci porta magistralmente dentro il senso profondo della fede cristiana: l’incontro. La nostra fede è un incontro, solo da qui può e deve scaturire la missione. Non indottrinamento, non proposte forzate, ma comunicazione di una gioia, di un fatto incontrato, di una vita ribaltata dalla grazia, come la sedia dell’amico di Cleopa. Uno dei paragrafi di Redemptoris Missio si intitola: Noi non possiamo tacere. Ecco il senso della missione! Una parola che sale al cuore, traboccante di gioia e di vita per un evento incontrato. Lo stesso documento infatti si domanda: “All’interrogativo: perché la missione? Noi rispondiamo con la fede e con l’esperienza della Chiesa che aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente «la nostra pace», (Ef 2,14) e «l’amore di Cristo ci spinge», (2 Cor 5,14) dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede…”
Sì, anche noi, ci siamo immedesimati nel cammino dei discepoli, siamo stati con loro nel tortuoso serpente della strada, abbiamo raccontato gli smarrimenti, le delusioni, le asprezze della nostra vita, poi abbiamo taciuto e ascoltato la Parola di sempre, letta in un modo nuovo e ora, qui, mentre il Signore scompare, con loro, abbiamo capito. La missione è un problema di fede. Tutta la vita è un problema di fede. In chi abbiamo riposto la nostra fiducia? Dove ci appoggiamo quando tutto attorno crolla o diventa difficile? I nostri programmi di salvezza sono sterili, insufficienti a garantirci la pace, le nostre diplomazie nei rapporti si rivelano fallimentari: solo un rapporto profondo con il Signore, uno sbilanciamento totale e generoso della nostra vita in lui, può darci stabilità e pace. La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi. La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una «graduale secolarizzazione della salvezza», per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontaleMi piace pensare che gli oggetti della scena rappresentino simbolicamente un quotidiano che se non è infiammato dallo stupore non ci permette l’azione. Si stavano abituando, i due di Emmaus, alla presenza dell’Amico, sapiente, rassicurante; si stavano già appoggiando a lui come se tutto il resto si cancellasse per magia: stanchezze, paure, dubbi. Era bello stare così: resta con noi Signore perché si fa sera! È stato il grido dei due. E invece no. Devono fare i conti con quella croce dalla quale sono scappati, con la realtà nuda e cruda, quotidiana dove il Vero deve compiersi. E se non possono farlo senza il Signore, non possono, a un tempo, compierlo senza il loro proprio sforzo. Non si possono semplicemente appoggiare, l’incontro con Cristo può essere solo un trampolino di lancio.
Papa Francesco, lo scorso anno in occasione della festa della Presentazione di Gesù al tempio, disse parole che possono adattarsi perfettamente alla nostra riflessione: “L’immobilismo non si addice alla testimonianza cristiana e alla missione della Chiesa. Il mondo ha bisogno di cristiani che si lasciano smuovere, che non si stancano di camminare per le strade della vita, per recare a tutti la consolante parola di Gesù. Ogni battezzato ha ricevuto la vocazione all’annuncio, alla missione evangelizzatrice! Le parrocchie e le diverse comunità ecclesiali sono chiamate a favorire l’impegno di giovani, famiglie e anziani, affinché tutti possano fare un’esperienza cristiana, vivendo da protagonisti la vita e la missione della Chiesa. Queste figure di credenti sono avvolte dallo stupore, perché si sono lasciate catturare e coinvolgere dagli avvenimenti che accadevano sotto i loro occhi. La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore”.
I discepoli vivono in anticipo quello che sarà l’esperienza della Chiesa nel giorno dell’Ascensione: perché stiamo a guardare il Cielo? Si, Cristo tornerà, ma nel frattempo la fede ci chiama a un impegno a tutto tondo, a impattarci seriamente nelle cose della terra, e non nonostante esse, ma proprio perché il Cielo, c’è. Sì il Cielo è qui e noi, come i due di Emmaus lo abbiamo incontrato.

suor Maria Gloria Riva, aprile 2021

 

 

A tavola col Mistero

Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Il pasto 1994

E sono finalmente a tavola. La porta della locanda, che nel pannello precedente vedevamo sullo sfondo, è chiusa. Il calore del focolare acceso si è diffuso in tutta la stanza: c’è tepore e amicizia. Si sta bene qui. Chissà, sono forse questi i pensieri che attraversano i due di Emmaus, appesi alle labbra del loro misterioso Amico, confortati e sorretti dalla sua lectio magistralis. Chissà chi è? Il più anziano, forse Cleopa si porta una mano alla guancia con fare interrogativo. Non è facile carpire allo strano pellegrino il Mistero delle sue origini. Forse gli hanno fatto molte volte la domanda: da dove vieni, chi sei? E certo lui l’aveva elusa infilandosi nelle intricate vie della Scrittura, tutto preso e orientato a chiarire loro chi fosse il Messia. Ma ora che sono qui, insieme, a tavola, con tutta la pregnanza di significato del pasto, ogni domanda è inutile. Sì, l’ombra della croce è ancora presente, proprio lui Cleopa non riesce a dimenticarla: ce l’ha stampata sull’abito; è impressa come un’ombra minacciosa vicino alla tovaglia, purtuttavia è entrata una serenità nuova, una pace, frutto della comunione con quell’uomo.
C’è in tutto questo il segno, l’impronta della benedizione divina, come scrive la Redemptoris Missio al n. 26: “Lo Spirito spinge il gruppo dei credenti a «fare comunità», a essere Chiesa. Uno degli scopi centrali della missione, infatti, è di riunire il popolo nell’ascolto del Vangelo, nella comunione fraterna, nella preghiera e nell’eucaristia. Vivere la «comunione fraterna» (koinonìa) significa avere «un cuor solo e un’anima sola», (At 4,32) instaurando una comunione sotto tutti gli aspetti: umano, spirituale e materiale”.
Il riverbero della Parola con tutti i suoi colori, le sue tonalità, rimbalza ancora sulla tavola. L’altro discepolo, più giovane, ne è totalmente affascinato, preso. Versa, nella pace ma con una certa trepidazione, il vino nella coppa, segno di quella gioia che sta tornando dopo la tempesta portata nel suo cuore dall’evento della croce. Missione e comunione sono due aspetti imprescindibili della vita della Chiesa, non c’è l’uno senza l’altra. Eppure quanto sono difficili entrambe. Oggi che la Missione, prima d’essere nei paesi che non conoscono ancora Cristo, è qui tra di noi; è urgente, dentro al nostro mondo scristianizzato, secolarizzato; ci si domanda quale comunione c’è fra noi? Come potremo evangelizzare nella divisione, nel contrasto, nell’assoluta incapacità di rispettare l’altro nella sua diversità. La promessa di Gesù era stata chiara: vi seguiranno tutti, presi dall’amore che vedranno fra voi. Forse abbiamo sbagliato, dopo il Concilio, a sottolineare troppo l’aspetto della comunione. Se la missione è stata in parte messa in ombra, della comunione si è parlato e si parla ancora senza fine. Si parla. Ma, forse, non si vive. Arcabas ha avuto la geniale idea di mettere i tre pellegrini di Emmaus a tavola con le bocche serrate. Non parlano più come hanno fatto lungo la strada ma ci sono, ci sono con tutto l’ardore del cuore. Sono uno per l’altro. Ora, forse darebbero la vita per quel loro compagno sconosciuto, ma già caro. Che cosa manca a noi per essere così? Per edificare comunità, parrocchie, famiglie, diocesi così? Ci manca l’ombra della croce vestita dell’oro della Parola. Ci manca lo sguardo contemplativo che conservano ora i due seduti a tavola. Forse ci manca anche la preghiera e lo spirito della preghiera che dovrebbe permeare ogni nostro atto. Così ci accorgiamo soltanto adesso di Gesù, estatico, intento a recitare la berakà sul pane. Quella preghiera atavica – che recita ogni ebreo da secoli, ancora oggi – ora sulle sue labbra ha un non so che di nuovo, di intimo.
La coppa di Gesù risplende di luce, l’azzurro della tovaglia inonda il suo abito e il suo volto. Ecco cosa c’era di strano in questo pannello: il volto! Ora lo vediamo! Il Misterioso pellegrino non è una sagoma in contro-luce, un uomo senza volto e fisionomia, ora si mostra e si mostra proprio dentro al gesto semplice, quotidiano, ma intenso, della benedizione sul pane. Tre fiamme tremule raccontano la vita divina che quell’Uomo misterioso ha voluto rivelare con il dono di sé: la Trinità. Una comunione d’amore infinita che vuole attrarre a sé ogni uomo, ognuno che in Cristo si riconosca fratello, figlio del Padre suo. Mi piace pensare che Arcabas nell’alone sghembo delle fiamme del candelabro abbia voluto rappresentare la lettera shin rovesciata, una lettera ebraica che indica movimento: il movimento di una fiamma o dei denti di una ruota, un movimento che dà forza vigore, che porta verso l’alto. Ne siamo risucchiati, anche noi. Se prima del Pellegrino scorgevamo solo lo sguardo, ora quegli occhi serrati, e colmi della benedizione che sta recitando, ci penetrano nell’intimo. La lettera shin è la lettera della pace: shalom, dell’Onnipotente: Shaddai. Ecco cosa ci manca: vivere la comunione come Mistero, vivere la croce come radice ineludibile del frutto della carità e della pace. Non c’è l’una senza le altre. Arcabas si arresta qui. Non ci mostra che «essi lo riconobbero allo spezzare del pane». Ancora una volta la sua narrazione pittorica si ferma, chiede una pausa, questa volta non per aderire al testo evangelico, ma per chiedere a noi dove siamo. C’è uno spazio vuoto davanti a Gesù, forse è il posto per noi. Dove siamo rispetto a questa mensa gravida di Parola? Dove, rispetto a questa preghiera? Dove, a fronte di questa comunione che sola, quale riflesso della Trinità, conduce alla missione?

suor Maria Gloria Riva, marzo 2021

Preparare il cuore all’incontro

Arcabas, ciclo sui discepoli di Emmaus. Preparativi 1994

Il ciclo sulla vicenda di Emmaus subisce un arresto e del resto è così nel Vangelo. Che accade dietro quella porta della locanda? Dopo che i due discepoli chiesero all’amico misterioso di rimanere con loro, di parlare ancora al loro cuore, che accade? Arcabas con grande intuito inserisce un pannello apparentemente inutile, astratto, senza forme di senso compiuto, ma con un ritmico susseguirsi di sagome e colori. L’attesa del pasto nella locanda è accompagnata dall’affaccendarsi dell’oste in cucina, dai colori del crepuscolo e si riempie del dialogo fra i tre: parole di necessità, ma anche parole profonde che portano a compimento i discorsi, fatti sulla strada.
Questo ci dà modo di riflettere su una dimensione tanto necessaria alla maturazione e tanto difficile da accettare oggi: il tempo. Ogni evento importante nella vita è preparato: la nascita è preparata da un tempo di gestazione e di attesa; la maturità dell’individuo è preparata da un tempo di educazione e di esperienze; la professionalità si raggiunge dopo un tempo di formazione; il matrimonio è preparato da un tempo di fidanzamento e conoscenza; la vita religiosa o sacerdotale è preparata da un tempo di discernimento; l’attività sportiva e agonistica è preparata da un tempo di allenamenti ed esercizi; persino la morte, non di rado, è preparata da un tempo di malattia o di agonia più o meno breve.
Così la missione richiede un tempo di preparazione, un tempo in cui apparentemente non si raccoglie alcun frutto, un tempo di semina e di attesa, un tempo di quotidianità. All’oscurità della terra che accoglie il seme dorato della Parola fa seguito questo pannello dai molti colori, tanti quanti sono i toni dei passi biblici importanti e formativi, quelli che cita il Risorto, facendo ricorso, come scrive Luca, alla Legge ai profeti e ai salmi.
Mi piace assimilare questi rombi multicolori alle vetrate di una chiesa, luogo dove ancora oggi il Cristo parla attraverso la liturgia preparando il cuore dei suoi all’accoglienza delle verità del Vangelo. In questo dialogo con Gesù dentro la locanda, i due sono alla mensa della Parola, ed essi imparano da Lui ad essere Chiesa. Egli li prepara così a ricevere il dono della sua presenza per mezzo dell’ausilio della Parola. Giovanni il Battista, del resto (come ricorda anche il documento che abbiamo tenuto sullo sfondo di queste nostre meditazioni Redemptoris Missio) preparava la via a Cristo, «predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». Dunque, mentre il Cristo parlava, lo Spirito preparava il cuore dei due discepoli a ricevere il dono della sua Presenza nello spezzare il Pane. Come avviene nella Messa e come ricorda anche il sopra citato documento rispetto ai lontani: “Quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica e non può non avere riferimento a Cristo, Verbo fatto carne per l’azione dello Spirito, «per operare lui, l’Uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale». L’azione universale dello Spirito non va poi separata dall’azione peculiare, che egli svolge nel corpo di Cristo che è la Chiesa (RM 29.47-48)”
Il susseguirsi verticale dei rombi suggerisce il cammino interiore dei due protagonisti: dall’oro dei Misteri, all’arancio dell’amore di Dio, il quale non ha esitato a darci il Figlio suo Diletto; dai neri e dai grigi, che esprimono il darsi del Figlio nella passione, fino ai verdi della speranza e agli azzurri della vita eterna. Là, in fondo, si intravede, quasi, la porta della locanda da dove sono entrati, un passaggio che rimanda alla Pasqua, per mezzo della quale si riceve l’intelligenza della fede e delle Scritture.
Quelle forme quasi a fungo, così frequenti in Arcabas, evocano la vigilanza del cuore, capace di ardere al risuonare della voce di Dio. Questo è il compito della Chiesa in mezzo agli uomini. Oggi si ha un certo timore a parlare d’evangelizzazione, ma il Vangelo, la Parola di Dio, nulla tolgono all’uomo anzi, promuovono la sua dignità e la sua realizzazione. Così la predicazione dovrebbe affondare sempre più profondamente nella radice, anche ebraica, della Parola per far conoscere e amare sempre più il Verbo del Padre e spingere ogni uomo all’incontro con lui.
A proposito della predicazione così si esprime il documento Redemptoris Missio: “Parlare con il cuore implica mantenerlo non solo ardente, ma illuminato dall’integrità della Rivelazione e dal cammino che la Parola di Dio ha percorso nel cuore della Chiesa e del nostro popolo fedele lungo il corso della storia. L’identità cristiana, che è quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare, come figli prodighi – e prediletti in Maria –, all’altro abbraccio, quello del Padre misericordioso che ci attende nella gloria. Far sì che il nostro popolo si senta come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo”.

suor Maria Gloria Riva, febbraio 2021

Dentro la luce di San Giuseppe

Natività a Betlemme (Naissance à Bethléem) Arcabas, Bruxelles, Palais archiépiscopal de Malines, (1995 – 1997) Olio su tela – 87 x 106

Lasciamo per un attimo il percorso dei nostri due discepoli di Emmaus ed entriamo nel vivo del periodo natalizio che stiamo vivendo. Arcabas ci regala una stupenda scena natalizia che ha come protagonista San Giuseppe. Ci è sembrata molto appropriata per questo Natale, illuminato dalla decisione del Santo Padre di dedicare un anno a San Giuseppe per commemorare l’anniversario del 150° anno dalla dichiarazione di San Giuseppe Patrono della Chiesa universale.
Si potrà acquistare l’indulgenza alle solite condizioni della Chiesa anche semplicemente riflettendo sul Padre nostro per una mezz’oretta o dedicando una mattinata alla riflessione di un brano che parli di Giuseppe. Questa bella opera di Arcabas potrà contribuire allo scopo di riflettere su questo nostro grande padre.
Era buia e difficile la strada che fecero Giuseppe e Maria nei giorni precedenti la nascita di Gesù. Un cono d’ombra, infatti, inquadra la scena della natività a sinistra dell’opera quasi a sottolineare l’oscurità del cammino, illuminato dalla solerte custodia di san Giuseppe e dalla sua fede sincera.
Papa Francesco nella sua lettera apostolica Patris Corde (su san Giuseppe appunto) cita un bel passo di San Paolo VI: la paternità (di san Giuseppe) si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’Incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa.
Nel contesto del nostro percorso sulla missione San Giuseppe emerge come il missionario in casa sua. Quello che non ha fatto grandi cose: opere sociali; dispute sul mistero teologico del figlio suo ecc. San Giuseppe è l’uomo che c’è. Che è sempre dove deve essere, che risponde alle domande provocatorie dei calunniatori e degli increduli con la sua presenza stabile e salda. Egli ci chiama a una missione per così dire ad intra. Dentro le nostre case, dentro le nostre famiglie dentro persino le nostre anime, talora lontane dalla verità dei misteri che andiamo celebrando. Ed è proprio lui che qui ci introduce nel mistero dell’Incarnazione del quale si è fatto padre e custode. Egli è tutto infiammato dalla candela che regge tra le mani e appare proprio come il Custode della nostra fede che, in questo tempo di prova e di pandemia, ci mostra la via verso la salute somma che è Cristo. Dorme il Bambino, fra le braccia di sua Madre, unico porto davvero sicuro in un mondo di peccato.
Oscuri come la strada verso Betlemme sono anche l’asino e il bue. I due popoli che rappresentano (gli ebrei, il bue, e i gentili, l’asino) si sono fatti vicini nell’attesa del Salvatore: Gesù azzera le distanze e rende evidente all’uomo, ad ogni uomo, quanto bisogno abbia di salvezza. Anche noi oggi, azzerate le distanze attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ci siamo fatti più vicini. Ma, costatata la fragilità dei nostri sistemi, facilmente messi in crisi da una Pandemia virale, siamo diventati più consci del bisogno che abbiamo di salvezza.
Così ci accodiamo, timidamente coccolati dal tepore della fede di Giuseppe, per scoprire il Mistero. C’è un inno poco noto, di Rito bizantino, simile all’altro Inno mariano ben più famoso, detto Acatisto di san Giuseppe, che di lui canta così: “Vedendo nella mangiatoia di Betlemme la Stella che risplendeva da Giacobbe, hai adorato per primo il Neonato; e quando il cielo Gli ha offerto una stella, gli angeli inni, la testimonianza dei pastori e l’adorazione e i doni dei Magi, tu, o giusto Giuseppe, hai offerto tutto te stesso come dono al Signore, dedicando la tua vita, le tue cure e le tue fatiche al Suo servizio”.
Egli ha offerto se stesso a Colei che, l’altro Akatisto acclama: “A Te che ha fatto germogliare la spiga divina, come terreno non arato, secondo la Provvidenza, ave, mensa spirituale, che contieni il pane della Vita”. Dietro la Madre, teneramente addormentata con in braccio il suo divin Figlio, una teoria di angeli, simile al saliscendi degli angeli ammirato dal patriarca Giacobbe, formano con le ali l’immagine di una spiga. Davvero Gesù è la spiga divina germogliata nella terra di Maria. Maria è creatura, benché preservata dal peccato per la sua missione di Madre di Dio, rimane una creatura, come noi. Ma dal suo grembo verginale ecco germogliare una spiga senza pari, una luce di gloria, la vera Luce: Cristo Gesù.
Come sono belli Madre e figlio dormienti! Quasi ignari del tumulto del mondo, eppure misteriosamente al centro della lotta. Come nel ciclone, dove l’occhio è immobile e calmo, così qui il Principio e la fine dell’universo è calmo e placido in braccio a sua madre, respira già del riposo dell’eternità, mentre il mondo fuori, quello del Cesare di allora e del XXI secolo oggi, è in totale subbuglio.
San Giuseppe pensoso, pare dirci che agitarsi non serve, serve piuttosto la fede, calma e serena pur nella certezza della gravità dell’ora; serve la speranza e serve muovere i passi nella carità. Allora si riposerà nella barca di Pietro come Gesù nell’ora della tempesta.
Il punto di luce attorno alla Madre e al Suo bambino è affidato alla paglia. Nei momenti difficili prendono lucentezza i gesti quotidiani, le cose semplici come la paglia. Si spengono un po’ i riflettori e rimane la gioia dei rapporti famigliari, intimi fraterni.
Così unendoci idealmente al gioioso canto di Giuseppe anche noi sciogliamo le corde dell’anima ed esultanti inneggiamo: O giusto Giuseppe! Eletto protettore della Santissima Vergine Maria, maestra e nutrice dell’Uomo-Dio: glorificando il tuo servizio al mistero ineffabile dell’Incarnazione di Dio Verbo, ti dedichiamo inni di lode.
suor Maria Gloria Riva, gennaio 2021