Beati i puri di cuore (Settembre 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele (1938 ca.). Part. dei “Beati i puri di cuore”
La sesta beatitudine costituisce il cuore dell’elenco delle beatitudini, non tanto per la sua posizione, quanto per il suo significato biblico. Il cuore, nella Bibbia, è la sede delle decisioni, dei pensieri che spingono all’azione, più che dei sentimenti. La parola cuore sta alla radice della tribù sacerdotale, quella di Levi (Lev, infatti, vuol dire cuore). Risuona nei salmi il termine asher lev, ovvero i retti di cuore che Dio ama in modo particolare. Così i puri di cuore sono asher lev, sono coloro che hanno innato il senso della giustizia, che posseggono una sapienza del cuore, capace, appunto, di vedere bene laddove gli uomini, anche i migliori, non vedono. Primo testimone di questa beatitudine è Samuele, il cui ritratto nel mosaico tenta di abbracciare tutta la vita del profeta. La scritta si riferisce, infatti, a Samuele bambino: «Dominus erat cum eo», ovvero: «Samuele intanto cresceva e il Signore era con lui e non lasciò andare a vuoto nessuna delle sue parole» (1 Sam 3:19). Anna, madre di Samuele, era sterile e si recò al tempio per implorare il dono della fecondità. Il sacerdote Eli non comprese il suo dolore e, vedendola barcollare nella preghiera, l’apostrofò ritenendola ubriaca. Quando però Anna espose il suo dolore, Eli si accorse della santità della donna e gli predisse la nascita di Samuele. Dopo la nascita del figlio Anna cantò uno dei cantici più belli della Bibbia, fonte di ispirazione del Magnificat di Maria. Dopo lo svezzamento Samuele fu condotto al tempio e affidato alle cure di Eli. Per tre volte il Signore lo chiamò, ma egli non comprese fino a che lo stesso Eli lo istruì circa il modo di rispondere a Dio. Qui si colloca la frase presa dal capitolo 3. I puri di cuore sono dunque anzitutto quelli che obbediscono, riconoscendo la voce del Signore anche dentro circostanze difficili o la parola di persone fragili. Eli, infatti, non è presentato dalla Scrittura come un sacerdote modello, i suoi figli saranno indegni di succedergli quali giudici del popolo. Sarà invece Samuele a occupare quel posto. Se la frase latina si riferisce al profeta giovinetto, il mosaico lo rappresenta adulto con una corona sul capo e un corno in mano mentre versa dell’olio. Durante il suo mandato di giudice di Israele Samuele fu costretto a introdurre la monarchia e, dopo aver unto Saul, figlio di Kis, uomo bello e dalla statura imponente, si rese conto di quanto il cuore di Saul non fosse puro. Fu quindi inviato dal Signore alla famiglia di Jesse per scegliere uno dei suoi figli. Nessuno di quelli che Jesse presentava a Samuele (e che possedevano il physique du rôle per diventare re e guerrieri), era idoneo a essere unto re. Finalmente fu chiamato Davide, il più piccolo, avvezzo ai pascoli, suonatore d’arpa e dall’aspetto femmineo. Di fronte alla meraviglia di Jesse, che mai avrebbe scelto quel figlio, Samuele rispose: «l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore». Uomo secondo il cuore di Dio e della stessa famiglia di Davide, perciò candidato al trono, fu Giuseppe di Nazaret. È costui, secondo il nostro autore, a incarnare – nel Nuovo Testamento – la beatitudine della purezza del cuore. San Giuseppe, ritratto in piedi, impugna il bastone da viandante come fosse un’arma e sorveglia, senza distoglierne lo sguardo, Gesù Bambino ancora in fasce e deposto nella mangiatoia. Se Samuele seppe riconoscere un re sotto le spoglie di un giovane pastore Giuseppe ebbe il grande dono di riconoscere Dio sotto il velo della carne di un bambino, gli toccò di scoprire la sua promessa sposa incinta e credette che ciò non fosse frutto di violenza o tradimento, bensì opera dello Spirito Santo. Ecco allora che il Nuovo Testamento ci obbliga a fare un passo in più rispetto al Primo: non semplicemente saper vedere e leggere il cuore umano, ma saper riconoscere Dio nelle circostanze più comuni e più improbabili, aderendo a questa fede con tutta la vita e accettandone le conseguenze. La scritta che adorna il girale di san Giuseppe recita così: «constituit eum dominus domus suae». Si tratta di una citazione riferita a Giuseppe, figlio di Giacobbe, contenuta nel Salmo 104 (vv. 17-21): «Davanti a loro mandò un uomo, Giuseppe, venduto come schiavo. Gli strinsero i piedi con ceppi, il ferro gli serrò la gola, finché si avverò la sua predizione e la parola del Signore gli rese giustizia. Il re mandò a scioglierlo, il capo dei popoli lo fece liberare; lo pose signore della sua casa, capo di tutti i suoi averi». Come l’antico Giuseppe si guadagnò la stima del Faraone e divenne strumento di salvezza per tutti gli altri undici figli di Giacobbe, così e anzi molto di più Giuseppe si meritò la stima del Creatore che lo fece veramente Signore della sua Casa, cioè della Chiesa del Figlio. Con la custodia del Figlio di Dio egli contribuì alla salvezza dell’intera umanità. Giuseppe rende evidente il senso profondo della beatitudine: vedere la Presenza di Dio, il puro di cuore vede Dio, laddove non è scontato riconoscerlo. Qui risiede la signoria di Giuseppe. Nella storia della Chiesa testimone esemplare di questa beatitudine è Santa Chiara. Il nostro mosaicista la coglie mentre si sporge dalle ogive del suo monastero tenendo in mano il Santissimo Sacramento per scacciare i saraceni. La Santa assisiate è pura anzitutto nel suo nome: Chiara. Nomen omen dicevano i latini, ella è dunque limpida, luminosa, capace dunque di vedere laddove l’uomo intorbidito dal male non vede. Non più un bimbo in carne e ossa chiede d’essere riconosciuto come Dio, ma una cosa, un pane, il Santissimo Sacramento. Chiara vede un Pane e riconosce la Presenza. Tale certezza si fa gesto: contro l’uomo iniquo, simboleggiato dai turchi che premevano alle porte di Assisi, imbraccia l’arma più certa, quella dell’Eucaristia. Ella incarna perfettamente il profilo dei puri di cuori stilato da san Francesco nelle sue ammonizioni: «veramente puri di cuore sono coloro che disprezzano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere sempre il Signore Dio, vivo e vero, con cuore e animo puro» (Ammoniz. XVI). Da questa carrellata di testimoni possiamo stilare l’identikit del puro di cuore: è puro chi va oltre le apparenze ed è capace di guardare ogni uomo come lo vede Dio. È puro chi vede la Presenza di Dio nelle opacità della storia e vi obbedisce, senza fermarsi agli scandali e alle contraddizioni. È, infine, puro chi vive pienamente ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci propone a credere e agisce di conseguenza.
suor Maria Gloria Riva – Pietrarubbia

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia (Luglio-Agosto 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele (1938 ca.). Part. dei “Beati i misericordiosi”
Il girale dedicato alla quinta beatitudine, beati i misericordiosi, presenta tre modelli di grande efficacia. Siamo ormai abituati alla scansione ritmica della nostra pavimentazione musiva: una figura del Primo Testamento, una del Nuovo, una terza relativa alla storia della Chiesa. China sul campo e intenta a spigolare è la donna del primo medaglione. Si tratta di Ruth la straniera, moabita, entrata con dignità e grazia nella genealogia di Cristo. Fu, infatti, la bisnonna di Davide. È proprio lei che ci obbliga a chiarire anzi tutto che cosa significa, in seno alla tradizione biblica, la parola misericordia. In ebraico (e in arabo) misericordia, rachamim, è il plurale di rechem, cioè utero e significa letteralmente «uteri». Che parentela c’è tra la misericordia e l’utero? E perché usare un plurale? L’ebraico non ha il superlativo assoluto, ma lo realizza accostando un singolare a un plurale, ne abbiamo un esempio nella bibbia stessa: il Cantico dei Cantici, ovvero il Canticissimo, l’unico canto in grado di cantare l’amore tra Dio e il suo popolo. Dunque Misericordia è rechem rachamim, cioè l’Uterissimo, l’utero degli uteri, l’unico che può dare sempre e solo vita e che non fallisce alcuna gestazione. Rachamim, misericordia, è dunque l’utero divino che genera a una vita che non muore. Forse per questo due dei personaggi di questo grande girale sono femminili. Ruth entra a pieno titolo nel dinamismo divino che persegue i suoi progetti di bene entro vie inusitate. I Moabiti sono pagani, tradizionalmente nemici di Israele. Noemi è una donna ebrea che con il marito vive nelle terre di Moab, è emigrata per lavoro, ma le difficoltà nel vivere tra pagani e l’impossibilità di osservare totalmente la torah, hanno aperto la porta alla tragedia. Muore il marito, Elimelech; muoiono i figli, Maclon e Chilion, ed ella resta con le due nuore moabite. In questo libro, i nomi dei protagonisti sono simbolici ed esprimono il loro destino. Elimelech, significa «Dio è il mio re» (egli era, dunque, chiamato a rendere onore al nome di Dio in terra straniero). I nomi Maclon e Chilion significano rispettivamente «malattia e consunzione», infatti il libro si apre con la lo ro malattia e la loro morte, preceduta dalla morte del padre. Noemi che significa «la dolce», resta sola con le due nuore, una di nome Orpa, che significa letteralmente «Colei che volta le spalle», cioè sleale, e Ruth che invece significa «amica, compagna». Così Noemi, avendo saputo che a Betlemme era cessata la carestia, decide di rientrare in patria, lasciando le due nuore libere di tornare alle loro famiglie. Inaspettatamente però Ruth, a differenza di Orpa che appunto se ne va voltando le spalle alla suocera, decide di seguire Noemi in terra d’Israele. È lei a rilasciare quella formula straordinaria che ancora oggi viene pronunciata da tutti quei non ebrei che si convertono al giudaismo: «Il mio Dio sarà il tuo Dio il tuo popolo sarà il mio». Questo è il primo atto di misericordia, cioè di vita, che Ruth compie. Se era difficile la vita in Israele per una donna straniera e per giunta moabita, lo era ancora di più per una donna ebrea, anziana, vedova senza figli. Perciò Ruth comprende che la sua compagnia potrà salvare la vita a Noemi, la quale, attraverso di lei, avrebbe potuto avere una discendenza. Il nostro mosaico dunque ritrae Ruth intenta a spigolare nel campo di un parente stretto di Noemi, di nome Booz. Sarà lui a sposarla e a generare Obed, padre di Jesse, padre di Davide. Nell’Antico Testamento, dunque, la misericordia passa attraverso la generazione di gente «giusta», membri del popolo santo che possano portare molti alla santità. Doppio onore alle donne di questo racconto biblico: onore a Noemi per aver testimoniato la fede a Ruth e averla conquistata alla verità, ma onore anche a Ruth per il dono della vita fatto alla suocera. Una simile eredità, quella di una discendenza salvifica, cioè di un utero che genera salvezza non poteva che essere raccolta e degnamente portata a maturazione dalla Vergine Maria. Nel secondo medaglione il testimonial dei misericordiosi è proprio la Mater Misericordiae che regge in grembo il divin Figlio. Diversamente dall’iconografia classica della Madonna della Misericordia, altrimenti detta Madonna del manto, la Vergine non ha il mantello aperto a guisa di abside che raccoglie idealmente nel suo grembo il popolo di Dio. Qui siede in trono, vale a dire docet: insegna la Misericordia. In-segna, cioè indica che l’unica vera Misericordia è quella divina, la quale si realizza compiutamente nel dono del Figlio. Dio che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? (Rm 8,32), questa è la grande Misericordia anche secondo l’Apostolo Paolo. Se Dio ci ha dato in Cristo la salvezza eterna e la sua stessa vita divina, come non ci elargirà tutto il resto, cioè le misericordie umane di cui pure l’uomo ha bisogno? Le opere di Misericordia spirituali e corporali trovano qui, nell’Incarnazione e nel Kerigma, radice e compimento. Ecco allora che il terzo protagonista della beatitudine concernente i misericordiosi è uno dei tanti santi che ha generato opere di carità: san Giuseppe da Cottolengo. Uno dei tanti senz’altro, ma proprio perché la scelta poteva essere vastissima (e basterebbe citare i grandi santi Ospedalieri come Giovanni di Dio e Cammillo de Lellis per aprire un elenco infinito) il fatto di aver scelto Il Cottolengo fa pensare. Questo santo, com’è noto, ha raccolto i bambini nati con orribili malformazioni. Bambini dei quali, non di rado, i genitori stessi si vergognano, i veri scartati, quelli che una certa eugenetica moderna sopprimerebbe senza pietà nel grembo materno, considerati indegni di vivere. San Giuseppe li ha raccolti, li ha voluti per sé e per i suoi seguaci, come figli. Una carità che, in una, abbraccia molte opere di misericordia: rivestire di dignità questi esseri umani, dar loro da bere e da mangiare, consolare l’afflizione dei genitori, sopportare le molestie di chi (oggi soprattutto) vorrebbe cancellare la presenza di questi individui… e l’elenco potrebbe continuare. Non sapeva, l’autore del mosaico, quanto profetica sarebbe stata la scelta di questo santo. Nel recente dibattito sull’eutanasia applicata ai bambini, venuto alla ribalta per la questione di Alfie Evans, fa onore la reazione indignata dei figli di Cottolengo di fronte a una legge che obbliga a negare nutrimento a certi casi gravi, per il solo fatto di essere gravi. Contro un mondo, pressoché silenzioso, essi non hanno esitato ad alzare la voce contro certa falsa Misericordia che si arroga il diritto di dichiarare e scegliere chi sia degno di vivere e chi no. Le tre figure, allora, proprio a partire dal dato iconografico, ci aiutano a comprendere che la vera misericordia è la vita: dare una discendenza ai defunti senza figli, perpetuandone la memoria (Ruth); dare la vita a chi è morto a causa del peccato (Cristo e la sua Vergine Madre); ridare vita e dignità agli scartati dal mondo, agli innocenti condannati a morte come fece Giuseppe Cottolengo. Proprio quest’ultimo rappresenta il segno della grande Misericordia di Dio che a noi, condannati a morte a causa del peccato, ha ridato la vita eterna.
Monache dell’Adorazione Eucaristica Pietrarubbia

Beati gli affamati e assetati di giustizia (Giugno 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele. Part. degli affamati e assetati di giustizia.
Ci troviamo ancora davanti alla Chiesa delle beatitudini in Terra Santa e guardiamo il mosaico pavimentale che adorna il piazzale. L’artista individua tra gli affamati di giustizia anzitutto Noè. All’interno del mosaico compare, infatti, la scritta Latina vir justus inter generatione sua citazione del libro della Genesi (Gen 6,8), Noè fu un uomo giusto entro la sua generazione. Il Nuovo Testamento, e precisamente la seconda lettera di Pietro, lo definisce addirittura banditore di giustizia (2Pt 2,5). Secondo il midrash Dio aveva chiesto di piantare alberi precisi 120 anni prima del diluvio, certo che all’ora stabilita tali alberi sarebbero stati in grado di soddisfare le esigenze della costruzione di una imbarcazione tanto grande. Eppure, racconta il midrash, né mentre piantava i cedri e neppure mentre li tagliava per costruire l’arca, il popolo badò a lui. I suoi contemporanei, invece di approfittare di quei 120 anni, per convertirsi, non considerarono ciò che Noè faceva, ma anzi lo osteggiarono e ostacolarono in vari modi, proprio mentre egli tendeva ad adempiere la giustizia divina. Pareva incredibile ai più che Dio ordinasse di costruire un’arca per navigare nel prato, ma Noè fu fedele al comando divino e ciò gli fu accreditato come giustizia. Noè è, dunque, il giusto che, ben prima di Abramo, ben prima di Mosè, osservò 7 comandamenti, ovvero i comandamenti naturali, inscritti nel cuore umano. Il Talmud ne conta fino a trenta, ma il numero di sette è rimasto nella tradizione. Interessante notare che dei 7 comandamenti noachici 6 sono negativi e uno solo è positivo, il primo, che recita così: adempiere alla giustizia. Noè credette al Signore, sopportò le umiliazioni della sua gente e compì fino in fondo il volere divino diventando salvezza per tutta la sua famiglia e per la natura che lo circondava. Egli salvò, non solo l’umanità, ma anche la terra. Dunque, proprio per aver adempiuto la giustizia divina, fu perseguitato. Egli non avvertì i suoi contemporanei del rischio imminente, si limitò a porre dei gesti, eppure fu ugualmente perseguitato. Forse per questo viene qui annoverato fra gli affamati della giustizia. Nella storia della Chiesa brilla come esempio di fame e sete di giustizia il grande padre Agostino. Egli fu talmente sensibile alle sfide del suo tempo, alle eresie e a quelle dottrine che avrebbero minato l’ortodossia della Chiesa, che non trascurava nessuna domanda. Egli stesso ebbe a dire che nulla aveva mai scritto se non per amicizia, amicizia nel senso Cristiano del termine, cioè quell’amare l’altro non solo sentimentalmente ma perché si compia in lui il suo destino eterno. Così egli non trascurò alcuna delle domande degli amici ma vi rispose raddrizzando il corso della storia quando prendeva piede e forma una logica diversa da quella del Vangelo. Osservava Agostino che, diversamente da chi ricorre al medico per una ferita, la quale si rimarginerà, chi ricorre al cibo per la fame sa che avrà fame di nuovo. Abbia dunque fame e sete il nostro uomo interiore – concludeva il vescovo d’Ippona – perché ha un cibo suo proprio e una sua propria bevanda. L’uomo interiore, infatti, ha fame e sete di quella verità divina che potrà essere soddisfatta pienamente solo in Cielo, ma che qui ha bisogno di trovare ristoro. Si comprende meglio dunque, confrontando Agostino con Noè che la fame di giustizia di cui si parla nel Vangelo è fame e sete di verità. E che coloro che sono beati in questo campo, con la loro stessa fame e la loro sete saziano gli altri, che già toccati dal male dell’anoressia del peccato ricusano di prendere il cibo buono della grazia. Il dito puntato verso questa soddisfazione ultima e definitiva della fame di giustizia la offre l’ultima scena di questo grande girale. Si tratta di un rimando, come recita la scritta latina (quo, Domine, non vindicas sanguine nostrum), a un passo dell’Apocalisse (6,9-10). All’apertura del quinto sigillo, Giovanni racconta: «Vidi sotto l’altare le anime di quelli che erano stati uccisi per la parola di Dio e per la testimonianza che gli avevano resa. Essi gridarono a gran voce: “Fino a quando aspetterai, o Signore santo e veritiero, per fare giustizia e vendicare il nostro sangue su quelli che abitano sopra la terra?”». Costoro sono i martiri, chiamati dalla Vulgata latina (come si legge nel mosaico) animas interfectorum, cioè le anime degli uccisi. Essi sono affamati di giustizia a motivo della loro morte cruenta a causa del Vangelo, ma alla loro richiesta di vendetta l’Apocalisse risponde: «A ciascuno di essi fu data una veste bianca e fu loro detto che si riposassero ancora un po’ di tempo, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli, che dovevano essere uccisi come loro». Nel mosaico vengono simbolicamente rappresentate quattro anime, rimando ai punti cardinali, e dunque alla dimensione universale del martirio. I martiri della giustizia sono diffusi in ogni luogo e latitudine. Il loro sangue, similmente a quello di Abele e in unione all’ancor più prezioso sangue del Redentore, grida al cospetto di Dio. Il nostro mosaicista assegna, dunque, la beatitudine degli affamati e assetati di giustizia, a quanti difendono la fede con l’obbedienza alla verità fino al dono della vita.
suor Maria Gloria Riva
Monache dell’Adorazione Eucaristica – Pietrarubbia

Beati i miti (Maggio 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele. Part. dei miti

Mosè era il più mite fra gli uomini (Nm 12,3). I rabbini si interrogano di fronte a questa affermazione biblica. Leggendo infatti il libro dell’Esodo ci viene piuttosto restituita un’immagine possente di Mosè, che rimprovera il popolo, che si mette talora contro Dio a favore degli israeliti, che rimprovera apertamente Aronne e Maria e fa trangugiare al popolo l’acqua nella quale ha frantumato i residui del vitello d’oro. Insomma, niente di più lontano dalla mitezza, per il sentire comune. Eppure resta lapidaria questa frase biblica a provocarci. Il Midrash scava nel testo biblico e trova la radice della mitezza di Mosè proprio nella consegna che Dio gli fece della Terra. Egli meritò questa consegna a motivo della sua opera di intercessione. Infatti, benché adirato contro gli israeliti, Mosè non esitò a mettersi fra Dio e il popolo, facendosi garante del patto. Così, nella pavimentazione antistante la Basilica delle beatitudini, il girale riguardante la terza beatitudine: beati i miti perché erediteranno la terra, mostra Mosè con le tavole della legge in mano e la terra promessa sullo sfondo. Egli, cui fu data in eredità la terra, non vi poté entrare quasi offrendo a Dio l’ultimo grande sacrificio onde assicurare al popolo la stabilità e la pace. Campeggia dietro di lui la scritta latina di Numeri 12,3: Mosè fu l’uomo più mite della terra. Da tutto ciò emerge un volto nuovo della mitezza, che poco ha a che fare con una passività supina e rassegnata. Una siffatta mitezza fu espressa da Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano tedesco decapitato dai nazisti per aver cospirato contro Hitler a difesa degli ebrei. Nel carcere di Berlino egli scrisse lettere nelle quali emerge chiaramente come la mitezza è la virtù dei forti. E invero, proprio guardando Mosè, la mitezza si rivela come la forza di coloro che non per debolezza sospendono la giustizia umana, ma per la consapevolezza che è Dio a condurre la storia. Proprio in tale direzione va l’assegnazione di esempio di mitezza alla figura di Stefano, testimonial (se così si può dire) del Nuovo Testamento. Stefano era uno dei diaconi scelti dagli apostoli per dirimere le contese sorte presso il popolo dei credenti in Cristo Gesù. Luca, autore degli Atti, per descrivere tali contese usa volutamente lo stesso linguaggio letterario della Bibbia greca (detta dei Settanta) negli episodi riguardanti l’esodo e le bramosie del popolo d’Israele (cfr. At 6,1-5). La lite, nella comunità cristiana, sorse fra le vedove ebree e le vedove di origine pagana. Stefano, dal nome greco, che significa appunto Incoronato, doveva assicurare la pace provvedendo alla mensa e alle altre necessità delle vedove cristiane provenienti dai popoli pagani. La sua pietà, la sua parola infuocata e i prodigi operati dalla grazia divina attraverso di lui, indispettirono i giudei della Sinagoga dei liberti. Cioè ebrei provenienti dalla diaspora che, prigionieri dei romani, erano stati poi liberati. Proprio a motivo di Mosè essi gridarono alla bestemmia nei confronti di Stefano. E questi, ignorando le ingiurie e le provocazioni, fece un discorso straordinario che, ancora oggi, è una mirabile sintesi della storia della salvezza, da Abramo a Gesù Cristo passando per Mosè e Davide. Il momento in cui si rivela la mitezza di Stefano è però il martirio. Se Mosè incarna l’immagine del giusto che eredita la terra, promessa dal Signore fin da quaggiù, Stefano rappresenta colui che eredita il Regno dei Cieli a motivo della sua testimonianza in Colui che è il Nuovo Cielo e la Nuova Terra, Cristo. Mentre lo lapidavano disse infatti: «Ecco, io vedo i cieli aperti, e il Figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio» (At 7,56). La sua mitezza trova le radici nell’imitazione di Cristo sulla Croce, anch’egli infatti, prima di morire perdona i suoi carnefici: «Poi, messosi in ginocchio, gridò ad alta voce: “Signore, non imputar loro questo peccato”. E detto questo si addormentò» (At 7,60). È proprio quest’immagine di Stefano morente in ginocchio e la scritta del versetto 60 in latino ad essere raffigurata nel nostro mosaico. Il testimone «mite» nella storia della Chiesa è sant’Ambrogio. Il grande vescovo è rappresentato con uno degli attributi che lo distinguono e cioè le api. Accanto alle api sant’Ambrogio tiene normalmente in mano il flagello. I due elementi fanno riferimento alla parola del santo Vescovo: questa sferzava gli uditori come una frusta, ma nel contempo lasciava negli animi una dolcezza pari al miele. Anche qui fa meraviglia come sia stato identificato quale «mite» un grande difensore della verità che non esitò ad opporsi ai potenti e alle eresie, fu incurante della cattiva fama che questo comportamento gli procurava e non mancò di mettere a rischio la propria vita. Nei confronti di Aussenzio, vescovo ariano che voleva impadronirsi della basilica di Milano, sant’Ambrogio si oppose a viso aperto e scrisse una lettera nota come Contra Auxentium nella quale, citando un passo celebre del Primo Testamento, disse all’usurpatore: «Non cederò la vigna dei miei padri». Qui la terra che il mite eredita è identificata con la Chiesa. Non più una terra geografica promessa a Israele, non solo una terra nuova che ci sarà data alla fine dei tempi, ma anche una terra mistica quella della Chiesa, una terra che idealmente si estende sino ai confini della terra. Ambrogio fu anche un grande protettore dei poveri e di coloro che a causa dei poteri forti venivano oppressi, ma il Signore lo favorì anche di doni singolari come quello, ad esempio, di trovare le reliquie dei martiri sepolte e dimenticate dopo le persecuzioni. Anche queste spoglie dei martiri (Protaso, Gervasio, Nazario e Celso) sono la preziosa eredità della Chiesa: sono la terra bagnata dal sangue della testimonianza. Così Ambrogio ha espresso la mitezza nella forza di correggere e difendere il suo popolo unita a una grande dolcezza nel parlare e nell’esprimere il suo amore per la Chiesa e i suoi membri. Un tale connubio ebbe la forza persuasiva di convertire la mente vivace e critica di Sant’Agostino. L’umanità di Ambrogio ci viene integralmente restituita dalle sue lettere come quella a Felice nella quale, congedandosi, afferma con grande umiltà e semplicità: «Sta sano e amaci, perché anche noi ti vogliamo bene».

suor Maria Gloria Riva

Beati gli afflitti (Aprile 2018)

Mosaico della pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini nei pressi di Tabgha Galilea, Israele. Part. dei beati gli afflitti

Il paese delle lacrime è misterioso scriveva Antoine de Saint Exupery in un libro che, una volta letto, difficilmente si dimentica: Il piccolo principe. Le afflizioni che procurano lacrime sono al secondo posto nella classifica dei beati cui Gesù fa riferimento nella sua Nuova Legge. Le lacrime rappresentano il leitmotiv delle raffigurazioni presenti nella pavimentazione antistante alla Basilica delle Beatitudini, entro il girale dedicato alla seconda categoria dei beati: beati gli afflitti perché saranno consolati. Il primo personaggio che ci è proposto a modello di una tale beatitudine è Giacobbe. Nella tradizione rabbinica questo patriarca introduce nel mondo la malattia: Abramo iniziò la vecchiaia, Isacco la sofferenza e Giacobbe la malattia. Questo, a motivo della lotta con l’angelo del Signore che lo lasciò claudicante. In realtà, nel mosaico, è raffigurato non a partire da quell’episodio, fondante la sua esperienza del divino, ma a motivo del suo rapporto con i figli e precisamente a motivo della presunta morte di Giuseppe sbranato, secondo l’infondato racconto degli altri fratelli, da una bestia feroce. Di fatto il mosaico ci presenta Giacobbe con in mano una veste imbrattata di sangue, mentre la scritta latina recita lugens filius suum ovvero: piange il figlio suo. Giacobbe, di fatto, fu consolato da questa afflizione perché, grazie a Dio, Giuseppe non era stato sbranato da bestia alcuna ma, com’è noto, era stato venduto dai fratelli per 20 sicli d’argento. Deportato in Egitto quest’ultimo divenne Viceré, secondo solo al Faraone e poté in tempo di carestia salvare i fratelli e consolare il padre. Il secondo medaglione ci presenta Pietro, mentre piange amaramente (ploravit amare si legge in latino) dopo aver rinnegato Gesù. Spetta al primo degli Apostoli inaugurare, nel tempo della Chiesa, la verità di questa beatitudine. Egli che sperimentò la sua assoluta debolezza di fronte al dramma dell’arresto di Gesù, al punto da temere le parole (non di persone autorevoli ma) di inservienti che stavano di notte davanti al fuoco per scaldarsi, fu il primo a godere della consolazione divina attraverso la gioia del perdono e della risurrezione di Cristo. Un gallo rosa fa bella mostra di sé in primo piano, è il segno che Gesù stesso aveva indicato a Pietro: prima che il gallo canti tu mi avrai rinnegato tre volte. Il gallo, che noi cristiani decliniamo immediatamente in negativo associandolo al rinnegamento di Pietro, è in realtà un simbolo positivo, è l’animale che annuncia la rinascita e il sorger di una nuova luce. Già il gallo, per l’apostolo, fu promessa di consolazione. Dopo l’acuto dolore sperimentato a causa del tradimento, Pietro incontrerà lo sguardo di Gesù e, con esso, il perdono e la pace. L’ultimo personaggio, che simboleggia le afflizioni della Chiesa, è Santa Monica, una madre di famiglia, di grande fede e di grande pazienza. Ella pregò insistentemente il Signore per il marito Patrizio e il figlio Agostino. Le sue lacrime furono accolte dal Signore che l’esaudì oltre misura, come ella stessa afferma in punto di morte. Il marito si convertì e morì con tutti i sacramenti, mentre il figlio non solo divenne cristiano, ma anche vescovo e fondatore di comunità monastiche maschili e femminili. La consolazione di Monica fu davvero grande e non solo per sé: la sua vita rende evidente a tutti, ma in particolare ai genitori, che nessuna preghiera cade a vuoto innanzi a Dio. La pavimentazione ci narra, dunque, di tre persone che versano lacrime generate da motivazioni diversissime. Il dolore di Giacobbe fu generato dal dramma della morte e della violenza fratricida; quello di Pietro dal proprio limite e dal proprio peccato, quello di Monica dal pericolo della morte ultima. Il primo e l’ultima piangono per altri, il secondo piange principalmente per sé. In tutti e tre i casi tuttavia il Signore consola, perché in tutti e tre i casi la sofferenza coinvolgeva Dio stesso. Di fronte al dolore della morte, il primo a soffrirne è Dio stesso e, come per Abramo, anche per Giacobbe la restituzione del figlio è segno e profezia della Risurrezione che Cristo è venuto a portare. Così nel dolore del tradimento Dio stesso attende la conversione e desidera perdonare perché si fa più festa in cielo per un peccatore che si converte che per 100 giusti che non hanno bisogno di conversione. Infine nel dolore di una madre (e di un padre) Cristo vede il dolore di Maria, il dolore della Chiesa per tutti quelli che si perdono. Consolare è per Dio, dunque fonte stessa di consolazione. Questa beatitudine, pertanto, se ci rallegra nelle nostre afflizioni ci sprona però anche ad essere fonte di consolazione. Vale in tal senso associare al dettato evangelico un passo delle lettere paroline: «Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione».
suor Maria Gloria Riva
Monache dell’Adorazione Eucaristica Pietrarubbia