Contemplazione, Cultura, Carità

Fedeltà alla vocazione cristiana. I cattolici sono sotto gli occhi di tutti. Capita di chiedersi: che ne pensa la gente di noi? Simile indagine fu innescata da Gesù a proposito della sua persona. A dire il vero non fece molto conto delle opinioni ondulatorie della gente. Altro il suo obiettivo: «Ma voi chi dite che io sia?». A chi ci guarda rispondiamo riconoscendo le nostre fragilità e incoerenze, ma siamo in grado di riferire punti forti della nostra identità-responsabilità: contemplazione, cultura, carità. Le tre “C”! Noi preghiamo. Siamo contemplativi non perché ne parliamo, ma perché la contemplazione fa parte del nostro modo di essere. È vita della nostra vita. Contemplazione è prendere coscienza della originale dipendenza da Dio. Non semplice dipendenza nell’atto in cui ci ha creati, ma dipendenza totale e continua. «In ogni istante, ogni gesto della nostra esistenza ha nel mistero dell’Essere la sua totale origine» (don Giussani). La società di oggi ci appare schiacciata sull’immanenza, su ciò che è materiale: è come vivessimo in un grande deserto spirituale, eppure – i cristiani lo credono fermamente – è stato irrigato, e lo è oggi come lo sarà domani. C’è un’acqua, sgorgata da un Cuore trafitto, che lo irrora e fa sbocciare nuove primavere. È un assioma dell’identità cristiana. «Ciò che rende bello il deserto, è che da qualche parte nasconde un pozzo» (Antoine de Saint Exupéry). Celebre il racconto di un beduino del deserto. Andava lontano ad attingere acqua. Chilometri a piedi, sotto il sole… Non lo videro più lasciare la sua tenda, aveva trovato l’acqua scavando sotto la duna più vicina. Siamo “fortunati”: abbiamo luoghi che offrono spazi di contemplazione. Sono le nostre colline, i tramonti in Val Marecchia, i crinali fra una valle e l’altra: non è la bellezza superba delle Dolomiti, ma una bellezza soffusa di colori, profumi e pietre che sorprendono sino alla meraviglia. Ci sono persone dai volti gioiosi e sempre giovani che fanno della contemplazione il “mestiere della loro vita”. I loro canti, il suono delle campane dei loro monasteri, rapiscono. Fra quelle mura si respira una fragranza particolare. Victor Hugo ha qualificato questi luoghi come «cannocchiali puntati sull’infinito». Non minore è l’afflato contemplativo di chi dedica tempo e pazienza nel chinarsi su piaghe esteriori ed interiori lasciate dal tempo e dalle intemperie della vita. Questa specie di contemplativi sanno vedere, oltre le fragilità, tutta intera la dignità della persona. «Come se vedessero l’invisibile» (Evangelii Gaudium n. 150): estasi nel senso etimologico. Ci sono famiglie nelle quali si prega insieme: a volte è solo una benedizione prima dei pasti o la preghiera con i più piccoli, o quella sussurrata sotto le coperte prima dell’ultimo bacio. Appello ai cristiani: o restano contemplativi o diventano insignificanti, sale che ha perso sapore. Se la preghiera si fa «chiusa la porta» (cfr. Mt 6,8), la contemplazione è uno stile di vita: contagia, «contemplata aliis tradere». Cultura. Non è scopo di questa nota definire la cultura. Rimando al terzo capitolo della Gaudium et Spes (Concilio Vaticano II). Più semplicemente preferisco suggerire una distinzione tra le mode che passano in pochi anni e che vanno intercettate ma non seguite, i paradigmi epocali che abbracciano tempi più ampi, su di essi e non sulle mode vanno pensati i progetti, e infine le strutture ontologiche che fanno riferimento all’uomo che rimane fondamentalmente lo stesso. Chi fa cultura non si lascia sviare dai flussi di superficie. Gli occorre il coraggio di andare in profondità e non sempre questo sforzo gode popolarità (ricordate le derisioni dei concittadini di Diogene?). «Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» (Sal 11,3). La sensazione – passi l’immagine – è simile a quella che sperimenta chi è fuori dalla forza di gravità. La cultura non prescinde dai fondamentali: consapevolezza della dignità della persona, della sovranità della coscienza, dell’inalienabile dimensione spirituale dell’uomo che lavora, ama, soffre, fa festa… Cultura è non perdere memoria e radici. È custodia delle parole scritte, delle tele dipinte, delle architetture dell’anima. Carità. Ci si salva insieme. Un tempo la cultura si è espressa nelle grandi cattedrali, in capolavori intramontabili; ancor oggi a distanza di secoli testimoniano la fede, l’entusiasmo, l’unità la vita di un popolo. Accanto a quelle di un tempo oggi ci sono nuove cattedrali; sono le imprese a volte sorprendenti, spesso spontanee, sempre creative che sorgono qua e là. La carità vede nei problemi e nelle urgenze un appello. E risponde. Allora spuntano risposte, si trovano risorse, sboccia il volontariato, cioè il fare volentieri, con gratuità. La carità – ben inteso – non è assistenzialismo ma dimensione costitutiva e permanente che scaturisce dalla comunione di Dio Trinità d’amore, sua sorgente. La carità è la vita del cristiano. Poi, viene la carità come “diaconia”, traduzione concreta e storica nelle relazioni interpersonali e sociali dell’amore effuso nei cuori (cfr. Rom 5,5).
+ Andrea Turazzi