Liturgia della parola e incontro di preghiera

Domanda: Mi capita talvolta di organizzare per il gruppo a cui appartengo una veglia di preghiera. Un mio collega, invece, si è trovato nella chiesa parrocchiale a dover preparare una liturgia della Parola (si dice così?). Ci sono dei criteri da seguire per una e per l’altra celebrazione? L’incontro di preghiera che organizzo per il gruppo e l’incontro di preghiera in chiesa penso sono di diversa natura: ci sono regole e criteri da osservare? Esistono sussidi? Grazie. (Stefania)

La distinzione di fondo si fa tra liturgia e ciò che non lo è. Intendendo per “ciò che non lo è” non un nulla o un senza valore, ma un diverso dalla liturgia. Già il concilio Vaticano II parla di “pii esercizi” o “sacri esercizi”, nel loro rapporto con la liturgia (cfr. SC 13).
Ad oggi, il documento base di riferimento, che ha raccolto e attuato la norma conciliare è il Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia (2022), della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. In esso vengono dati i Principi e orientamenti per disciplinare i nessi che intercorrono tra Liturgia e pietà popolare, riaffermando “il primato della liturgia”. Infatti, “l’eminenza della Liturgia rispetto ad ogni altra possibile e legittima forma di preghiera cristiana deve trovare riscontro nella coscienza dei fedeli: se le azioni sacramentali (liturgiche) sono necessarie per vivere in Cristo, le forme della pietà popolare appartengono invece all’ambito del facoltativo. Prova veneranda è il precetto di partecipare alla Messa domenicale, mentre nessun obbligo ha mai riguardato i pii esercizi, per quanto raccomandati e diffusi, i quali possono tuttavia essere assunti con carattere obbligatorio da comunità (gruppi) o singoli fedeli” (n. 11). Nello stesso tempo il Direttorio precisa “che non siano trascurate altre forme di pietà del popolo cristiano e il loro fruttuoso apporto per vivere uniti a Cristo, nella Chiesa, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II” (n. 1). Pertanto, “la facoltatività dei pii esercizi non deve quindi significare scarsa considerazione né disprezzo di essi. La via da seguire è quella di valorizzare correttamente e sapientemente le non poche ricchezze della pietà popolare, le potenzialità che possiede, l’impegno di vita cristiana che sa suscitare” (n. 12).
I criteri orientativi da seguire sono dati dal n. 13 che afferma: “la differenza oggettiva tra i pii esercizi e le pratiche di devozione rispetto alla Liturgia deve trovare visibilità nell’espressione cultuale. Ciò significa la non commistione delle formule proprie di pii esercizi con le azioni liturgiche; gli atti di pietà e di devozione trovano il loro spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti. Da una parte, si deve pertanto evitare la sovrapposizione, poiché il linguaggio, il ritmo, l’andamento, gli accenti teologici della pietà popolare si differenziano dai corrispondenti delle azioni liturgiche. Similmente, è da superare, dove è il caso, la concorrenza o la contrapposizione con le azioni liturgiche: va salvaguardata la precedenza da dare alla domenica, alla solennità, ai tempi e giorni liturgici. Dall’altra parte, si eviti di apportare modalità di “celebrazione liturgica” ai pii esercizi, che debbono conservare il loro stile, la loro semplicità, il proprio linguaggio”. Quindi, i pii esercizi e le pratiche di devozione non sono né da eliminare né da disprezzare nella vita dei fedeli. Essi devono essere valorizzati ed armonizzati con la liturgia, che rimane culmen et fons, “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (SC 10).

don Raymond Nkindji Samuangala, gennaio 2023
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Celebrazioni domenicali in assenza del presbitero

Domanda: Parrocchie sempre più piccole e scarsità di presbiteri. Anche nella nostra Diocesi, per le necessità imposte da nuovi assetti pastorali, ci si chiede se sia opportuno favorire liturgie domenicali senza presbitero, oppure vietarle per convergere in un’unica celebrazione. Nel primo caso si valorizza l’identità della piccola comunità; nel secondo si coltiva l’idea e l’esperienza di una Chiesa più ampia. Che ne pensa? (Francesco)

Il Concilio Vaticano II, nell’intento di permettere ai fedeli di attingere più abbondantemente alla fonte della Parola di Dio, prescriveva già: “Si promuova la celebrazione della Parola di Dio, alla vigilia delle feste più solenni, in alcune ferie dell’avvento e della quaresima, nelle domeniche e nelle feste, soprattutto nei luoghi dove manca il sacerdote; nel qual caso diriga la celebrazione un diacono o altra persona delegata dal vescovo” (SC 35). Difronte alla difficoltà o all’impossibilità di celebrare l’eucaristia, dovuta a ragioni da non ridurre solo alla scarsità di presbiteri, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha emanato il Direttorio Christi Ecclesia (1988) per disciplinare queste celebrazioni e dare le norme per la loro organizzazione. Recependo tali norme, la nostra Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna ha elaborato il documento Radunati nel giorno del Signore nel quale dà gli orientamenti pastorali per questo tipo di celebrazioni. In tutti i casi, vanno considerate alcune condizioni essenziali (cf. Christi Ecclesia). Si consideri anzitutto se i fedeli non possano recarsi alla chiesa di un luogo vicino. La soluzione è da raccomandare (n. 18). Quando ciò non è possibile, è bene che non manchi ai fedeli il nutrimento della Parola di Dio, per cui è molto raccomandata la celebrazione della Parola, a cui può seguire la Santa Comunione (n. 20), o la celebrazione della liturgia delle ore. Occorre che i fedeli percepiscano chiaramente che tali celebrazioni hanno carattere di supplenza e non possono essere fatte per “comodità”. Non si possono fare là dove la sera precedente si è celebrata l’eucarestia (n. 21). Si eviti, quindi, ogni confusione tra queste celebrazioni e la S. Messa; esse non devono togliere ma aumentare nei fedeli il desiderio della S. Messa (n. 22). Pertanto, c’è necessità di pregare «affinché (il Signore) moltiplichi i dispensatori dei suoi misteri e li renda perseveranti nel suo amore» (n. 23). Per dirigere queste riunioni domenicali siano chiamati i diaconi, gli unici che possono proclamare il Vangelo, tenere l’omelia e distribuire l’eucaristia (n. 29). In loro assenza, possono essere scelti i ministri istituiti per la guida della preghiera. Altrimenti, possono essere designati altri laici preparati, uomini e donne, ad esercitare questo incarico a tempo determinato (cf. n. 30). In sintesi, queste celebrazioni servono là dove risulti l’impossibilità di celebrare l’eucaristia. Tuttavia, esse non si possono sostituire alla S. Messa, da preferire sempre. Pertanto, viene incoraggiato chi può a convergere nel luogo vicino dove viene celebrata l’eucaristia.

di don Raymond Nkindji Samuangala, dicembre 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Linguaggio simbolico e didascalie

Domanda: Si dice che i simboli sono una forma di linguaggio assai forte. Tuttavia, molti segni della liturgia restano oscuri per tante persone. Ci sono preti che li spiegano, spesso con esiti positivi; altre volte le spiegazioni affaticano e sbiadiscono la celebrazione. Che ne pensa delle didascalie del celebrante soprattutto durante la Messa? (Ilaria)

L’agire simbolico caratterizza essenzialmente l’atto liturgico. L’ha ricordato papa Francesco nell’ultima lettera apostolica pubblicata il 29 giugno scorso sulla formazione liturgica del Popolo di Dio Desiderio desideravi: “La liturgia è fatta di cose che sono esattamente l’opposto di astrazioni spirituali: pane, vino, olio, acqua, profumo, fuoco, cenere, pietra, stoffa, colori, corpo, parole, suoni, silenzi, gesti, spazio, movimento, azione, ordine, tempo, luce” (Dd 42).
Comprendere (non dico capire) tale linguaggio è condizione fondamentale per quella vera “partecipazione attiva, cosciente e fruttuosa” cara al Vaticano II. Infatti, “la conoscenza del mistero di Cristo, questione decisiva per la nostra vita, non consiste in una assimilazione mentale di un’idea, ma in un reale coinvolgimento esistenziale con la sua persona. In tal senso la liturgia non riguarda la “conoscenza” e il suo scopo non è primariamente pedagogico (pur avendo un grande valore pedagogico: cfr. Sacrosanctum Concilium, 33)… La pienezza della nostra formazione è la conformazione a Cristo. Ripeto: non si tratta di un processo mentale, astratto, ma di diventare Lui, l’essere membro del Corpo di Cristo” (Dd 41). Questo coinvolgimento esistenziale accade per via sacramentale, attraverso il linguaggio simbolico proprio della liturgia.
La riforma liturgica del Vaticano II ha inteso ricuperare la cosiddetta “liturgia dei Padri”, non solo perché è quella che ormai è diventata comune nella Chiesa, ma anche per le sue caratteristiche: “brevità solenne, semplicità precisa, sobria, non verbosa, poco sentimentale; disposizione chiara e lucida; grandezza sacra e umana insieme, spirituale e di gran valore letterario” (Burkhard Neunheuser). La dicitura “liturgia dei padri” utilizzata sia dalle riforme dei secoli XI-XV che dal Concilio di Trento, e che il Vaticano II ha inteso ripristinare, si riferisce alla liturgia romana “classica” o “pura” sviluppatasi tra i secoli V-VIII, esempio perfetto di liturgia inculturata.
Si può capire perché lo stesso Concilio Vaticano II stabilisce che “i riti splendano per nobile semplicità; siano trasparenti per il fatto della loro brevità e senza inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni” (SC 34). Altrove precisa che, per facilitare la partecipazione pia e attiva dei fedeli, “i riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano semplificati; si sopprimano quegli elementi che, col passare dei secoli, furono duplicati o aggiunti senza grande utilità; alcuni elementi invece, che col tempo andarono perduti, siano ristabiliti, secondo la tradizione dei Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria” (SC 50).
Dunque, i riti della celebrazione liturgica non dovrebbero necessitare di didascalie, in quanto la loro comprensione dovrebbe essere diretta. Tuttavia, considerando la difficoltà dell’uomo moderno a “confrontarsi con l’agire simbolico” (Dd 27) e la necessità che egli “deve diventare nuovamente capace di simboli” (Romano Guardini), il Concilio ha concesso di prevedere nei testi stessi dei riti, “quando necessario, brevi didascalie composte con formule prestabilite o con parole equivalenti e destinate a essere recitate dal sacerdote o dal ministro competente nei momenti più opportuni” (SC 35).
Non si tratta, infatti, di rinunciare al linguaggio simbolico: “non è possibile rinunciarvi perché è ciò che la Santissima Trinità ha scelto per raggiungerci nella carne del Verbo. Si tratta, piuttosto, di recuperare la capacità di porre e di comprendere i simboli della Liturgia. Non dobbiamo disperare, perché nell’uomo questa dimensione … è costitutiva” (Dd 44). La cosa migliore resta la formazione liturgica!

don Raymond Nkindji Samuangala, novembre 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Perchè la benedizione al diacono prima della proclamazione del Vangelo?

Domanda: Perché il diacono, essendo ministro ordinato, prima di proclamare il vangelo, deve chiedere la benedizione al vescovo o al sacerdote che presiede l’Eucarestia? Anche i ministri lettori devono chiedere la benedizione al celebrante? (Pierluigi)

La richiesta di benedizione prima del Vangelo da parte del diacono è prescritta sia dal Cerimoniale dei Vescovi (CdV 140) sia dal Messale Romano (OGMR, 175). Va precisato però che non solo il diacono, ma anche il presbitero, anche se concelebra, chiede al vescovo e da lui riceve la benedizione” (CdV 173). Invece il Messale Romano non prevede lo stesso gesto per i ministri che proclamano le altre letture, come avviene in alcuni riti, come il Rito Ambrosiano. In effetti, “il compito di proclamare le letture, secondo la tradizione, non è competenza specifica di colui che presiede, ma di altri ministri. Le letture, quindi, siano proclamate da un lettore, il Vangelo sia invece proclamato dal diacono o, in sua assenza, da un altro sacerdote. Se non è presente un diacono o un altro sacerdote, lo stesso sacerdote celebrante legga il Vangelo; e se manca un lettore idoneo, il sacerdote celebrante proclami anche le altre letture” (OGMR, 59).
Tuttavia, sia il CdV, sia il Messale Romano non esplicitano il perché di questa richiesta di benedizione al Vescovo (o al sacerdote) da parte di altri ministri ordinati quali il diacono e il presbitero. Ritengo che la risposta alla nostra domanda vada cercata nella teologia cattolica del sacerdozio ministeriale e, quindi, nell’esercizio di esso. La dottrina della Chiesa cattolica insegna che l’unica missione divina di Cristo è affidata ai vescovi, attraverso la successione apostolica (cf. LG, 18-24). Come si sa, tale missione si esplicita nella triplice funzione di insegnare, santificare e governare. “I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono dal Signore, cui è data ogni potestà in cielo e in terra, la missione d’insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza” (LG, 24).
“Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione del Vangelo (cf. anche Vat. II, Decreto Christus Dominus 12). I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede…, dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo” (LG 25), insigniti “della pienezza del sacramento dell’ordine” (LG 26). I presbiteri, invece, non possiedono l’apice del sacerdozio e dipendono dai vescovi nell’esercizio della loro potestà (cf. LG 28), sono a loro congiunti nella dignità sacerdotale, benché saggi collaboratori dell’ordine episcopale e suoi aiuti e strumenti…” (CdV 20). “Infatti, i vescovi hanno la pienezza del sacramento dell’ordine; e da loro dipendono, nell’esercizio della loro potestà, sia i presbiteri, che sono stati anch’essi consacrati veri sacerdoti del Nuovo Testamento perché siano prudenti cooperatori dell’ordine episcopale, sia i diaconi, che in unione col vescovo ed al servizio del suo presbiterio sono destinati al ministero del popolo di Dio. I vescovi, perciò, sono i principali dispensatori dei misteri di Dio e nello stesso tempo organizzatori, promotori e custodi della vita liturgica nella Chiesa loro affidata” (Christus Dominus 15).
Tutta questa dottrina, e il fatto che “ogni legittima celebrazione dell’eucaristia è diretta dal vescovo, al quale è demandato il compito di prestare e regolare il culto della religione cristiana alla divina Maestà, secondo i precetti del Signore e le leggi della Chiesa…” (LG 26; cf. OGMR 92), ci fanno capire il senso di quella richiesta di benedizione al Vescovo da parte del diacono e del sacerdote. Essa esprime quella partecipazione al ministero di cui il vescovo ha la pienezza ed è il liturgo della Diocesi, e nello stesso tempo la comunione all’esercizio dello stesso ministero, esprimendo così “con maggior chiarezza il mistero della Chiesa, “sacramento di unità” (OGMR, 92).

don Raymond Nkindji Samuangala, ottobre 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Il Vaticano II e l’altare verso il popolo (seconda parte)

Il dibattito sull’altare verso il popolo nel Concilio Vaticano II va spostato su quanto lo stesso Concilio dice della liturgia, della sua celebrazione e soprattutto del soggetto di tale celebrazione. Il recupero del sacerdozio comune a tutti i fedeli è determinante nella comprensione del soggetto della celebrazione liturgica secondo il Vaticano II. Come già detto, questo concetto è esplicitato meglio negli altri documenti conciliari, come Lumen Gentium (cf. capitolo terzo) e il decreto Apostolicam Actuositatem sull’apostolato dei laici, con il richiamo costante ai tre uffici (sacerdotale, profetico e regale) che ricevono i credenti in Cristo, in virtù del dono del battesimo.
Così la liturgia, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione»” (SC 2), viene considerata dal Concilio “opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa” (n. 7). “Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre” (n. 7). Da qui l’affermazione: “Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento dell’unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione effettiva” (SC 26).
Il battesimo, dunque, rende tutti i cristiani sacerdoti – con differenza di grado e di ministero – in quanto li unisce, li innesta nel corpo di Cristo, li consacra sacerdoti. Compito del sacerdote essendo di offrire a Dio preghiere e sacrifici, il battezzato esercita il proprio servizio sacerdotale con la preghiera, “partecipando” al Sacrificio dell’Eucarestia (non assistendo!) e offrendo le azioni della giornata a Dio. “Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui…” (SC 48). Lumen gentium 11 si esprime negli stessi termini: “Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e sé stessi con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo”.
È quindi tutto il popolo, ministri ordinati e fedeli laici, che è soggetto attivo della celebrazione liturgica, pur con modalità diverse, partecipando, offrendo, rendendo culto…, insieme. La posizione staccata dal muro dell’altare diventa conseguenza logica di tutto questo insegnamento in quanto, essendo l’altare il solo e unico “centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia” (OGMR, 296), tutto il popolo è convocato e radunato attorno ad esso per partecipare al sacrificio della croce che si rende presente nei segni sacramentali. Lo rammenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia…» (n. 1383).
La Nota Pastorale L’Adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica afferma che “è necessario che l’altare sia visibile da tutti, affinché tutti si sentano chiamati a prenderne parte ed è ovviamente necessario che sia unico nella chiesa, per poter essere il centro visibile al quale la comunità riunita si rivolge. La sua collocazione è di fondamentale importanza per il corretto svolgimento dell’azione liturgica e deve essere tale da assicurare senso pieno alla celebrazione.
La conformazione e la collocazione dell’altare devono rendere possibile la celebrazione rivolti al popolo e devono consentire di girarvi intorno e di compiere agevolmente tutti i gesti liturgici ad esso inerenti”. Papa Francesco ha ricordato che «verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017).
Tutto questo esplicita quella scarne ma significativa norma della riforma liturgica conciliare che ordina: “Si rivedano quanto prima, insieme ai libri liturgici, a norma dell’art. 25, i canoni e le disposizioni ecclesiastiche che riguardano il complesso delle cose esterne attinenti al culto sacro, e specialmente quanto riguarda la costruzione degna e appropriata degli edifici sacri, la forma e la erezione degli altari, la nobiltà, la disposizione e la sicurezza del tabernacolo eucaristico, la funzionalità e la dignità del battistero, la conveniente disposizione delle sacre immagini, della decorazione e dell’ornamento. Quelle norme che risultassero meno rispondenti alla riforma della liturgia siano corrette o abolite; quelle invece che risultassero favorevoli siano mantenute o introdotte” (SC 128).

don Raymond Nkindji Samuangala, settembre 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Il Vaticano II e l’altare verso il popolo (prima parte)

Domanda: Esistono testi del concilio Vaticano II che prescrivono veramente l’altare “versus populum” nelle chiese? (Andrea)

Il dibattito postconciliare sviluppatosi attorno alla questione dell’altare “verso il popolo” tutt’ora non si è mai risolto. Le argomentazioni circa il pro e il contro, pur nella loro validità, non sembrano tali da far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Fino adesso, infatti, vengono generalmente utilizzate ragioni d’ordine “pastorale” (celebrazione verso il popolo e vicinanza (fisica) allo stesso popolo riunito, per una visibilità diretta) o a carattere pratico-funzionale (affinché il celebrante vi possa girare attorno), secondo il dettato del Consilium per l’applicazione della costituzione sulla sacra liturgia nell’Istruzione Inter oecumenici, n. 91 per fondare o contestare la posizione dell’altare verso il popolo. A mio parere, la risposta esauriente non può prescindere dalla comprensione teologica di tutta la riforma conciliare, in particolare la comprensione che ha la stessa Chiesa in rapporto a sé stessa, alla sua missione e alla Liturgia. La Chiesa del Vaticano II si ricupera quale “sacramento di salvezza in Cristo” (LG, 1), “corpo mistico di Cristo” (LG, 7), popolo di Dio, che ha per capo Cristo (n. 9), “famiglia di Dio” (n. 32), ecc.
È questa unica realtà, costituita dalla Santissima Trinità in unione-unità-comunione tra la gerarchia e i fedeli laici e partecipe, in modi diversi, alla stessa missione del Figlio di Dio, che si esplicita nel triplice ministero sacerdotale, profetico e regale (cf. LG, nn. 34-36).
La partecipazione dei fedeli laici a questo triplice ufficio di Cristo Sacerdote, Profeta e Re trova la sua radice nell’unzione del Battesimo, il suo sviluppo nella Confermazione, il suo compimento e sostegno dinamico nell’Eucaristia. Nel Rito del Battesimo viene detto che è il Padre stesso a consacrarci con il Crisma di salvezza «perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siamo sempre membra del suo corpo per la vita eterna». Per il semplice fatto di essere battezzati si è sacerdoti, non sacerdoti ordinati, che vuol dire con il sacramento dell’Ordine, ma partecipi del sacerdozio comune dei fedeli. Il Battesimo, dunque, ci ha inseriti nel Corpo di Cristo che è la Chiesa e, nella Chiesa siamo chiamati ad esercitare questi doni che il Padre ci ha dato, siamo diventati partecipi della vita di Cristo e della sua missione, siamo diventati cristiani, ossia «unti» di Spirito Santo, incorporati a Cristo, che è unto Sacerdote, Profeta e Re. Sono gli stessi “munera”, cioè carismi, uffici, compiti, impegni, doni di Cristo. In quasi tutti i documenti del Concilio emerge il richiamo costante ai tre uffici o compiti che ricevono i credenti in Cristo, in virtù del dono del battesimo (cf. Lumen Gentium, cap. 3 e il decreto Apostolicam Actuositatem).
Anche i fedeli laici sono quindi partecipi della triplice funzione di Cristo, affidata alla sua Chiesa. Pertanto, “partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e sé stessi con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo” (LG, 11). Il corsivo è mio, per rimarcare il cambiamento di terminologia nel Vaticano II rispetto al linguaggio del passato riferito all’azione dei fedeli laici nella vita della Chiesa, e per evidenziare quanto tale terminologia sia espressiva di una diversa e specifica comprensione del posto e del ruolo dei laici anche nella celebrazione liturgica. Nel prossimo articolo cercheremo di scoprire come tutto questo si rapporti con la questione dell’altare verso il popolo nella riforma liturgica del Vaticano II.

don Raymond Nkindji Samuangala, luglio-agosto 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti