Il fonte battesimale. Dove? (Marzo 2020)

È terminata la rubrica sui Prenotanda del Messale Romano. Avevamo recepito, grazie a diversi interventi pervenuti dai nostri lettori, l’interesse suscitato dagli articoli curati da Don Raymond Nkindji Samuangala, Assistente ecclesiastico dell’Ufficio Liturgico diocesano, che abbiamo pubblicato sul “Montefeltro” per oltre un anno. In diversi ci hanno posto domande tese ad approfondire ulteriormente i diversi temi trattati. Don Raymond ha dato la sua disponibilità a rispondere alle domande pervenute così, con questo articolo, diamo inizio alla nuova pagina di liturgia del nostro giornale diocesano, dedicata al dialogo con i lettori. Saranno sempre i documenti della Chiesa a guidarci in questo dialogo. Le domande saranno trattate secondo il loro ordine di arrivo e ciascuna sarà riportata interamente all’inizio del commento.

Domanda – Nell’attuazione del programma pastorale abbiamo recepito il valore del fonte battesimale; per questo abbiamo messo in onore lo spazio del Battistero. Ma il luogo della celebrazione del Battesimo è angusto, i fedeli vorrebbero assistere e vedere il rito. È sbagliato allestire un “fonte” battesimale “volante” in presbiterio? Grazie
Una lettrice, Michela

Il linguaggio liturgico è fondamentalmente quello della parola e dei segni che esplicitano i vari aspetti dei misteri celebrati. Lo stesso spazio celebrativo, gli elementi e oggetti vari e il loro collocamento rappresentano dei linguaggi trasmettitori di messaggi e portatori di contenuti, per favorire una partecipazione che sia veramente e realmente consapevole, attiva e fruttuosa.
Circa la domanda della nostra lettrice Michela va detto subito che la celebrazione del battesimo essendo riconosciuta come “la porta” della fede (cfr. CEI, L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica, 1996, n. 25), il fonte battesimale andrebbe collocato normalmente vicino all’ingresso della chiesa, se non si trova in un battistero indipendente dalla chiesa, perché il nuovo battezzato possa essere introdotto nella “casa di Dio” e accolto nella Chiesa, popolo della fede. In effetti, “la tradizione lo ha generalmente collocato in prossimità dell’ingresso della chiesa, come migliore spazio per il sacramento che introduce nella comunità cristiana” (n. 26). Ciò significa anche restauro, recupero e valorizzazione degli antichi fonti battesimali laddove ce ne siano, oltre alle nuove progettazioni.
Tuttavia, per “favorire la partecipazione comunitaria alla celebrazione” (n. 27) e avere attorno al fonte battesimale uno spazio sufficiente “tale da accogliere almeno le persone che vi si recano processionalmente battezzandi, padrini, genitori e ministri” (n. 27), va osservato che “anche se, per la concreta conformazione delle chiesa il fonte battesimale non risulta visibile a tutta l’assemblea, sarà necessario comunque che il battistero sia in comunicazione spaziale e acustica con l’assemblea
riunita” (n. 27). Alcune chiese non avendo spazio sufficiente per collocarvi il fonte battesimale, si chiede di cercare una soluzione studiando le possibilità che offre l’aula della celebrazione: una cappella laterale, un’altra parte della chiesa con ampio spazio (n. 28; cfr. Cerimoniale dei Vescovi, n. 996) oppure in relazione al confessionale, visto il rapporto tra il Battesimo e la Penitenza (n. 26).
Tuttavia, “è da escludere il trasferimento del battistero o del fonte battesimale all’interno dell’area del presbiterio perché il battistero è un luogo dotato di fisionomia e funzione propria, del tutto distinte
da quella del presbiterio” (n. 26). In più, “Il battistero e il fonte siano progettati come luoghi e segni di particolare dignità, siano permanenti, evidenti, unici e costituiscano un forte richiamo per tutti, anche al di fuori della celebrazione” (CEI, n. 27). Si capisce che “un fonte battesimale volante” può essere solo un caso eccezionale e certamente non nel presbiterio, semmai all’ingresso di esso!
don Raymond Nkindji Samuangala
Assistente collaboratore Ufficio diocesano per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Celebrazione eucaristica: Riti di conclusione (Febbraio 2020)

Il n. 90 dell’OGMR presenta questi riti nei loro elementi essenziali e costitutivi come di seguito: brevi avvisi, se necessari (cfr. nn. 166, 184); il saluto e la benedizione del sacerdote, che in alcuni giorni e in certe circostanze si possono arricchire e sviluppare con l’orazione sul popolo o con un’altra formula più solenne; il congedo del popolo da parte del diacono o del sacerdote, perché ognuno ritorni alle sue opere di bene lodando e benedicendo Dio; il bacio dell’altare da parte del sacerdote e del diacono e poi l’inchino profondo all’altare da parte del sacerdote, del diacono e degli altri ministri. Questi riti, nei loro elementi, presentano una certa similitudine con i riti d’inizio della celebrazione. Il saluto prima della benedizione evoca quello che precede l’atto penitenziale all’inizio di tutta la celebrazione. Così pure il gesto di venerazione dell’altare con il bacio da parte del sacerdote e del diacono si compie qui come all’inizio della celebrazione. E si conclude tutto come era cominciato, con l’inchino profondo all’altare da parte del sacerdote, del diacono e degli altri ministri. Parlando dell’“inchino profondo all’altare” l’OGMR sembra dare per scontato il fatto che il tabernacolo non si trova nel presbiterio dietro all’altare. In tal caso il gesto conclusivo della celebrazione non sarebbe più l’inchino profondo bensì la genuflessione. Interessante è quanto afferma il documento circa il “congedo” del popolo da parte del diacono o dello stesso sacerdote. La formula che frequentemente si tende ad utilizzare “La Messa è finita, andate in pace” vuol essere la traduzione italiana di quella latina “Ite missa est” che, di per sé, vorrebbe dire “congedo, fine della riunione” (missa, da dimissio = congedo, fine). La formula italiana non è espressiva di ciò che intende il documento: è un congedo non per andare “in pace” nel senso di “tranquilli, tutto è finito”, ma “perché ognuno ritorni alle sue opere di bene lodando e benedicendo Dio”. In questa specificazione si coglie tutta la valenza di questo congedo: si tratta di tradurre adesso nella vita i misteri che abbiamo celebrato nella liturgia. È il prolungamento della celebrazione eucaristica nella vita vissuta al quotidiano nella lode di Dio e nella sua glorificazione, nonché nella testimonianza della carità compiendo il bene. Si potrebbe anche dire che si tratta di lodare e benedire Dio con e nella propria vita compiendo le opere di bene. C’è una formula di congedo che esprime felicemente tutto questo: “Glorificate il Signore con la vostra vita, andate in pace!”. È la pace del Risorto che, dopo essersi reso presente nella celebrazione e essersi dato a noi come nutrimento che crea comunione con Lui, ci manda adesso per le strade del mondo ripetendoci “mi sarete testimoni!”. E noi possiamo andare, infiammati da questo amore, a portarlo in ogni ambiente di vita affinché Dio sia glorificato per mezzo nostro! È da notare che l’OGMR non fa alcuna menzione di un canto finale. È solo una consuetudine ormai consolidata che vuole che a termine della celebrazione si faccia un canto. Con i “Riti di conclusione” terminiamo anche il nostro commento della celebrazione eucaristica secondo l’OGMR.
don Raymond Nkindji Samuangala
Assistente collaboratore Ufficio diocesano per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Riti di Comunione: “Comunione eucaristica” (Gennaio 2020)

Prima della Comunione (nn. 84-88) il sacerdote si prepara con una delle due preghiere da recitare a bassa voce, così pure i fedeli si preparano interiormente. Dopo la presentazione del pane eucaristico ai fedeli “sulla patena o sul calice” (n. 84), che comprende l’invito al banchetto, con l’espressione di sentimenti di umiltà e di fede, viene distribuita la Comunione. Perché sia vera partecipazione al sacrificio in atto, dovrebbe avvenire con le ostie consacrate nella stessa celebrazione e, quando è consentito, anche al calice (cfr. n. 85). Così il segno è completo. La Comunione può essere ricevuta sulla lingua, secondo la tradizione del secondo millennio in Occidente, oppure sulla mano secondo la comune tradizione del primo millennio ripristinata anche in Italia dall’episcopato con il Decreto del 19 luglio 1989. Il fedele che desidera ricevere la Comunione sulla mano presenta al ministro entrambe le mani, una sull’altra, rispondendo «Amen» alle parole «Il corpo di Cristo», e facendo un leggero inchino, e non con il silenzio o con l’insignificante “grazie”. Quindi davanti al ministro, o appena spostato a lato per far avanzare il fedele che segue, mette in bocca l’ostia prendendola con le dita dal palmo della mano, facendo attenzione a non lasciar cadere nessun frammento. Se la Comunione avviene sotto le due specie e distribuita per intinzione, si seguirà l’uso della Comunione sulla lingua e mai sulla mano; se ci si comunica al calice sarà il ministro a porgere il calice. Non è mai consentito ai fedeli di prendere da soli il pane eucaristico di rettamente dalla patena, di intingerlo nel calice del vino, di passare le specie eucaristiche da una mano all’altra. Non è neanche permesso agli sposi, durante la celebrazione del matrimonio, di darsi reciprocamente la Comunione. L’antica catechesi eucaristica spiegava il gesto di recarsi all’altare per ricevere il corpo del Signore come un andare lento, dignitoso, con lo sguardo abbassato, con le mani pulite e tese, a sottolineare la grandezza del dono che si sta per ricevere. «Ricevi il dono di Cristo dicendo Amen. Prendilo e fai attenzione a non perderne nulla. Dopo esserti comunicato al corpo di Cristo, avvicinati anche al calice del suo sangue. Poi rendi grazie a Dio che ti ha stimato degno di così grandi misteri» (S. Cirillo di Gerusalemme). Non è quindi il momento di andare ad accendere la candela alla Madonna né di salutare l’amico/a che non si è visto/a prima!
Il rito di Comunione è accompagnato da un canto: «con esso si esprime, mediante l’accordo delle voci, l’unione spirituale di coloro che si comunicano, si manifesta la gioia del cuore e si pone maggiormente in luce il carattere “comunitario” della processione di coloro che si accostano a ricevere l’Eucaristia» (n. 86). Al posto del canto, l’antifona di Comunione viene recitata prima della Comunione. Dopo la Comunione sono previsti una pausa di silenzio o un canto di tutta l’assemblea (n. 88) e la «orazione dopo la Comunione» (n. 89), pronunciata dal sacerdote e ratificata dal popolo, nella quale si chiedono i frutti del mistero celebrato. Con questa orazione si concludono i riti di Comunione.
don Raymond Nkindji Samuangala
Assistente collaboratore Ufficio diocesano per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Riti di Comunione: “Frazione del pane” (Dicembre 2019)

La frazione del pane (OGMR, n. 83) ricorda il gesto compiuto da Cristo nell’Ultima Cena, secondo la concorde testimonianza dei Vangeli sinottici e quella paolina (cfr. 1 Cor 11,24) ed anche la sera della risurrezione con i due discepoli di Emmaus (Lc 24,35). Sin dal tempo apostolico questo gesto del Signore ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica come ce ne dà testimonianza il libro degli Atti degli Apostoli (At 2,42). Per sottolineare il significato fortemente cristologico ed ecclesiologico nel contempo l’ordinamento liturgico non prevede, durante la celebrazione eucaristica, la frazione del pane nel momento del racconto dell’istituzione, bensì ne ha fatto un rito a parte. Il rito legato a questo nome ha perduto gran parte della sua ragione pratica, poiché in genere, da molti secoli, la frazione riguarda il «pane» per il sacerdote e i concelebranti, non per i fedeli. Ma conserva un significato simbolico, cioè che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane, che è Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo (cfr. l Cor 10,17). Secondo l’Ordinamento Generale, la frazione del pane non si sovrappone al gesto dello scambio della pace ma inizia dopo lo scambio di pace essendo quest’ultimo, come l’abbiamo già visto, un gesto breve e circoscritto ai vicini. Ovviamente essa “deve essere compiuta con il necessario rispetto” per evitare la dispersione di frammenti del pane consacrato (n. 83). L’episcopato italiano esorta a valorizzare questo gesto: «Conviene che il pane azzimo, confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote possa davvero spezzare l’ostia in più parti, da distribuire almeno ad alcuni fedeli» (Precisazioni, n. 7). Quindi l’ostia magna dovrebbe essere più grande di quelle che abitualmente utilizziamo in modo da poter essere spezzata in tante parti da distribuire anche ad alcuni fedeli, non solo ai concelebranti.
Legata alla frazione del pane è l’immixtio, ossia la mescolanza di una piccola porzione dell’ostia con il vino consacrato nel calice. Il suo significato è spiegato dalle parole che accompagnano il gesto, con il riferimento all’unità del Corpo e del Sangue di Cristo nell’opera della salvezza, cioè del Corpo di Cristo vivente e glorioso: “Il Corpo e il Sangue di Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna”. È quindi un richiamo all’unità del Corpo e del Sangue nell’unico Cristo, il Cristo vivo e risorto. Nello stesso tempo un affermare che è un cibo escatologico per noi, che ci apre all’eternità di vita. Durante la frazione del pane si canta l’Agnello di Dio che può essere ripetuto più volte “tanto quanto è necessario fino alla conclusione del rito”. L’ultima invocazione termina sempre con le parole «dona a noi la pace». Purtroppo in molte nostre chiese questo canto viene intonato mentre ci si scambia ancora il segno della pace, perdendo in tal modo il suo vero significato che è quello di accompagnare ed esprimere il senso del rito della frazione del pane. Deve quindi essere intonato mentre il ministro inizia a spezzare il pane consacrato. A questo punto l’Agnello del nostro riscatto è pronto per nutrirci del suo corpo e del suo sangue!
don Raymond Nkindji Samuangala
Assistente collaboratore Ufficio diocesano per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Riti di Comunione: “Rito della pace” (novembre 2019)

Il Rito della pace vuole invocare la pace e l’unità per la Chiesa e per l’intera famiglia umana (n. 82). E nel tempo stesso i presenti “esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento” (idem). Sembra escluso che il gesto esprima il senso della riconciliazione tra i fedeli prima della Comunione. Il significato teologico e il posto dove è collocato questo gesto differiscono nella tradizione liturgica romana da quella di altre famiglie liturgiche, ad esempio ambrosiana, benché le due prassi abbiano un fondamento biblico. In effetti, mentre la liturgia ambrosiana si rifà a Matteo 5, 23, sottolineando in tal modo l’esigenza della riconciliazione tra i fedeli prima di presentare i doni all’altare, la tradizione romana invece compie questo gesto prima della Comunione eucaristica, con un suo specifico significato teologico. «Esso trova il suo punto di riferimento nella contemplazione eucaristica del mistero pasquale […] presentandosi così come il “bacio pasquale” di Cristo risorto presente sull’altare» (Congr. per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Lettera circolare l’espressione rituale del dono della pace nella Messa, 8 giugno 2014). La fonte sono dunque i racconti evangelici dove è il Signore Gesù stesso che dà la sua pace ai suoi discepoli riuniti: “Pace a voi” (cfr. Gv 20, 19-23); “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27). In questo senso, “Frutto della redenzione che Cristo ha portato nel mondo con la sua morte e risurrezione, la pace è il dono che il Risorto continua ancora oggi ad offrire alla sua Chiesa riunita per la celebrazione dell’Eucaristia per testimoniarla nella vita di tutti i giorni” (Lettera circolare). Appare così che il gesto dello scambio della pace non è una nostra iniziativa, come nel rito ambrosiano per esempio, di “andare verso i fratelli” per riconciliarci prima di offrire il sacrificio. Esso è piuttosto l’accoglienza e la diffusione attorno a noi della pace del Signore che, dicendo “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”, aveva promesso ai suoi discepoli riuniti nel cenacolo, prima di affrontare la passione, il dono della pace, per infondere in loro la gioiosa certezza della sua permanente presenza. Dopo la sua risurrezione, il Signore attua la sua promessa presentandosi in mezzo a loro nel luogo dove si trovavano per timore dei Giudei, dicendo: «Pace a voi!». È ciò che accogliamo nel rito dello scambio della pace. Ciò esige che il gesto fraterno di pace deve essere dato in modo sobrio solo a chi sta più vicino (cfr. OGMR, n. 82), evitando indebiti spostamenti attraverso la chiesa e confusione prima della Comunione. “È bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino” (Benedetto XVI, Esort. Apost., Sacramentum caritatis, n. 49). Scambiandosi il segno di pace si può dire: La pace sia con te» (Precisazioni, n. 6). La Lettera circolare già citata dà “alcune disposizioni pratiche per meglio esprimere il contenuto dello scambio della pace e per moderare le sue espressioni eccessive che suscitano confusione nell’assemblea liturgica proprio prima della Comunione”. “Ad ogni modo, sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come: • l’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano; • lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro; • l’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele; • che in alcune circostanze […] lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti”. Va precisato, infine, che né la Lettera Circolare né la terza edizione del Messale Romano che ne raccoglie lo spirito aboliscono il rito dello scambio della pace. Come sempre, gli abusi denunciati vanno combattuti non con la soppressione arbitraria dei riti e gesti ma con la fatica della formazione di noi preti prima e delle comunità a noi affidate poi.
don Raymond Nkindji Samuangala
Assistente collaboratore Ufficio diocesano per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Riti di comunione: “Padre nostro” (Ottobre 2019)

Si potrebbe dire che la preghiera eucaristica culmina in questa parte in quanto i riti di comunione esprimono il senso e la finalità di tutta la celebrazione: entrare sacramentalmente in comunione di vita con il sacrificio del Signore, anche attraverso il gesto concreto e materiale del “mangiare” e del “bere”. Di fatto, i riti di comunione manifestano pienamente il carattere conviviale della celebrazione eucaristica, dicono che essa è «un convito pasquale» e quindi «conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale» (n. 80). La Comunione dei fedeli, e non solo del sacerdote, è parte integrante della celebrazione eucaristica. Il ricco e vario complesso rituale tende per un verso a disporre (frazione del pane e riti preparatori) e per l’altro verso ad accompagnare la Comunione (canto di Comunione). Di ognuno di essi l’OGMR offre la giustificazione, cioè il significato che assume nel contesto dei riti di Comunione. Padre nostro o preghiera del Signore (n. 81): introdotta e sviluppata (embolismo) dal sacerdote, la preghiera è orientata alla Comunione soprattutto per la domanda del pane quotidiano (inteso dalla tradizione patristica come pane eucaristico, Cristo Signore) e per la purificazione dai peccati in modo che realmente “i santi doni vengano dati ai santi” (n. 81). La terza versione italiana del Messale sottolinea che solo il Padre Nostro viene cantato o recitato da tutta l’assemblea, mentre la sua introduzione e il suo sviluppo o embolismo (“Liberaci, o Signore da tutti i mali…”) sono riservati al solo sacerdote. Il popolo conclude con la dossologia “Tuo è il regno…”. Una domanda è stata fatta sul gesto che potrebbe accompagnare il canto o la recita del “Padre Nostro”. Il gesto di tenersi per mano, diffusosi nel post Concilio Vaticano II e mutuatosi da altre tradizioni cristiane, non viene raccomandato dai documenti della Chiesa. Per vari motivi che non sto a spiegare qui, non andrebbe fatto in una celebrazione comunitaria. Interessante invece è ciò che il Messale prescrive: il sacerdote “Allarga le braccia e canta o dice insieme al popolo”. L’allargare le braccia qui sembra riferito al solo sacerdote, che deve, tuttavia, cantare o recitare la preghiera con tutto il popolo. Questa preghiera essendo di tutto il popolo, la sua esecuzione esprime quel sacerdozio battesimale che è comune sia al ministro ordinato che a tutto il popolo. Il gesto di allargare le braccia in questo momento preciso non sarebbe quindi tipicamente presidenziale, perciò potrebbe essere fatto da tutta l’assemblea in virtù appunto del sacerdozio comune o battesimale! È in questo senso che la Conferenza Episcopale Italiana, se da una parte sconsiglia il tenersi per mano durante il Padre Nostro, dall’altra spiega che è invece corretto tenere le mani alzate verso l’alto. Il documento suggerisce, infatti: “Durante il canto o la recita del Padre nostro, si possono tenere le braccia allargate; questo gesto, purché opportunamente spiegato, si svolga con dignità in clima fraterno di preghiera” (“Precisazioni sulla celebrazione eucaristica, Principi e Norme per l’uso del Messale Romano”, 1983, n. 1). Rimane, tuttavia, un gesto facoltativo, il cui significato andrebbe previamente spiegato nella catechesi, e che comunque deve essere fatto con compostezza, evitando ogni spettacolarizzazione come per tutti i gesti ed atteggiamenti durante ogni celebrazione liturgica.
don Raymond Nkindji Samuangala
Assistente collaboratore Ufficio diocesano per la Liturgia e i Ministri Istituiti