Il Vaticano II e l’altare verso il popolo (seconda parte)

Il dibattito sull’altare verso il popolo nel Concilio Vaticano II va spostato su quanto lo stesso Concilio dice della liturgia, della sua celebrazione e soprattutto del soggetto di tale celebrazione. Il recupero del sacerdozio comune a tutti i fedeli è determinante nella comprensione del soggetto della celebrazione liturgica secondo il Vaticano II. Come già detto, questo concetto è esplicitato meglio negli altri documenti conciliari, come Lumen Gentium (cf. capitolo terzo) e il decreto Apostolicam Actuositatem sull’apostolato dei laici, con il richiamo costante ai tre uffici (sacerdotale, profetico e regale) che ricevono i credenti in Cristo, in virtù del dono del battesimo.
Così la liturgia, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’eucaristia, «si attua l’opera della nostra redenzione»” (SC 2), viene considerata dal Concilio “opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa” (n. 7). “Effettivamente per il compimento di quest’opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all’eterno Padre” (n. 7). Da qui l’affermazione: “Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento dell’unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione effettiva” (SC 26).
Il battesimo, dunque, rende tutti i cristiani sacerdoti – con differenza di grado e di ministero – in quanto li unisce, li innesta nel corpo di Cristo, li consacra sacerdoti. Compito del sacerdote essendo di offrire a Dio preghiere e sacrifici, il battezzato esercita il proprio servizio sacerdotale con la preghiera, “partecipando” al Sacrificio dell’Eucarestia (non assistendo!) e offrendo le azioni della giornata a Dio. “Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui…” (SC 48). Lumen gentium 11 si esprime negli stessi termini: “Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e sé stessi con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo”.
È quindi tutto il popolo, ministri ordinati e fedeli laici, che è soggetto attivo della celebrazione liturgica, pur con modalità diverse, partecipando, offrendo, rendendo culto…, insieme. La posizione staccata dal muro dell’altare diventa conseguenza logica di tutto questo insegnamento in quanto, essendo l’altare il solo e unico “centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia” (OGMR, 296), tutto il popolo è convocato e radunato attorno ad esso per partecipare al sacrificio della croce che si rende presente nei segni sacramentali. Lo rammenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia…» (n. 1383).
La Nota Pastorale L’Adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica afferma che “è necessario che l’altare sia visibile da tutti, affinché tutti si sentano chiamati a prenderne parte ed è ovviamente necessario che sia unico nella chiesa, per poter essere il centro visibile al quale la comunità riunita si rivolge. La sua collocazione è di fondamentale importanza per il corretto svolgimento dell’azione liturgica e deve essere tale da assicurare senso pieno alla celebrazione.
La conformazione e la collocazione dell’altare devono rendere possibile la celebrazione rivolti al popolo e devono consentire di girarvi intorno e di compiere agevolmente tutti i gesti liturgici ad esso inerenti”. Papa Francesco ha ricordato che «verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017).
Tutto questo esplicita quella scarne ma significativa norma della riforma liturgica conciliare che ordina: “Si rivedano quanto prima, insieme ai libri liturgici, a norma dell’art. 25, i canoni e le disposizioni ecclesiastiche che riguardano il complesso delle cose esterne attinenti al culto sacro, e specialmente quanto riguarda la costruzione degna e appropriata degli edifici sacri, la forma e la erezione degli altari, la nobiltà, la disposizione e la sicurezza del tabernacolo eucaristico, la funzionalità e la dignità del battistero, la conveniente disposizione delle sacre immagini, della decorazione e dell’ornamento. Quelle norme che risultassero meno rispondenti alla riforma della liturgia siano corrette o abolite; quelle invece che risultassero favorevoli siano mantenute o introdotte” (SC 128).

don Raymond Nkindji Samuangala, settembre 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Il Vaticano II e l’altare verso il popolo (prima parte)

Domanda: Esistono testi del concilio Vaticano II che prescrivono veramente l’altare “versus populum” nelle chiese? (Andrea)

Il dibattito postconciliare sviluppatosi attorno alla questione dell’altare “verso il popolo” tutt’ora non si è mai risolto. Le argomentazioni circa il pro e il contro, pur nella loro validità, non sembrano tali da far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Fino adesso, infatti, vengono generalmente utilizzate ragioni d’ordine “pastorale” (celebrazione verso il popolo e vicinanza (fisica) allo stesso popolo riunito, per una visibilità diretta) o a carattere pratico-funzionale (affinché il celebrante vi possa girare attorno), secondo il dettato del Consilium per l’applicazione della costituzione sulla sacra liturgia nell’Istruzione Inter oecumenici, n. 91 per fondare o contestare la posizione dell’altare verso il popolo. A mio parere, la risposta esauriente non può prescindere dalla comprensione teologica di tutta la riforma conciliare, in particolare la comprensione che ha la stessa Chiesa in rapporto a sé stessa, alla sua missione e alla Liturgia. La Chiesa del Vaticano II si ricupera quale “sacramento di salvezza in Cristo” (LG, 1), “corpo mistico di Cristo” (LG, 7), popolo di Dio, che ha per capo Cristo (n. 9), “famiglia di Dio” (n. 32), ecc.
È questa unica realtà, costituita dalla Santissima Trinità in unione-unità-comunione tra la gerarchia e i fedeli laici e partecipe, in modi diversi, alla stessa missione del Figlio di Dio, che si esplicita nel triplice ministero sacerdotale, profetico e regale (cf. LG, nn. 34-36).
La partecipazione dei fedeli laici a questo triplice ufficio di Cristo Sacerdote, Profeta e Re trova la sua radice nell’unzione del Battesimo, il suo sviluppo nella Confermazione, il suo compimento e sostegno dinamico nell’Eucaristia. Nel Rito del Battesimo viene detto che è il Padre stesso a consacrarci con il Crisma di salvezza «perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siamo sempre membra del suo corpo per la vita eterna». Per il semplice fatto di essere battezzati si è sacerdoti, non sacerdoti ordinati, che vuol dire con il sacramento dell’Ordine, ma partecipi del sacerdozio comune dei fedeli. Il Battesimo, dunque, ci ha inseriti nel Corpo di Cristo che è la Chiesa e, nella Chiesa siamo chiamati ad esercitare questi doni che il Padre ci ha dato, siamo diventati partecipi della vita di Cristo e della sua missione, siamo diventati cristiani, ossia «unti» di Spirito Santo, incorporati a Cristo, che è unto Sacerdote, Profeta e Re. Sono gli stessi “munera”, cioè carismi, uffici, compiti, impegni, doni di Cristo. In quasi tutti i documenti del Concilio emerge il richiamo costante ai tre uffici o compiti che ricevono i credenti in Cristo, in virtù del dono del battesimo (cf. Lumen Gentium, cap. 3 e il decreto Apostolicam Actuositatem).
Anche i fedeli laici sono quindi partecipi della triplice funzione di Cristo, affidata alla sua Chiesa. Pertanto, “partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e sé stessi con essa così tutti, sia con l’offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell’azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo” (LG, 11). Il corsivo è mio, per rimarcare il cambiamento di terminologia nel Vaticano II rispetto al linguaggio del passato riferito all’azione dei fedeli laici nella vita della Chiesa, e per evidenziare quanto tale terminologia sia espressiva di una diversa e specifica comprensione del posto e del ruolo dei laici anche nella celebrazione liturgica. Nel prossimo articolo cercheremo di scoprire come tutto questo si rapporti con la questione dell’altare verso il popolo nella riforma liturgica del Vaticano II.

don Raymond Nkindji Samuangala, luglio-agosto 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Un’assemblea armoniosamente unita

In piedi durante le preghiere presidenziali

Domanda: Nella S. Messa ci sono tre orazioni principali: Colletta, Orazione sulle offerte e Orazione dopo la Comunione. Come mai la liturgia prevede che durante tali preghiere i fedeli stiano in piedi? (Elisabetta)

Il Messale Romano presenta i vari momenti della celebrazione durante i quali i partecipanti devono essere in piedi, seduti o in ginocchio (cf. OGMR, n. 43). Questi “gesti e atteggiamenti del corpo” hanno un triplice ruolo: essere segno di unità dell’assemblea; esprimere il vero e pieno significato delle diverse parti della celebrazione; e favorire la partecipazione attiva di tutti all’azione liturgica. Tutto questo esige che i fedeli dovrebbero compiere armoniosamente tutti i gesti insieme! Ciò spiega l’affermazione dell’OGMR secondo la quale per ottenere l’uniformità nei gesti e negli atteggiamenti del corpo in una stessa celebrazione, i fedeli seguano le indicazioni che il diacono o un altro ministro laico o lo stesso sacerdote danno secondo le norme stabilite nel Messale (cf. n. 43). L’unità di comportamento manifesta, infatti, l’unità dell’assemblea. “Questa unità appare molto bene dai gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti insieme” (OGMR, n. 96).
La posizione in piedi è prevista dal Messale in questi momenti della celebrazione: “dall’inizio del canto di ingresso, o mentre il sacerdote si reca all’altare, fino alla conclusione dell’orazione di inizio (o colletta); durante il canto dell’Alleluia prima del Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e la preghiera universale (o preghiera dei fedeli); e ancora dall’invito Pregate fratelli prima dell’orazione sulle offerte fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito” (OGMR, n. 43), circa la posizione in ginocchio alla consacrazione e quella seduta o in ginocchio dopo la comunione. Qual è il significato della posizione in piedi in questi momenti specifici, di cui fanno parte le tre preghiere dette presidenziali?
L’atteggiamento in piedi è un gesto di onore e di rispetto verso Dio, ma è anche l’atteggiamento di un uomo vivo: i risorti stanno in piedi! Ciò spiega perché nei primi secoli lo stare in piedi, ad imitazione del Risorto, era l’unica posizione del corpo prescritta durante le celebrazioni delle domeniche e di tutto il tempo di Pasqua, secondo il canone ventesimo del primo Concilio di Nicea (325). E noi abbiamo ricevuto la vita eterna e la dignità dei figli di Dio col battesimo. Specificamente questa figliolanza battesimale si esprime nelle tre orazioni presidenziali dalla posizione in piedi dei figli che si rivolgono al Padre stando in piedi, non in ginocchio o seduti. Per un cristiano, dunque, l’essere in piedi è segno della sua dignità di risorto, di figlio di Dio, di persona libera dalla schiavitù del peccato, della sua confidenza in Dio (“osiamo dire…”); è l’atteggiamento proprio del sacerdote che esercita il suo ministero, soprattutto quando rivolge a Dio la preghiera a nome di tutta la comunità; ma è anche l’atteggiamento del popolo sacerdotale che celebra con lui; esprime uno spirito di partecipazione e di disponibilità attiva, di prontezza ad accogliere la parola che Dio rivolge e la missione che viene affidata; infine, è legato alla vigilanza, in attesa del ritorno del Signore e del compiersi definitivo degli avvenimenti della salvezza.
Se i gesti esteriori devono esprimere tutti questi sentimenti di chi partecipa alla liturgia ed essere segno di unità, oggi, in un’epoca di individualismo esasperato, anche nelle espressioni della fede, è più difficile capire il valore di un gesto comune. Perciò serve sempre una catechesi liturgica seria ed equilibrata.

don Raymond Nkindji Samuangala, giugno 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Il triplice segno di croce al vangelo

Domanda: Durante la S.Messa, prima della lettura del vangelo, con il dito pollice facciamo un segno di croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore. Mi piacerebbe sapere qual è il significato di questo gesto (Simone).

Nel Montefeltro di giugno 2021 sono stati presentati i vari momenti della celebrazione eucaristica in cui è previsto il segno della croce. Viene chiesto ora di approfondire uno dei tre momenti in cui i fedeli fanno il segno della croce, specificatamente il triplice segno di croce al vangelo. È un rito antico d’origine franco-germanica, entrato nella liturgia romana tra i secoli VIII e X. Con il tempo si è diffuso nei fedeli che, molto probabilmente, cominciarono ad imitare il sacerdote che lo faceva con le preghiere di preparazione alla proclamazione del vangelo.
Il n. 134 dell’OGMR prescrive: All’ambone il sacerdote [o il diacono] apre il libro e, a mani giunte, dice: Il Signore sia con voi, mentre il popolo risponde: E con il tuo spirito; poi prosegue: Dal Vangelo secondo N., tracciando con il pollice il segno di croce sul libro e sulla propria persona, in fronte, sulla bocca e sul petto, gesto che compiono anche tutti i presenti…Questa indicazione è una novità della terza edizione del Messale Romano. Nell’edizione precedente il gesto è prescritto solo per il ministro che proclama il Vangelo. La norma del Messale attuale riconosce e recepisce semplicemente una pratica già diventata quasi universale tra i fedeli nel corso dei secoli. Il triplice gesto della croce chiede al Signore di benedire la nostra mente perché comprenda la Parola, il nostro cuore perché ne sia degna dimora e ci renda capaci di annunciare a tutti il Vangelo di salvezza. Così Cristo viene ad abitare e ad agire attraverso di noi. La fronte rinvia all’intelligenza, quindi invita a comprendere la Parola ascoltata. Predisponendosi a questo ascolto, ogni fedele è così chiamato ad attivare al meglio le sue facoltà intellettive, affinché nulla del buon seme della Parola vada perduto.
Il gesto fatto sulle labbra ci ricorda che veniamo purificati dall’opera salvifica della Croce di Cristo. La bocca rinvia al cibo che nutre, esprime una stretta relazione d’amore con l’amato, è luogo della parola che comunica, che trasmette, che emette voce; diventa l’impegno di ogni cristiano di annunciare il Vangelo.
Il petto rinvia alla ricchezza e alla forza dei sentimenti. È il battito del nostro cuore che viene invitato a essere una sola cosa con il respiro di Gesù, un invito ad avere “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2, 5). È il sigillo da porre sul cuore, nel momento dell’ascolto della Parola, della nostra amicizia con Cristo.
Non basta semplicemente pensare alla Parola, non basta solo evangelizzare con la nostra parola, ma è necessario vivere nel cuore, nel nostro intimo, gli insegnamenti del Vangelo. Questo, deve essere amato e custodito nell’intimo, nel cuore per diventare poi vita, da donare ai fratelli. Il triplice segno di croce ha la stessa valenza di ogni segno della croce, ossia è una professione di fede nella Trinità e nella redenzione attraverso la Croce di Gesù. È anche una proclamazione di fede che la parola che riceviamo è veramente quella di Cristo. Infatti, è Gesù stesso che ci parla, e desideriamo che egli prenda completo possesso delle nostre esistenze, pensieri, parole, volontà, sentimenti e opere. Tutto ciò dimostra come un semplice gesto come questo può contenere significati spirituali più profondi.

don Raymond Nkindji Samuangala, maggio 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Le forme della preghiera

DomandaCi sono tre forme della preghiera: adorazione, venerazione, suffragio. Potrebbe precisare meglio la differenza ed eventualmente il legame? (Francesca)

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) dedica tutta la quarta parte alla preghiera cristiana. Al numero 2625 esso premette che “le forme della preghiera, quali sono espresse negli Scritti apostolici e canonici rimarranno normative per la preghiera cristiana”. In seguito il CCC presenta le cinque forme di preghiera ai numeri 2626-2643, che chiama “forme permanenti” (n. 2644): la benedizione e l’adorazione; la preghiera di domanda; la preghiera di intercessione; la preghiera di ringraziamento; la preghiera di lode. Queste forme sono inclusive di quelle proposte dalla nostra lettrice. Tuttavia, mentre l’adorazione si ritrova nella prima forma e il suffragio può essere incluso nella preghiera di intercessione, la venerazione non sembra trovare collocazione nella classifica del CCC, di cui ricuperiamo di seguito la presentazione. La preghiera di benedizione è la risposta dell’uomo ai doni di Dio: poiché Dio benedice, il cuore dell’uomo può rispondere benedicendo colui che è la sorgente di ogni benedizione. Con la preghiera di domanda noi esprimiamo la coscienza della nostra relazione con Dio: in quanto creature, non siamo noi il nostro principio, né siamo padroni delle avversità, né siamo il nostro ultimo fine; anzi, per di più, essendo peccatori, noi, come cristiani, sappiamo che ci allontaniamo dal Padre. La domanda è già un ritorno a lui. L’intercessione è una preghiera di domanda in favore di un altro. Colui che prega non cerca solo “il proprio interesse, ma anche quello degli altri” (Fil 2,4), fino a pregare per coloro che gli fanno del male.
L’azione di grazie caratterizza la preghiera della Chiesa, la quale, celebrando l’Eucaristia, manifesta e diventa sempre più ciò che è. Ogni gioia e ogni sofferenza, ogni avvenimento e ogni necessità può essere materia dell’azione di grazie, che, partecipando a quella di Cristo, deve riempire l’intera vita: “in ogni cosa rendete grazie” (1Ts 5,18). La preghiera di lode, completamente disinteressata, si concentra su Dio; riconosce che Dio è Dio; lo canta per se stesso, gli rende gloria perché egli È, a prescindere da ciò che egli fa. La lode integra le altre forme di preghiera e le porta verso colui che ne è la sorgente e il termine: il “solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui” (1Cor 8,6). Essa raggiunge il suo apice nell’Eucaristia, che contiene ed esprime tutte le forme di preghiera: secondo le tradizioni d’Oriente e d’Occidente, essa è “il sacrificio di lode”.
Come detto, la “venerazione” non appare nella presentazione del CCC, né può essere associata all’adorazione in quanto essa è un atto di fede, una preghiera rivolta non direttamente a Dio ma indirettamente, tramite la Madre del Salvatore o i santi. Da qui il culto dei Santi sviluppatosi nella spiritualità cristiana. È da notare che tutte le forme di preghiera si presentano come partecipazione alla preghiera di Cristo, unico e vero Mediatore tra l’uomo e Dio. È lui che benedice il Padre, che chiede, intercede e ringrazia per noi e che gli rende la lode perfetta. Nella tradizione cattolica ogni preghiera del cristiano è rivolta al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. Infatti, “è l’incontro personale dell’uomo in dialogo umile con Dio Padre attraverso Gesù Cristo, suo Figlio e nostro fratello, nella forza dello Spirito Santo” (Dizionario Teologico Enciclopedico).

don Raymond Nkindji Samuangala, aprile 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti

Il triplice segno di croce al Vangelo

Domanda: Durante la S.Messa, prima della lettura del vangelo, con il dito pollice facciamo un segno di croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore. Mi piacerebbe sapere qual è il significato di questo gesto (Simone).

Nel Montefeltro di giugno 2021 sono stati presentati i vari momenti della celebrazione eucaristica in cui è previsto il segno della croce. Viene chiesto ora di approfondire uno dei tre momenti in cui i fedeli fanno il segno della croce, specificatamente il triplice segno di croce al vangelo. È un rito antico d’origine franco-germanica, entrato nella liturgia romana tra i secoli VIII e X. Con il tempo si è diffuso nei fedeli che, molto probabilmente, cominciarono ad imitare il sacerdote che lo faceva con le preghiere di preparazione alla proclamazione del vangelo. Il n. 134 dell’OGMR prescrive: All’ambone il sacerdote [o il diacono] apre il libro e, a mani giunte, dice: Il Signore sia con voi, mentre il popolo risponde: E con il tuo spirito; quindi: Dal Vangelo secondo N., tracciando con il pollice il segno di croce sul libro e sulla propria persona, in fronte, sulla bocca e sul petto, gesto che compiono anche tutti i presenti…Questa indicazione è una novità della terza edizione del Messale Romano. Nell’edizione precedente il gesto è prescritto solo per il ministro che proclama il Vangelo. La norma del Messale attuale riconosce e recepisce semplicemente una pratica già diventata quasi universale tra i fedeli nel corso dei secoli.
Il triplice gesto della croce chiede al Signore di benedire la nostra mente perché comprenda la Parola, il nostro cuore perché ne sia degna dimora e ci renda capaci di annunciare a tutti il Vangelo di salvezza. Così Cristo viene ad abitare e ad agire attraverso di noi. La fronte rinvia all’intelligenza, quindi invita a comprendere la Parola ascoltata. Predisponendosi a questo ascolto, ogni fedele è così chiamato ad attivare al meglio le sue facoltà intellettive, affinché nulla del buon seme della Parola vada perduto. Il gesto fatto sulle labbra ci ricorda che veniamo purificati dall’opera salvifica della Croce di Cristo. La bocca rinvia al cibo che nutre, esprime una stretta relazione d’amore con l’amato, è luogo della parola che comunica, che trasmette, che emette voce; diventa l’impegno di ogni cristiano di annunciare il Vangelo. Il petto rinvia alla ricchezza e alla forza dei sentimenti. È il battito del nostro cuore che viene invitato a essere una sola cosa con il respiro di Gesù, un invito ad avere “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2, 5). È il sigillo da porre sul cuore, nel momento dell’ascolto della Parola, della nostra amicizia con Cristo.
Non basta semplicemente pensare alla Parola, non basta solo evangelizzare con la nostra parola, ma è necessario vivere nel cuore, nel nostro intimo, gli insegnamenti del Vangelo. Questo, deve essere amato e custodito nell’intimo, nel cuore per diventare poi vita, da donare ai fratelli. Il triplice segno di croce ha la stessa valenza di ogni segno della croce, ossia è una professione di fede nella Trinità e nella redenzione attraverso la Croce di Gesù. È anche una proclamazione di fede che la parola che riceviamo è veramente quella di Cristo. Infatti, è Gesù stesso che ci parla, e desideriamo che egli prenda completo possesso delle nostre esistenze, pensieri, parole, volontà, sentimenti e opere. Tutto ciò dimostra come un semplice gesto come questo può contenere significati spirituali più profondi.

don Raymond Nkindji Samuangala, marzo 2022
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti