Vita della Diocesi

“Tutti sul posto, ciascuno al suo posto”

Per una Chiesa inclusiva, in dialogo e missionaria

«Oggi è grande festa. Questa chiesa è motivo di fierezza e di riconoscenza ai vostri padri, che vi hanno consegnato questo luogo, ma soprattutto vi hanno trasmesso la fede». Con queste parole il Vescovo Andrea si rivolge alla comunità di Villagrande riunita per il suggestivo rito della consacrazione della chiesa parrocchiale. Al giorno d’oggi si tratta di un avvenimento piuttosto raro; capita soltanto dopo restauri significativi o in caso di erezione di una nuova chiesa. L’evento è stato occasione per il Vescovo di una riflessione approfondita sulla comunità come luogo di incontro con Dio. «Appartenenza e radici – sorgenti di fierezza e riconoscenza – fanno l’identità: sappiamo chi siamo, sappiamo qual è la nostra legge – quella dell’amore che ci ha insegnato Gesù –, sappiamo qual è il nostro fine: il Regno di Dio, sappiamo chi è il nostro leader: Gesù Cristo». Riguardo all’identità mons. Andrea mette in guardia da un pericolo: «L’identità non sia mai chiusura!». Confidando l’insegnamento del padre agricoltore, aggiunge: «Buone radici servono per allargare gli spazi della carità (i rami, per stare alla metafora)». Pertanto, la Chiesa di Gesù non può che essere «inclusiva, cioè aperta a tutti, in dialogo, missionaria e perciò “in uscita”».
«Ogni incontro di persone esige uno spazio: la casa, la città, il paese, ma, quando si tratta dell’incontro con Dio, c’è proprio bisogno di uno spazio specifico?», chiede il Vescovo. «No – risponde con convinzione –; la Bibbia rivela che Dio, il cui Spirito riempie l’universo e contiene ogni cosa, non abita in case fatte da mano d’uomo, fossero pure splendide». «Egli, nelle Sacre Scritture, rivela la sua presenza a persone precise, in luoghi definiti, mediante le vicende della storia». Pertanto, «il luogo sacro è non il contenitore di Dio, ma luogo dove si fa memoria di quello che il Signore ha fatto». In particolare, «quando veniamo in chiesa la comunità ricorda che abbiamo un patto con il Signore. Noi possiamo essere infedeli, ma lui è fedele sempre!». Nel Nuovo Testamento, «il vero Tempio è la persona di Gesù. Gesù si è proclamato luogo dell’incontro con Dio. In Lui, nell’unicità della sua Persona, la natura divina e la natura umana sono unite insieme». Allora – afferma mons. Vescovo rivolgendosi a ciascuno – «se vuoi incontrare Dio, guarda Gesù»: Gesù Cristo è il volto umano di Dio.
Nel rito della consacrazione di una chiesa l’altare viene completamente cosparso con l’olio crismale, quello usato per il Battesimo. «Il corpo di Gesù di Nazaret, nato da Maria Vergine, risuscitato dal Padre è il Corpo Eucaristico sulla mensa della condivisione». Ma c’è un altro passaggio da fare: «Il Corpo di Cristo è il Corpo ecclesiale, l’assemblea riunita nel suo nome, dove lui ha dichiarato di essere presente: “Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20)». Dunque, «la comunità è il luogo in cui il Signore abita». Infine, in ogni cristiano è presente il Signore, «anche se si trova nei sobborghi di una città in cui non c’è una chiesa, o in un aereo che trasvola l’oceano o mentre si tuffa nel mare…».
Una precisazione: come lo spazio di ogni casa abitata, quello delle chiese è uno spazio organizzato secondo le azioni simboliche che vi si svolgono. È uno spazio differenziato, con posti previsti per coloro che nell’assemblea svolgono un ruolo diverso (celebrante, lettori ministri, coro, assemblea…): «tutti sul posto, ciascuno al proprio posto», secondo uno slogan caro al Vescovo Andrea (Omelia nella Consacrazione della chiesa di Villagrande, Villagrande, 25.09.2022).
«Pensate che dovrei dirvi solo certezze?», chiede il Vescovo, ai ragazzi e ai genitori riuniti per la celebrazione del sacramento della Cresima. «No – risponde – vi dico la domanda, perché essa mobilita la mente ed il cuore». Mons. Andrea sta parlando della «domanda fondamentale, che riguarda il più giovane fra noi fino al più grande: che cos’è la fede? Serve la fede? È necessaria per la vita?». «Se uno si pone la domanda – puntualizza – vuol dire che prende sul serio la fede, e che la fede per lui non è solo una cerimonia…». Ma che cos’è la fede, che «in tanti ci invidiano»? «La fede è un dono. È qualcosa che viene trasmesso – prosegue – dai nostri genitori, dai nonni, dagli antenati. Basti pensare a questa chiesa: qualcuno l’ha costruita pietra su pietra, con arte, perché ha creduto». Tuttavia, viene il momento in cui «la fede è una nostra decisione personale». «Siamo davanti a Gesù. Il suo Vangelo è cosa concreta. Gesù ci dice: “Credi? Ti fidi di me?”». Sta a noi rispondere. Come fare per aumentare la nostra fede? Gesù, agli apostoli che gli pongono la stessa domanda, dà una risposta che sembrerebbe insensata, paradossale: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso, sradicati e trapiantati nel mare e vi ascolterebbe…». Come a dire, spiega il Vescovo, che «non è una questione di quantità, ma di qualità». «Gesù usa questa immagine che è paradossale per dire: «Se tu hai una fede piccola, ma autentica, puoi affrontare anche le cose impossibili» (Omelia nella XXVII domenica del Tempo Ordinario, Ponte Cappuccini, 2.10.2022).
La comunità è stata interpellata da una riflessione e una decisione importante in occasione delle elezioni politiche in Italia, il 25 settembre scorso. Molti cristiani si sono detti turbati e confusi dalle vicende politiche degli ultimi tempi. Lungi dal dare indicazioni di voto, il Vescovo Andrea ha espresso alcuni punti fermi per orientare le coscienze: «La grande bussola e punto di riferimento è la Dottrina Sociale della Chiesa, che mette sempre al centro la persona e difende la vita. Si comincia col prendersi cura di quelli che soffrono di più e non sono trattati come persone. La Chiesa è di tutti, ma particolarmente dei poveri».

Paola Galvani, novembre 2022

“La Comunione è dono, la comunità è da costruire insieme”

Contemplando l’icona di Betania: diaconia e ascolto

 La guerra in Ucraina sta vivendo un momento di particolare drammaticità. Papa Francesco, preoccupato per la minaccia nucleare e l’escalation militare del conflitto, dedica l’intero Angelus del 2 ottobre ad un forte appello per chiedere al presidente russo Putin il cessate il fuoco e al presidente ucraino Zelensky di essere «aperto a serie proposte di pace». In tale grave contesto, San Marino ha scelto di dare rilievo alle “luci” che hanno brillato nell’oscurità di questi mesi durissimi. “Una comunità accogliente. Marzo-Giugno 2022: la risposta della Repubblica di San Marino all’emergenza della guerra in Ucraina” è il titolo di un progetto editoriale curato dalla prof.ssa Meris Monti e patrocinato dalla Segreteria di Stato agli Affari Esteri. Al Vescovo è stato chiesto di dare un contributo di riflessione sul tema, dando conto degli aiuti della Caritas diocesana (sezione sammarinese). «Scrivo. Ma non nascondo qualche imbarazzo», confida mons. Andrea; su tutti la difficoltà di rispondere alla domanda: «Quando finirà la guerra?». «La guerra finisce – dichiara – quando c’è un accordo, sia pure di compromesso, oppure quando finiscono le armi». Ma la situazione è che ora in guerra ci sono, «da una parte una superpotenza mondiale che dispone di un arsenale infinito, dall’altra una nazione aggredita, continuamente rifornita da altre potenze internazionali».
La Diocesi di San Marino-Montefeltro e la Repubblica di San Marino hanno rivolto la loro attenzione «alle necessità, non rinviabili, delle persone coinvolte, “fratelli tutti”, con attiva intraprendenza in favore dei profughi e di chi sta pagando il prezzo più alto di questa guerra». «Ci si è impegnati – spiega ai convenuti all’incontro di presentazione del volume – all’accoglienza di famiglie (soprattutto donne e bambini), ad offrire opportunità di lavoro e di socialità, all’assistenza di ogni genere». «Paradossalmente – constata – la disumanità della guerra ci sta umanizzando». «Da credenti – aggiunge – si fa più fervorosa la preghiera». Un altro imbarazzo del Vescovo è di «natura evangelica». Poiché Gesù dice: «Non sappia la tua destra quello che fa la tua sinistra», mons. Andrea raccomanda un’«opportuna segretezza del bene che ci è dato di fare: il bene è tale se è gratuito e non attende nulla in cambio, non cerca il plauso ed è consapevole di essere sempre insufficiente rispetto alle necessità». Ma, «se qualcosa è stato riferito – puntualizza – non è stato per altro motivo che esprimere gratitudine per la generosità dei sammarinesi e per l’intraprendenza della Caritas diocesana (sezione sammarinese)». Oltre alla gratitudine il Vescovo sottolinea l’importanza della memoria, perché cresca «la consapevolezza del valore della pace, non astrattamente, ma come passione per l’uomo». E conclude: «Ai più non è dato di interagire con la geopolitica, ma si è presa sempre più coscienza della interconnessione fra stati e popoli, fra interessi e risorse, tra fedi e culture. Non è poco» (Intervento alla presentazione del volume “Una comunità accogliente”, San Marino Città, 28.09.2022).
«È una grande gioia ritrovarci insieme, discepole e discepoli di Gesù, con Lui in mezzo a noi (cfr. Mt 28,20)». Con queste parole il Vescovo Andrea ha accolto un’assemblea in festa riunita in centro Diocesi, a Pennabilli, «nella chiesa madre significata dalla Cattedrale», per celebrare l’inizio dell’anno pastorale 2022/23 e il “mandato” agli operatori pastorali. «La Diocesi – sottolinea il Vescovo – non è un distretto amministrativo, una confederazione di parrocchie: è luogo in cui si manifesta tutto intero il mistero della Chiesa». «Siamo qui – continua – in assetto di missione per essere “mandati”: “Come il Padre ha mandato me – dice Gesù – così io mando voi”», ma non «senza uno stato permanente di ascolto del Signore», proprio come le due sorelle, Marta e Maria. L’icona di Betania viene presa come “punto di riferimento” di questo secondo anno di Cammino Sinodale, «perché in quella casa c’è l’armonia: c’è la diaconia (il servizio) e c’è lo stare seduti ai piedi del Maestro».
Il Programma Pastorale 2022/23 è incentrato sul tema della comunione; l’Eucaristia, il prossimo anno, sarà punto di arrivo del percorso tracciato a partire dalla risurrezione di Gesù, ma qui la comunione è intesa come «partecipazione alla vita trinitaria». Un ideale troppo alto? «La comunione – spiega il Vescovo Andrea – non è un optional, un abbellimento della vita cristiana e neppure un vago e nostalgico desiderio. Non dipende dalle nostre analisi sociologiche e dalla fantasia della nostra progettualità. La comunione caratterizza la vita nuova che abbiamo ricevuto in Cristo come figli di Dio, viene quindi dallo Spirito Santo. È prima di tutto un dono che ci precede».
Nel discorso agli operatori pastorali mons. Andrea tocca un tema caro al Santo Padre: la mistica della fraternità. «A volte viene da pensare – confida – che basterebbero la buona educazione, la cortesia, la diplomazia, ma dovremmo partire sempre dalla contemplazione della comunione». «La mistica della fraternità – aggiunge – presuppone l’ascetica. Ascetica e mistica vanno sempre insieme. L’ascesi è il cammino, dentro di noi, di conversione e di morte a noi stessi per posporre il nostro “io”, un cammino da fare insieme».
«Il dono della comunione – conclude – si concretizza nella comunità». «Se la comunione è dono già a nostra disposizione, la comunità è affidata alla nostra responsabilità e intraprendenza. È da costruire insieme». Da qui lo slogan del Programma: «Costruttori di comunità nei cantieri della vita» (Discorso in occasione della Giornata del Mandato agli operatori pastorali, Pennabilli, 25.09.2022).

Paola Galvani, ottobre 2022

 

 

Il Signore manda “liberi, leggeri, solo col Vangelo”

I quattro elementi essenziali della comunione

Nel cuore dell’estate iniziano a delinearsi i punti del nuovo Programma Pastorale che sarà consegnato alla Diocesi nella grande assemblea della “Giornata del Mandato” (25 settembre). Si apre un nuovo biennio del percorso tratteggiato sull’iniziazione cristiana a partire dal “Big Bang” del Mistero pasquale: dalla comunione-comunità all’Eucaristia. «In questo tempo di fragilità – raccomanda il Vescovo Andrea – è necessario credere nello Spirito Santo, che genera e rigenera la comunità, continuare a vivere il Vangelo che ci è stato affidato, senza preoccuparci troppo dei numeri, tentazione sempre in agguato. Accettando la nostra fragilità, rimanere fedeli all’essenziale» (Omelia nella Festa di San Leone, San Leo, 1.8.2022). Sono quattro gli elementi essenziali che «rivelano, radicano, configurano la Chiesa nella comunione». Il primo è la comune chiamata. «Si sta insieme come cristiani – spiega il Vescovo – non per simpatia o per comunanza di idee, tanto meno per un censo economico. […] È un Altro che ci ha chiamati e ci tiene insieme; è guardando a lui, il Signore Gesù, che facciamo comunione tra noi». Il secondo elemento imprescindibile è l’ascolto della Parola di Dio. «Siamo tutti sotto la sua Parola. […] La comunità cresce sempre di più con la condivisione dei frutti della Parola: “Quando leggi il Vangelo e lo vivi, ti trasforma in un altro Gesù”, tant’è vero che la Chiesa – docile alla Parola – diventa Corpo di Cristo». E aggiunge: «La condivisione delle esperienze consolida il tessuto comunitario; si tratta di narrazioni che testimoniano ciò che lo Spirito fa in ciascuno di noi». Il terzo, ovviamente non in ordine di importanza, è l’Eucaristia. «Si dice: “L’Eucaristia fa la Chiesa” ed è proprio così», commenta mons. Andrea. Come far sì che le nostre diventino sempre di più comunità eucaristiche? «Bisogna che quanto si celebra diventi programma di vita». E, passando in rassegna tutti i momenti della Messa spiegandone il significato profondo, conclude: «Se vivessimo davvero tutti i momenti della Messa, potremmo dire di avere una vita eucaristica». Il quarto fondamento della comunione è l’attesa, la tensione verso l’avvento del Regno: «Di fronte al comune sguardo sull’orizzonte, sul futuro, su quello che avverrà alla fine della nostra vita e alla fine della storia, i nostri passi e le nostre volontà si congiungono e gridiamo: “Vieni Signore Gesù!”». Dunque, «la comunità è tale non solo per l’origine, ma anche per l’attesa condivisa, traguardo del cammino, speranza del futuro». Il Vescovo domanda ai fedeli: «Qual è il nostro compito come comunità cristiana?». «È quello – raccomanda – di tenere accesa, per il bene di tutti, la semplice fiamma della vita evangelica». Del resto, il Signore, sul monte dell’Ascensione, ha inviato i suoi discepoli – e tutti noi oggi – «liberi, leggeri, solo col Vangelo». La luce del Vangelo serve anzitutto alla comunità cristiana «per non smarrire la strada», ma, quando essa è capace di tenerla viva, i suoi riflessi trascinano anche le moltitudini, «qualcuno di altra cultura, di altra formazione che, magari solo da lontano, osserva» (Omelia nella Festa di Santa Chiara, Valdragone RSM, 11.8.2022).
Durante l’estate è ripresa, a San Marino, la discussione, nella Commissione consiliare preposta e poi in Consiglio Grande e Generale, sul progetto di Legge che regolamenta l’Interruzione Volontaria della Gravidanza, a seguito del Referendum popolare del settembre 2021. «Sento profondamente l’urgenza e il dovere – confida il Vescovo – di rivolgere ancora una volta una parola schietta e puntuale sull’argomento, ma soprattutto di invitare alla preghiera perché chi ci governa sia illuminato dalla grazia e dalla ragione». Mons. Andrea si rammarica dell’evidenza che «tanti cattolici su questo punto abbiano idee lontane dalla verità evangelica»; si interroga, e interroga la comunità cristiana, sulle responsabilità di questa mancanza di un retto orientamento. Nel suo Messaggio al popolo sammarinese esorta i cattolici a «saper valorizzare, senza timore, le ragioni della propria fede e, insieme alle persone di altre convinzioni e laiche, far riferimento alle motivazioni di ragione, in sintonia con la secolare tradizione umanistica della Repubblica di San Marino», precisando che, «anche se il cattolico sa che nessuna legge può rendere moralmente lecita la soppressione di una vita umana – e quello che viene proclamato come diritto, in realtà è una delle piaghe dell’umanità – è importante ora operare attivamente per migliorare quanto più possibile tale legge». «Auspico che – prosegue – tutte le forze politiche adempiano la promessa fatta coralmente durante la campagna referendaria: dare vita ad una rete di prevenzione efficace e solidale che aiuti la donna in difficoltà ed ogni gravidanza difficile, senza lasciare indietro nessuno». Invita, inoltre, ad «investire di più nell’educazione al rispetto del proprio corpo e delle relazioni affettive, sia nella società civile, sia nella scuola». Conclude, poi, il suo Messaggio richiamando alcune «esigenze etiche sulla questione»: la necessità di fissare almeno il limite temporale entro il quale l’aborto viene depenalizzato, «in modo rispettoso dell’embrione umano e in considerazione dei progressi della scienza medica»; l’importanza del ruolo della famiglia: «non si isoli la donna dal coniuge e le figlie dai genitori»; il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza all’aborto per tutto il personale medico e paramedico e della libertà di iniziativa alle associazioni laiche e cattoliche che agiscono per aiutare le famiglie e le donne in difficoltà; il divieto ad utilizzare a fini di commercio i resti umani degli aborti (Messaggio al popolo sammarinese in merito al progetto di Legge sulla IVG, 21.7.2022).

Paola Galvani, settembre 2022

«L’ebrezza della libertà: essere figli di Dio»

La conversione: un cambiamento di sguardo

Bambini, ragazzi e famiglie hanno popolato le celebrazioni eucaristiche dei mesi di maggio e giugno nelle parrocchie. Non si vedevano da molto tempo, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia e di un allontanamento progressivo dalle comunità e, forse, dalla fede. Indispensabile farsi qualche domanda. Il Vescovo Andrea, in occasione della celebrazione del sacramento della Confermazione, ha reso esplicita una domanda che si cela spesso nel cuore dei ragazzi al termine del percorso catechistico: «Abbiamo capito bene che Dio è nostro Padre?». «Il sacramento della Cresima – spiega il Vescovo – sta a confermare: «Sì, hai capito bene. Sei un figlio (una figlia) di Dio». Dunque, la Cresima, un sacramento che sempre più spesso sembra coincidere con l’abbandono della Chiesa, in verità è una “Confermazione”. Talvolta, capita di cadere in un equivoco: «pensare sia il ragazzo a dare la sua conferma, mentre è il Signore che conferma il ragazzo». «La vita piena inizia con questa certezza: Dio mi ama immensamente, qualsiasi cosa accada, indipendentemente dalla mia fede, a prescindere da me». Il sacramento della Confermazione si chiama anche Cresima perché il Vescovo, in qualità di successore degli apostoli, traccia il segno della croce sulla fronte del cresimando con un olio mescolato ad un profumo, il crisma, «da cui le parole “Cristo”, “cristiano”, “Cresima”». Mons. Andrea invita i ragazzi a pensare questa unzione come un “bacio” di Dio Padre che «rimarrà per sempre» (Omelia nella XIII domenica del Tempo Ordinario, Valdragone RSM, 26.6.2022).
Fino a metà del Vangelo di Luca – osserva il Vescovo – si racconta di Gesù che «andava verso i poveri, gli ammalati, le persone in difficoltà»: il suo “diario quotidiano” era determinato da quelli che avevano bisogno di lui. Poi, dagli ultimi versetti del capitolo 9, il Vangelo assume un altro andamento: «Gesù ha dovuto indurire la sua faccia» e prendere la ferma decisione di salire a Gerusalemme. Mons. Andrea si sofferma sui «tre personaggi che, durante la salita, incrociano Gesù». «Sono anonimi – sottolinea – per dire che rappresentano ciascuno di noi». Simpaticamente ne inventa anche un soprannome. Il primo, “il generoso”, dice a Gesù: «Signore, ti seguirò dovunque tu vada», anche a Gerusalemme. «Il viaggio a Gerusalemme – fa notare – per noi è il viaggio della vita. Per Gesù, invece, era il viaggio in cui avrebbe dato la vita». Gesù risponde dicendo come è lui: «Non ho una tana, neppure un sasso su cui posare il capo…».
Il secondo personaggio, a Gesù che lo invita a seguirlo, replica: «Ti seguirei, ma non sono a posto con le vicende di casa, ho anche il funerale di mio padre da preparare…». «Lo chiamo “il perfettino” – confida – perché vorrebbe seguire Gesù quando tutto è a posto: una tentazione che abbiamo tutti!», aspettare d’esser pronti, rinviare…
Il terzo personaggio – chiamato dal Vescovo “il tenerone” – va volentieri con Gesù, ma «chiede il permesso di andare prima a casa ad abbracciare i suoi famigliari, a salutarli con tutte le cerimonie tipiche delle famiglie orientali». Osservando i tre personaggi si tratteggia pian piano «come Gesù vuole il discepolo». «Gesù non vieta la pietà per i propri cari – chiarisce mons. Andrea – semplicemente smaschera gli indugi, le nostalgie, le molte scuse per evitare domande serie: “Se non ora, quando? Se non io, chi?”». E parafrasa la bellissima preghiera di san Francesco in cui tutti i verbi dal passivo vengono cambiati all’attivo, per dire che il vero discepolo non è mai ripiegato su di sè: «Signore, che io non cerchi tanto di essere capito, ma di capire; che non cerchi tanto di essere ascoltato, ma di ascoltare; che non cerchi tanto di essere amato, ma di amare».
Seguire Gesù può fare paura, ma quello che propone Gesù «è ciò che lui ha vissuto per primo», «è il modo migliore di vivere, il più realizzante». Inoltre, Gesù vuol farci provare «l’ebbrezza della libertà di essere figli di Dio»: libertà «da se stessi e da tutto ciò che pesa su di noi, dagli attaccamenti, da quello che ci impedisce di andare all’essenziale», libertà «per poter amare» (Omelia nella Professione religiosa di suor Giulia Vannini e suor Chiara Calderoni, Pennabilli, 25.6.2022).
Una festa che spesso passa in secondo piano, perché cade all’inizio dell’estate, è quella della Dedicazione della Cattedrale. «Far festa al tempio della Cattedrale e ad ogni altra chiesa, non è altro che proclamare che il Signore è venuto ad abitare con noi peccatori», afferma mons. Andrea commentando il brano di Vangelo che presenta l’incontro di Gesù con Zaccheo: «Oggi voglio fermarmi a casa tua». Nell’incontro di Gesù con Zaccheo torna spesso il tema dello sguardo. Anzitutto, «lo sguardo di un cercatore di Dio, Zaccheo». «La gente – fa notare il Vescovo – era scesa in strada come si fa per una star, ma in Zaccheo c’è qualcosa di più della curiosità: vuol sapere chi è Gesù, non solo che cosa sta accadendo a Gerico». Poi, lo sguardo di Gesù, «uno sguardo che fa esistere ad una vita nuova, perché sa vedere il positivo». «Gesù non si ferma alla folla alla sua destra e alla sua sinistra: il suo sguardo cerca lo sguardo di Zaccheo e non è come quello della folla che giudica e condanna. Gesù vede al di là dell’apparenza, vede Zaccheo e il suo cuore, vede il suo disagio e la sua speranza; non vede il peccatore che è stato, ma il santo che potrebbe essere». «Considerate così – è l’invito del Vescovo – lo sguardo del vostro confessore, che vede in voi il santo che potete diventare!».
Il terzo sguardo è lo sguardo nuovo di Zaccheo. «Dopo aver incrociato gli occhi di Gesù, Zaccheo è cambiato veramente: si volge ai poveri, a tutte le persone che ha imbrogliato, per riparare. Il suo è diventato uno sguardo fraterno». «La conversione – conclude – non è altro che un cambiamento di sguardo». Un suggerimento per tutti: «Passiamo molto tempo a considerare i difetti degli altri; se passassimo le giornate a cercare i pregi degli altri cambierebbero tutti i nostri rapporti» (Omelia nella Festa della Dedicazione della Cattedrale, Valdragone RSM, 17.6.2022).

Paola Galvani, luglio-agosto 2022

«Riconoscere in ogni cultura “i semi del Verbo”»

La missione come atto di amicizia fra popoli

«Due mamme si incontrano; vanno a gara nel raccontare quello che il Signore ha fatto in loro: una, ormai anziana (non sperava più di poter donare vita), l’altra, la fanciulla di Nazaret, si è trovata incinta per opera dello Spirito Santo. Il motivo del loro canto – le due mamme cantano! – è il bimbo che portano in grembo». Con queste parole il Vescovo Andrea tratteggia la festa della Visitazione di Maria ad Elisabetta. Sorprende la sorgente della gioia delle due mamme: «Un messaggio pertinente, importante e decisivo per questo nostro tempo di culle vuote – sottolinea –; vi trovo anche un forte richiamo alla sacralità della vita nascente, da rimarcare di fronte al rischio dell’assuefazione alla mentalità abortista». La festa della Visitazione è cara al Vescovo per un secondo motivo: «Maria che esce da Nazaret e si incammina è il manifesto di una “Chiesa in uscita”, cioè una Chiesa che va a cercare, si fa vicina, si mette a servizio, pur con il peso dei propri peccati, perché fatta di esseri umani». «È lo Spirito Santo che la mette in cammino», precisa. La Visitazione riporta «al lieto annuncio del Signore che fa visita al suo popolo: tema ricchissimo di armoniche bibliche». Ricordando le vicende storiche del popolo di Israele, mons. Andrea approfondisce il tema della libertà, «uno dei valori indispensabili per la vita di un popolo e di ogni persona». «Ma non qualsiasi modo di esercitare la libertà conduce al vero bene», commenta. «Esiste un modo di essere liberi – prosegue – che devasta l’umanità dell’uomo, la propria e quella degli altri, per questo il Signore, nella sua Provvidenza, ci fa visita, guidandoci per la strada su cui dobbiamo andare». Lo fa in due modi: «Dotandoci della ragione, che è capace di discernere il bene dal male, e parlando direttamente a noi nella Divina Rivelazione». «I dieci comandamenti – osserva – sono un decalogo di libertà» (Omelia nella S. Messa di ringraziamento con i Carabinieri, Pennabilli, 31.05.2022).
L’associazione “Carità senza confini” si è data come titolo dell’incontro annuale di solidarietà il proverbio africano: «Per educare un bambino, serve un intero villaggio». Un proverbio – spiega il Vescovo – «sbocciato dove la vita sociale è scandita dagli eventi famigliari, tessuta di relazioni plurime e ravvicinate (natura, persone, divino, ecc.), trasmessa per lo più dalla tradizione orale». In passato mons. Andrea ha avuto l’opportunità di trascorrere un po’ di tempo ospite del fratello padre Silvio Turazzi, missionario nella Repubblica Democratica del Congo: «Nella missione di Kamituga – racconta – vi era un ambulatorio per l’assistenza alle puerpere. Appena qualche ora dopo il parto la mamma usciva col suo bimbo in braccio. La gente accorreva a farle festa tra canti e suono di tamburi». E conclude: «Non c’è dubbio: qui la vita è accolta come un valore assoluto. È qualcosa che si respira nell’aria. Anche le parole sono superflue!». Mons. Vescovo condivide un’altra immagine dell’Africa: «Il vecchio maestro ha radunato una “nuvola” di ragazzini sotto il grande baobab. Parla. Gli alunni sono attentissimi. La lezione riguarda le vicende degli antenati e temi legati all’iniziazione tribale». Inevitabile il confronto con le liturgie famigliari della tradizione ebraica, in cui ai bambini vengono assegnate domande di rito: «Perché oggi mangiamo erbe amare? Perché questo pane azzimo? Che cosa sono queste leggi e queste istituzioni?». «La risposta – fa notare il Vescovo – è una storia che si incide nei cuori, nelle vite, nella storia di un popolo. Sono parole che hanno fatto un popolo per quello che è». Non si tratta di «parole astratte – aggiunge – ma che hanno il sapore della vita». «E poi – prosegue – ci sono gesti; gesti semplici che non hanno bisogno di troppe didascalie, che catturano fantasia e si imprimono nella coscienza». E afferma: «Non mi sento assolutamente “retrò” quando rilancio il valore del raccontare, sia pure nell’era della comunicazione digitale. Che cos’altro è il cristianesimo se non il racconto di un evento? “Tu va’ e racconta!”» (Saluto all’Incontro di solidarietà di Carità senza confini, Valdragone (RSM), 29.05.2022).
Un freddo giorno di febbraio le monache agostiniane della Rupe, nel ripulire un ripostiglio chiuso da decenni, trovano un rotolo di tela e scoprono che si tratta del ritratto originale del cappuccino fra’ Orazio della Penna, missionario in Tibet per 33 anni e Nunzio Apostolico della missione tibetana. Alla presentazione del ritratto, mons. Vescovo richiama «la realtà dell’incontro: incontro fra culture, fedi religiose e mondi lontani» di cui padre Orazio è stato testimone. Mons. Andrea si sofferma sul concetto di “identità” che racchiude, per ognuno e per ogni gruppo, «la memoria della propria origine, il rimando alla propria famiglia, alla propria cultura, ed è motivo di fierezza». «Ma “identità” – osserva – è parola non senza ambiguità: può racchiudere spinte alla chiusura, alla contrapposizione, all’autosufficienza». L’equilibrio è possibile nell’esperienza del dialogo. «Il dialogo – precisa – è l’incontro fra diversi, dove ognuno resta se stesso ma coglie nell’altro l’originalità e il dono di cui è portatore». Dall’identità alla missione: «Padre Orazio sente la missione come un atto di amicizia fra popoli; offre il messaggio evangelico, ma lo vuole inculturare nella realtà tibetana. Sa riconoscere la ricchezza di quella cultura nella quale vede i “semi del Verbo”» (Saluto alla Presentazione del ritratto ritrovato di fra’ Orazio della Penna, Pennabilli, 21.05.2022).

Paola Galvani, giugno 2022