Vita della Diocesi

La Missione “a tu per tu”

Per riprendere il cammino…

Nel mese di novembre l’editoriale del Vescovo titolava così: «Ci viene tolto molto, ma non tutto: l’essenziale è intatto». L’articolo si riferiva agli effetti derivanti dalla pandemia, ma l’idea di un necessario ritorno all’essenziale in Diocesi è scattata già da qualche anno con la constatazione che «moltissimi sono cristiani senza aver mai deciso di esserlo». «Siamo nati qui, ci hanno dato il Battesimo quando eravamo molto piccoli, ci hanno insegnato religione a scuola, abbiamo fatto la Prima Comunione e la Cresima… Ma abbiamo veramente incontrato Gesù?». Questa la riflessione affidata dal Vescovo alla Diocesi, che ha portato alla riscoperta del kerygma: «Il nucleo incandescente del cristianesimo, del Vangelo, è che Gesù è risorto ed è vivo». «È decisivo per la vita cristiana cogliere l’appello e la presenza del Risorto – afferma mons. Andrea – in ogni circostanza. In quelle difficili e dolorose ancora di più… sono quelle in cui riconoscerlo crocifisso! È bello imparare a dirgli: “Sei tu Gesù!”» (Omelia nella I domenica di Avvento, Fiorentino, 29.11.2020).
L’anno scorso è stato dedicato al sacramento che fa vivere la risurrezione: il Battesimo. «Dopo aver ricevuto il Battesimo possiamo dire: “Siamo morti tornati alla vita” (Rm 6,13)», così pensavano di sé i primi cristiani. Quest’anno, 2020/21, si è fatta la scelta di dedicare tempo, riflessione e preghiera al tema della missione. «Ho usato impropriamente la parola tema – precisa il Vescovo –: non è un tema, un argomento accanto agli altri, è vita in espansione. La missione non è un optional, ma sostanza della vita cristiana». La pandemia ha costretto a ridimensionare molte iniziative. Come essere missionari in questo tempo? Un modello di missionario su cui si è soffermato il Vescovo è l’apostolo Andrea, che mette in luce «una forma di apostolato, di missione, adattissima per questi giorni di distanziamento sociale: la missione “a tu per tu”».
Andrea – annota il Vangelo – è rimasto con Gesù nel giorno benedetto del suo primo incontro. «Tutto è cominciato con quella giornata di intimità con il Signore: quella sosta dalla fatica di pescatore – osserva mons. Vescovo – vale per lui più di una rete piena di pesci (cfr. Mt 13,44-47)». E Andrea «corre subito da suo fratello Simone per comunicare quello che ha vissuto e imparato: scatta una comunione d’anima. […] La notizia dell’incontro, la novità, non passa come un verbale, ma scorre sui toni dell’affetto, della confidenza, dell’amicizia». «Quanto sono importanti i rapporti! – conclude mons. Vescovo. «Davvero – prosegue – la missione è un atto di amicizia: è perché vuoi bene a quella persona e a quelle persone che le metti a parte della tua scoperta». Mons. Vescovo delinea una caratteristica importante del missionario: «Alla fine, Andrea conduce Simone direttamente da Gesù: sarà il Maestro a parlare al cuore di Simone. È tipico del vero missionario non essere invadente e mettersi da parte» (Omelia nella festa di Sant’Andrea Apostolo, Caprazzino (PU), 30.11.2020).
Nell’andare all’essenziale il Programma pastorale invita le comunità a concentrarsi sull’ascolto. «Stando davanti al roveto ardente – spiega mons. Andrea – impariamo non solo ad ascoltare Dio, quello che ha da insegnarci, ma soprattutto impariamo ad ascoltare come fa Lui». «La missione comincia dal mettersi in ascolto come fa Dio – ribadisce –: ce lo insegnano anche i missionari che sono nella frontiera dell’evangelizzazione. Prima ascoltano, poi parlano, si uniscono». Un altro punto qualificante del Programma pastorale è l’invito a «mettersi davanti al mistero della creazione, anzi di Dio Creatore». Durante la Veglia diocesana per la vita nascente, il Vescovo si sofferma sulle verità della creazione, per dare risposta a tre domande fondamentali che risuonano nel cuore di ogni uomo. La prima: che cosa sta all’origine del mio esserci? Il caso? La necessità? La seconda: che cosa sta alla fine del mio esserci? Il nulla? La terza: che senso ha, allora, la vita che viviamo, quella che sta frammezzo, tra l’origine e la fine? «All’origine della persona sta l’atto di intelligenza e di volontà di un Padre che decide di pormi in essere: questa è la nostra fede», risponde il Vescovo. «Il Padre ha pensato ciascuno di noi; fra le infinite persone umane possibili ha voluto che esistessimo io, tu, noi, non altri. Ci ha scelti». Dunque, ognuno può dire: «Non esisto per caso, non esisto per necessità: esisto per amore».
Il Vescovo esprime con un’immagine la seconda domanda dell’uomo: «Pensiamo i sette miliardi di esseri umani che salgono sul monte Carpegna da una valle come la val Marecchia: un enorme formicaio! E sul crinale una doppia eventualità: il precipizio, il vuoto, il nulla, oppure un infinito giardino. La fede dice che di là dal monte c’è pienezza di vita». «Dio ci ha voluto per farci partecipi della sua vita – continua –, perché fossimo figli nel Figlio. Lui quando mi guarda vede Gesù-Andrea. Così di ciascuno dei suoi figli». Alla terza domanda risponde che «vivere umanamente, in piena umanità, è vivere in Cristo, con Cristo, come Cristo. Non c’è una vita pienamente umana e poi una vita in Cristo. È la vita in Cristo che è pienamente umana e, la vita che ancora non ha incontrato Cristo, vive ugualmente in Lui». E conclude: «L’amore del tutto speciale che il Creatore, Dio Padre, ha per ogni essere umano conferisce all’uomo stesso una dignità infinita. Ecco il fondamento della bellezza della vita». (Omelia nella Veglia per la vita nascente, Serravalle RSM, 4.12.2020).

Paola Galvani. Gennaio 2021

 

Evviva la misericordia!

«Il cielo non è il museo delle cere»

«Noi che siamo ancora sulla terra ci chiediamo: “Possiamo conoscere la sorte dei martiri, dei giusti, dei santi, che nei loro giorni terreni hanno seguito il Signore Gesù?”». Una domanda che sgorga dal cuore di ogni uomo. «La risposta viene da quel grande affresco sinfonico che è l’Apocalisse», risponde il vescovo. «Che paradosso: a salvare è un Agnello trafitto, a sua volta immolato! È l’Agnello della Pasqua definitiva, il Risorto. Ecco, lui ha capovolto l’ineluttabile cammino verso la morte in un cammino di vita piena, che è per tutti quelli che lo seguono». Siamo ancorati ad una solida certezza: veniamo uniti, immeritatamente, alla vittoria dell’Agnello mediante il sacramento del battesimo, con cui diventiamo figli di Dio. «Il nostro futuro è segnato per l’eternità da questa identità». Parole incoraggianti in questi giorni di pandemia. Tuttavia, pensando ai cari che ci hanno lasciato continuiamo ad essere inseguiti da domande incalzanti: che ne è di loro, spariti dalla nostra vista? E a noi, cosa accadrà? «Se Dio, nel suo immenso amore, con patto irrevocabile, fa di noi i suoi figli, non può abbandonarci», rassicura mons. Andrea. «In Gesù vediamo a quale futuro ci porta l’appartenenza alla famiglia di Dio: “Saremo simili a Lui… lo vedremo come egli è» (1Gv 3,2): non è una fiaba!”». Durante la festa di Tutti i Santi il Vescovo ha aperto al nostro sguardo tre “squarci”: «Uno rivolto al passato che ci porta, come un fiore che sboccia sullo stelo, sostenuto da radici ancora vive e vitali; uno rivolto al futuro che ci entusiasma con la sua prospettiva di compimento e di gioia e uno ad un presente che ci impegna in concreto». Guardando al passato che ci porta, si apre l’orizzonte della santità: «La Chiesa è felice e fiera di mostrarci tutti i figli di Dio che hanno vissuto le beatitudini del Vangelo. «Sono quelli che hanno amato – precisa –, che hanno vissuto “il comandamento grande” (cfr. Mt 22,36-39). In questo assembramento di Cielo riconosciamo dei volti amati, che ancora adesso continuano a sostenerci con il loro amore e la loro preghiera. Non sono soltanto i grandi santi, ma anche le persone care che continuano ad esserci accanto. Il Cielo non è il museo delle cere». Guardando al futuro che ci entusiasma, impariamo a guardare oltre alle povertà dentro e fuori di noi, comprendiamo che «lo scopo della nostra vita non è rinchiuso nel presente e non è schiacciato nella sola dimensione materiale. La nostra vocazione è entrare in quella luce per la quale siamo stati creati». Ma la santità «non è appannaggio esclusivo di quelli che hanno concluso il loro cammino terreno. I santi sono nascosti all’interno delle nostre famiglie, delle nostre comunità, anche nei luoghi di lavoro, di studio e di sofferenza». «Tutti chiamati alla santità – incoraggia il Vescovo – nella situazione personale in cui siamo e nella situazione sociale in cui ci troviamo». E conclude: «Tocca a noi scrivere le pagine attuali della storia della santità, con i nostri slanci e le nostre fragilità, nelle cose grandi ma anche in quelle piccole, con i nostri gesti quotidiani di gentilezza, con la nostra fedeltà non priva di audacia per inventare l’avvenire» (Omelia nella Solennità di Tutti i Santi, Pennabilli, 1.11.2020).

Durante la Solenne Eucaristia in suffragio dei vescovi e dei sacerdoti defunti della Diocesi, mons. Vescovo ha accompagnato i presenti ad una lettura meditativa del celebre canto del Dies Irae, ricchissimo di riferimenti biblici. «Viene nominata Maria Maddalena, popolarmente identificata con la peccatrice, che bagna con le lacrime i piedi del Signore e li asciuga con i suoi capelli (cfr. Lc 7,36-38), viene nominato il buon ladrone (cfr. Lc 29,39-43) e poi, implicitamente, la Samaritana attesa da Gesù al pozzo (cfr. Gv 4,6-7)». «È come se l’autore di questo canto bellissimo ci dicesse: “Prendi con te questi fratelli; anzi di più: vediti in loro”», spiega mons. Andrea. «Queste figure evangeliche sono prospettate come esempi di chi ha beneficato della misericordia, giunta attraverso colui che il canto chiama Iesu pie: Gesù buono». Infatti, «chi all’inizio è presentato come un giudice inflessibile, nelle strofe successive viene sempre più identificato come Salvatore misericordioso». Esplode in modo aperto il contrasto: «Colui che dovrebbe condannare, in realtà è venuto al mondo per salvare!». Continuando nella riflessione, il Vescovo osserva che «un vertice del canto del Dies Irae si manifesta nel presentare il Signore stanco. Nella stanchezza si vede chiaramente «il pastore che corre sui monti a cercare l’unica pecora (cfr. Mt 18,12) e il Padre misericordioso che può soltanto attendere il ritorno del figlio prodigo (cfr. Lc 15,11-32)». «Non gli impedisce di andarsene da casa – nota con stupore –, non lo va ad acchiappare nelle discoteche del tempo: il giudice è paziente!». La sequenza che inizia chiamando in causa il giorno dell’ira, dies ìrae, dìes ìlla, termina evocando un tempo contraddistinto da tutt’altro clima: «Lacrimòsa dies illa». «È giorno di lacrime… solo per i dannati? No. L’autore sembra vedere misticamente le lacrime del Signore». «È indubbio che questa grande preghiera domanda misericordia anche per il “reo” – sottolinea il Vescovo –, anche per colui che canta questo inno: “Salva me con tutti i benedetti, i beati del Cielo». Non si può che concludere che fra giustizia e misericordia vince la misericordia. «Evviva la misericordia!» (Omelia nella Solenne Eucaristia in suffragio dei vescovi e dei sacerdoti defunti della Diocesi, Pennabilli, 6.11.2020).

Paola Galvani, dicembre 2020

Ancora “Alle prime luci dell’alba”

Liberare le risorse dell’amore fraterno
«Da quando siamo entrati nel nuovo millennio sono accaduti eventi di portata mondiale che hanno lasciato tracce profonde nelle biografie personali, ma anche nelle dinamiche sociali, con oscillazioni fra consapevolezza dell’interdipendenza della globalità e tendenza alla difesa dell’identità». Con queste parole il vescovo Andrea ha dato inizio al corso di giornalismo organizzato dalla consulta per l’informazione di San Marino. Dopo la zoomata su alcuni di questi eventi – l’11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia di quest’anno – si sofferma sulla grammatica delle relazioni sociali tratteggiata su tre principi, o meglio esperienze (il Vescovo preferisce questo termine; ndr), da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. 1. Siamo in relazione. «Relazione con gli altri, con l’ambiente, con il cosmo e con l’Oltre (Dio). Si parla di “creato” e l’allusione è evidentemente al creatore. Possiamo esistere solo dentro a reti di relazione».
2. Questa relazione dinamica si svolge su tutti i livelli: famiglia, amici, vicini di casa, colleghi di lavoro, ma anche mondi culturali. Mons. Andrea racconta una recente esperienza diocesana. «L’anno scorso abbiamo cominciato a preparare il Programma pastorale. Ci siamo confrontati e abbiamo stilato un cartellone: non un mese senza un convegno, non una settimana senza un incontro». «Quando siamo entrati nel lockdown – ricorda – è stato come se l’inchiostro sul cartellone si squagliasse. ci siamo chiesti: “se eliminiamo le iniziative, i convegni, gli incontri è finita per noi?”». Si è superato il momento di smarrimento mettendosi davanti all’icona biblica di Mosè davanti al “roveto ardente” che brucia senza consumarsi. Il Vescovo Andrea sottolinea i verbi con cui Dio si relaziona col suo popolo (una vera e propria grammatica): «Dio osserva l’oppressione che pesa sul suo popolo, ode il suo grido di dolore, conosce la sofferenza dei suoi che vivono nella povertà e nell’umiliazione. Per questo Dio scende ed entra nella storia per intervenire in essa».
3. Nessuna relazione può pensarsi chiusa, cioè indipendente e sganciata da ciò che sta “oltre”. «La relazione deve pensarsi aperta anche a ciò che la supera, al mistero che si spalanca alla coscienza sul senso religioso». «Spinti dalla pandemia – conclude – dobbiamo ripensare e aver cura di queste relazioni: noi col pianeta e noi con Dio» (Discorso al Corso di giornalismo: “Conflitti ed esodi di massa. Il ruolo dei Piccoli Stati tra promozione del dialogo e tutela dei minori”, Fiorentino RSM, 15.10.2020). Riguardo alla prova che attraversa il Paese e tutta l’umanità – il dramma del contagio e il contagio del dramma – mons. Vescovo mette in luce la «risorsa di umanità che nessun insulto patologico è riuscito a cancellare: il bene non è un evento solitario, ma è qualcosa che si vive insieme, dove fede e speranza portano alla carità». Tuttavia, ravvisa che «la realtà della interdipendenza e della solidarietà può essere minacciata dal virus dell’individualismo. Non si può essere “globali” nella finanza e non nella fraternità, nella circolazione delle merci e non nel riconoscimento della dignità, nel profitto e non nel welfare, nella libertà e non nella giustizia». «Se siamo autonomi – conclude – lo siamo non per essere soli, ma per condividere spiritualmente la fraternità, per ampliare in estensione ed in profondità le nostre capacità relazionali: tocca a noi liberare le risorse dell’amore fraterno» (Omelia nell’Insediamento degli Ecc.mi Capitani Reggenti, San Marino Città, 1.10.2020).
Nella Giornata del Mandato agli operatori pastorali, festa del rientro e lancio del nuovo Programma pastorale diocesano, mons. Andrea sintetizza il momento che ci si appresta a vivere con tre immagini azzeccate. La prima è la “ridistribuzione delle carte”, con cui «si rende il gioco più interessante, si stimolano le capacità, si aprono nuove possibilità». «Fuori di metafora – dichiara –: se ci è chiesto un “sì” nella fede, questo è sempre generativo». La seconda immagine è presa dal libro del Qoelet. «Si parla di una corda che è solida perché intreccia insieme tre capi (cfr. Eccl 4,12). Se fosse uno solo si spezzerebbe, ma tre insieme sono più resistenti». Il Vescovo segnala che «si sbaglia se si dice che quest’anno vivremo la campagna della missionarietà». «Stiamo sviluppando un’unica esperienza – precisa –: l’incontro con Gesù Risorto (il Big Bang della nostra fede), l’innesto in questo mistero attraverso il sacramento del Battesimo e l’irresistibile esigenza di comunicarlo a tutti, la missione». La terza immagine è il “quaderno” che è stato consegnato ad ogni parroco e ad ogni operatore pastorale affinché «tutte le parrocchie, tutti i gruppi, tutti i movimenti, tutto quello che è diocesano, sia intonato a questa proposta». «Ogni realtà – prosegue – la applica, la interpreta, la realizza in base alle proprie esigenze e alle proprie risorse». Al termine della celebrazione il vescovo Andrea dà appuntamento al 22 maggio 2021, vigilia di Pentecoste, per l’assemblea di verifica in cui – anticipa – «ci racconteremo come avremo saputo essere, con fantasia e creatività, speranza in un mondo ferito» (Discorso all’Assemblea diocesana unitaria del Mandato, San Marino Città, 27.09.2020).

Paola Galvani, novembre 2020

“Frontiere di responsabilità”

Sostenibilità, patto di fraternità e Teologia

Nella Giornata Nazionale per la Custodia del Creato il vescovo Andrea si sofferma sul tema della sostenibilità – l’attenzione all’impatto sociale e ambientale da parte del mondo dell’economia – a partire da tre diverse prospettive. La sostenibilità come attenzione all’ambiente, volta a «ridurre l’impiego di materie prime nei processi produttivi, incentivare l’utilizzo di fonti rinnovabili, ottimizzare i consumi». La sostenibilità come attenzione al sociale, che «dedichi attenzione alla salute e alla sicurezza dei dipendenti, che favorisca la conciliazione tra le esigenze lavorative e gli impegni di famiglia, la formazione permanente e gli incentivi non monetari». La sostenibilità come controllo sui fornitori. Il titolo della Giornata: «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12) mostra che «la Dottrina Sociale Cristiana non è altra cosa rispetto alla spiritualità». «So che qualche cattolico è a disagio – confida mons. Andrea – quando il Papa parla di conversione ecologica, di attenzione al creato, quando dedica ben due Lettere in cinque anni a questi temi». «C’entra moltissimo – risponde –, riguarda noi, chiamati ad una responsabilità straordinaria: “Essere collaboratori di Dio per custodire il creato”». «I grandi cambiamenti ci sono – conclude – se cambiamo il nostro personale atteggiamento: “Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” significa maturare stili di vita conformi alla volontà del Signore» (Omelia nella Giornata Nazionale per la Custodia del Creato, Valdragone RSM, 1.9.2020).
Proprio in questi giorni si stanno concludendo le iscrizioni all’Istituto Superiore di Scienze Religiose interdiocesano Rimini/San Marino-Montefeltro. Mons. Vescovo ha incontrato il Collegio plenario dei Docenti riuniti in preparazione al nuovo anno accademico. «Dio ha posto alcuni come maestri…» (1Cor 12,28). Riprendendo queste parole di san Paolo, così si è rivolto ai docenti: «Quando avete detto “sì”, avete accolto un vero e proprio ministero». Mons. Andrea vede gli insegnanti dell’Istituto come uomini di Chiesa, uomini nella Chiesa, uomini della Chiesa, uomini a servizio della comunità». Fa, poi, alcune sottolineature per quanto riguarda il loro “ministero”. I teologi, proprio perché uomini della Chiesa, sono «coinvolti nel suo oggi. Ma ne amano anche il passato, ne venerano e ne esplorano la Tradizione, e questo non per un vezzo, e neppure perché disprezzano o sottovalutano la Chiesa nel nostro tempo. Amano ricordare col pensiero i tempi della Chiesa nascente perché in essa riecheggiano ancora le parole di Gesù». Seconda sottolineatura: «Il teologo, uomo della Chiesa, sa che Cristo è sempre presente, oggi come ieri, per continuare la sua vita, non per ricominciare ad ogni epoca o ad ogni anno accademico». Ma perché orientarsi allo studio della teologia? «Non ci si forma alla teologia per un godimento intellettuale o a titolo di curiosità, la stessa con cui si visitano i monumenti. Il teologo è a totale servizio della comunità. Non esita ad impegnarsi per la difesa e per l’onore della fede». Lo studio porta il teologo a «non essere estremista, a diffidare degli eccessi»; egli «ci tiene a pensare non solamente con la Chiesa, ma nella Chiesa e questo implica una fedeltà profonda, una partecipazione intima. La fedeltà alla Chiesa non si tradurrà mai in durezza, in disprezzo degli altri, in aridità di cuore. L’attaccamento alle verità della fede non sopprime in lui il dono dell’accoglienza». Infine, mons. Vescovo invita i docenti ad avere una grande cura affinché «non ci sia mai un’idea che a poco a poco prenda il posto di Gesù Cristo» (Intervento al Collegio plenario dei Docenti dell’ISSR interdiocesano “A. Marvelli”, Rimini, 14.9.2020).
«Polmonite interstiziale: processo infiammatorio del tessuto connettivo che riveste gli alveoli polmonari. L’alveolo polmonare è il luogo dello scambio di gas tra l’organismo e l’ambiente, che rende possibile la respirazione». Mons. Andrea parte da una metafora insolita, ma molto pertinente in questo periodo di pandemia, per parlare della “respirazione spirituale” degli esseri umani nel loro rapporto con gli altri e col mondo. «Se non ci sono infezioni, tutto ok. Se ci sono infezioni sono guai!». «Abbiamo constatato – rileva il Vescovo – come, in questi giorni dominati dal dramma del contagio e dal contagio del dramma, ci siano stati due estremi. Da una parte il congedo solitario di una generazione di persone anziane; dall’altra si è constatato come gli esseri umani siano capaci di replicare all’eccesso di male con un eccesso di bene, che si è tradotto nella dedizione e nella cura, spinte fino al dono di sé!». Riprendendo l’analogia con la respirazione umana, ravvisa il pericolo che «il contagio globale dell’individualismo trasmetta l’attaccamento ai propri egoismi anche negli “alveoli” dove avviene lo scambio tra pubblico e privato, tra noi e gli altri». «Non si può essere “globali” nella finanza e non nella fraternità, nella circolazione delle merci e non nel riconoscimento della dignità, nel profitto e non nel welfare, nella libertà e non nella giustizia. Se siamo autonomi lo siamo non per essere soli, ma per ampliare in estensione ed in profondità le nostre capacità relazionali (autonomia e corresponsabilità)». Ciascuno ha il compito di «allungare le frontiere della responsabilità e liberare le risorse dell’amore scambievole». Rinnoviamo tutti questo «patto di fraternità» (Intervento alla Cerimonia di inaugurazione dell’opera commemorativa per l’emergenza Covid-19, Borgo Maggiore RSM, 8.9.2020).

Paola Galvani, ottobre 2020

“Forti richiami del Vescovo”

Laici e donne nelle nostre comunità
Nel cuore dell’estate la Diocesi festeggia uno dei due santi patroni e fondatori, san Leone, lo scalpellino di Arbe. In quella che è stata la prima “uscita” diocesana dopo il lockdown (anche se con le dovute precauzioni), il Vescovo Andrea propone una riflessione sulla santità a partire da alcune celebri citazioni: «Al mondo c’è una sola tristezza: quella di non essere santi» (Léon Bloy); «Il miglior modo di onorare i santi è quello di imitarli» (Erasmo da Rotterdam); comunque «ci sono molti più santi che nicchie…» (Honoré de Balzac). Una spirale che arriva a coinvolgere tutti: «Oggi, noi peccatori – osa mons. Vescovo – abbiamo l’occasione di una grande riscossa nel riproporci la santità». E la santità che cos’è in fondo? «Corrispondere alla grazia battesimale», risponde con semplicità. «Lasciamoci sorprendere – continua – dalla bellezza della vocazione alla santità. Diceva san Paolo ai cristiani di Corinto: “Non vi sono tra voi molti sapienti, non molti potenti, non molti nobili…” (1Cor 1,26). Eppure, il Signore ha chiamato proprio voi». Mons. Vescovo invita a non essere “tiepidi” di fronte al dono della Parola di Dio: «L’abbondanza della Parola di Dio ci travolge, ma non le diamo la possibilità di filtrare attraverso la crosta che abbiamo sull’anima e non ci lasciamo inzuppare, non le permettiamo di essere fradici di lei». «Succede, a partire da me, a partire da noi presbiteri, – esemplifica – d’essere più preoccupati di servire la Parola di Dio con parole forbite, oppure di servirci della Parola di Dio per sdoganare le nostre idee». E che dire dell’altro grande dono per la nostra santità che è l’Eucaristia? «Devo riconoscere che a noi presbiteri succede di passar sopra – confida – anche a quel breve momento di silenzio nel “post Communio”, che è così vivamente raccomandato dalla liturgia, momento personale, che non toglie nulla allo spirito di comunità, al contrario: un popolo intero che cade nel più profondo raccoglimento crea un silenzio assordante». Mons. Andrea incoraggia i laici ad aiutare la comunità, assumendosi la principale delle responsabilità che è «l’animazione delle realtà temporali, in primis la cultura e la politica». Ai sacerdoti è dedicata una parte importante dell’omelia; in particolare chiede di ripensare il loro rapporto con i laici e con le donne nella Chiesa: «È inaudito che vi siano parrocchie nelle quali i Consigli, pastorale e degli affari economici, sono soltanto sulla carta. Inaudito che da parte del presbitero non ci siano fiducia e affidamento di compiti ai laici, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nel canto, ecc. Particolarmente odioso è l’atteggiamento di poca considerazione verso le donne, a volte persino di esclusione». C’è spazio anche per qualche stimolo – se necessario – di correzione fraterna: «Quando sbuffiamo per la stanchezza, pensiamo alle mamme che non hanno mai un momento di quiete per sé; quando ci lamentiamo per la strada da fare per arrivare in centro diocesi, pensiamo ai parrocchiani che ogni giorno fanno chilometri per andare al lavoro, d’estate e d’inverno…». Infine, rivolge ai sacerdoti questo appello e questa preghiera: «Ribadisco l’utilità e la necessità di ascoltare i laici; anzitutto dare loro tutta la nostra considerazione, ma non “per gentile concessione”. Che il Signore continui a metterci accanto sorelle e fratelli che ci dicano la verità e ci aiutino a migliorare e che noi riusciamo ad accogliere tutto questo senza permalosità, senza puntigli, senza meschinità, ma con fiducia e con cuore aperto. Non è solo utile e necessario, ma bello: è l’esperienza della nostra fraternità» (Omelia nella Solennità di San Leo, San Leo, 1.8.2020).
Durante l’estate la liturgia ci ha consegnato, una ad una, le parabole del Regno di Dio, preziosa occasione per cambiare il nostro sguardo sul mondo. Che cos’è il Regno di Dio? Mons. Vescovo svela subito che «il Regno di Dio non è una cosa, è “qualcuno”: è Gesù!». «Il Regno – prosegue – è una realtà con un valore assoluto, tanto che lo si può paragonare ad un tesoro nascosto in un campo o ad una perla preziosa». «Per quel tesoro nascosto sottoterra si prende tutto quello che c’è sul campo. Proprio come nelle nostre giornate… Le iniziamo con un rapporto profondo col nostro tesoro che è Gesù, pertanto prendiamo con fiducia tutto quello che capiterà di bello, di noioso, di difficile, comprese le amarezze». Mons. Andrea accompagna nella meditazione ad un ulteriore passo: «Nelle sacre scritture troviamo scritto che anche il Signore ha il suo tesoro, la sua perla: siamo noi (cfr. Is 43,1-8)! Per noi ha dato tutto (cfr. Fil 2,6-11), per noi il Signore perde tutto e da ricco che è si fa povero, per arricchirci con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9)» (Omelia nella XVII domenica del Tempo Ordinario, Sassofeltrio, 26.7.2020).
Non si può che essere stupiti davanti a questo! Durante la festa di san Lorenzo, celebrata a Belforte all’Isauro, il Vescovo invita ad un altro passaggio. Ogni fratello ed ogni sorella che ci sono accanto sono “affare di Dio”, “tesoro” del Signore: «Proviamo a pensare alle persone con cui è più difficile relazionarsi, alle persone che “a pelle” ci sono antipatiche… Consideriamo come Dio le ama, superando l’ostacolo più grande che sono i pregiudizi, che vengono dalla diversità della razza, della cultura, della politica e della religione». E conclude: «san Lorenzo, quando gli fu chiesto di consegnare i tesori e le ricchezze della Chiesa, secondo la tradizione, mostrò i poveri: ecco il tesoro della Chiesa!». Dunque: «il Regno di Dio è il nostro tesoro; noi siamo il tesoro di Dio; i poveri, gli ammalati, i bisognosi… sono il tesoro della Chiesa» (Omelia nella festa di San Lorenzo, Belforte all’Isauro, 10.8.2020).

Paola Galvani, settembre 2020