Vita della Diocesi

Questo è il Paradiso: essere “con” ed essere “per” Gesù

Il cristiano nel mondo “fa speranza”

«Cristiano, ci sei? Questi giorni oscuri e di sangue hanno bisogno di te». Con queste parole il Vescovo Andrea inizia il suo messaggio per la Pasqua. «A volte – osserva – vivere da cristiani autentici resta al livello dei buoni propositi, anziché commisurarsi alla realtà, alle relazioni, agli avvenimenti». Non si può non notare «lo smarrimento della fede, il distacco della fede dalla vita e l’indifferenza». Sono «belli i canti che hanno cominciato a risuonare nelle nostre chiese dopo mesi e mesi di silenzi, ma più bella ancora la testimonianza del cristiano che non scappa dalla complessità del presente: in una corsia di ospedale, dai banchi di una scuola, dal laboratorio di un’azienda “fa speranza”!». Allora, ribadisce: «Cristiano, che tu sia consapevole o meno, che tu ti senta peccatore o meno, con la tua sola presenza sei nel mondo portatore di speranza». Come compiere questa missione? «C’è tanto Vangelo vissuto attorno a noi – fa notare mons. Andrea – mettiamolo in evidenza: la missione è vedere Dio all’opera» (Messaggio per la Pasqua).
Nei racconti pasquali ci aspetteremmo che Gesù desse informazioni sull’aldilà, visto che «sull’oltre la fantasia e l’intuito dei poeti si sono sbizzarriti; sull’immortalità dell’anima hanno indagato e scritto i filosofi ed i sapienti». Ebbene, «Gesù Risorto non va a raggiungerli nei loro areopaghi, non va neppure a prendersi la rivincita col sinedrio e i capi del popolo…». Che cosa gli sta a cuore? «Più di tutto – sottolinea il Vescovo – gli sta a cuore incontrare gli amici, ristabilire relazioni, riavviare rapporti». Infatti, «compie gesti concreti: viene di persona, si ferma nel mezzo, saluta, parla, mostra le ferite, si fa toccare…». Addirittura, nell’incontro con l’apostolo Tommaso, «vuole che dita e mano entrino a contatto con l’umidità delle sue piaghe…». «Dal contesto comprendiamo – precisa – che non sono esibite come rimprovero, per dire “che cosa mi avete fatto!”, ma come vertice a cui è arrivato l’amore» (Omelia nella II domenica di Pasqua, Pennabilli, 24.4.2022).
Su quello che sarà il “paradiso” Gesù dà un’unica indicazione al “buon ladrone” sulla croce accanto a lui, che, «con preghiera umile, gli chiede di ricordarsi di lui allorché ritornerà nella sua regalità, in tutto lo splendore e la potenza». «Oggi sarai con me», risponde Gesù. Mons. Andrea spiega che nella lingua in cui è scritto il Vangelo la preposizione semplice “con” può essere detta mediante due preposizioni diverse. «L’evangelista Luca sceglie la preposizione che ha una sfumatura più dinamica: “in” e “per” me, ad indicare una relazione, non una semplice “compagnia”, quasi una compenetrazione». «Quel ladrone – conclude – è il primo che entra in paradiso. Paradiso: essere “con” ed essere “in” e “per” Gesù» (Omelia nella Domenica delle Palme, Pennabilli, 10.4.2022).
In occasione della Messa crismale il Vescovo invita i sacerdoti a vivere, con la vicinanza del Signore, altre tre “vicinanze”. La vicinanza al vescovo. «Il vescovo, chiunque egli sia, rimane per ogni presbitero e per ogni Chiesa particolare, un legame che aiuta a discernere la volontà di Dio». «Ma anche il vescovo – aggiunge – deve mettersi in ascolto della realtà dei suoi presbiteri, dei suoi diaconi e del popolo santo di Dio, che gli sono affidati». A partire dalla comunione sacramentale col vescovo si apre la vicinanza fra i sacerdoti. «Impariamo la pazienza – esorta –, suo contrario è l’indifferenza. Cresciamo nella benevolenza: giovani e anziani, ognuno con le proprie caratteristiche, capaci di gioire del bene che c’è nell’altro, il contrario dell’invidia. Non dobbiamo permettere che si creda che l’amore fraterno sia un’utopia, tanto meno un luogo comune. Tutti sappiamo quanto può essere difficile vivere in comunità o nel presbiterio. Eppure, l’amore fraterno è la grande profezia in questa società». Il Vescovo richiama, inoltre, la necessità di valorizzare le occasioni istituzionali di incontro, da «rivitalizzare, preparare, curare» per evitare «il paradosso di non conoscerci neppure, mentre siamo ingaggiati nella stessa squadra». La vicinanza al popolo, «per ciascuno di noi prima che un dovere, una grazia». «Il popolo di Dio non pretende imprenditori della pastorale, impeccabili funzionari, ma un fratello che sprema dal tesoro del suo cuore parole di Vangelo». Un’esperienza di vicinanza col vescovo, fra i presbiteri e col popolo è il Cammino Sinodale. «Si cammina insieme docili allo Spirito – precisa mons. Andrea –; si offrono esperienze, ispirazioni, propositi e i pastori accoglieranno tutto come un dono, frutto di un lavoro vissuto in spirito di serenità e di libertà». «Laici e pastori in dialogo e più vicini: unico Popolo di Dio!». Commentando il cammino percorso sin qui, il Vescovo lo definisce come «un “lavoro orante”». «Nella preghiera costante allo Spirito Santo – fa notare – abbiamo vivificato il metodo fatto di ascolto, risonanze, raccolta di criticità e… perle». Alla domanda se il Cammino Sinodale sia ormai concluso, precisa che «a questa fase del cammino – detta anche “narrativa” – ne seguirà una successiva di studio e discernimento con l’indicazione di priorità per la vita e la missione della Chiesa» (Omelia nella S. Messa crismale, Pennabilli, 14.4.2022). Il cammino continua…

Paola Galvani, maggio 2022

 

 

«Il sorriso di chi vede il giorno di Gesù»

Non stancarsi di pregare… anzi pregare fino a stancarsi!

«Da una parte un gruppo di cristiani che chiedono la scomunica “di chi vuole la guerra in Ucraina e uccide anche i bambini, come Erode” (richiesta inviata al Vescovo tramite e-mail, ndr) e dall’altra il Papa che risponde con l’invito ad un atto di consacrazione e di affidamento per l’uno e per l’altro paese». Il Vescovo Andrea si sofferma su questo contrasto, «forse solo un dettaglio nell’immane tragedia della guerra», durante la S. Messa celebrata in unità con il Santo Padre e con tutte le Diocesi del mondo nella Cattedrale di Pennabilli. «Il Papa – spiega il Vescovo – guarda questa guerra come Abramo che, davanti alle due città inique, Sodoma e Gomorra, prega: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”». «In quel “forse” che Abramo adopera per ben sei volte – commenta – c’è tutta la fiducia di Abramo credente, ma anche tutta l’audacia di Abramo amico di Dio». «Nella tenacia della sua insistente intercessione – prosegue – c’è il sorriso di chi vede il giorno di Gesù, il solo giusto, grazie al quale l’umanità è salvata dalle sue ingiustizie». Di fronte al male della guerra, non solo quella tra Russia e Ucraina, mons. Andrea mostra «un’altra via: la via della responsabilità umana per il male che c’è nel mondo». «E responsabilità chiede conversione» (Omelia nella S. Messa con la consacrazione della Russia e dell’Ucraina, Pennabilli, 25.3.2022).
Il Vescovo invita a guardare il Crocifisso: «Gesù, fedele fino in fondo», esorta «a non stancarsi di pregare, anzi a pregare fino a stancarsi» e incoraggia a «creare un sociale diverso», cominciando con l’essere artigiani della pace: «L’artigiano ha cura dei particolari, è perseverante». Poi, a fare la pace: «Lanciare messaggi positivi, di riconciliazione, alle persone con le quali siamo in difficoltà». Infine, ad essere persone di pace: «Essere persone pacificate, che sanno vivere bene i conflitti; persone che comunicano speranza perché l’hanno dentro» (Omelia nella I domenica di Quaresima, Novafeltria, 6.3.2022).
Ogni passaggio difficile e faticoso della nostra esistenza, ogni “crisi”, «può indicare qualcosa di positivo, una presa di coscienza, voglia di cambiamento, superamento di ostacoli». È ciò che affiora nel Vangelo della Trasfigurazione: «È proprio mentre Gesù sta vivendo la crisi – proseguire il cammino verso la croce o dire “cari amici mi sono sbagliato”? – che accade la Trasfigurazione. Come a dire: non aspettare, non è dopo che, in modo consolatorio, vedrai la luce. Prova a vedere adesso in te la luce che il Signore ti dà e che dà senso anche al tuo quotidiano donarti per la missione che il Signore ti ha affidato». E aggiunge: «Sono contento di vedere, negli incontri sinodali a cui partecipo, come le persone raccontano quello che Dio fa nella loro esistenza: la Trasfigurazione è adesso!». Il monte della Trasfigurazione è di nuovo occasione per parlare della preghiera: «A volte la nostra preghiera – confida mons. Andrea – è piena di consolazione, altre volte è nella prova: “Sto veramente parlando con te, Signore?”». «Sul monte della preghiera avviene un incontro con Dio Padre. Si avverte la sua presenza per quella “voce”, che è il vertice del racconto: “Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!”». Poi, «sul monte si vive l’incontro con sé stessi. La preghiera rivela quello che sei, perché non hai bisogno di fingere, di mascherarti: Dio ti vede e tu devi arrenderti e saperti amato». Infine, «nella preghiera c’è l’incontro con gli altri. La preghiera vera, autentica, è sempre uno spazio colmo di presenze, di volti, di amicizie. Chi prega non è solo. Permettiamo l’invadenza dei ricordi e delle persone: renderanno la preghiera più fervorosa; assomiglierà alla preghiera di Gesù, una triangolazione tra lui, il Padre e quelli che il Padre gli ha dato» (Omelia nella II domenica di Quaresima, Uffogliano, 12.3.2022).
La prima a vivere la preghiera di intercessione è la Madre di Dio, «madre dell’umanità, colei che è sorella e madre. Lei, per divino disegno, è collocata fra l’umanità e Dio: intercede». Il Vescovo invita i sacerdoti ad «arricchirsi della dimensione mariana».  «Essere mariani – precisa – è imparare a ricollocarsi nella trama delle relazioni ecclesiali: fratello tra fratelli e sorelle, a scendere dal piedistallo che a volte ci allontana (presi tra gli uomini per essere costituiti per le cose che riguardano Dio, ma non “uomini del sacro”), a vivere il ministero come servizio (a servizio del sacerdozio regale) sul modello della lavanda dei piedi (cfr. Gv 13,1-17), ad integrare gli atti del ministero nella vita spirituale, dentro non dopo!». «Al prete – fa notare – è affidata la più autorevole delle parole di Gesù: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, ma sono parole che contemplano il timbro corale della comunità, l’”Amen”!». E conclude con l’auspicio: «No all’individualismo, ma sempre più in comunione col presbiterio e col vescovo. Triplice il munus – Maria accanto all’apostolo ce lo ricorda –, non solo quello cultuale, ma egualmente quello profetico e quello missionario» (Omelia nel Venerdì Bello, Pennabilli, 18.3.2022).

Paola Galvani, aprile 2022

 

 

Lo Spirito Santo: “sconosciuto… ma non estraneo”

Per ascoltare occorre il silenzio

Dice il Salmo: «Questo povero grida, il Signore lo ascolta» (Sal 34,18), «ma nei Vangeli – fa notare il Vescovo Andrea – c’è un di più di prossimità: il povero grida e il Signore lo guarda, lo prende per mano». «Siamo così introdotti – prosegue mons. Andrea – nel mondo della sanità», caratterizzato dall’esperienza della «sofferenza umana che prende la forma della malattia» e da quella «dell’amore umano che prende la forma della cura verso chi è infermo: il mondo della malattia invoca senza sosta il mondo dell’amore». L’esigenza, umana e cristiana, «dell’incontro fra la sofferenza e l’amore, ha assunto nel corso dei secoli forme istituzionali, in cui la Chiesa è stata la protagonista nell’invenzione degli ospedali, e forme professionali, a motivo del loro contenuto profondamente umano ed evangelico, per cui siamo portati a configurarle come missione (medici, infermieri, ricercatori, farmacisti, personale che organizza la sanità, politici). È indubbio – aggiunge – che dentro a questa tradizione umana il Vangelo ha introdotto una visione della dignità umana assolutamente nuova, cioè il valore della persona umana indipendentemente da quello che ha, dai titoli di studio raggiunti, persona umana che è un unicum, un figlio di Dio». Questa è la causa delle riserve espresse dalla Chiesa ogni volta che «i criteri della pratica sanitaria e della politica sanitaria non sono principalmente centrati sulla persona, ma sui bilanci e sulle convenienze, oppure su principi basati sull’età, le condizioni e la provenienza del malato».
Commentando l’episodio del sordomuto proposto dalla liturgia dell’11 febbraio, il Vescovo osserva che «non sappiamo quali parole siano corse fra lui e Gesù. I silenzi del Vangelo sono per noi, perché li possiamo riempire con la nostra storia, con le situazioni di sofferenza, nostre e dei nostri cari, e con le nostre parole». Inoltre, sottolinea che «il Signore agisce con dolcezza, poco a poco; purtroppo, per condizione umana, siamo portati ad essere sordi spiritualmente». «C’è una creatura, una donna, che sa ascoltare perfettamente: è Maria. La Parola la penetra così intimamente e il soffio divino prende dimora così pienamente in lei al punto che dà la carne alla Parola del Padre» (Omelia nella S. Messa per la Giornata Mondiale del Malato, Valdragone RSM, 11.2.2022).
Il Vescovo tratta il tema dell’ascolto anche nell’incontro con i giornalisti nella Festa di San Francesco di Sales, loro patrono. «L’ascolto non può essere solamente la registrazione di un contenuto. Il percorso dall’udito al cuore è di pochi centimetri, ma in realtà è piuttosto accidentato, richiede molte virtù. Per ascoltare occorre il silenzio, non preparare la risposta mentre l’altro parla, serve l’empatia». «Ascoltare fino in fondo non vuol dire fino a quando non si è esaurita la pazienza, ma significa ascoltare fino al fondo del vissuto dell’altro, di quello che ha dentro» (Incontro con i giornalisti per la Festa di San Francesco di Sales, Murata RSM, 24.1.2022).
Nella Festa della Presentazione di Gesù al Tempio il Vescovo si sofferma sulle figure di Simeone e Anna, «anziani a cui l’attesa non ha invecchiato il cuore». «È lo Spirito Santo – prosegue – che li rende attenti a percepire il nuovo, a cogliere la presenza del Signore che viene «in quel cucciolo d’uomo che prende possesso del suo Tempio». Cosa dobbiamo fare per convivere con lo Spirito Santo? «Simeone ed Anna ci insegnano innanzitutto ad ascoltare la sua voce dentro di noi. Prima delle preghiere, chiediamo che lui ci introduca, ci faccia varcare quella soglia. Invochiamolo di frequente durante la nostra giornata. Manteniamo dentro di noi una conversazione con lui». «Dello Spirito – conclude – si va dicendo che è il grande sconosciuto, per la nostra ignoranza, però non si dica che è estraneo. Lo Spirito non ci lascia nell’oscurità, ma ci guida verso la luce interiore dove si può incontrare Gesù» (Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al Tempio, Valdragone RSM, 2.2.2022).
Nel Vangelo delle beatitudini il Signore «si felicita con i poveri, gli afflitti, gli affamati, i perseguitati», quelli che noi, «con gli occhi mondani, reputiamo sfortunati». Le beatitudini «parlano di Dio e parlano di noi»: «ci dicono come il Signore opera e trasforma» e «ci mettono di fronte ad una scelta: possiamo decidere di essere beati o di essere nei “guai”! Beati, se accettiamo di fidarci di lui; guai a noi, se gli voltiamo le spalle, imprechiamo contro la sorte, ci lamentiamo». Mons. Andrea invita ciascuno a vivere le parole del Vangelo in questo modo: «Ogni volta che mi troverò di fronte ad una situazione che mi mette in crisi, alzerò lo sguardo, mi ricorderò del Signore e dirò: “Signore, ti incontro in questo dolore, in questa fatica”». E conclude: «Vivere fatiche e dolori con Gesù li trasforma in una risorsa» (Omelia nella VI domenica del Tempo Ordinario, Savignano Montetassi PU, 13.2.2022).

Paola Galvani, marzo 2022

“Un’àncora gettata in cielo”

Non solo Covid: una Chiesa in rinnovamento al soffio dello Spirito

Viene da perdersi d’animo. Anche quest’inverno 2021/22 è caratterizzato dal Covid-19. In questo tempo di pandemia chi crede, chi è in ricerca e anche chi si dichiara non credente fa appello a tutte le risorse che trova, dentro e fuori di sé, per avere fiducia e coltivare speranza. Come si pone un cristiano davanti all’attuale situazione? «In Cristo Gesù – rassicura il Vescovo Andrea – Dio ha stabilito di essere per noi, totalmente e per sempre. La fiducia cristiana è fondata e radicata in questa realtà, non in un mero sentimento o in una volontà di ottimismo dell’uomo». Un messaggio per tutti: «Chi viene a me, io non lo respingerò», dice Gesù. «Stupende parole – commenta il Vescovo –; mai Gesù ha respinto qualcuno – la cacciata dei venditori dal tempio era un gesto simbolico – né mai lo farà». E aggiunge questa sottolineatura: «C’è di più in questa attitudine di accoglienza e di amore universale: Gesù è all’unisono col volere del Padre nel non voler perdere alcuno di quanti il Padre gli ha donato». Dunque, «questa è la salda roccia sulla quale costruire la nostra casa, la nostra vita, la nostra fiducia, al di là della nostra fragilità, del nostro limite, perfino del nostro peccato». Anche di fronte alla morte – a cui la pandemia richiama costantemente con i suoi numeri che riecheggiano ogni giorno nei telegiornali e nelle nostre menti – «Gesù oggi ci ripete il desiderio del Padre: dare pienezza di vita». «Questa è una speranza immensa – osserva –fondata sulla promessa di Gesù: un’àncora gettata in Cielo. […] La morte ci spoglia di tutto, ma è esodo e Pasqua verso la vita». Mons. Andrea consegna una prospettiva di speranza anche a chi ha perso i propri cari: «Chi ha raggiunto la Casa del Padre ormai è davanti a noi, come testimone del mondo che verrà, come la sentinella di cui scrive il profeta Isaia.  Ci precede e crediamo che un giorno saremo riuniti in Cristo per aver parte alla sua resurrezione» (Omelia nella S.Messa in suffragio di Astrid Séverine Kabanga, Dogana RSM, 8.1.2022).
Chi potesse passare, anche solo per qualche momento, tra le comunità parrocchiali, religiose e associative in questi primi mesi dell’anno incontrerebbe una “Chiesa in ginocchio”. In ginocchio perché ha davanti a sé «tante difficoltà, tante prove, a cui a volte non sa come rispondere». In ginocchio soprattutto per ascoltare e invocare “il vero protagonista”: «Spirito di Dio dacci luce, donaci suggerimenti!». In ginocchio davanti alla «terra santa» che è ogni fratello. «Mettersi veramente in ascolto – confida mons. Andrea – è “devastante”, perché richiede la capacità di fare spazio dentro di sé. Poi ci si accorge che arricchisce. La virtù dell’ascolto non è una tattica da utilizzare, ma un modo di essere» (Omelia nella S.Messa di fine anno, Pennabilli, 31.12.2021). È tempo di Sinodo, non solo per i vescovi o per gli “addetti ai lavori”, ma per tutti. Il Sinodo «non è un parlamento, con maggioranze e minoranze, in cui ha ragione chi grida più forte, semmai un Cenacolo; la morale non può essere stabilita per alzata di mano, la fede non può essere “secondo me”…». «Non adottiamo la democrazia – precisa – come sistema di vita della Chiesa: la Chiesa è una fraternità». Il Sinodo è «un momento di grande spiritualità, dove tutti invochiamo lo Spirito Santo e chiediamo che ci parli. E, come diceva san Benedetto da Norcia, può essere che lo Spirito parli anche attraverso il più piccolo». Ufficialmente siamo entrati in Sinodo il 17 ottobre scorso, ma alcuni mesi sono stati dedicati per lo più alla preparazione. A qualcuno è parso che il compito del sacerdote come guida della comunità potesse in qualche modo venir meno. «No, anzi – replica mons. Andrea – chi ha il carisma del discernimento è facilitato dalla sinodalità, perché si trova davanti persone che partecipano. Si crea veramente un confronto e allora viene ancora più in evidenza il ruolo della guida». Dopo le festività natalizie sono partiti in Diocesi molti “Gruppi Sinodali”. È in atto anche un vero e proprio “censimento” da cui si potrà tracciare una mappa della sinodalità vissuta: «In realtà – precisa il Vescovo – come Diocesi siamo avanti, perché già da qualche anno avevamo cominciato a vivere la sinodalità, cioè il “camminare insieme”, il mettersi in ascolto». Il Programma pastorale diocesano è un frutto concreto del “camminare insieme” e sentirsi “Diocesi”. «Il “sì” al Signore è personale – osserva – ognuno di noi lo dice nel suo cuore, ma è bello quando questo “sì” diventa corale, quando c’è tutta una comunità che cerca di muoversi insieme. Dobbiamo essere testimoni di comunione in mezzo al mondo. Questo è il cuore stesso della missione». I Gruppi Sinodali avranno tempo di lavorare fino alla fine di marzo, ma «la loro esperienza deve diventare paradigma di tutti i nostri modi di incontrarci». «Fino ad ora – confida mons. Andrea – facevo così: mi veniva un’idea, ne parlavo con i collaboratori e ci pregavo su. Si tratta di fare esattamente il contrario: partire dalla preghiera, mettersi in atteggiamento di disponibilità, di libertà, eliminare i pregiudizi; ascoltare le persone; raccogliere le idee e decidere» (Incontro con i responsabili delle aggregazioni ecclesiali, 17.12.2021). Una piramide che si rovescia!

Paola Galvani, febbraio 2022

 

“La luce del Natale ricostruisce le nostre rovine!”

Il mistero parla. Il mistero ci interpella. Il mistero ha un “io”

«Siamo dolcemente invitati a riaprire i conti col mistero di Dio e col mistero dell’uomo». Con queste parole il Vescovo Andrea, nell’editoriale di dicembre, esortava i lettori a porsi davanti al mistero di Dio, che «nell’esperienza umana sulla terra non sarà mai pienamente posseduto». «Il fatto più eclatante – segnalava – è che questo mistero si rivolge a noi. Il mistero parla. Il mistero ci interpella. Il mistero ha un “io”». Il Vescovo mette a confronto la nascita di Gesù a Betlemme, in un giorno preciso della storia, alla nascita di ogni uomo: «C’è un racconto che sottostà a tutti i racconti della nostra vita: è il racconto della nostra nascita, un racconto che ci viene dato da coloro che ci hanno accolto, chiamato per nome e coperto di baci». «Di tale racconto – osserva – abbiamo bisogno per conoscere la nostra identità, tant’è vero che, chi non l’ha avuto, ne soffre; chi non sa nulla dei propri genitori li cerca instancabilmente, avvertendo la necessità di sentirsi persona, fin dall’inizio, chiamata per nome». Dunque, nel Natale di Gesù il nostro Natale. Inoltre, «la gioia per un bimbo che nasce a Betlemme – fa notare mons. Andrea – richiama nel Prologo del Vangelo di Giovanni la gioia e lo stupore per ciò che nasce e che è nato all’origine del mondo». «Tutto ciò che è nato ed ha cominciato ad esistere – prosegue – è da vedere nella luce del Natale: il Verbo incarnandosi viene a riprendersi ciò che è suo per rinnovarlo!». Si può dire che, mentre il Natale di Betlemme fa vivere il compleanno di Gesù, il Prologo di Giovanni presenta il compleanno del mondo, «la sua natura di mondo “sensato”, perché dovuto a colui che è il Logos, il Verbo di Dio». Da questo parallelo si può dedurre che «se partiamo da Gesù Figlio di Dio, le nostre vicende umane non sono né piccole né inutili, i nostri affanni non sono un sospiro vano, dal momento che se ne è fatto carico nascendo a Betlemme». Ma il Natale, «oltre ad essere un compleanno storico, oltre a richiamare un evento cosmico, è insieme incomparabilmente intimo e personale: Gesù si fa presente ad ogni istante della nostra concreta realtà quotidiana. Il Signore viene e sta sempre di nuovo per venire in chi lo attende e lo accoglie».
Con stupore il profeta Isaia esclama: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme» (Is 52,9). «Come mai – domanda mons. Vescovo – il profeta pensa che le rovine possano prorompere di gioia, quelle rovine che vediamo in noi e attorno a noi, le rovine che umiliano, le rovine del senso della vita che molte persone hanno perduto e non ritrovano, le rovine interiori dell’angoscia, della paura, della diffidenza, della tristezza?». E conclude così: «La luce del Natale ricostruisce le nostre rovine!» (Meditazione teologica sul Natale, Rimini, Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli”, 16.12.2021).
Alla Veglia per la Vita nascente, il Vescovo, commentando ancora il Prologo del Vangelo di Giovanni, sottolinea che «la nostra è una vita da, perché ricevuta, una vita con, perché proiettata nella relazione ed è una vita per, da giocare per costruire, creare, progettare». «La vita – aggiunge – non ha valore, perché la vita è un valore, perché è unica e irripetibile, insostituibile e non surrogabile» (Discorso alla Veglia per la Vita nascente, Dogana RSM, 29.11.2021).
Del valore della vita il Vescovo Andrea ha parlato anche in occasione dell’incontro con il personale sanitario e con la cittadinanza nella festa di San Luca, patrono degli operatori sanitari (posticipato al 1° dicembre), una “tavola rotonda” «ad indicare la confluenza delle diverse competenze e della complementarità dei modi di prendersi cura attorno all’unico soggetto: la persona umana. Ci sono amministratori che lavorano per il bene comune, c’è il sacerdote che testimonia come la persona sia “una”, cioè unità di corpo e anima, c’è il personale medico, infermieristico e volontario che si china quotidianamente sul malato, c’è il bioeticista che aiuta nella riflessione». In apertura dell’incontro mons. Vescovo legge la pagina di Vangelo in cui Gesù risana molte persone segnate dalla malattia. «Qualche volta – osserva – Gesù si arrabbia col male; qualche volta si commuove per la persona ferita». Le guarigioni compiute da Gesù «non sono semplicemente o solamente dettate dalla bontà e dalla compassione, ma sono un segno della regalità di Dio, del mondo rinnovato. Dio non vuole il male. Dio non chiede la rassegnazione. La malattia e il male sono un segno del peccato che è entrato nel mondo e che si deve contrastare». Pertanto, mons. Andrea esorta a «dire “no” al fatalismo, “sì” alla ricerca, allo studio, alla cura di chi è malato, a testimoniare coi fatti che non esistono vite indegne o da scartare perché non rispondono al criterio dell’utile o alle esigenze del profitto». «Perché la cura senza scienza – afferma citando le parole di papa Francesco ai membri della Biomedical University Foundation – è vana, come la scienza senza cura è sterile» (Discorso alla Tavola Rotonda per la Giornata degli operatori sanitari, Novafeltria, 1° dicembre 2021).

Paola Galvani, gennaio 2022