Vita della Diocesi

“Essere dono”

Uguaglianza nella dignità, diversità nel dono

Siamo abituati a sentir parlare della Festa della Donna per il ricordo delle conquiste sociali, economiche e politiche a vantaggio della donna oppure per festeggiamenti, ristoranti presi d’assalto (prima della pandemia…), attività ricreative… Da alcuni anni in Diocesi, il gruppo di persone che collabora con il Vescovo per la Pastorale Sociale e del Lavoro, anima la riflessione e la preghiera per questa Giornata. La dignità della donna è ferita in molte parti del mondo e anche le cronache nazionali riportano spesso all’attenzione efferati femminicidi e abusi. Proprio dall’immagine di uno di questi il Vescovo Andrea ha iniziato la sua meditazione: «A Bondeno di Ferrara (mio comune di origine), qualche settimana fa, una donna è stata uccisa dal suo ex marito. Ho presentissima la casa giù dall’argine che i telegiornali di tutta Italia hanno ripreso. A fianco c’è il “Boicelli”, un ramo del Cavo Napoleonico dove andavo a pescare. Dunque, un fatto accaduto a “casa mia”». Una seconda immagine, molto suggestiva, che mons. Vescovo ha citato, è quella di suor Ann Nu Thawng che, in Myanmar, in ginocchio, prega davanti alla polizia schierata contro i giovani manifestanti. Di fronte a queste immagini il Vescovo si è posto in preghiera come uomo, come sacerdote e come vescovo. «Come uomo – confida – la mia preghiera si fa implorazione di perdono al Signore per tutti gli atteggiamenti maschilisti o addirittura clericali». Poi, come sacerdote, eleva «quella della lode, del ringraziamento». Ne spiega il motivo: «Nella mia esperienza sacerdotale ho visto quanto determinante sia stata la presenza delle donne: suore, catechiste, insegnanti di religione, animatrici parrocchiali, membri dei Consigli…». Infine, come vescovo, la sua preghiera si riassume in un: «Eccomi», per dire tutta la sua disponibilità a fare in modo che nei programmi pastorali ci sia sempre più il contributo, la presenza, la genialità delle donne. «Voglio essere un vescovo che va a scuola dal genio femminile!», conclude.
Nel corso della riflessione il Vescovo ha evidenziato due tendenze nella società di oggi. Una prima tendenza è quella di una reazione contestatrice «al fatto che alla donna è stato assegnato un ruolo passivo, subordinato e dipendente». Qui segnala anche un pericolo: l’idea che «la valorizzazione della donna passi necessariamente per una sua “elevazione” allo stato maschile». «Strano femminismo – commenta –: per affermare la dignità del femminile, trovarsi a dover scimmiottare il maschile!».
Una seconda tendenza si prefigge di cancellare in radice la differenza fra uomo e donna: in essa ogni persona «deve emanciparsi dai condizionamenti biologici e culturali e scegliere a suo gradimento come modellare e costituire se stessa». Mons. Andrea propone una strada che «non stia nella esasperazione né di una uguaglianza senza differenza, né di una differenza senza uguaglianza. La prospettiva è quella di saper tenere insieme questi due poli: uguaglianza nella dignità, diversità nel dono». Spiega, poi, che la strada per una valorizzazione della ricchezza del maschile e del femminile «non è l’autosufficienza o l’antagonismo, ma l’apertura e la ricerca della relazione con l’altro, a me simile e differente». La logica del dono.
Il Vescovo conclude soffermandosi su un aspetto della femminilità: la generatività. «Anche fisicamente la donna è strutturata secondo la modalità dell’accoglienza e del dono. Sa fare spazio in se stessa a ciò che è invisibile. Dialoga silenziosamente per nove mesi con una presenza nascosta dentro di lei. Sa amare di un amore totale, consapevole che il dono di sé all’altro che porta in grembo richiede la pazienza, il sacrificio della gravidanza, il dolore del parto e poi di lasciarlo andare perché faccia la sua strada». «La generatività trova la sua prima espressione nella maternità biologica – precisa –, ma in realtà si dilata e abbraccia tutto l’agire femminile: nello spendersi nei rapporti con gli altri, soprattutto a favore dei più deboli e indifesi e nell’impegno educativo, la donna realizza una forma di maternità affettiva, culturale, spirituale, di un valore inestimabile, sia per lei che per la società» (Discorso nella Giornata Internazionale della Donna, Borgo Maggiore RSM, 7.3.2021).
Su invito della Conferenza Episcopale Europea ogni nazione, in un giorno della Quaresima, ha celebrato una Messa per le vittime del Covid-19 e le loro famiglie: «Una rete di preghiera, una catena eucaristica, per le oltre 770.000 vittime del Covid-19 in Europa». Il Vescovo Andrea ha celebrato la Messa nella Cattedrale di Pennabilli il 4 marzo scorso.
Nell’omelia ha presentato due opzioni che sono dentro al cuore di ogni uomo: di fronte alla situazione attuale, che tutti condividiamo, siamo chiamati ad una scelta. Le due possibilità del cuore vengono presentate prendendo spunto dalle letture liturgiche. In particolare, nella Prima Lettura sono ben rappresentate da due alberi: l’albero del tamerisco, l’albero delle steppe, che vive in luoghi aridi, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere, esempio dell’«uomo che confida nell’uomo»; l’albero che nasce e cresce lungo i corsi d’acqua, le cui foglie rimangono sempre verdi e che, nell’anno della siccità, non si dà pena e non smette di produrre frutti, esempio dell’uomo che confida nel Signore. «Se crediamo che Dio è amore e che tutto quello che accade è uno stimolo per amare di più, allora sapremo affrontare anche le cose più ardue: siamo davvero una famiglia» (Omelia nella S. Messa per le vittime del Covid-19, Pennabilli, 4.3.2021).

Paola Galvani, aprile 2021

“Credo sulla tua Parola”

Dalla guarigione alla salvezza

24 gennaio 2021: Domenica della Parola. Perché Papa Francesco ha indetto una domenica per celebrare la Parola di Dio? Ogni domenica, in tutte le comunità, si proclama e si medita la Parola di Dio… «Può succedere – constata il Vescovo – che nel nostro cuore, nella nostra vita spirituale, nella nostra pastorale perdiamo il contatto con la Parola di Dio». Va precisato come il recupero della dimensione biblica non sia da pensare «una volta all’anno, ma una volta per tutto l’anno» (AI 8), cioè per una maggiore consapevolezza di che cos’è la Parola di Dio e di quanto sia determinante per la vita delle nostre comunità. «La Parola non è una filosofia – esplicita mons. Andrea – e neppure una religione; la Parola è Dio stesso che agisce in noi e ci rende Chiesa, comunità, famiglia». Poi presenta due diverse prospettive con cui approcciarsi alla Parola. La prospettiva esperienziale di chi «parte dalla vita con le sue interpellanze e le risolve chiedendosi: che cosa dice Gesù a proposito di questo? Cosa dice la Parola di Dio su questa cosa che mi accade? E obbedisce alla Parola». La prospettiva kerygmatica di chi «parte dal testo sacro e prova a declinarlo nelle situazioni di vita. Per far questo legge la Parola di Gesù, dei profeti e dei Salmi, fa tesoro dei brani ascoltati nella celebrazione domenicale, sottolinea una frase in particolare e, durante la settimana, fa l’esercizio di averla presente: la rumina (in senso metaforico), la pensa, cerca di iniziare la giornata alla luce di quella Parola e di viverla». «L’una e l’altra prospettiva – conclude – si basano sulla convinzione che la Parola sia efficace, che abbia una potenza propria, se accolta con fede». E questo è importante! Mons. Vescovo invita a «far nascere in ogni parrocchia un “gruppo della Parola”, sia pure piccolo, ma generativo: un frutto del Programma pastorale di questo e del prossimo anno» (Omelia nella III domenica del Tempo Ordinario, Murata RSM, 24.1.2021).
Non è stata una coincidenza che la Domenica della Parola sia stata incastonata nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) ad indicare «un cammino da perseguire alla luce della Sacra Scrittura». Uno dei momenti culminanti è stato, infatti, quello della preghiera ecumenica celebrata dal Vescovo Andrea, insieme a rappresentanti della Comunità Valdese, ortodossa e cattolica di rito bizantino, nella Basilica del Santo Marino. Un passaggio importante dell’intervento del Vescovo in quella occasione richiama il Concilio Vaticano II: «La divina Rivelazione è Dio che, per la ricchezza del suo amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con loro per invitarli e ammetterli alla comunione con sé (DV 2)». «Per noi – prosegue – leggere le Sacre Scritture non è come leggere un classico, un capolavoro che emoziona ed entusiasma. No. Quando apriamo il libro delle Sacre Scritture è Dio che si intrattiene con ognuno di noi come con un amico. Un Dio amico! Allora dietro le parole, cerchiamo la Parola, il Verbo che “si è fatto carne” (Gv 1,14)» (Discorso durante la Preghiera ecumenica, Basilica del Santo Marino RSM, 25.1.2021).
Qualcuno sostiene che la Chiesa non abbia detto parole significative in questo tempo di pandemia. «Per dire parole nuove, parole vere, bisogna vivere; le parole non si inventano, scaturiscono dalla vita», afferma il Vescovo rivolgendosi ai giornalisti e agli operatori della comunicazione riuniti in occasione della festa di San Francesco di Sales (patrono dei giornalisti). «Quello che ci è chiesto – continua – è la vicinanza alle persone. Occorre trovare parole che diano fiducia. Oltre a denunciare ed evidenziare il male, è importante far vedere tutto il positivo che c’è in questo tempo. È compito di noi comunicatori portare alla luce quello che paradossalmente non fa notizia». E conclude: «Per quello che io sento, le parole nuove nascono dal Vangelo vissuto. […] Il Signore metterà parole giuste sulle nostre labbra, parole che possono toccare, servire, prendersi cura dei fratelli. Sarà accanto a noi nelle nostre delicate responsabilità» (Omelia nella Festa di San Francesco di Sales, Murata RSM, 25.1.2021).
Le parole più significative la Chiesa le pronuncia davanti alle «domande più radicali: “Che è questa vita a cui siamo irresistibilmente attaccati, se poi è destinata a finire, tante volte sul più bello?”». «È frequente nei Vangeli (nei racconti di miracoli fatti da Gesù) – fa notare mons. Andrea – il rincorrersi di due verbi, due verbi diversissimi, anche se noi li prendiamo come sinonimi: “guarire” e “salvare”. Sono due cose diverse: uno può guarire, temporaneamente, ma la salvezza è una cosa più grande, più profonda. La salvezza è essere in comunione sempre con il Signore Gesù».
«Una volta alla Certosa della mia città – racconta – ebbi un’esperienza di grande buio spirituale. Era il mese di luglio e il sole picchiava forte; ero stato chiamato per un rito funebre. C’era un necroforo che stava riesumando i resti di una persona e con una cazzuola da muratore tirava via la terra dal teschio. Mi fermai un attimo a guardare. Dissi a Gesù: “Credo sulla tua Parola di risurrezione, perché tante volte ho fatto esperienza che la tua Parola è vera”». «Se Gesù dice che dobbiamo guardare il paradiso – conclude –, dove saremo con Lui, possiamo fidarci. Chiediamo di essere guariti, ma chiediamo soprattutto la salvezza eterna. Abbiamo una eternità smisurata di gioia e di vita davanti a noi» (Omelia nella festa di San Biagio, Piandimeleto, 3.2.2021).

Paola Galvani, marzo 2021

«Perché tu con me»

La cifra più umana e più divina della fiducia

Alla fine del 2020 un appello era ricorrente sulla stampa e sui social: «Salvare il Natale». Ci siamo riusciti? «Tra le cose che il tempo di pandemia ci insegna – osserva mons. Vescovo – c’è la necessità della preghiera. Siamo tutti in ginocchio, chi per un motivo, chi per un altro, chi per circostanze che lo riguardano personalmente, chi per i propri cari… Abbiamo colto un aspetto nuovo della preghiera: è la preghiera dentro la vita (la preghiera esistenziale), che consiste nel vivere insieme al Signore ogni passo, ogni preoccupazione, ogni “perché?”». «Nel Salmo 23 – che mons. Andrea propone per la meditazione personale –, dopo ventisei parole, prima delle altre ventisei, dunque proprio nel mezzo, c’è la cifra più umana e nel contempo più divina della fiducia: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla… Se cammino in una valle oscura non ho paura, perché tu con me…”». Fa notare: «Perché tu con me: solo tre parole nella lingua ebraica, senza nemmeno il verbo espresso, in modo paratattico. Varie volte nelle Scritture il Signore dice ai suoi amici: “Non temere, perché io sono con te”. Ma una sola volta, proprio in questo Salmo, il credente ardisce ripetere questa dichiarazione dal suo punto di vista: Perché tu con me». Grande e indicibile consolazione! Scendendo nel concreto, il Vescovo invita a farsi portare da questa preghiera esistenziale: «Quante volte nella giornata possiamo dire Perché tu con me: mentre si compiono le azioni quotidiane, mentre si fa la spesa, mentre si fa una telefonata… Come poi nelle grandi ed impegnative circostanze».
Riflettendo sul Natale sottolinea che «il Signore non ha camminato sulla terra di passaggio, come un turista, per poi sistemarsi nei piani alti del Cielo. Non è venuto a sfiorare la nostra carne, sia pure per curarla, come i medici nei reparti Covid, ben protetto dai peccati. Non è venuto per richiamarci al dovere come fa un preside, per richiamarci alla nostra vocazione tante volte tradita. No, si è fatto prossimo totalmente, uno con noi, ed è venuto per… restare». Allora – ha concluso il Vescovo – «è il Natale che salva noi. Anche se il cuore è appesantito e vuoto come una stalla – quella stalla – è proprio lì che Dio chiede di nascere». E azzarda: «“Sei tu il Natale di Dio”. Originalità e audacia del cristianesimo!» (Omelia nella Messa del giorno di Natale, Pennabilli, 25.12.2020).
Nella Solennità dell’Epifania la ricerca dei magi fornisce uno spunto per pensare la missione. Tante sono le divisioni e purtroppo, troppo spesso, le persecuzioni, tra appartenenti a diverse religioni. Mons. Andrea ritiene che «noi cristiani dobbiamo essere i primi a rifiutare l’intolleranza verso le religioni, i primi a rispettarle, a conoscerle in profondità, a batterci anche per il loro diritto ad avere i propri luoghi di culto. Dobbiamo evitare di incolpare tutta una comunità degli eccessi di una minoranza e prendere, anche unilateralmente, iniziative di dialogo, perché l’amore parte per primo». Proseguendo nella riflessione osserva che «le grandi religioni sono scrigni di saggezza, di spiritualità» e, parafrasando il brano di Vangelo, afferma che esse «insegnano l’oro della compassione, del rispetto della vita, della “regola d’oro” («non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te»), l’incenso della meditazione profonda e della preghiera, la mirra del martirio, della fortezza nel dolore, della relatività dei beni terreni».
Rimane la domanda suscitata dalla pagina evangelica: «Perché i magi fecero quel lungo cammino alla ricerca di Cristo?». «Perché la loro saggezza e spiritualità davano sicuramente serenità ed armonia al loro cuore, ma non toglievano la loro sete di incontrare Cristo», risponde. Infine, mette in guardia da una tentazione: «Oggi noi, figli del relativismo, siamo tentati di pensare che tutte le religioni si equivalgano, che i loro adepti vadano lasciati in pace, che le missioni della Chiesa siano un’invadenza… Invece la stella della loro religione li ha guidati, la Scrittura degli Ebrei li ha orientati, ma solo l’incontro con Gesù li ha colmati di grandissima gioia». Mons. Vescovo interpella con una domanda provocatoria: «Se dei “lontani”, dei “forestieri”, entrassero nelle nostre case, nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità, troverebbero l’accoglienza?». Vivere il Vangelo, vivere Gesù: questo il messaggio lasciato al termine delle festività natalizie (Omelia nella Solennità dell’Epifania, San Leo, 6.1.2021).
All’inizio del nuovo anno mons. Vescovo ha consegnato alle autorità pubbliche il Messaggio del Santo Padre Francesco per la Pace. «La cultura della cura», che propone papa Francesco, «è atteggiamento indispensabile tra fratelli». Papa Francesco enuncia i principi base per una cultura della cura, «un prezioso patrimonio, disponibile a tutte le persone di buona volontà, da cui attingere la grammatica della cura»: la cura come promozione della dignità e dei diritti della persona, la cura del bene comune, la cura mediante la solidarietà e infine la cura e la salvaguardia del creato. «La cultura richiede un processo educativo – ricorda mons. Andrea –; la bussola dei principi sociali elencati dal Papa costituisce uno strumento affidabile per vari contesti fra loro correlati: la famiglia, la scuola e l’università, le comunicazioni sociali, le istituzioni religiose e gli impegnati nel servizio alle popolazioni e nel campo della ricerca». E conclude con un incoraggiamento ed un invito: «Tutti siamo “artigiani della pace”, con grandi orizzonti, attenti anche alla cura delle relazioni interpersonali, quotidiane, e questo esige la conversione del nostro cuore, un cambio di mentalità per creare la pace e la fraternità» (Omelia nella Solennità di Maria SS. Madre di Dio, San Marino Città, 1.1.2021).

Paola Galvani, febbraio 2021

La Missione “a tu per tu”

Per riprendere il cammino…

Nel mese di novembre l’editoriale del Vescovo titolava così: «Ci viene tolto molto, ma non tutto: l’essenziale è intatto». L’articolo si riferiva agli effetti derivanti dalla pandemia, ma l’idea di un necessario ritorno all’essenziale in Diocesi è scattata già da qualche anno con la constatazione che «moltissimi sono cristiani senza aver mai deciso di esserlo». «Siamo nati qui, ci hanno dato il Battesimo quando eravamo molto piccoli, ci hanno insegnato religione a scuola, abbiamo fatto la Prima Comunione e la Cresima… Ma abbiamo veramente incontrato Gesù?». Questa la riflessione affidata dal Vescovo alla Diocesi, che ha portato alla riscoperta del kerygma: «Il nucleo incandescente del cristianesimo, del Vangelo, è che Gesù è risorto ed è vivo». «È decisivo per la vita cristiana cogliere l’appello e la presenza del Risorto – afferma mons. Andrea – in ogni circostanza. In quelle difficili e dolorose ancora di più… sono quelle in cui riconoscerlo crocifisso! È bello imparare a dirgli: “Sei tu Gesù!”» (Omelia nella I domenica di Avvento, Fiorentino, 29.11.2020).
L’anno scorso è stato dedicato al sacramento che fa vivere la risurrezione: il Battesimo. «Dopo aver ricevuto il Battesimo possiamo dire: “Siamo morti tornati alla vita” (Rm 6,13)», così pensavano di sé i primi cristiani. Quest’anno, 2020/21, si è fatta la scelta di dedicare tempo, riflessione e preghiera al tema della missione. «Ho usato impropriamente la parola tema – precisa il Vescovo –: non è un tema, un argomento accanto agli altri, è vita in espansione. La missione non è un optional, ma sostanza della vita cristiana». La pandemia ha costretto a ridimensionare molte iniziative. Come essere missionari in questo tempo? Un modello di missionario su cui si è soffermato il Vescovo è l’apostolo Andrea, che mette in luce «una forma di apostolato, di missione, adattissima per questi giorni di distanziamento sociale: la missione “a tu per tu”».
Andrea – annota il Vangelo – è rimasto con Gesù nel giorno benedetto del suo primo incontro. «Tutto è cominciato con quella giornata di intimità con il Signore: quella sosta dalla fatica di pescatore – osserva mons. Vescovo – vale per lui più di una rete piena di pesci (cfr. Mt 13,44-47)». E Andrea «corre subito da suo fratello Simone per comunicare quello che ha vissuto e imparato: scatta una comunione d’anima. […] La notizia dell’incontro, la novità, non passa come un verbale, ma scorre sui toni dell’affetto, della confidenza, dell’amicizia». «Quanto sono importanti i rapporti! – conclude mons. Vescovo. «Davvero – prosegue – la missione è un atto di amicizia: è perché vuoi bene a quella persona e a quelle persone che le metti a parte della tua scoperta». Mons. Vescovo delinea una caratteristica importante del missionario: «Alla fine, Andrea conduce Simone direttamente da Gesù: sarà il Maestro a parlare al cuore di Simone. È tipico del vero missionario non essere invadente e mettersi da parte» (Omelia nella festa di Sant’Andrea Apostolo, Caprazzino (PU), 30.11.2020).
Nell’andare all’essenziale il Programma pastorale invita le comunità a concentrarsi sull’ascolto. «Stando davanti al roveto ardente – spiega mons. Andrea – impariamo non solo ad ascoltare Dio, quello che ha da insegnarci, ma soprattutto impariamo ad ascoltare come fa Lui». «La missione comincia dal mettersi in ascolto come fa Dio – ribadisce –: ce lo insegnano anche i missionari che sono nella frontiera dell’evangelizzazione. Prima ascoltano, poi parlano, si uniscono». Un altro punto qualificante del Programma pastorale è l’invito a «mettersi davanti al mistero della creazione, anzi di Dio Creatore». Durante la Veglia diocesana per la vita nascente, il Vescovo si sofferma sulle verità della creazione, per dare risposta a tre domande fondamentali che risuonano nel cuore di ogni uomo. La prima: che cosa sta all’origine del mio esserci? Il caso? La necessità? La seconda: che cosa sta alla fine del mio esserci? Il nulla? La terza: che senso ha, allora, la vita che viviamo, quella che sta frammezzo, tra l’origine e la fine? «All’origine della persona sta l’atto di intelligenza e di volontà di un Padre che decide di pormi in essere: questa è la nostra fede», risponde il Vescovo. «Il Padre ha pensato ciascuno di noi; fra le infinite persone umane possibili ha voluto che esistessimo io, tu, noi, non altri. Ci ha scelti». Dunque, ognuno può dire: «Non esisto per caso, non esisto per necessità: esisto per amore».
Il Vescovo esprime con un’immagine la seconda domanda dell’uomo: «Pensiamo i sette miliardi di esseri umani che salgono sul monte Carpegna da una valle come la val Marecchia: un enorme formicaio! E sul crinale una doppia eventualità: il precipizio, il vuoto, il nulla, oppure un infinito giardino. La fede dice che di là dal monte c’è pienezza di vita». «Dio ci ha voluto per farci partecipi della sua vita – continua –, perché fossimo figli nel Figlio. Lui quando mi guarda vede Gesù-Andrea. Così di ciascuno dei suoi figli». Alla terza domanda risponde che «vivere umanamente, in piena umanità, è vivere in Cristo, con Cristo, come Cristo. Non c’è una vita pienamente umana e poi una vita in Cristo. È la vita in Cristo che è pienamente umana e, la vita che ancora non ha incontrato Cristo, vive ugualmente in Lui». E conclude: «L’amore del tutto speciale che il Creatore, Dio Padre, ha per ogni essere umano conferisce all’uomo stesso una dignità infinita. Ecco il fondamento della bellezza della vita». (Omelia nella Veglia per la vita nascente, Serravalle RSM, 4.12.2020).

Paola Galvani. Gennaio 2021

 

Evviva la misericordia!

«Il cielo non è il museo delle cere»

«Noi che siamo ancora sulla terra ci chiediamo: “Possiamo conoscere la sorte dei martiri, dei giusti, dei santi, che nei loro giorni terreni hanno seguito il Signore Gesù?”». Una domanda che sgorga dal cuore di ogni uomo. «La risposta viene da quel grande affresco sinfonico che è l’Apocalisse», risponde il vescovo. «Che paradosso: a salvare è un Agnello trafitto, a sua volta immolato! È l’Agnello della Pasqua definitiva, il Risorto. Ecco, lui ha capovolto l’ineluttabile cammino verso la morte in un cammino di vita piena, che è per tutti quelli che lo seguono». Siamo ancorati ad una solida certezza: veniamo uniti, immeritatamente, alla vittoria dell’Agnello mediante il sacramento del battesimo, con cui diventiamo figli di Dio. «Il nostro futuro è segnato per l’eternità da questa identità». Parole incoraggianti in questi giorni di pandemia. Tuttavia, pensando ai cari che ci hanno lasciato continuiamo ad essere inseguiti da domande incalzanti: che ne è di loro, spariti dalla nostra vista? E a noi, cosa accadrà? «Se Dio, nel suo immenso amore, con patto irrevocabile, fa di noi i suoi figli, non può abbandonarci», rassicura mons. Andrea. «In Gesù vediamo a quale futuro ci porta l’appartenenza alla famiglia di Dio: “Saremo simili a Lui… lo vedremo come egli è» (1Gv 3,2): non è una fiaba!”». Durante la festa di Tutti i Santi il Vescovo ha aperto al nostro sguardo tre “squarci”: «Uno rivolto al passato che ci porta, come un fiore che sboccia sullo stelo, sostenuto da radici ancora vive e vitali; uno rivolto al futuro che ci entusiasma con la sua prospettiva di compimento e di gioia e uno ad un presente che ci impegna in concreto». Guardando al passato che ci porta, si apre l’orizzonte della santità: «La Chiesa è felice e fiera di mostrarci tutti i figli di Dio che hanno vissuto le beatitudini del Vangelo. «Sono quelli che hanno amato – precisa –, che hanno vissuto “il comandamento grande” (cfr. Mt 22,36-39). In questo assembramento di Cielo riconosciamo dei volti amati, che ancora adesso continuano a sostenerci con il loro amore e la loro preghiera. Non sono soltanto i grandi santi, ma anche le persone care che continuano ad esserci accanto. Il Cielo non è il museo delle cere». Guardando al futuro che ci entusiasma, impariamo a guardare oltre alle povertà dentro e fuori di noi, comprendiamo che «lo scopo della nostra vita non è rinchiuso nel presente e non è schiacciato nella sola dimensione materiale. La nostra vocazione è entrare in quella luce per la quale siamo stati creati». Ma la santità «non è appannaggio esclusivo di quelli che hanno concluso il loro cammino terreno. I santi sono nascosti all’interno delle nostre famiglie, delle nostre comunità, anche nei luoghi di lavoro, di studio e di sofferenza». «Tutti chiamati alla santità – incoraggia il Vescovo – nella situazione personale in cui siamo e nella situazione sociale in cui ci troviamo». E conclude: «Tocca a noi scrivere le pagine attuali della storia della santità, con i nostri slanci e le nostre fragilità, nelle cose grandi ma anche in quelle piccole, con i nostri gesti quotidiani di gentilezza, con la nostra fedeltà non priva di audacia per inventare l’avvenire» (Omelia nella Solennità di Tutti i Santi, Pennabilli, 1.11.2020).

Durante la Solenne Eucaristia in suffragio dei vescovi e dei sacerdoti defunti della Diocesi, mons. Vescovo ha accompagnato i presenti ad una lettura meditativa del celebre canto del Dies Irae, ricchissimo di riferimenti biblici. «Viene nominata Maria Maddalena, popolarmente identificata con la peccatrice, che bagna con le lacrime i piedi del Signore e li asciuga con i suoi capelli (cfr. Lc 7,36-38), viene nominato il buon ladrone (cfr. Lc 29,39-43) e poi, implicitamente, la Samaritana attesa da Gesù al pozzo (cfr. Gv 4,6-7)». «È come se l’autore di questo canto bellissimo ci dicesse: “Prendi con te questi fratelli; anzi di più: vediti in loro”», spiega mons. Andrea. «Queste figure evangeliche sono prospettate come esempi di chi ha beneficato della misericordia, giunta attraverso colui che il canto chiama Iesu pie: Gesù buono». Infatti, «chi all’inizio è presentato come un giudice inflessibile, nelle strofe successive viene sempre più identificato come Salvatore misericordioso». Esplode in modo aperto il contrasto: «Colui che dovrebbe condannare, in realtà è venuto al mondo per salvare!». Continuando nella riflessione, il Vescovo osserva che «un vertice del canto del Dies Irae si manifesta nel presentare il Signore stanco. Nella stanchezza si vede chiaramente «il pastore che corre sui monti a cercare l’unica pecora (cfr. Mt 18,12) e il Padre misericordioso che può soltanto attendere il ritorno del figlio prodigo (cfr. Lc 15,11-32)». «Non gli impedisce di andarsene da casa – nota con stupore –, non lo va ad acchiappare nelle discoteche del tempo: il giudice è paziente!». La sequenza che inizia chiamando in causa il giorno dell’ira, dies ìrae, dìes ìlla, termina evocando un tempo contraddistinto da tutt’altro clima: «Lacrimòsa dies illa». «È giorno di lacrime… solo per i dannati? No. L’autore sembra vedere misticamente le lacrime del Signore». «È indubbio che questa grande preghiera domanda misericordia anche per il “reo” – sottolinea il Vescovo –, anche per colui che canta questo inno: “Salva me con tutti i benedetti, i beati del Cielo». Non si può che concludere che fra giustizia e misericordia vince la misericordia. «Evviva la misericordia!» (Omelia nella Solenne Eucaristia in suffragio dei vescovi e dei sacerdoti defunti della Diocesi, Pennabilli, 6.11.2020).

Paola Galvani, dicembre 2020