Vita della Diocesi

«L’ebrezza della libertà: essere figli di Dio»

La conversione: un cambiamento di sguardo

Bambini, ragazzi e famiglie hanno popolato le celebrazioni eucaristiche dei mesi di maggio e giugno nelle parrocchie. Non si vedevano da molto tempo, a causa delle restrizioni dovute alla pandemia e di un allontanamento progressivo dalle comunità e, forse, dalla fede. Indispensabile farsi qualche domanda. Il Vescovo Andrea, in occasione della celebrazione del sacramento della Confermazione, ha reso esplicita una domanda che si cela spesso nel cuore dei ragazzi al termine del percorso catechistico: «Abbiamo capito bene che Dio è nostro Padre?». «Il sacramento della Cresima – spiega il Vescovo – sta a confermare: «Sì, hai capito bene. Sei un figlio (una figlia) di Dio». Dunque, la Cresima, un sacramento che sempre più spesso sembra coincidere con l’abbandono della Chiesa, in verità è una “Confermazione”. Talvolta, capita di cadere in un equivoco: «pensare sia il ragazzo a dare la sua conferma, mentre è il Signore che conferma il ragazzo». «La vita piena inizia con questa certezza: Dio mi ama immensamente, qualsiasi cosa accada, indipendentemente dalla mia fede, a prescindere da me». Il sacramento della Confermazione si chiama anche Cresima perché il Vescovo, in qualità di successore degli apostoli, traccia il segno della croce sulla fronte del cresimando con un olio mescolato ad un profumo, il crisma, «da cui le parole “Cristo”, “cristiano”, “Cresima”». Mons. Andrea invita i ragazzi a pensare questa unzione come un “bacio” di Dio Padre che «rimarrà per sempre» (Omelia nella XIII domenica del Tempo Ordinario, Valdragone RSM, 26.6.2022).
Fino a metà del Vangelo di Luca – osserva il Vescovo – si racconta di Gesù che «andava verso i poveri, gli ammalati, le persone in difficoltà»: il suo “diario quotidiano” era determinato da quelli che avevano bisogno di lui. Poi, dagli ultimi versetti del capitolo 9, il Vangelo assume un altro andamento: «Gesù ha dovuto indurire la sua faccia» e prendere la ferma decisione di salire a Gerusalemme. Mons. Andrea si sofferma sui «tre personaggi che, durante la salita, incrociano Gesù». «Sono anonimi – sottolinea – per dire che rappresentano ciascuno di noi». Simpaticamente ne inventa anche un soprannome. Il primo, “il generoso”, dice a Gesù: «Signore, ti seguirò dovunque tu vada», anche a Gerusalemme. «Il viaggio a Gerusalemme – fa notare – per noi è il viaggio della vita. Per Gesù, invece, era il viaggio in cui avrebbe dato la vita». Gesù risponde dicendo come è lui: «Non ho una tana, neppure un sasso su cui posare il capo…».
Il secondo personaggio, a Gesù che lo invita a seguirlo, replica: «Ti seguirei, ma non sono a posto con le vicende di casa, ho anche il funerale di mio padre da preparare…». «Lo chiamo “il perfettino” – confida – perché vorrebbe seguire Gesù quando tutto è a posto: una tentazione che abbiamo tutti!», aspettare d’esser pronti, rinviare…
Il terzo personaggio – chiamato dal Vescovo “il tenerone” – va volentieri con Gesù, ma «chiede il permesso di andare prima a casa ad abbracciare i suoi famigliari, a salutarli con tutte le cerimonie tipiche delle famiglie orientali». Osservando i tre personaggi si tratteggia pian piano «come Gesù vuole il discepolo». «Gesù non vieta la pietà per i propri cari – chiarisce mons. Andrea – semplicemente smaschera gli indugi, le nostalgie, le molte scuse per evitare domande serie: “Se non ora, quando? Se non io, chi?”». E parafrasa la bellissima preghiera di san Francesco in cui tutti i verbi dal passivo vengono cambiati all’attivo, per dire che il vero discepolo non è mai ripiegato su di sè: «Signore, che io non cerchi tanto di essere capito, ma di capire; che non cerchi tanto di essere ascoltato, ma di ascoltare; che non cerchi tanto di essere amato, ma di amare».
Seguire Gesù può fare paura, ma quello che propone Gesù «è ciò che lui ha vissuto per primo», «è il modo migliore di vivere, il più realizzante». Inoltre, Gesù vuol farci provare «l’ebbrezza della libertà di essere figli di Dio»: libertà «da se stessi e da tutto ciò che pesa su di noi, dagli attaccamenti, da quello che ci impedisce di andare all’essenziale», libertà «per poter amare» (Omelia nella Professione religiosa di suor Giulia Vannini e suor Chiara Calderoni, Pennabilli, 25.6.2022).
Una festa che spesso passa in secondo piano, perché cade all’inizio dell’estate, è quella della Dedicazione della Cattedrale. «Far festa al tempio della Cattedrale e ad ogni altra chiesa, non è altro che proclamare che il Signore è venuto ad abitare con noi peccatori», afferma mons. Andrea commentando il brano di Vangelo che presenta l’incontro di Gesù con Zaccheo: «Oggi voglio fermarmi a casa tua». Nell’incontro di Gesù con Zaccheo torna spesso il tema dello sguardo. Anzitutto, «lo sguardo di un cercatore di Dio, Zaccheo». «La gente – fa notare il Vescovo – era scesa in strada come si fa per una star, ma in Zaccheo c’è qualcosa di più della curiosità: vuol sapere chi è Gesù, non solo che cosa sta accadendo a Gerico». Poi, lo sguardo di Gesù, «uno sguardo che fa esistere ad una vita nuova, perché sa vedere il positivo». «Gesù non si ferma alla folla alla sua destra e alla sua sinistra: il suo sguardo cerca lo sguardo di Zaccheo e non è come quello della folla che giudica e condanna. Gesù vede al di là dell’apparenza, vede Zaccheo e il suo cuore, vede il suo disagio e la sua speranza; non vede il peccatore che è stato, ma il santo che potrebbe essere». «Considerate così – è l’invito del Vescovo – lo sguardo del vostro confessore, che vede in voi il santo che potete diventare!».
Il terzo sguardo è lo sguardo nuovo di Zaccheo. «Dopo aver incrociato gli occhi di Gesù, Zaccheo è cambiato veramente: si volge ai poveri, a tutte le persone che ha imbrogliato, per riparare. Il suo è diventato uno sguardo fraterno». «La conversione – conclude – non è altro che un cambiamento di sguardo». Un suggerimento per tutti: «Passiamo molto tempo a considerare i difetti degli altri; se passassimo le giornate a cercare i pregi degli altri cambierebbero tutti i nostri rapporti» (Omelia nella Festa della Dedicazione della Cattedrale, Valdragone RSM, 17.6.2022).

Paola Galvani, luglio-agosto 2022

«Riconoscere in ogni cultura “i semi del Verbo”»

La missione come atto di amicizia fra popoli

«Due mamme si incontrano; vanno a gara nel raccontare quello che il Signore ha fatto in loro: una, ormai anziana (non sperava più di poter donare vita), l’altra, la fanciulla di Nazaret, si è trovata incinta per opera dello Spirito Santo. Il motivo del loro canto – le due mamme cantano! – è il bimbo che portano in grembo». Con queste parole il Vescovo Andrea tratteggia la festa della Visitazione di Maria ad Elisabetta. Sorprende la sorgente della gioia delle due mamme: «Un messaggio pertinente, importante e decisivo per questo nostro tempo di culle vuote – sottolinea –; vi trovo anche un forte richiamo alla sacralità della vita nascente, da rimarcare di fronte al rischio dell’assuefazione alla mentalità abortista». La festa della Visitazione è cara al Vescovo per un secondo motivo: «Maria che esce da Nazaret e si incammina è il manifesto di una “Chiesa in uscita”, cioè una Chiesa che va a cercare, si fa vicina, si mette a servizio, pur con il peso dei propri peccati, perché fatta di esseri umani». «È lo Spirito Santo che la mette in cammino», precisa. La Visitazione riporta «al lieto annuncio del Signore che fa visita al suo popolo: tema ricchissimo di armoniche bibliche». Ricordando le vicende storiche del popolo di Israele, mons. Andrea approfondisce il tema della libertà, «uno dei valori indispensabili per la vita di un popolo e di ogni persona». «Ma non qualsiasi modo di esercitare la libertà conduce al vero bene», commenta. «Esiste un modo di essere liberi – prosegue – che devasta l’umanità dell’uomo, la propria e quella degli altri, per questo il Signore, nella sua Provvidenza, ci fa visita, guidandoci per la strada su cui dobbiamo andare». Lo fa in due modi: «Dotandoci della ragione, che è capace di discernere il bene dal male, e parlando direttamente a noi nella Divina Rivelazione». «I dieci comandamenti – osserva – sono un decalogo di libertà» (Omelia nella S. Messa di ringraziamento con i Carabinieri, Pennabilli, 31.05.2022).
L’associazione “Carità senza confini” si è data come titolo dell’incontro annuale di solidarietà il proverbio africano: «Per educare un bambino, serve un intero villaggio». Un proverbio – spiega il Vescovo – «sbocciato dove la vita sociale è scandita dagli eventi famigliari, tessuta di relazioni plurime e ravvicinate (natura, persone, divino, ecc.), trasmessa per lo più dalla tradizione orale». In passato mons. Andrea ha avuto l’opportunità di trascorrere un po’ di tempo ospite del fratello padre Silvio Turazzi, missionario nella Repubblica Democratica del Congo: «Nella missione di Kamituga – racconta – vi era un ambulatorio per l’assistenza alle puerpere. Appena qualche ora dopo il parto la mamma usciva col suo bimbo in braccio. La gente accorreva a farle festa tra canti e suono di tamburi». E conclude: «Non c’è dubbio: qui la vita è accolta come un valore assoluto. È qualcosa che si respira nell’aria. Anche le parole sono superflue!». Mons. Vescovo condivide un’altra immagine dell’Africa: «Il vecchio maestro ha radunato una “nuvola” di ragazzini sotto il grande baobab. Parla. Gli alunni sono attentissimi. La lezione riguarda le vicende degli antenati e temi legati all’iniziazione tribale». Inevitabile il confronto con le liturgie famigliari della tradizione ebraica, in cui ai bambini vengono assegnate domande di rito: «Perché oggi mangiamo erbe amare? Perché questo pane azzimo? Che cosa sono queste leggi e queste istituzioni?». «La risposta – fa notare il Vescovo – è una storia che si incide nei cuori, nelle vite, nella storia di un popolo. Sono parole che hanno fatto un popolo per quello che è». Non si tratta di «parole astratte – aggiunge – ma che hanno il sapore della vita». «E poi – prosegue – ci sono gesti; gesti semplici che non hanno bisogno di troppe didascalie, che catturano fantasia e si imprimono nella coscienza». E afferma: «Non mi sento assolutamente “retrò” quando rilancio il valore del raccontare, sia pure nell’era della comunicazione digitale. Che cos’altro è il cristianesimo se non il racconto di un evento? “Tu va’ e racconta!”» (Saluto all’Incontro di solidarietà di Carità senza confini, Valdragone (RSM), 29.05.2022).
Un freddo giorno di febbraio le monache agostiniane della Rupe, nel ripulire un ripostiglio chiuso da decenni, trovano un rotolo di tela e scoprono che si tratta del ritratto originale del cappuccino fra’ Orazio della Penna, missionario in Tibet per 33 anni e Nunzio Apostolico della missione tibetana. Alla presentazione del ritratto, mons. Vescovo richiama «la realtà dell’incontro: incontro fra culture, fedi religiose e mondi lontani» di cui padre Orazio è stato testimone. Mons. Andrea si sofferma sul concetto di “identità” che racchiude, per ognuno e per ogni gruppo, «la memoria della propria origine, il rimando alla propria famiglia, alla propria cultura, ed è motivo di fierezza». «Ma “identità” – osserva – è parola non senza ambiguità: può racchiudere spinte alla chiusura, alla contrapposizione, all’autosufficienza». L’equilibrio è possibile nell’esperienza del dialogo. «Il dialogo – precisa – è l’incontro fra diversi, dove ognuno resta se stesso ma coglie nell’altro l’originalità e il dono di cui è portatore». Dall’identità alla missione: «Padre Orazio sente la missione come un atto di amicizia fra popoli; offre il messaggio evangelico, ma lo vuole inculturare nella realtà tibetana. Sa riconoscere la ricchezza di quella cultura nella quale vede i “semi del Verbo”» (Saluto alla Presentazione del ritratto ritrovato di fra’ Orazio della Penna, Pennabilli, 21.05.2022).

Paola Galvani, giugno 2022

Questo è il Paradiso: essere “con” ed essere “per” Gesù

Il cristiano nel mondo “fa speranza”

«Cristiano, ci sei? Questi giorni oscuri e di sangue hanno bisogno di te». Con queste parole il Vescovo Andrea inizia il suo messaggio per la Pasqua. «A volte – osserva – vivere da cristiani autentici resta al livello dei buoni propositi, anziché commisurarsi alla realtà, alle relazioni, agli avvenimenti». Non si può non notare «lo smarrimento della fede, il distacco della fede dalla vita e l’indifferenza». Sono «belli i canti che hanno cominciato a risuonare nelle nostre chiese dopo mesi e mesi di silenzi, ma più bella ancora la testimonianza del cristiano che non scappa dalla complessità del presente: in una corsia di ospedale, dai banchi di una scuola, dal laboratorio di un’azienda “fa speranza”!». Allora, ribadisce: «Cristiano, che tu sia consapevole o meno, che tu ti senta peccatore o meno, con la tua sola presenza sei nel mondo portatore di speranza». Come compiere questa missione? «C’è tanto Vangelo vissuto attorno a noi – fa notare mons. Andrea – mettiamolo in evidenza: la missione è vedere Dio all’opera» (Messaggio per la Pasqua).
Nei racconti pasquali ci aspetteremmo che Gesù desse informazioni sull’aldilà, visto che «sull’oltre la fantasia e l’intuito dei poeti si sono sbizzarriti; sull’immortalità dell’anima hanno indagato e scritto i filosofi ed i sapienti». Ebbene, «Gesù Risorto non va a raggiungerli nei loro areopaghi, non va neppure a prendersi la rivincita col sinedrio e i capi del popolo…». Che cosa gli sta a cuore? «Più di tutto – sottolinea il Vescovo – gli sta a cuore incontrare gli amici, ristabilire relazioni, riavviare rapporti». Infatti, «compie gesti concreti: viene di persona, si ferma nel mezzo, saluta, parla, mostra le ferite, si fa toccare…». Addirittura, nell’incontro con l’apostolo Tommaso, «vuole che dita e mano entrino a contatto con l’umidità delle sue piaghe…». «Dal contesto comprendiamo – precisa – che non sono esibite come rimprovero, per dire “che cosa mi avete fatto!”, ma come vertice a cui è arrivato l’amore» (Omelia nella II domenica di Pasqua, Pennabilli, 24.4.2022).
Su quello che sarà il “paradiso” Gesù dà un’unica indicazione al “buon ladrone” sulla croce accanto a lui, che, «con preghiera umile, gli chiede di ricordarsi di lui allorché ritornerà nella sua regalità, in tutto lo splendore e la potenza». «Oggi sarai con me», risponde Gesù. Mons. Andrea spiega che nella lingua in cui è scritto il Vangelo la preposizione semplice “con” può essere detta mediante due preposizioni diverse. «L’evangelista Luca sceglie la preposizione che ha una sfumatura più dinamica: “in” e “per” me, ad indicare una relazione, non una semplice “compagnia”, quasi una compenetrazione». «Quel ladrone – conclude – è il primo che entra in paradiso. Paradiso: essere “con” ed essere “in” e “per” Gesù» (Omelia nella Domenica delle Palme, Pennabilli, 10.4.2022).
In occasione della Messa crismale il Vescovo invita i sacerdoti a vivere, con la vicinanza del Signore, altre tre “vicinanze”. La vicinanza al vescovo. «Il vescovo, chiunque egli sia, rimane per ogni presbitero e per ogni Chiesa particolare, un legame che aiuta a discernere la volontà di Dio». «Ma anche il vescovo – aggiunge – deve mettersi in ascolto della realtà dei suoi presbiteri, dei suoi diaconi e del popolo santo di Dio, che gli sono affidati». A partire dalla comunione sacramentale col vescovo si apre la vicinanza fra i sacerdoti. «Impariamo la pazienza – esorta –, suo contrario è l’indifferenza. Cresciamo nella benevolenza: giovani e anziani, ognuno con le proprie caratteristiche, capaci di gioire del bene che c’è nell’altro, il contrario dell’invidia. Non dobbiamo permettere che si creda che l’amore fraterno sia un’utopia, tanto meno un luogo comune. Tutti sappiamo quanto può essere difficile vivere in comunità o nel presbiterio. Eppure, l’amore fraterno è la grande profezia in questa società». Il Vescovo richiama, inoltre, la necessità di valorizzare le occasioni istituzionali di incontro, da «rivitalizzare, preparare, curare» per evitare «il paradosso di non conoscerci neppure, mentre siamo ingaggiati nella stessa squadra». La vicinanza al popolo, «per ciascuno di noi prima che un dovere, una grazia». «Il popolo di Dio non pretende imprenditori della pastorale, impeccabili funzionari, ma un fratello che sprema dal tesoro del suo cuore parole di Vangelo». Un’esperienza di vicinanza col vescovo, fra i presbiteri e col popolo è il Cammino Sinodale. «Si cammina insieme docili allo Spirito – precisa mons. Andrea –; si offrono esperienze, ispirazioni, propositi e i pastori accoglieranno tutto come un dono, frutto di un lavoro vissuto in spirito di serenità e di libertà». «Laici e pastori in dialogo e più vicini: unico Popolo di Dio!». Commentando il cammino percorso sin qui, il Vescovo lo definisce come «un “lavoro orante”». «Nella preghiera costante allo Spirito Santo – fa notare – abbiamo vivificato il metodo fatto di ascolto, risonanze, raccolta di criticità e… perle». Alla domanda se il Cammino Sinodale sia ormai concluso, precisa che «a questa fase del cammino – detta anche “narrativa” – ne seguirà una successiva di studio e discernimento con l’indicazione di priorità per la vita e la missione della Chiesa» (Omelia nella S. Messa crismale, Pennabilli, 14.4.2022). Il cammino continua…

Paola Galvani, maggio 2022

 

 

«Il sorriso di chi vede il giorno di Gesù»

Non stancarsi di pregare… anzi pregare fino a stancarsi!

«Da una parte un gruppo di cristiani che chiedono la scomunica “di chi vuole la guerra in Ucraina e uccide anche i bambini, come Erode” (richiesta inviata al Vescovo tramite e-mail, ndr) e dall’altra il Papa che risponde con l’invito ad un atto di consacrazione e di affidamento per l’uno e per l’altro paese». Il Vescovo Andrea si sofferma su questo contrasto, «forse solo un dettaglio nell’immane tragedia della guerra», durante la S. Messa celebrata in unità con il Santo Padre e con tutte le Diocesi del mondo nella Cattedrale di Pennabilli. «Il Papa – spiega il Vescovo – guarda questa guerra come Abramo che, davanti alle due città inique, Sodoma e Gomorra, prega: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?”». «In quel “forse” che Abramo adopera per ben sei volte – commenta – c’è tutta la fiducia di Abramo credente, ma anche tutta l’audacia di Abramo amico di Dio». «Nella tenacia della sua insistente intercessione – prosegue – c’è il sorriso di chi vede il giorno di Gesù, il solo giusto, grazie al quale l’umanità è salvata dalle sue ingiustizie». Di fronte al male della guerra, non solo quella tra Russia e Ucraina, mons. Andrea mostra «un’altra via: la via della responsabilità umana per il male che c’è nel mondo». «E responsabilità chiede conversione» (Omelia nella S. Messa con la consacrazione della Russia e dell’Ucraina, Pennabilli, 25.3.2022).
Il Vescovo invita a guardare il Crocifisso: «Gesù, fedele fino in fondo», esorta «a non stancarsi di pregare, anzi a pregare fino a stancarsi» e incoraggia a «creare un sociale diverso», cominciando con l’essere artigiani della pace: «L’artigiano ha cura dei particolari, è perseverante». Poi, a fare la pace: «Lanciare messaggi positivi, di riconciliazione, alle persone con le quali siamo in difficoltà». Infine, ad essere persone di pace: «Essere persone pacificate, che sanno vivere bene i conflitti; persone che comunicano speranza perché l’hanno dentro» (Omelia nella I domenica di Quaresima, Novafeltria, 6.3.2022).
Ogni passaggio difficile e faticoso della nostra esistenza, ogni “crisi”, «può indicare qualcosa di positivo, una presa di coscienza, voglia di cambiamento, superamento di ostacoli». È ciò che affiora nel Vangelo della Trasfigurazione: «È proprio mentre Gesù sta vivendo la crisi – proseguire il cammino verso la croce o dire “cari amici mi sono sbagliato”? – che accade la Trasfigurazione. Come a dire: non aspettare, non è dopo che, in modo consolatorio, vedrai la luce. Prova a vedere adesso in te la luce che il Signore ti dà e che dà senso anche al tuo quotidiano donarti per la missione che il Signore ti ha affidato». E aggiunge: «Sono contento di vedere, negli incontri sinodali a cui partecipo, come le persone raccontano quello che Dio fa nella loro esistenza: la Trasfigurazione è adesso!». Il monte della Trasfigurazione è di nuovo occasione per parlare della preghiera: «A volte la nostra preghiera – confida mons. Andrea – è piena di consolazione, altre volte è nella prova: “Sto veramente parlando con te, Signore?”». «Sul monte della preghiera avviene un incontro con Dio Padre. Si avverte la sua presenza per quella “voce”, che è il vertice del racconto: “Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!”». Poi, «sul monte si vive l’incontro con sé stessi. La preghiera rivela quello che sei, perché non hai bisogno di fingere, di mascherarti: Dio ti vede e tu devi arrenderti e saperti amato». Infine, «nella preghiera c’è l’incontro con gli altri. La preghiera vera, autentica, è sempre uno spazio colmo di presenze, di volti, di amicizie. Chi prega non è solo. Permettiamo l’invadenza dei ricordi e delle persone: renderanno la preghiera più fervorosa; assomiglierà alla preghiera di Gesù, una triangolazione tra lui, il Padre e quelli che il Padre gli ha dato» (Omelia nella II domenica di Quaresima, Uffogliano, 12.3.2022).
La prima a vivere la preghiera di intercessione è la Madre di Dio, «madre dell’umanità, colei che è sorella e madre. Lei, per divino disegno, è collocata fra l’umanità e Dio: intercede». Il Vescovo invita i sacerdoti ad «arricchirsi della dimensione mariana».  «Essere mariani – precisa – è imparare a ricollocarsi nella trama delle relazioni ecclesiali: fratello tra fratelli e sorelle, a scendere dal piedistallo che a volte ci allontana (presi tra gli uomini per essere costituiti per le cose che riguardano Dio, ma non “uomini del sacro”), a vivere il ministero come servizio (a servizio del sacerdozio regale) sul modello della lavanda dei piedi (cfr. Gv 13,1-17), ad integrare gli atti del ministero nella vita spirituale, dentro non dopo!». «Al prete – fa notare – è affidata la più autorevole delle parole di Gesù: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, ma sono parole che contemplano il timbro corale della comunità, l’”Amen”!». E conclude con l’auspicio: «No all’individualismo, ma sempre più in comunione col presbiterio e col vescovo. Triplice il munus – Maria accanto all’apostolo ce lo ricorda –, non solo quello cultuale, ma egualmente quello profetico e quello missionario» (Omelia nel Venerdì Bello, Pennabilli, 18.3.2022).

Paola Galvani, aprile 2022

 

 

Lo Spirito Santo: “sconosciuto… ma non estraneo”

Per ascoltare occorre il silenzio

Dice il Salmo: «Questo povero grida, il Signore lo ascolta» (Sal 34,18), «ma nei Vangeli – fa notare il Vescovo Andrea – c’è un di più di prossimità: il povero grida e il Signore lo guarda, lo prende per mano». «Siamo così introdotti – prosegue mons. Andrea – nel mondo della sanità», caratterizzato dall’esperienza della «sofferenza umana che prende la forma della malattia» e da quella «dell’amore umano che prende la forma della cura verso chi è infermo: il mondo della malattia invoca senza sosta il mondo dell’amore». L’esigenza, umana e cristiana, «dell’incontro fra la sofferenza e l’amore, ha assunto nel corso dei secoli forme istituzionali, in cui la Chiesa è stata la protagonista nell’invenzione degli ospedali, e forme professionali, a motivo del loro contenuto profondamente umano ed evangelico, per cui siamo portati a configurarle come missione (medici, infermieri, ricercatori, farmacisti, personale che organizza la sanità, politici). È indubbio – aggiunge – che dentro a questa tradizione umana il Vangelo ha introdotto una visione della dignità umana assolutamente nuova, cioè il valore della persona umana indipendentemente da quello che ha, dai titoli di studio raggiunti, persona umana che è un unicum, un figlio di Dio». Questa è la causa delle riserve espresse dalla Chiesa ogni volta che «i criteri della pratica sanitaria e della politica sanitaria non sono principalmente centrati sulla persona, ma sui bilanci e sulle convenienze, oppure su principi basati sull’età, le condizioni e la provenienza del malato».
Commentando l’episodio del sordomuto proposto dalla liturgia dell’11 febbraio, il Vescovo osserva che «non sappiamo quali parole siano corse fra lui e Gesù. I silenzi del Vangelo sono per noi, perché li possiamo riempire con la nostra storia, con le situazioni di sofferenza, nostre e dei nostri cari, e con le nostre parole». Inoltre, sottolinea che «il Signore agisce con dolcezza, poco a poco; purtroppo, per condizione umana, siamo portati ad essere sordi spiritualmente». «C’è una creatura, una donna, che sa ascoltare perfettamente: è Maria. La Parola la penetra così intimamente e il soffio divino prende dimora così pienamente in lei al punto che dà la carne alla Parola del Padre» (Omelia nella S. Messa per la Giornata Mondiale del Malato, Valdragone RSM, 11.2.2022).
Il Vescovo tratta il tema dell’ascolto anche nell’incontro con i giornalisti nella Festa di San Francesco di Sales, loro patrono. «L’ascolto non può essere solamente la registrazione di un contenuto. Il percorso dall’udito al cuore è di pochi centimetri, ma in realtà è piuttosto accidentato, richiede molte virtù. Per ascoltare occorre il silenzio, non preparare la risposta mentre l’altro parla, serve l’empatia». «Ascoltare fino in fondo non vuol dire fino a quando non si è esaurita la pazienza, ma significa ascoltare fino al fondo del vissuto dell’altro, di quello che ha dentro» (Incontro con i giornalisti per la Festa di San Francesco di Sales, Murata RSM, 24.1.2022).
Nella Festa della Presentazione di Gesù al Tempio il Vescovo si sofferma sulle figure di Simeone e Anna, «anziani a cui l’attesa non ha invecchiato il cuore». «È lo Spirito Santo – prosegue – che li rende attenti a percepire il nuovo, a cogliere la presenza del Signore che viene «in quel cucciolo d’uomo che prende possesso del suo Tempio». Cosa dobbiamo fare per convivere con lo Spirito Santo? «Simeone ed Anna ci insegnano innanzitutto ad ascoltare la sua voce dentro di noi. Prima delle preghiere, chiediamo che lui ci introduca, ci faccia varcare quella soglia. Invochiamolo di frequente durante la nostra giornata. Manteniamo dentro di noi una conversazione con lui». «Dello Spirito – conclude – si va dicendo che è il grande sconosciuto, per la nostra ignoranza, però non si dica che è estraneo. Lo Spirito non ci lascia nell’oscurità, ma ci guida verso la luce interiore dove si può incontrare Gesù» (Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al Tempio, Valdragone RSM, 2.2.2022).
Nel Vangelo delle beatitudini il Signore «si felicita con i poveri, gli afflitti, gli affamati, i perseguitati», quelli che noi, «con gli occhi mondani, reputiamo sfortunati». Le beatitudini «parlano di Dio e parlano di noi»: «ci dicono come il Signore opera e trasforma» e «ci mettono di fronte ad una scelta: possiamo decidere di essere beati o di essere nei “guai”! Beati, se accettiamo di fidarci di lui; guai a noi, se gli voltiamo le spalle, imprechiamo contro la sorte, ci lamentiamo». Mons. Andrea invita ciascuno a vivere le parole del Vangelo in questo modo: «Ogni volta che mi troverò di fronte ad una situazione che mi mette in crisi, alzerò lo sguardo, mi ricorderò del Signore e dirò: “Signore, ti incontro in questo dolore, in questa fatica”». E conclude: «Vivere fatiche e dolori con Gesù li trasforma in una risorsa» (Omelia nella VI domenica del Tempo Ordinario, Savignano Montetassi PU, 13.2.2022).

Paola Galvani, marzo 2022