Vita della Diocesi

“Figli della risurrezione”

Un’appartenenza per amore, nell’amore, d’amore

«Che miracolo la risurrezione di Cristo, ma, a dire il vero, mi sembra più un miracolo la sua morte». Con queste parole il Vescovo si rivolge ai partecipanti al Convegno liturgico-pastorale “La nascita dell’uomo nuovo”. «Trovo ovvio che il Figlio di Dio non venga ingoiato dalla morte e che risplenda vincitore nella sua potenza, ma non trovo ovvio che lui, il Figlio di Dio fatto uomo, passi veramente nella morte. Questo è un miracolo per me. Morte e vita in Gesù sono un unico mistero». «Ebbene – conclude – noi abbiamo disponibile questo mistero: Gesù Risorto è in mezzo a noi e si rende disponibile nel sacramento nel quale dona la sua vittoria, in cui egli prende su di sé la nostra mortalità e apre il traguardo della risurrezione: il Battesimo» (Convegno liturgico-pastorale, Valdragone RSM, 27 ottobre 2019).

«I vescovi, successori degli apostoli, sono soprattutto testimoni della risurrezione». Di per sé – precisa il Vescovo durante la S. Messa per i vescovi e i sacerdoti defunti – non sono maestri di una dottrina, di una filosofia, ma annunciatori di un fatto, un fatto che diventa, poi, la loro dottrina». Il Vescovo Andrea, ripercorrendo la Costituzione Apostolica Lumen Gentium, sottolinea che «ogni vescovo, si potrebbe dire, imprime qualcosa della propria fisionomia alla Chiesa che gli è stata affidata». Poi, cita San Giovanni Paolo II: «Se Dio mi ha chiamato con queste idee, ciò è avvenuto affinché abbiano risonanza nel mio ministero». «Ma c’è anche un’altra verità – aggiunge mons. Andrea – per la proprietà transitiva: ciascun vescovo riceve tanto dal suo gregge. Potrei raccontare tante testimonianze personali di quanto ho ricevuto in questi anni, quanta luce, quanta affezione, quante idee, quanti propositi, anche quante battaglie…» (Omelia nella S. Messa in suffragio dei Vescovi e dei sacerdoti defunti, Pennabilli, 8 novembre 2019).

Come sarà la vita da risorti? «A chi, come i Sadducei (movimento politico-culturale-religioso del tempo di Gesù), ritiene che la risurrezione sarebbe stata la continuazione, un po’ migliorata, della condizione terrena, Gesù risponde che la vita di risurrezione è una novità nella quale tutto è trasformato, tutto è nuovo, e anche la realtà del matrimonio, in un certo senso, è superata». «Essendo gli uomini immortali, il che non significa asessuati – prosegue mons. Turazzi – non hanno più bisogno di contrarre matrimonio per la procreazione». Ciò, nel passato, ha provocato una certa svalutazione della sessualità e del matrimonio. «Si tendeva, infatti, – chiarisce mons. Andrea – ad identificare la vita di risurrezione con uno stato di vita angelico». «Ma l’essere come angeli non significa – precisa – che la natura dell’uomo venga trasformata nella natura degli angeli. L’uomo risorto non è disumanizzato: noi risorgeremo maschi e femmine davanti a Dio». Ciò che dice Gesù degli uomini, «non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio» (Lc 20,36), è il superamento del rapporto sessuale in un futuro in cui la vita è piena e l’uomo ormai è immortale. Non occorre più che l’uomo e la donna si uniscano per attuare «un braccio di ferro con la morte: la morte è sconfitta dalla vita nuova che nasce». Il Vescovo Andrea conclude la meditazione sulla risurrezione specificando che «non apparteniamo ad altri che a Dio, fin da questa terra». Pertanto, «nessuno ha diritto di dire alla donna “la prendo”, “la voglio”, “la uso”, “la possiedo”». «Se c’è un’appartenenza all’altro (è bello appartenere a qualcuno!) – prosegue – non è un’appartenenza di dominio e di possesso, ma un’appartenenza per amore, nell’amore, d’amore». Un messaggio importante per la nostra società in cui accadono tanti episodi di prepotenza e violenza sulle donne, in cui prevale una cultura che tende a dissociare il corpo dalla persona, una cultura in cui la sessualità, talvolta, viene vissuta senza relazioni autentiche (Omelia XXXII domenica del Tempo Ordinario, Scavolino, 10 novembre 2019).

«Riconosco la preziosità delle donne nella vita e nella missione della Chiesa: nella catechesi, nella carità, nella liturgia, nella evangelizzazione», afferma di nuovo al Convegno liturgico-pastorale. «Vedo le donne accompagnare gli eventi della morte e risurrezione di Cristo. Il Signore ha affidato alle donne l’inizio della vita nuova, come aveva affidato loro la vita nel suo momento più bisognoso di cure». Ad esempio, «sono le donne che compiono le ultime carezze al corpo di Gesù e la preparazione degli aromi. Invece, per Giuseppe di Arimatea e per Nicodemo, il seppellimento era definitivo: ci han messo una pietra sopra!» (Convegno liturgico-pastorale, Valdragone RSM, 27 ottobre 2019).

«L’emulazione come risorsa educativa». Questo il tema della “Settimana dell’educazione” che anche quest’anno la Diocesi ha organizzato per confrontarsi con le realtà educative, in special modo la scuola e lo sport, esprimendo autentica vicinanza, pur nel rispetto dei ruoli, sostegno e collaborazione. «Fin da quando si è piccoli si tende ad imitare, prima di tutto i genitori e i maestri, poi il confronto avviene con i coetanei e si guarda ai campioni dello sport, ai personaggi della tv, ai compagni più grandi». Con queste parole il Vescovo spiega la scelta della tematica di quest’anno. «Ma l’emulazione – esprime con una certa preoccupazione – da risorsa (imitando s’impara) può diventare pericolo». Occorre saper distinguere i modelli positivi da quelli negativi. «Essere se stessi o la copia di qualcuno?», chiede ai ragazzi delle scuole superiori di Novafeltria. «Conosco personalmente diversi di voi – racconta –, ma so per certo che ognuno è un capolavoro, un pezzo originale, unico e sorprendente. Alcuni fanno fatica a crederci e si rassegnano a copiare, anziché tirar fuori il meglio di sé». Conclude, poi, con questo invito: «Abbiamo bisogno della tua originalità: è la miglior forma di protesta per cambiare e migliorare la nostra società» (Messaggio agli studenti per l’inizio dell’anno scolastico, 18 settembre 2019).

Paola Galvani, dicembre 2019

“Prendere o lasciare?”

Una chiamata ad essere figli

«All’origine della nostra persona – afferma mons. Turazzi – sta un atto di intelligenza e di volontà del Padre. Conseguenza di questa verità è che non esiste nessuno che non sia degno di esistere, nessuna vita umana che non abbia significato. Nella produzione degli oggetti si può parlare di prodotto riuscito bene, riuscito male o non riuscito; i prodotti non riusciti si scartano, ma nessuno esce dalle mani del Padre non prodotto bene, ciascuno è un capolavoro agli occhi del Padre che lo ha amato ed è degno di rispetto infinito» (Omelia nella Giornata per la Custodia del Creato, Soanne, 1° settembre 2019).

«Nasciamo tutti con dei limiti – aggiunge all’incontro con i giovani per la festa di San Marino –; i nostri limiti aiutano tutti gli altri a cavar fuori il meglio di loro stessi: i limiti e le fragilità non sono altro che una chiamata a diventare fratelli» (Veglia con i giovani per San Marino, Basilica del Santo, 2 settembre 2019).

In questo tempo, all’ordine del giorno dell’opinione pubblica e della politica, soprattutto nella Repubblica di San Marino, c’è la discussione sui temi etici, delicatissimi, dove ognuno è chiamato a connettersi con la propria coscienza. «Ogni cristiano è chiamato ad un giudizio sulle situazioni – dichiara mons. Turazzi –, giudizio che non ha nulla a che fare con l’intolleranza, ma che è una presenza significativa, un servizio per il bene comune. Gesù dice che non è possibile delegare, dilazionare, stare con un piede su due staffe». E, riferendosi al tema del nuovo anno pastorale, osserva: «Non si può immaginare che il Battesimo introduca automaticamente in una pace paradisiaca; al contrario, questo fuoco, dono dello Spirito, ci immette in una situazione di conflitto, di rinnovamento. La vocazione cristiana è davvero di una serietà drammatica: “Vuoi vivere il Battesimo?”. Gesù dice: “O prendere, o lasciare”. Noi vogliamo prendere!» (Omelia nella festa di San Giovanni Gualberto, Sant’Igne, 12 luglio 2019), replica con entusiasmo mons. Andrea.

La Giornata diocesana del Mandato, domenica 22 settembre, è stata prima di tutto una festa: «Festa del rientro dopo la pausa estiva e gioia di ritrovarci come Diocesi in tutte le sue componenti», spiega il Vescovo nella sua lettera di invito. «L’assemblea diocesana riguarda anzitutto gli operatori pastorali, i catechisti, i ministri istituiti, i ministri straordinari della Comunione, i responsabili dei gruppi, le équipe degli Uffici Pastorali». E gli altri? «La Giornata del Mandato – nel suo significato più vero – è di tutti, indistintamente. È la celebrazione della chiamata e dell’invio. Ed è tutta la Chiesa ad essere mandata». Nel corso dell’incontro è stato consegnato il Programma per l’Anno pastorale 2019/20: “Ravviva la sorgente che è in te”. «La quasi totalità di noi ha ricevuto il Battesimo e lo chiede per i propri bambini – evidenzia mons. Vescovo –, ma quale consapevolezza ha della “sorgente” comunicata col Battesimo? Come riappropriarci di questo sacramento che ci fa cristiani?». Questa la sfida per il nuovo anno. Ma con una premessa: «Kerygma (annuncio) e Battesimo non sono in sovrapposizione e non sono due realtà giustapposte. Il kerygma sfocia quasi automaticamente, per sua natura, nel sacramento del Battesimo, col quale il dono della Pasqua entra nella vita di ciascuno insieme alla forza rinnovatrice della risurrezione». «Dunque, non viviamo un altro tema rispetto all’anno scorso – precisa mons. Turazzi –; c’è una continuità intrinseca. Il Battesimo non fa altro che sancire, manifestare, la nostra configurazione al Figlio, l’amore di Dio che genera “figli nel Figlio”» (Omelia durante la celebrazione del Mandato agli operatori pastorali, Pennabilli, 22 settembre 2019).

L’allusione alla preghiera di Gesù che entra nel mondo, secondo la Lettera agli Ebrei, è tornata spesso sulle labbra del Vescovo nell’ultimo periodo: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte. E fu esaudito per la sua pietà» (Ebr 5,7-9). «Gesù non ha chiesto di non morire – sottolinea mons. Andrea –, ma ha chiesto di poter vivere da figlio passione e morte, con fiducia e abbandono, nella fede». «Ed è stato esaudito! – rimarca – ha attraversato così la Passione» (Omelia durante la S. Messa con i “referenti” della Camminata del Risveglio, Pennabilli, 12 luglio 2019).

Questo è chiesto nel Battesimo: chiamata ad una vita filiale. «Ich bin catholischer priester (io sono un prete cattolico)»: sono le parole esatte che san Massimiliano Kolbe scandì davanti al comandante delle S.S., quando si offrì per prendere il posto di un altro nel bunker della morte ad Auschwitz. Sono le parole che il Vescovo ha consegnato a don Luca Bernardi, ordinato presbitero lo scorso 14 settembre in una Cattedrale luminosa e gremita di fedeli. «Parole pronunciate con fierezza, parole pronunciate per amore». «La fierezza della fede – precisa mons. Turazzi – non è arroganza, ma gioia di appartenere a Gesù Cristo». «C’è una sorpresa – prosegue –: Gesù, in una eccedenza ineffabile di carità, cede la sua stessa capacità di cedersi, dona la sua stessa capacità di donarsi, perde la sua stessa capacità di perdersi. A chi la cede? A chi la dona? In chi la perde? Nel prete. La carità di Cristo è perduta in te, don Luca. O meglio, tu sei costituito carità in Lui: bellezza incredibile del sacerdozio cattolico». Nell’omelia Mons. Vescovo indica a don Luca qual è il prete di cui il popolo ha bisogno. «Ci sono preti che sembra non abbiano mai avuto una vita d’uomo. Non sanno pesare le difficoltà di un laico, di un padre di famiglia o di una madre con il loro vero peso umano. Quando dei laici cristiani incontrano finalmente un prete-uomo che li capisce, che sa entrare nella loro vita, nelle loro difficoltà, non ne perdono più il ricordo. Ad una condizione: che non sminuisca la propria identità, che non diventi semplice compagno, ma resti padre. Ecco alcuni segni che fanno percepire la presenza divina che è in lui: la preghiera, la gioia, la forza, la libertà, la discrezione». Questo è l’augurio più bello per don Luca: «Fa’ che il tuo cuore risponda sempre col trasporto di oggi alla domanda che il Risorto ti rivolge: “Luca, mi ami più di costoro? […] Mi ami? […] Mi vuoi bene? Allora… Pasci!”» (Omelia nell’ordinazione presbiterale di don Luca Bernardi, Pennabilli, 14 settembre 2019).

Paola Galvani, novembre 2019

“Un mese tutto vocazionale”

Uscire: un’ascesi e una mistica

Si parla spesso della fede cristiana come di un “incontro”. Si può rintracciare nella propria vita «un momento in cui questo “incontro” ci ha stupito, commosso, forse turbato, anche convertito». Si tratta di «una voce soave, discreta, un’emozione interiore che, purtroppo, forse abbiamo rimosso ed è stata soverchiata da tante altre voci, situazioni, rinvii…». «Balza evidente – osserva mons. Turazzi, commentando un versetto del profeta Osea (“Ecco, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”) – la richiesta del Signore di una piena confidenza, di un’intima relazione, di un’amicizia con la sua creatura». «Qui va collocato – prosegue – il nostro essere cristiani; non in una dottrina, non in una serie di precetti e neppure nell’osservanza dei riti. Questo, purtroppo, non è compreso da tutti» (Omelia nella celebrazione eucaristica per la festa di Santa Veronica Giuliani, Mercatello sul Metauro, 9 luglio 2019).

Nel mese di luglio l’USTAL ha organizzato il tradizionale pellegrinaggio diocesano a Loreto: «Un itinerario di preghiera e di convivialità, di riflessione e di incontri spontanei». Un aspetto significativo è stato quello della “popolarità”: «Ci siamo percepiti come un popolo – testimonia mons. Turazzi – bambini con le loro famiglie, sacerdoti, laici e religiose, giovani ed adulti che si sono fatti vicini alle persone con disabilità o difficoltà di salute, popolo di Dio riunito insieme, con semplicità di rapporti, con tanta amicizia… e anche tanta allegria» (Omelia durante il pellegrinaggio diocesano con l’USTAL, Loreto, 26 luglio 2019).

Si può vedere il periodo che va dall’1 agosto alla metà di settembre come una sorta di “pellegrinaggio ideale”: dalla festa di san Leone alla festa di san Marino, fondatori e patroni della Diocesi; dalla Giornata per la Custodia del Creato – compito e gioia di ogni cristiano «che crede nella Creazione, crede che non siamo un agglomerato di elementi primordiali che si sono condensati, ma che ci sia un progetto» – alla professione solenne di suor Giulia Cenerini, originaria di Pennabilli, e all’ordinazione sacerdotale di don Luca Bernardi, sammarinese. «Dunque, un mese tutto vocazionale!», conclude mons. Turazzi. Nella liturgia della prima tappa di questo “pellegrinaggio ideale”, la festa di san Leone, la vicenda storica e credente di san Leone viene giustapposta a quella di Abramo. «Dalle parole del Signore ad Abram – “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” – nasce quell’embrione di popolo che poi è cresciuto nella storia facendo incontrare la propria fede con le circostanze della vita. Quel popolo siamo noi! Chiediamo d’essere fedeli alla nostra vocazione; di aggiungere un’altra pagina a questa storia di fede» (Omelia nella festa di San Leone, Pennabilli, 1 agosto 2019).

L’omelia del Vescovo durante la celebrazione eucaristica a San Leo verte tutta sul verbo “uscire”. «Nascere è uscire dal grembo materno. La nostra vita è un continuo lasciare, un continuo uscire da situazioni per assumerne di nuove». Papa Francesco chiede spesso che la Chiesa sia “in uscita”. «Perché una Chiesa sia “in uscita” – afferma mons. Vescovo – occorre che io per primo vada oltre me verso l’altro. Dipende da me: prendere coraggio, superare timidezze, gettare ponti». Questo superamento di se stessi approda nel sociale: «Occorre saper cogliere i punti critici, attenti agli avvenimenti; prepararsi a dare un contributo sui grandi temi di società, temi sui quali, un tempo, il pensiero di tutti era convergente. Non crociate, ma presenza testimoniante». Confida, infine, una preoccupazione: si sta creando una sorta di contrapposizione fra “cattolici pro immigrati” da una parte e “cattolici contro l’aborto” dall’altra: «una semplificazione, una deriva politica, quando non è addirittura strumentalizzazione. Non dobbiamo permettere questa separazione, ma realizzare un’unica fedeltà» (Omelia nella solennità di San Leone, San Leo, 1 agosto 2019).

Una nota positiva da sottolineare: «Sono qui a testimoniare il buon rapporto che la Chiesa locale ha con le istituzioni, nella distinzione di ruoli, ma tutti a servizio delle persone. Vorrei smentire l’idea – prosegue – che la politica sia una cosa “sporca”. La politica è una delle forme più grandi della carità, perché è per il bene dell’altro». «La mia città, il mio paese, la mia nazione mi appartengono. Mi appartiene l’umanità. Sono miei i profughi; sono miei fratelli quanti sono in ricerca o sono delusi e soli… ». E conclude: «Da qui la necessità della partecipazione da parte di tutti, con l’invito in modo particolare ai giovani» (Discorso all’Udienza con i Capitani Reggenti dell’Azione Cattolica Giovani e Movimento Studentesco nazionali, San Marino, 28 luglio 2019).

Ancora sul verbo “uscire”: «Uscire fa riferimento ad un’ascesi e ad una mistica». L’ascesi richiede di «andare con equipaggiamento adeguato, anzitutto con la Parola di Dio, senza lagnarci della nostra povertà, con un reale distacco dai soldi, dal desiderio di apparire, da ogni tipo di maschera, con la castità del cuore (il distacco che non strumentalizza l’altro)». Per mistica il Vescovo invita a considerare la “mistica della fraternità”: lo stupore di sentirci figli dell’unico Padre e, pertanto, di vedere in ogni persona un fratello. «Sembra una contraddizione in termini – spiega mons. Turazzi – perché la mistica fa pensare alla contemplazione di cose sublimi. Invece la fraternità dice la concretezza del camminare insieme. Ebbene, queste due cose si combinano tra loro». Come è possibile? Passando «da uno sguardo orizzontale, sugli avvenimenti, ad uno sguardo verticale, secondo lo sguardo di Dio, chiedendosi che cosa lui ci stia dicendo o chiedendo». Parla, infine, della “mistica della croce”: Gesù, in uscita da sé, perde tutto, gli amici, il posto in sinagoga, gli “Osanna” della folla, perfino il sentimento della prossimità col Padre… Secondo la Lettera agli Ebrei, Gesù ha pregato «con forti grida e lacrime» davanti alla sua passione, «ed è stato esaudito» (Ebr 5,7). «Non ha chiesto di non soffrire e di non morire – precisa il Vescovo – ma di vivere da figlio la croce, per questo è stato esaudito» (Omelia nella solennità di san Leone, San Leo, 1 agosto 2019). Che san Leone e san Marino ci aiutino ad affrontare con lo spirito di Gesù le grandi prove di oggi!

Paola Galvani, settembre 2019

“Nel pieno splendore della Pasqua”

La Chiesa. La scuola. Lo sport

«Siamo nel pieno splendore della Pasqua: in ogni angolo della Diocesi è risuonato l’annuncio della risurrezione con maggiore consapevolezza e con fede rinnovata in Colui che fa nuove tutte le cose… Anche grazie a voi!» (Lettera di invito all’Assemblea diocesana di verifica, 18 maggio 2019). Con queste parole il Vescovo Andrea si è rivolto a presbiteri, diaconi, religiose e religiosi, membri dei Consigli parrocchiali, catechisti, operatori pastorali e fedeli tutti della Diocesi di San Marino-Montefeltro in occasione dell’Assemblea diocesana di verifica di fine anno che si è tenuta a Pennabilli, centro Diocesi, la vigilia di Pentecoste (8 giugno). La “giornata di verifica”, improntata fin dalla sua prima edizione (2015) al “Magnificat”, cioè al rendimento di grazie al Signore «che è stato presente nelle nostre comunità, ci ha sorretto nelle fatiche, ci ha accompagnato nella via della testimonianza», quest’anno si è arricchita della riflessione e del confronto su cinque aree tematiche molto concrete: la realtà dei Consigli parrocchiali (sinodalità e discernimento); la proposta di itinerari formativi (soprattutto per gli adulti); la parrocchia come “grembo” (generatività della parrocchia); la celebrazione della Pasqua e della Pasqua settimanale (i passi compiuti); esperienze in libertà sul cammino dell’anno. Dunque, un «momento di Cenacolo: condivisione, franchezza, fraternità» che si è prolungato nella cena, mettendo in condivisione i «cinque pani e due pesci» che ciascuno ha portato, e nella grande invocazione allo Spirito Santo sulla Chiesa diocesana. «Momenti come questi ci fanno sentire Chiesa – unita e in cammino – a servizio della nostra gente» – confida mons. Andrea al termine della celebrazione.

Con questo spirito di servizio alla sua gente, durante l’omelia tenuta alla celebrazione del Corpus Domini a San Marino, il Vescovo ha voluto dire una parola di orientamento per questi «anni difficili, segnati da una crisi economica progressiva e da un’esposizione mediatica che imbruttisce il volto del Paese, caratterizzata da una litigiosità e conflittualità interna profondamente divisiva sul piano sociale»: «Al di là di appartenenze o schieramenti politici la Chiesa è disponibile al confronto, chiara nella sostanza delle cose, a partire dal terreno comune della ragionevolezza e di un umanesimo basato su valori permanenti (perché si fondano sull’uomo, che è sempre il medesimo)». «Non vorrei che si dicesse che la Chiesa ha taciuto – precisa –, che è stata timida nella difesa della vita. Siamo di quelli che, non importa se minoranza in Europa e persino in Repubblica, non si rassegnano alle legislazioni contro la vita. Vogliamo essere quelli del “pane di vita”» (Omelia nella Celebrazione Eucaristica del Corpus Domini, Basilica del Santo Marino, 20 giugno 2019).

In questo inizio d’estate la Repubblica di San Marino è stata sede della Fase Finale degli Europei di Calcio Under 21. Un’occasione di incontro tra nazioni nel segno della pace: «Sport e pace sono un binomio fecondo», riscontra mons. Turazzi. «Mi sento tra amici, anzitutto per la mia antica passione per il calcio, poi per i valori dello sport ai quali tutti teniamo, valori che mi piace chiamare con il loro nome: lealtà, coraggio, sacrificio, accoglienza dell’altro come concorrente e mai come nemico…»: saluta così il Vescovo gli invitati al Gala di Inaugurazione. E prosegue: «Il mio incoraggiamento va soprattutto verso coloro che fanno lo sport per lo sport (salute, agonismo, amicizia), fuori sia da improbabili sogni di gloria, sia da vantaggi economici» (Messaggio al Gala di inaugurazione degli Europei di Calcio Under 21, Teatro Titano RSM, 20 giugno 2019).

C’è una novità nella scuola sammarinese: scaturisce dall’applicazione del recente Accordo tra Repubblica di San Marino e Santa Sede per l’Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado: un rilancio dell’Insegnamento di Religione Cattolica (IRC), con programmi rinnovati, nuove mete e attenzione alle nuove sfide. Per chi sceglie di non avvalersi dell’IRC, dal prossimo anno scolastico è data la possibilità di un’ora alternativa per rispondere alle esigenze di una società pluralista. «È riduttivo presentare l’Accordo semplicemente come introduzione di un’ora di lezione alternativa – spiega mons. Turazzi –; tutti, indipendentemente dal Credo professato, o non professato, devono essere messi in condizione di capire ed apprezzare la dimensione religiosa dell’umano, insieme agli splendori delle sue creazioni musicali, artistiche, giuridiche, sociali, comprese le sue fragilità e patologie, sempre possibili». «Non è catechismo (insegnamento dentro un cammino di fede all’interno della comunità cristiana) – precisa il Vescovo rivolgendosi alle famiglie degli studenti di San Marino – ma incontro con la grande tradizione spirituale, storica, artistica del nostro popolo». «L’IRC – conclude – risponde all’esigenza che i ragazzi e i giovani hanno, particolarmente oggi, di allargare il cuore sulla misura di valori spirituali e di un umanesimo aperto all’Assoluto» (Lettera alle famiglie e agli studenti della Repubblica di San Marino, 7 giugno 2019).

Ormai è diventata tradizione: è la “Giornata diocesana dei giovani consacrati”, di quanti sono partiti da questa Diocesi per lavorare nella «vigna del Signore» e di quanti sono venuti qui da altrove. Alcuni di questi giovani sono ancora in formazione, altri muovono i primi passi nel servizio e nell’impegno di preghiera e pastorale. Sabato 15 giugno a Pennabilli c’erano circa 35 giovani consacrati. Al vederli uniti e pieni di gioia «Veniva da dire: “Signore, ma tu ci sei proprio!”»: così il Vescovo Andrea agli anniversari di professione religiosa delle suore Maestre Pie dell’Addolorata. «Non dobbiamo mai dimenticare – ribadisce – che ogni consacrato, ma anche ogni battezzato, è una prova della esistenza di Dio, un Dio che è vivo, che seduce».

Paola Galvani, luglio-agosto 2019

“Ricordati: risorgerai!”

Il dialogo. Il padre misericordioso. La Pasqua

Si è svolto a San Marino il 15 e 16 marzo il 4° Forum del Dialogo. Non un convegno a tesi, ma una vera e propria “piazza” in cui ascoltare, discutere e porsi domande su problemi di attualità. Il tema di quest’anno: “Dialogo con i nostri tempi: problemi, opportunità, prospettive”, con le domande correlate: «Perché tanta povertà? Perché e da dove arriva l’emigrazione? Dov’è la felicità?», ha suscitato molto interesse. Il Vescovo, mons. Turazzi, si è rivolto così ai partecipanti al termine dei lavori: «Esco da questo Forum con delle domande. Le giro ai presenti, ma vorrei diventassero una traccia di lavoro per i miei collaboratori e per la mia comunità. Credo che questo sia un complimento per il Forum, che ha lo scopo di suscitare domande, esprimere confronti, lasciare inquieti». In particolare, il Vescovo Andrea, sul tema dell’emigrazione, ha dichiarato: «Più si è poveri meno si emigra. A dispetto di quanto si crede, si emigra quando si intravvedono già possibilità di sviluppo e risorse; non solo risorse economiche, ma anche culturali e sociali. Dobbiamo augurarci che cessino le migrazioni forzate, non la mobilità umana liberamente scelta e vantaggiosa per tutti» (Intervento al 4° Forum del dialogo, Domagnano 15.03.2019).

Nel cuore del periodo quaresimale la nota “parabola del figliuol prodigo” – meglio indicata come “parabola del Padre misericordioso”, visto che «tutte le linee narrative portano a lui» – ha stimolato una profonda riflessione su Dio. Il figlio più giovane se ne va di casa in cerca «di se stesso e della sua felicità». «Il padre lo lascia andare: ama la libertà del figlio, la provoca, la festeggia e… la patisce», commenta mons. Turazzi. Ad un certo punto quel figlio si accorge che «le cose sulle quali si è buttato hanno un fondo e che il fondo è vuoto». Rientra in sé e torna a casa, «non per amore ma per fame, per non morire». «Il padre fa tutto da solo – fa notare mons. Vescovo sottolineando i verbi del perdono paterno (scruta l’orizzonte, vede, corre incontro, si commuove, si getta al collo del figlio, lo bacia) –; quello del figlio non è vero pentimento, ma al padre basta un cenno, un passo, un alzar di sguardo». Anche la reazione del figlio maggiore mette in luce un atteggiamento sbagliato nei confronti del padre. «C’è un contrasto fra il suo cuore infelice e la festa che tracima dalla casa. […] Il genere di perfezione vissuta dal figlio maggiore è fatta di osservanze meticolose, austerità forzata, virtù obtorto collo». Entrambi i figli, dunque, si sbagliano sul padre: «Lo pensano più padrone che padre, più autorità che autorevolezza, più uno spione che uno che ha cura». Conclude mons. Turazzi: «Qui c’è un padre che non è giusto: è di più, è amore incondizionato, eccedente!» (Omelia nella celebrazione per l’Insediamento dei Capitani Reggenti, San Marino Città, 01.04.2019).

Il tema del Padre ritorna anche durante la Festa del perdono con i giovani, in occasione delle “24 ore per il Signore”. Mons. Vescovo racconta la vicenda di Giuseppe, il figlio di Giacobbe, spogliato di tutto e venduto ai mercanti d’Oriente dai fratelli, gelosi di lui. Giuseppe è, fra i personaggi della Bibbia, quello che piange di più (piange ben sette volte in poche righe di racconto). Si tratta per lo più di lacrime di gioia, di riconoscenza, di commozione. Ma l’ultimo pianto di Giuseppe è un pianto di dolore, allorché i suoi fratelli non credono che lui li abbia veramente perdonati. «Non so se il Signore piange – conclude il Vescovo Andrea – ma vedo nelle lacrime di Giuseppe quelle del Signore quando ci sottraiamo alla sua misericordia perché non crediamo al suo perdono» (Omelia nella Festa del perdono, Borgo Maggiore, 29.03.2019). Per questo invita i giovani a non disperare quando, rientrando in se stessi, vedranno limiti, peccati, fragilità. «Il cuore di Dio è molto più grande del nostro» (cfr. 1Gv 3,20).

Mons. Turazzi è stato invitato, nella prossimità della Pasqua, ad un incontro col personale della Banca Centrale di San Marino. Nel suo intervento ha fatto riferimento all’Enciclica Caritas in Veritate che, nel riflettere sulla crisi del 2008, affermava: «Quando prevale l’assolutizzazione della tecnica, si realizza una confusione tra fini e mezzi, l’imprenditore considererà come unico criterio d’azione il massimo profitto della produzione; il politico, il consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle sue scoperte» (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n. 71). Poi, Mons. Turazzi ha sottolineato un tema che gli è caro e che torna spesso nei suoi interventi, la dimensione relazionale: «La dimensione relazionale è fondamentale per la finanza. La qualità della relazione decide la qualità della finanza, perché è un patto fiduciario fra persone, fra chi risparmia e chi investe. Per cui la finanza non dovrebbe, se non eccezionalmente, essere affidata a meccanismi impersonali» (Caritas in Veritate, n. 34). Nel cuore di quest’anno interamente dedicato ad una rinnovata consapevolezza della risurrezione il Vescovo fa dono ad ogni comunità di un poster contenente la sinossi dei racconti pasquali. La consegna del dono è stata accompagnata da queste parole: «L’annuncio di Gesù Risorto risuoni di bocca in bocca e squarci le oscurità del nostro tempo. La Quaresima, iniziata con l’austera ma necessaria ammonizione: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”, si chiude con una parola piena di speranza: “Ricordati: risorgerai! Alleluia!”». Come è possibile la risurrezione? «Noi passiamo da morte a vita quando amiamo i fratelli» (cfr. 1Gv 3,14). «A volte basta poco per amare, ma bisogna che si sblocchi il cuore – esemplifica mons. Vescovo – : c’è il gesto grande di una mamma che dà la vita al suo bimbo, c’è il momento di intimità di due sposi, c’è la compagnia fra due amici, c’è un sacerdote che dice la Messa… Ma basta anche molto meno: uno sguardo, un sorriso, il portare insieme un carico pesante… » (Omelia nella S. Messa con la Comunità Terapeutica APG23, Maiolo, 6.04.2019). Questo l’augurio pasquale per tutti!

Paola Galvani, maggio 2019