Vita della Diocesi

Con “lo stile delle 3R”

Il Regno di Dio sposa i ritmi del tempo e della carne

«Il Vangelo offre due similitudini molto incisive per equipaggiare il nostro cuore di evangelizzatori». Così il Vescovo Andrea presenta il brano di Marco che dà inizio al terzo giorno della “Tre giorni” di studio e di fraternità dei presbiteri (cfr. Mc 4,26-34). «Entrambe le similitudini hanno un denominatore comune – commenta mons. Andrea –: il contrasto (o meglio la dinamica) fra la forza vincitrice del seme e la lentezza del suo sviluppo; poi, tra la piccolezza del seme di senape e la sua grande espansione» (Omelia nell’XI domenica del Tempo Ordinario, San Leo, Cattedrale, 13.6.2021). «Il seme che cresce da sé – nella prima similitudine su cui si sofferma – sta a significare la certezza del raccolto, benché il contadino, dopo aver seminato, stia fermo». Si può ricavare un’indicazione di metodo per l’evangelizzatore. Infatti, la stessa attività missionaria di Gesù in Galilea poteva apparire «come qualcosa di piccolo, di insignificante, con il suo passaggio di borgata in borgata, tra le città del lago e la gente che lo vorrebbe trattenere». Dunque, «non c’è una progettualità manageriale in Gesù, ma un’urgenza: spargere il seme… nella persuasione che Dio è all’opera». Si può concludere che «il Regno accade perché Dio è infaticabile seminatore: non demorde, non è stanco di noi sulla terra, non c’è nessuno che sia – come dice il Concilio – modo Deo cognito (GS 22), privo dei suoi germi di vita e di bene, nessuno troppo lontano dalla sua mano».
Il seme che cresce da sé mostra anche «una problematica che sfiora tutti: il rapporto fra il tempo e la fretta che abbiamo». «La nostra società – fa notare il Vescovo – tende a guardare il tempo nella prospettiva dell’efficienza. Lo Spirito è veloce, ma la carne è lenta». «Il Regno di Dio – continua – nella logica dell’incarnazione sposa i ritmi del tempo e della carne» (Meditazione ai presbiteri, Valdragone RSM, 9.6.2021). Per completare la riflessione sul seme che cresce da sé il Vescovo presenta “lo stile delle tre R”. La prima parola è ritmo, nel senso che «la nostra vita deve avere un ritmo senza perdite di tempo, ma anche senza ossessione; il seminatore, dopo aver seminato, ha finito con il seme, ma lo attendono altri lavori da fare fino alla mietitura». La seconda è regola: «Ogni cosa a suo tempo. Ogni azione è importante, anche se non ne vediamo subito i risultati». La terza “R” è rito. «Ogni azione, dalla più semplice a quella più impegnativa, è da vivere con sacralità. È la sacralità del “momento presente” (kairòs)».
Una festa molto significativa, ma che a volte passa “inosservata” perché posta proprio all’inizio dell’estate, è la solennità della Dedicazione della Cattedrale, in realtà «una festa a Cristo, Sposo della sua Chiesa», ricorda il Vescovo. La riflessione del Vescovo parte non dalla chiesa fatta di pietre, ma dal tempio vivo: «Innanzitutto Cristo e la sua umanità e, in lui e con lui, ogni cristiano, pietra viva di quel tempio spirituale che è la Chiesa». Nel secondo punto della meditazione il passaggio dal tempio vivo alla chiesa di pietra: «Finché le comunità cristiane erano poco numerose, una casa qualsiasi bastava a radunare assemblee di fratelli; col passare del tempo crebbe l’esigenza di nuovi e più ampi spazi, adeguati alle necessità del popolo cristiano che cresce nella fede». La terza “arcata” della meditazione è dedicata alla chiesa che è per gli uomini. Il Vescovo deduce dalla preghiera di Salomone l’importanza che la casa ha per l’uomo, «non soltanto un riparo, ma qualcosa di molto più profondo». Nella casa «l’uomo vive con le persone che gli sono care, con le cose che gli appartengono; in essa si conservano le memorie, le fotografie, e prendono consistenza le speranze». Dunque, «la Chiesa ha bisogno di chiese, perché gli uomini hanno bisogno di una casa». «Tutta la vita della comunità e dei singoli cristiani – osserva – fa riferimento alla chiesa: la nascita, la morte, la malattia, l’amore, la festa, il lutto, la penitenza, l’esultanza, tutto vi trova un’eco fedele e puntuale».
Tuttavia, «la Cattedrale – rileva il Vescovo – ha una singolare importanza: è segno eloquente di unità per la Chiesa particolare. Vi celebra il Vescovo nel suo triplice munus di insegnamento, di santificazione, di governo pastorale». Il Vescovo esprime un richiamo forte all’unità: «Dall’unica Cattedrale all’unità fra noi: non una semplice assenza di conflitti, di tensioni, di opposizioni, ma una unità coinvolta, cordiale, nel comune impegno di evangelizzazione e di santificazione». Dunque, «non un’unità passiva, obtorto collo, ma attiva e, se fosse possibile, entusiasta». Un’aspettativa troppo alta? No. L’unità è «sempre da costruire»: la comunione è da calare in forme di comunità, fratelli tutti, fratelli e sorelle». Poi, elenca alcune tentazioni che minano più decisamente l’unità della Chiesa di San Marino-Montefeltro. Prima di tutto, «la situazione storico-geografica, che non facilita le comunicazioni». Poi, «la tendenza all’autoreferenzialità». «Essere insieme – osserva – comporta anche una pratica di ascesi, di vigilanza su se stessi, sui propri pensieri e – Dio non voglia – sulle critiche». Infine, un’altra tentazione sperimentabile è una sorta di «debolezza teologica: una teologia capricciosa che dimentica che cos’è la Chiesa particolare, qual è il ruolo del Vescovo». «Non siamo una confederazione di parrocchie – precisa il Vescovo–, siamo un’unica Chiesa. Da qui l’importanza del Programma pastorale». E conclude: «Amiamo la nostra Cattedrale, amiamo la nostra Chiesa. Al di là delle povertà e delle fragilità, Gesù la vede sua Sposa» (Omelia nella Festa della Dedicazione della Cattedrale, Pennabilli, Cattedrale, 17.6.2021).

Paola Galvani, luglio-agosto 2021

Rimanere in Lui… andare e portare frutti

Dal “mandato” alla “verifica”

Un altro anno pastorale pesantemente condizionato dall’emergenza Covid-19 si è appena concluso. È tempo di bilanci e di ripartenze sulle ali della speranza riconsolidata nella Pasqua e nella Pentecoste. Dopo aver ricevuto, nel settembre scorso, il “mandato” con il Programma pastorale, la Diocesi si è riunita nella “verifica” di fine anno, sabato 22 maggio.
«Il contenuto del Programma pastorale – afferma mons. Andrea rivolgendosi agli operatori pastorali – ci spronava a riscoprire e a vivere sempre più in profondità la missione che Gesù Risorto affida ad ogni discepolo, dimensione essenziale per la vita cristiana». «Ci siamo riproposti – precisa – di non fraintendere: la missione non è attivismo, ma richiede anzitutto di affondare sempre più le nostre radici nell’ascolto della Parola, nell’attenzione alle persone e alle sfide del tempo presente. La traccia ci indicava alcuni obiettivi: fare esercizi di ascolto, aprire nuove strade di relazione, fare nostro l’invito di Gesù a “non avere paura”. In fondo, si trattava di comporre la proposta di Gesù di rimanere in lui e di andare e portare frutti» (Lettera ai parroci e agli operatori pastorali, 6.5.2021).
«Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). «È la linfa – commenta il Vescovo restando nell’allegoria scelta da Gesù – che unisce il tralcio alla vite. La linfa, che non è frutto del tralcio, è puro dono: è la grazia». Da notare: «Il tralcio da solo non può far frutti, ma neppure la vite! Il Signore vuole che siamo tutt’uno con lui, che dentro di noi accada l’alchimia che trasforma la linfa in frutti». Il Signore vorrebbe che la sua vigna abbracciasse il mondo intero. Questo progetto «si completerà nel Cielo, ma fin da adesso deve essere “in terra come in cielo”» (Omelia nella V domenica di Pasqua, Perticara, 2.5.2021). «Gesù si è fatto uomo, è diventato terrestre – spiega mons. Vescovo commentando l’Ascensione del Signore – e ha fatto dei terrestri, di noi, uomini capaci di raggiungere il Cielo. Quindi c’è del Cielo sulla terra – è Gesù incarnato – e c’è della terra nel Cielo – è Gesù Risorto» (Omelia nell’Ascensione del Signore, Romagnano, 16.5.2021).
A volte sembra impossibile, ma Dio si preoccupa della nostra gioia, desidera che la nostra gioia sia piena. Lo sappiamo perché Gesù è venuto a dircelo. «Non si tratta – spiega mons. Andrea – di euforia psicologica o di chissà quale emozione; non è altro che il riverbero in noi della grazia, del rapporto che Gesù va stabilendo con ciascuno di noi». E aggiunge: «Mi dispiace quando il cristianesimo viene presentato come qualcosa di triste, mortificante, negativo. L’annuncio è sempre un annuncio pasquale, di gioia».
L’uomo è chiamato a fare suo lo stile della Trinità – che Gesù presenta mediante l’esemplarità del suo rapporto con il Padre – anche nel suo rapporto con la creazione: «L’uomo è re del creato, ma non alla maniera del despota: usa della natura e dell’ambiente, ma non ne abusa. Tutto orienta al bene comune». «Oggi assistiamo – illustra mons. Vescovo alla celebrazione diocesana per il mondo del lavoro – a modelli socio-economici che contrappongono sviluppo da una parte e sostenibilità dall’altra; la dimensione globale, governata da grandi poteri, va contro l’autonomia locale delle persone che responsabilizza». Per questo «è nostro compito riaffermare la dignità dell’uomo nella sua interezza, con il suo diritto alla salute, al lavoro e alla tutela del creato».
Affiora una radicale domanda di senso: «Perché lavoriamo?». «Molti rispondono dicendo che si lavora per portare il pane a casa». Andando più in profondità, «forse lo scopo più vero e più profondo del lavoro dovrebbe essere quello di darci l’occasione di esprimere noi stessi». «La mancanza del lavoro – segnala – è come un’amputazione alla dignità della persona. Nel lavoro ci si percepisce utili e significativi. In questo senso, il tema del lavoro ha a che fare con la fede e con la santità». E chi un lavoro ce l’ha come lo vive? «A volte facciamo lavori che non vorremmo fare e il lavoro non è più il luogo dove esprimo me stesso, ma dove accumulo frustrazioni, fatiche, malumori. Tutto questo può essere capovolto attraverso una conversione dello sguardo: fare per amore, per amore di qualcuno» (Omelia nella celebrazione del 1° Maggio, Pennabilli, 1.5.2021).
Quest’anno il Vescovo ha celebrato la Giornata del Lavoro in un’azienda che, in questi mesi, «ha combattuto una dura battaglia»: l’Ospedale di Stato di San Marino. «La comunità cristiana – osserva mons. Andrea – vede nella sollecitudine di Gesù verso i malati l’esempio normativo della propria condotta e guarda con speciale sensibilità le persone provate dal dolore». Ma ha pure un annuncio da dare: «Gesù ha voluto patire per la salvezza dell’umanità. Dalla meditazione della sua Passione attingiamo la forza per trasformare il peso, pur grave, della malattia in una offerta santificante». Rivolgendosi agli operatori sanitari conclude con una raccomandazione: «Davanti ai vostri occhi e alle vostre mani avete una persona con la sua dignità e con i suoi diritti: essa porta scolpita in sé l’immagine di Dio Creatore (cfr. Gen 1,27). È in questo riferimento al trascendente principio di ogni essere umano che trova il fondamento ultimo il dovere di soccorrere il prossimo senza distinzione di razza, di convinzioni, di religione, di nazionalità. Il rapporto medico-malato diventa, in tal modo, sempre più un incontro tra due fratelli» (Discorso nella Giornata del Lavoro, Borgo Maggiore RSM, Ospedale di Stato, 3.5.2021).

Paola Galvani, giugno 2021

La virtù della crisi: la speranza

Cassetta degli attrezzi per l’anima

«L’augurio mi viene dal cuore, particolarmente vicino a chi sta pagando il conto così salato di questa epidemia. Bene o male lo spirito di adattamento ci ha sorretto. Una sostanziale disciplina, insieme a tanta solidarietà, hanno arginato il peggio. Tuttavia, ci sono ferite profonde da rimarginare: ci vorrà tempo!». Così ha scritto mons. Andrea Turazzi nel Messaggio alla Diocesi per la Pasqua. Per curare le ferite di questo tempo il Vescovo suggerisce tra le virtù, che definisce simpaticamente «una cassetta degli attrezzi per l’anima», la perseveranza e più ancora la responsabilità. Precisa subito: «Quando diciamo: “Prendo le mie responsabilità”, suona come un “assumo i miei poteri”, mentre, nel senso più profondo, significa: “Mi prendo il dovere di un ascolto più attento e più ampio, vedo come andare incontro ad un maggior numero di persone”». «È troppo facile chiedere la responsabilità – prosegue – a chi, per ruolo istituzionale, è chiamato a decidere. Ma tutti noi abbiamo il dovere di reagire agli eventi, alle situazioni e alle loro conseguenze responsabilmente: è questo il primo vaccino da iniettare alla nostra collettività coi nervi a fior di pelle» (Messaggio per la Pasqua, 4.4.2021).
Nella Repubblica di San Marino si voterà presto un Referendum sull’introduzione e depenalizzazione dell’aborto. «Il “no” a questa proposta di legge che avanza è dettato non solo dalle nostre convinzioni di fede – che non sono in discussione – ma anche da motivazioni di ragione e di giustizia», ravvisa il Vescovo. Approfondendo con i sacerdoti del Vicariato di San Marino sente di doversi discostare dall’avverbio “no”: «Il “no” non dice tutta la verità; quello che noi intendiamo, in realtà, è un “sì”: un “sì” pieno alla vita». Dunque, sulla scheda si dirà “no”, ma in realtà è un “sì”: «Ci mettiamo dalla parte della creatura che ha appena iniziato la sua avventura». E aggiunge: «Che non diventi una crociata colpevolizzante!».
Talvolta si sente dire: «Ognuno deve seguire la propria coscienza». «Detta così – obietta – sa molto di non responsabilità verso la società, mentre entrano in ballo discorsi di educazione, di applicazione delle scienze alla salute e soprattutto di solidarietà sociale».
Mons. Andrea ritiene che la riflessione che accompagna il Referendum sia «un’opportunità grande per un sussulto di consapevolezza, di responsabilità, un momento favorevole per tutta la comunità. Sarebbe davvero triste alzare le spalle o rinunciare a prendere posizione e a partecipare». Auspica inoltre che «il fermo “no” all’aborto sia accompagnato da parole e gesti di attenzione alla donna, in particolare alla donna che lo ha vissuto, non dimenticando «il punto di vista di una mamma, sia quella raggiante per l’arrivo della nuova creatura, sia quella preoccupata a causa delle difficoltà, a cui assicurare tutto l’accompagnamento, la cura, la tutela» (Intervento alla riunione di Vicariato RSM, 26.3.2021).
A proposito di virtù, il Vescovo intende così la speranza «che i credenti portano a tutti, in spirito di amicizia»: «Non un mero augurio (o, qualche volta, una pietosa bugia), ma una “buona notizia”, una risorsa che scaturisce da un evento che ci mobilita: la risurrezione di Gesù Cristo, certezza di vita oltre la morte, reale possibilità per ogni anelito di futuro, per ogni attesa del cuore». «È tutt’altro che una virtù in crisi – dichiara –, semmai è la virtù della crisi».
I Vangeli che si leggono dopo la Santa Pasqua mostrano i discepoli rinchiusi nel Cenacolo, in preda alla paura: «Paura dei giudei, paura di che cosa pensava la gente di loro e anche delle proprie meschinità». «La sera – confida mons. Andrea – è spesso il momento in cui diciamo: “Oggi non ho combinato nulla, o quasi…”. Si prova a recuperare qualcosa, ma a vincere è ancora il senso di inutilità e, talvolta, di fallimento. Allora la risoluzione che viene più facile, quasi spontanea, è quella di rinchiudersi».
«Pace a voi (Shalom)» è la prima parola che pronuncia il Risorto, apparendo «la sera di quel giorno, il primo della settimana» (Gv 20,19). «Shalom» – fa subito notare il Vescovo – non significa semplicemente assenza di conflitti: è parola piena di risonanze e di promesse compiute, vuol dire riconciliazione, pienezza, gioia del cuore. Significa io con voi». «La parola shalom – osserva – risuona anche adesso, in questa sera benedetta. Ogni sera, da quando Gesù è risorto, è benedetta». Che cosa cambia la situazione? «L’incontro con Gesù: è lui che rende la giornata, quella sera, luogo della shalom». «Peccato che a volte noi non ci crediamo abbastanza!», esclama mons. Andrea.
Otto giorni dopo, di nuovo Gesù compare nel Cenacolo. I discepoli sono ancora chiusi dentro… Fa riflettere il fatto che la sua prima venuta sia stata senza effetto. «Secoli dopo – constata mons. Vescovo – Gesù è ancora qui, di fronte alle nostre porte chiuse, mite e determinato. Non accusa, non rimprovera, non abbandona, si ripropone, si riconsegna». Alla prima apparizione di Gesù nel Cenacolo non era presente l’apostolo Tommaso. Quando torna, gli altri discepoli dicono con entusiasmo: «Abbiamo visto il Signore!». Ma lui non ci crede. Il Vescovo invita a fare un altro passaggio: «Il lettore, – anche noi – sente la buona notizia: “Gesù è risorto! Lo abbiamo visto!”, ma non incontra Gesù in carne ed ossa. Ognuno di noi vive, come Tommaso, questa esperienza di assenza, di dubbio». Cosa dicono i discepoli rimasti dentro al Cenacolo? «Non te ne andare, ti portiamo noi, crediamo noi per te». Questa è la Chiesa! «La nostra fede non è direttamente in Gesù – fa notare –, ma in chi ci ha annunciato Gesù: una catena di testimoni lunga duemila anni, di generazione in generazione, che ci lega agli apostoli». Per questo, nel Credo proclamiamo: «Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».

Paola Galvani, maggio 2021

“Essere dono”

Uguaglianza nella dignità, diversità nel dono

Siamo abituati a sentir parlare della Festa della Donna per il ricordo delle conquiste sociali, economiche e politiche a vantaggio della donna oppure per festeggiamenti, ristoranti presi d’assalto (prima della pandemia…), attività ricreative… Da alcuni anni in Diocesi, il gruppo di persone che collabora con il Vescovo per la Pastorale Sociale e del Lavoro, anima la riflessione e la preghiera per questa Giornata. La dignità della donna è ferita in molte parti del mondo e anche le cronache nazionali riportano spesso all’attenzione efferati femminicidi e abusi. Proprio dall’immagine di uno di questi il Vescovo Andrea ha iniziato la sua meditazione: «A Bondeno di Ferrara (mio comune di origine), qualche settimana fa, una donna è stata uccisa dal suo ex marito. Ho presentissima la casa giù dall’argine che i telegiornali di tutta Italia hanno ripreso. A fianco c’è il “Boicelli”, un ramo del Cavo Napoleonico dove andavo a pescare. Dunque, un fatto accaduto a “casa mia”». Una seconda immagine, molto suggestiva, che mons. Vescovo ha citato, è quella di suor Ann Nu Thawng che, in Myanmar, in ginocchio, prega davanti alla polizia schierata contro i giovani manifestanti. Di fronte a queste immagini il Vescovo si è posto in preghiera come uomo, come sacerdote e come vescovo. «Come uomo – confida – la mia preghiera si fa implorazione di perdono al Signore per tutti gli atteggiamenti maschilisti o addirittura clericali». Poi, come sacerdote, eleva «quella della lode, del ringraziamento». Ne spiega il motivo: «Nella mia esperienza sacerdotale ho visto quanto determinante sia stata la presenza delle donne: suore, catechiste, insegnanti di religione, animatrici parrocchiali, membri dei Consigli…». Infine, come vescovo, la sua preghiera si riassume in un: «Eccomi», per dire tutta la sua disponibilità a fare in modo che nei programmi pastorali ci sia sempre più il contributo, la presenza, la genialità delle donne. «Voglio essere un vescovo che va a scuola dal genio femminile!», conclude.
Nel corso della riflessione il Vescovo ha evidenziato due tendenze nella società di oggi. Una prima tendenza è quella di una reazione contestatrice «al fatto che alla donna è stato assegnato un ruolo passivo, subordinato e dipendente». Qui segnala anche un pericolo: l’idea che «la valorizzazione della donna passi necessariamente per una sua “elevazione” allo stato maschile». «Strano femminismo – commenta –: per affermare la dignità del femminile, trovarsi a dover scimmiottare il maschile!».
Una seconda tendenza si prefigge di cancellare in radice la differenza fra uomo e donna: in essa ogni persona «deve emanciparsi dai condizionamenti biologici e culturali e scegliere a suo gradimento come modellare e costituire se stessa». Mons. Andrea propone una strada che «non stia nella esasperazione né di una uguaglianza senza differenza, né di una differenza senza uguaglianza. La prospettiva è quella di saper tenere insieme questi due poli: uguaglianza nella dignità, diversità nel dono». Spiega, poi, che la strada per una valorizzazione della ricchezza del maschile e del femminile «non è l’autosufficienza o l’antagonismo, ma l’apertura e la ricerca della relazione con l’altro, a me simile e differente». La logica del dono.
Il Vescovo conclude soffermandosi su un aspetto della femminilità: la generatività. «Anche fisicamente la donna è strutturata secondo la modalità dell’accoglienza e del dono. Sa fare spazio in se stessa a ciò che è invisibile. Dialoga silenziosamente per nove mesi con una presenza nascosta dentro di lei. Sa amare di un amore totale, consapevole che il dono di sé all’altro che porta in grembo richiede la pazienza, il sacrificio della gravidanza, il dolore del parto e poi di lasciarlo andare perché faccia la sua strada». «La generatività trova la sua prima espressione nella maternità biologica – precisa –, ma in realtà si dilata e abbraccia tutto l’agire femminile: nello spendersi nei rapporti con gli altri, soprattutto a favore dei più deboli e indifesi e nell’impegno educativo, la donna realizza una forma di maternità affettiva, culturale, spirituale, di un valore inestimabile, sia per lei che per la società» (Discorso nella Giornata Internazionale della Donna, Borgo Maggiore RSM, 7.3.2021).
Su invito della Conferenza Episcopale Europea ogni nazione, in un giorno della Quaresima, ha celebrato una Messa per le vittime del Covid-19 e le loro famiglie: «Una rete di preghiera, una catena eucaristica, per le oltre 770.000 vittime del Covid-19 in Europa». Il Vescovo Andrea ha celebrato la Messa nella Cattedrale di Pennabilli il 4 marzo scorso.
Nell’omelia ha presentato due opzioni che sono dentro al cuore di ogni uomo: di fronte alla situazione attuale, che tutti condividiamo, siamo chiamati ad una scelta. Le due possibilità del cuore vengono presentate prendendo spunto dalle letture liturgiche. In particolare, nella Prima Lettura sono ben rappresentate da due alberi: l’albero del tamerisco, l’albero delle steppe, che vive in luoghi aridi, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere, esempio dell’«uomo che confida nell’uomo»; l’albero che nasce e cresce lungo i corsi d’acqua, le cui foglie rimangono sempre verdi e che, nell’anno della siccità, non si dà pena e non smette di produrre frutti, esempio dell’uomo che confida nel Signore. «Se crediamo che Dio è amore e che tutto quello che accade è uno stimolo per amare di più, allora sapremo affrontare anche le cose più ardue: siamo davvero una famiglia» (Omelia nella S. Messa per le vittime del Covid-19, Pennabilli, 4.3.2021).

Paola Galvani, aprile 2021

“Credo sulla tua Parola”

Dalla guarigione alla salvezza

24 gennaio 2021: Domenica della Parola. Perché Papa Francesco ha indetto una domenica per celebrare la Parola di Dio? Ogni domenica, in tutte le comunità, si proclama e si medita la Parola di Dio… «Può succedere – constata il Vescovo – che nel nostro cuore, nella nostra vita spirituale, nella nostra pastorale perdiamo il contatto con la Parola di Dio». Va precisato come il recupero della dimensione biblica non sia da pensare «una volta all’anno, ma una volta per tutto l’anno» (AI 8), cioè per una maggiore consapevolezza di che cos’è la Parola di Dio e di quanto sia determinante per la vita delle nostre comunità. «La Parola non è una filosofia – esplicita mons. Andrea – e neppure una religione; la Parola è Dio stesso che agisce in noi e ci rende Chiesa, comunità, famiglia». Poi presenta due diverse prospettive con cui approcciarsi alla Parola. La prospettiva esperienziale di chi «parte dalla vita con le sue interpellanze e le risolve chiedendosi: che cosa dice Gesù a proposito di questo? Cosa dice la Parola di Dio su questa cosa che mi accade? E obbedisce alla Parola». La prospettiva kerygmatica di chi «parte dal testo sacro e prova a declinarlo nelle situazioni di vita. Per far questo legge la Parola di Gesù, dei profeti e dei Salmi, fa tesoro dei brani ascoltati nella celebrazione domenicale, sottolinea una frase in particolare e, durante la settimana, fa l’esercizio di averla presente: la rumina (in senso metaforico), la pensa, cerca di iniziare la giornata alla luce di quella Parola e di viverla». «L’una e l’altra prospettiva – conclude – si basano sulla convinzione che la Parola sia efficace, che abbia una potenza propria, se accolta con fede». E questo è importante! Mons. Vescovo invita a «far nascere in ogni parrocchia un “gruppo della Parola”, sia pure piccolo, ma generativo: un frutto del Programma pastorale di questo e del prossimo anno» (Omelia nella III domenica del Tempo Ordinario, Murata RSM, 24.1.2021).
Non è stata una coincidenza che la Domenica della Parola sia stata incastonata nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) ad indicare «un cammino da perseguire alla luce della Sacra Scrittura». Uno dei momenti culminanti è stato, infatti, quello della preghiera ecumenica celebrata dal Vescovo Andrea, insieme a rappresentanti della Comunità Valdese, ortodossa e cattolica di rito bizantino, nella Basilica del Santo Marino. Un passaggio importante dell’intervento del Vescovo in quella occasione richiama il Concilio Vaticano II: «La divina Rivelazione è Dio che, per la ricchezza del suo amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con loro per invitarli e ammetterli alla comunione con sé (DV 2)». «Per noi – prosegue – leggere le Sacre Scritture non è come leggere un classico, un capolavoro che emoziona ed entusiasma. No. Quando apriamo il libro delle Sacre Scritture è Dio che si intrattiene con ognuno di noi come con un amico. Un Dio amico! Allora dietro le parole, cerchiamo la Parola, il Verbo che “si è fatto carne” (Gv 1,14)» (Discorso durante la Preghiera ecumenica, Basilica del Santo Marino RSM, 25.1.2021).
Qualcuno sostiene che la Chiesa non abbia detto parole significative in questo tempo di pandemia. «Per dire parole nuove, parole vere, bisogna vivere; le parole non si inventano, scaturiscono dalla vita», afferma il Vescovo rivolgendosi ai giornalisti e agli operatori della comunicazione riuniti in occasione della festa di San Francesco di Sales (patrono dei giornalisti). «Quello che ci è chiesto – continua – è la vicinanza alle persone. Occorre trovare parole che diano fiducia. Oltre a denunciare ed evidenziare il male, è importante far vedere tutto il positivo che c’è in questo tempo. È compito di noi comunicatori portare alla luce quello che paradossalmente non fa notizia». E conclude: «Per quello che io sento, le parole nuove nascono dal Vangelo vissuto. […] Il Signore metterà parole giuste sulle nostre labbra, parole che possono toccare, servire, prendersi cura dei fratelli. Sarà accanto a noi nelle nostre delicate responsabilità» (Omelia nella Festa di San Francesco di Sales, Murata RSM, 25.1.2021).
Le parole più significative la Chiesa le pronuncia davanti alle «domande più radicali: “Che è questa vita a cui siamo irresistibilmente attaccati, se poi è destinata a finire, tante volte sul più bello?”». «È frequente nei Vangeli (nei racconti di miracoli fatti da Gesù) – fa notare mons. Andrea – il rincorrersi di due verbi, due verbi diversissimi, anche se noi li prendiamo come sinonimi: “guarire” e “salvare”. Sono due cose diverse: uno può guarire, temporaneamente, ma la salvezza è una cosa più grande, più profonda. La salvezza è essere in comunione sempre con il Signore Gesù».
«Una volta alla Certosa della mia città – racconta – ebbi un’esperienza di grande buio spirituale. Era il mese di luglio e il sole picchiava forte; ero stato chiamato per un rito funebre. C’era un necroforo che stava riesumando i resti di una persona e con una cazzuola da muratore tirava via la terra dal teschio. Mi fermai un attimo a guardare. Dissi a Gesù: “Credo sulla tua Parola di risurrezione, perché tante volte ho fatto esperienza che la tua Parola è vera”». «Se Gesù dice che dobbiamo guardare il paradiso – conclude –, dove saremo con Lui, possiamo fidarci. Chiediamo di essere guariti, ma chiediamo soprattutto la salvezza eterna. Abbiamo una eternità smisurata di gioia e di vita davanti a noi» (Omelia nella festa di San Biagio, Piandimeleto, 3.2.2021).

Paola Galvani, marzo 2021