Vita della Diocesi

Lo Spirito Santo: “sconosciuto… ma non estraneo”

Per ascoltare occorre il silenzio

Dice il Salmo: «Questo povero grida, il Signore lo ascolta» (Sal 34,18), «ma nei Vangeli – fa notare il Vescovo Andrea – c’è un di più di prossimità: il povero grida e il Signore lo guarda, lo prende per mano». «Siamo così introdotti – prosegue mons. Andrea – nel mondo della sanità», caratterizzato dall’esperienza della «sofferenza umana che prende la forma della malattia» e da quella «dell’amore umano che prende la forma della cura verso chi è infermo: il mondo della malattia invoca senza sosta il mondo dell’amore». L’esigenza, umana e cristiana, «dell’incontro fra la sofferenza e l’amore, ha assunto nel corso dei secoli forme istituzionali, in cui la Chiesa è stata la protagonista nell’invenzione degli ospedali, e forme professionali, a motivo del loro contenuto profondamente umano ed evangelico, per cui siamo portati a configurarle come missione (medici, infermieri, ricercatori, farmacisti, personale che organizza la sanità, politici). È indubbio – aggiunge – che dentro a questa tradizione umana il Vangelo ha introdotto una visione della dignità umana assolutamente nuova, cioè il valore della persona umana indipendentemente da quello che ha, dai titoli di studio raggiunti, persona umana che è un unicum, un figlio di Dio». Questa è la causa delle riserve espresse dalla Chiesa ogni volta che «i criteri della pratica sanitaria e della politica sanitaria non sono principalmente centrati sulla persona, ma sui bilanci e sulle convenienze, oppure su principi basati sull’età, le condizioni e la provenienza del malato».
Commentando l’episodio del sordomuto proposto dalla liturgia dell’11 febbraio, il Vescovo osserva che «non sappiamo quali parole siano corse fra lui e Gesù. I silenzi del Vangelo sono per noi, perché li possiamo riempire con la nostra storia, con le situazioni di sofferenza, nostre e dei nostri cari, e con le nostre parole». Inoltre, sottolinea che «il Signore agisce con dolcezza, poco a poco; purtroppo, per condizione umana, siamo portati ad essere sordi spiritualmente». «C’è una creatura, una donna, che sa ascoltare perfettamente: è Maria. La Parola la penetra così intimamente e il soffio divino prende dimora così pienamente in lei al punto che dà la carne alla Parola del Padre» (Omelia nella S. Messa per la Giornata Mondiale del Malato, Valdragone RSM, 11.2.2022).
Il Vescovo tratta il tema dell’ascolto anche nell’incontro con i giornalisti nella Festa di San Francesco di Sales, loro patrono. «L’ascolto non può essere solamente la registrazione di un contenuto. Il percorso dall’udito al cuore è di pochi centimetri, ma in realtà è piuttosto accidentato, richiede molte virtù. Per ascoltare occorre il silenzio, non preparare la risposta mentre l’altro parla, serve l’empatia». «Ascoltare fino in fondo non vuol dire fino a quando non si è esaurita la pazienza, ma significa ascoltare fino al fondo del vissuto dell’altro, di quello che ha dentro» (Incontro con i giornalisti per la Festa di San Francesco di Sales, Murata RSM, 24.1.2022).
Nella Festa della Presentazione di Gesù al Tempio il Vescovo si sofferma sulle figure di Simeone e Anna, «anziani a cui l’attesa non ha invecchiato il cuore». «È lo Spirito Santo – prosegue – che li rende attenti a percepire il nuovo, a cogliere la presenza del Signore che viene «in quel cucciolo d’uomo che prende possesso del suo Tempio». Cosa dobbiamo fare per convivere con lo Spirito Santo? «Simeone ed Anna ci insegnano innanzitutto ad ascoltare la sua voce dentro di noi. Prima delle preghiere, chiediamo che lui ci introduca, ci faccia varcare quella soglia. Invochiamolo di frequente durante la nostra giornata. Manteniamo dentro di noi una conversazione con lui». «Dello Spirito – conclude – si va dicendo che è il grande sconosciuto, per la nostra ignoranza, però non si dica che è estraneo. Lo Spirito non ci lascia nell’oscurità, ma ci guida verso la luce interiore dove si può incontrare Gesù» (Omelia nella Festa della Presentazione di Gesù al Tempio, Valdragone RSM, 2.2.2022).
Nel Vangelo delle beatitudini il Signore «si felicita con i poveri, gli afflitti, gli affamati, i perseguitati», quelli che noi, «con gli occhi mondani, reputiamo sfortunati». Le beatitudini «parlano di Dio e parlano di noi»: «ci dicono come il Signore opera e trasforma» e «ci mettono di fronte ad una scelta: possiamo decidere di essere beati o di essere nei “guai”! Beati, se accettiamo di fidarci di lui; guai a noi, se gli voltiamo le spalle, imprechiamo contro la sorte, ci lamentiamo». Mons. Andrea invita ciascuno a vivere le parole del Vangelo in questo modo: «Ogni volta che mi troverò di fronte ad una situazione che mi mette in crisi, alzerò lo sguardo, mi ricorderò del Signore e dirò: “Signore, ti incontro in questo dolore, in questa fatica”». E conclude: «Vivere fatiche e dolori con Gesù li trasforma in una risorsa» (Omelia nella VI domenica del Tempo Ordinario, Savignano Montetassi PU, 13.2.2022).

Paola Galvani, marzo 2022

“Un’àncora gettata in cielo”

Non solo Covid: una Chiesa in rinnovamento al soffio dello Spirito

Viene da perdersi d’animo. Anche quest’inverno 2021/22 è caratterizzato dal Covid-19. In questo tempo di pandemia chi crede, chi è in ricerca e anche chi si dichiara non credente fa appello a tutte le risorse che trova, dentro e fuori di sé, per avere fiducia e coltivare speranza. Come si pone un cristiano davanti all’attuale situazione? «In Cristo Gesù – rassicura il Vescovo Andrea – Dio ha stabilito di essere per noi, totalmente e per sempre. La fiducia cristiana è fondata e radicata in questa realtà, non in un mero sentimento o in una volontà di ottimismo dell’uomo». Un messaggio per tutti: «Chi viene a me, io non lo respingerò», dice Gesù. «Stupende parole – commenta il Vescovo –; mai Gesù ha respinto qualcuno – la cacciata dei venditori dal tempio era un gesto simbolico – né mai lo farà». E aggiunge questa sottolineatura: «C’è di più in questa attitudine di accoglienza e di amore universale: Gesù è all’unisono col volere del Padre nel non voler perdere alcuno di quanti il Padre gli ha donato». Dunque, «questa è la salda roccia sulla quale costruire la nostra casa, la nostra vita, la nostra fiducia, al di là della nostra fragilità, del nostro limite, perfino del nostro peccato». Anche di fronte alla morte – a cui la pandemia richiama costantemente con i suoi numeri che riecheggiano ogni giorno nei telegiornali e nelle nostre menti – «Gesù oggi ci ripete il desiderio del Padre: dare pienezza di vita». «Questa è una speranza immensa – osserva –fondata sulla promessa di Gesù: un’àncora gettata in Cielo. […] La morte ci spoglia di tutto, ma è esodo e Pasqua verso la vita». Mons. Andrea consegna una prospettiva di speranza anche a chi ha perso i propri cari: «Chi ha raggiunto la Casa del Padre ormai è davanti a noi, come testimone del mondo che verrà, come la sentinella di cui scrive il profeta Isaia.  Ci precede e crediamo che un giorno saremo riuniti in Cristo per aver parte alla sua resurrezione» (Omelia nella S.Messa in suffragio di Astrid Séverine Kabanga, Dogana RSM, 8.1.2022).
Chi potesse passare, anche solo per qualche momento, tra le comunità parrocchiali, religiose e associative in questi primi mesi dell’anno incontrerebbe una “Chiesa in ginocchio”. In ginocchio perché ha davanti a sé «tante difficoltà, tante prove, a cui a volte non sa come rispondere». In ginocchio soprattutto per ascoltare e invocare “il vero protagonista”: «Spirito di Dio dacci luce, donaci suggerimenti!». In ginocchio davanti alla «terra santa» che è ogni fratello. «Mettersi veramente in ascolto – confida mons. Andrea – è “devastante”, perché richiede la capacità di fare spazio dentro di sé. Poi ci si accorge che arricchisce. La virtù dell’ascolto non è una tattica da utilizzare, ma un modo di essere» (Omelia nella S.Messa di fine anno, Pennabilli, 31.12.2021). È tempo di Sinodo, non solo per i vescovi o per gli “addetti ai lavori”, ma per tutti. Il Sinodo «non è un parlamento, con maggioranze e minoranze, in cui ha ragione chi grida più forte, semmai un Cenacolo; la morale non può essere stabilita per alzata di mano, la fede non può essere “secondo me”…». «Non adottiamo la democrazia – precisa – come sistema di vita della Chiesa: la Chiesa è una fraternità». Il Sinodo è «un momento di grande spiritualità, dove tutti invochiamo lo Spirito Santo e chiediamo che ci parli. E, come diceva san Benedetto da Norcia, può essere che lo Spirito parli anche attraverso il più piccolo». Ufficialmente siamo entrati in Sinodo il 17 ottobre scorso, ma alcuni mesi sono stati dedicati per lo più alla preparazione. A qualcuno è parso che il compito del sacerdote come guida della comunità potesse in qualche modo venir meno. «No, anzi – replica mons. Andrea – chi ha il carisma del discernimento è facilitato dalla sinodalità, perché si trova davanti persone che partecipano. Si crea veramente un confronto e allora viene ancora più in evidenza il ruolo della guida». Dopo le festività natalizie sono partiti in Diocesi molti “Gruppi Sinodali”. È in atto anche un vero e proprio “censimento” da cui si potrà tracciare una mappa della sinodalità vissuta: «In realtà – precisa il Vescovo – come Diocesi siamo avanti, perché già da qualche anno avevamo cominciato a vivere la sinodalità, cioè il “camminare insieme”, il mettersi in ascolto». Il Programma pastorale diocesano è un frutto concreto del “camminare insieme” e sentirsi “Diocesi”. «Il “sì” al Signore è personale – osserva – ognuno di noi lo dice nel suo cuore, ma è bello quando questo “sì” diventa corale, quando c’è tutta una comunità che cerca di muoversi insieme. Dobbiamo essere testimoni di comunione in mezzo al mondo. Questo è il cuore stesso della missione». I Gruppi Sinodali avranno tempo di lavorare fino alla fine di marzo, ma «la loro esperienza deve diventare paradigma di tutti i nostri modi di incontrarci». «Fino ad ora – confida mons. Andrea – facevo così: mi veniva un’idea, ne parlavo con i collaboratori e ci pregavo su. Si tratta di fare esattamente il contrario: partire dalla preghiera, mettersi in atteggiamento di disponibilità, di libertà, eliminare i pregiudizi; ascoltare le persone; raccogliere le idee e decidere» (Incontro con i responsabili delle aggregazioni ecclesiali, 17.12.2021). Una piramide che si rovescia!

Paola Galvani, febbraio 2022

 

“La luce del Natale ricostruisce le nostre rovine!”

Il mistero parla. Il mistero ci interpella. Il mistero ha un “io”

«Siamo dolcemente invitati a riaprire i conti col mistero di Dio e col mistero dell’uomo». Con queste parole il Vescovo Andrea, nell’editoriale di dicembre, esortava i lettori a porsi davanti al mistero di Dio, che «nell’esperienza umana sulla terra non sarà mai pienamente posseduto». «Il fatto più eclatante – segnalava – è che questo mistero si rivolge a noi. Il mistero parla. Il mistero ci interpella. Il mistero ha un “io”». Il Vescovo mette a confronto la nascita di Gesù a Betlemme, in un giorno preciso della storia, alla nascita di ogni uomo: «C’è un racconto che sottostà a tutti i racconti della nostra vita: è il racconto della nostra nascita, un racconto che ci viene dato da coloro che ci hanno accolto, chiamato per nome e coperto di baci». «Di tale racconto – osserva – abbiamo bisogno per conoscere la nostra identità, tant’è vero che, chi non l’ha avuto, ne soffre; chi non sa nulla dei propri genitori li cerca instancabilmente, avvertendo la necessità di sentirsi persona, fin dall’inizio, chiamata per nome». Dunque, nel Natale di Gesù il nostro Natale. Inoltre, «la gioia per un bimbo che nasce a Betlemme – fa notare mons. Andrea – richiama nel Prologo del Vangelo di Giovanni la gioia e lo stupore per ciò che nasce e che è nato all’origine del mondo». «Tutto ciò che è nato ed ha cominciato ad esistere – prosegue – è da vedere nella luce del Natale: il Verbo incarnandosi viene a riprendersi ciò che è suo per rinnovarlo!». Si può dire che, mentre il Natale di Betlemme fa vivere il compleanno di Gesù, il Prologo di Giovanni presenta il compleanno del mondo, «la sua natura di mondo “sensato”, perché dovuto a colui che è il Logos, il Verbo di Dio». Da questo parallelo si può dedurre che «se partiamo da Gesù Figlio di Dio, le nostre vicende umane non sono né piccole né inutili, i nostri affanni non sono un sospiro vano, dal momento che se ne è fatto carico nascendo a Betlemme». Ma il Natale, «oltre ad essere un compleanno storico, oltre a richiamare un evento cosmico, è insieme incomparabilmente intimo e personale: Gesù si fa presente ad ogni istante della nostra concreta realtà quotidiana. Il Signore viene e sta sempre di nuovo per venire in chi lo attende e lo accoglie».
Con stupore il profeta Isaia esclama: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme» (Is 52,9). «Come mai – domanda mons. Vescovo – il profeta pensa che le rovine possano prorompere di gioia, quelle rovine che vediamo in noi e attorno a noi, le rovine che umiliano, le rovine del senso della vita che molte persone hanno perduto e non ritrovano, le rovine interiori dell’angoscia, della paura, della diffidenza, della tristezza?». E conclude così: «La luce del Natale ricostruisce le nostre rovine!» (Meditazione teologica sul Natale, Rimini, Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli”, 16.12.2021).
Alla Veglia per la Vita nascente, il Vescovo, commentando ancora il Prologo del Vangelo di Giovanni, sottolinea che «la nostra è una vita da, perché ricevuta, una vita con, perché proiettata nella relazione ed è una vita per, da giocare per costruire, creare, progettare». «La vita – aggiunge – non ha valore, perché la vita è un valore, perché è unica e irripetibile, insostituibile e non surrogabile» (Discorso alla Veglia per la Vita nascente, Dogana RSM, 29.11.2021).
Del valore della vita il Vescovo Andrea ha parlato anche in occasione dell’incontro con il personale sanitario e con la cittadinanza nella festa di San Luca, patrono degli operatori sanitari (posticipato al 1° dicembre), una “tavola rotonda” «ad indicare la confluenza delle diverse competenze e della complementarità dei modi di prendersi cura attorno all’unico soggetto: la persona umana. Ci sono amministratori che lavorano per il bene comune, c’è il sacerdote che testimonia come la persona sia “una”, cioè unità di corpo e anima, c’è il personale medico, infermieristico e volontario che si china quotidianamente sul malato, c’è il bioeticista che aiuta nella riflessione». In apertura dell’incontro mons. Vescovo legge la pagina di Vangelo in cui Gesù risana molte persone segnate dalla malattia. «Qualche volta – osserva – Gesù si arrabbia col male; qualche volta si commuove per la persona ferita». Le guarigioni compiute da Gesù «non sono semplicemente o solamente dettate dalla bontà e dalla compassione, ma sono un segno della regalità di Dio, del mondo rinnovato. Dio non vuole il male. Dio non chiede la rassegnazione. La malattia e il male sono un segno del peccato che è entrato nel mondo e che si deve contrastare». Pertanto, mons. Andrea esorta a «dire “no” al fatalismo, “sì” alla ricerca, allo studio, alla cura di chi è malato, a testimoniare coi fatti che non esistono vite indegne o da scartare perché non rispondono al criterio dell’utile o alle esigenze del profitto». «Perché la cura senza scienza – afferma citando le parole di papa Francesco ai membri della Biomedical University Foundation – è vana, come la scienza senza cura è sterile» (Discorso alla Tavola Rotonda per la Giornata degli operatori sanitari, Novafeltria, 1° dicembre 2021).

Paola Galvani, gennaio 2022

“Gettare la vita”

Missione, corresponsabilità e servizio

Il mese di novembre è stato caratterizzato da cambiamenti nella cura pastorale di alcune comunità. «Ogni cambiamento – commenta il Vescovo – segna sempre un punto critico, di sofferenza e di distacco, ma può diventare motivo di crescita per tutti». Il Vescovo Andrea ha accompagnato con la sua paternità sacerdoti e fedeli. Come vivere bene questi passaggi? «Con una visione di fede – risponde mons. Andrea – in particolare sul ministero sacerdotale». Un invito a riflettere su chi sia veramente il prete e su quale rapporto instaurare con lui. «Questo momento è da vivere – prosegue – aperti alla realtà della Chiesa locale e della Chiesa intera, con le sue fragilità, i suoi cammini, le sue risorse. Da parte di ognuno occorre intelligenza, responsabilità, collaborazione e servizio» (Riunione con il Consiglio Pastorale Parrocchiale di Borgo Maggiore, 3.11.2021).
Il rito di immissione canonica di un nuovo parroco prevede alcune consegne solenni. Innanzitutto, la consegna delle chiavi della chiesa parrocchiale e del tabernacolo. «Ma la chiave dei cuori – precisa il Vescovo rivolgendosi ai parrocchiani – solo voi potete consegnarla al vostro parroco». Il nuovo parroco viene accompagnato dal Vescovo al fonte battesimale, «dove si nasce alla vita nuova dall’acqua e dallo Spirito Santo»; poi al confessionale, «luogo della riconciliazione e del perdono»; infine, all’altare, «simbolo di Cristo, dove egli, Cristo Gesù, si dà a noi come cibo». «Sono riti – spiega il Vescovo – che richiamano il legame che il parroco ha con il suo Vescovo e con la comunità, ma dicono anche la sacralità con cui il parroco viene affidato ai fedeli e i fedeli al parroco: un affidamento reciproco, con un vero legame pastorale, spirituale, giuridico». «Siamo tutti sotto l’azione dello Spirito Santo – rassicura il Vescovo – che crea, conforta, ispira». «L’effusione dello Spirito Santo non è un semplice “accessorio” che il Signore dona – chiarisce –; lo Spirito Santo è l’amore del Padre per il Figlio ed è l’amore del Figlio per il Padre, quindi dire che il Padre e il Figlio effondono lo Spirito su di noi certifica che noi facciamo parte della famiglia di Dio!». Mons. Andrea confida un’intuizione: «Io dico: “Vieni Spirito Santo!” e lo Spirito mi dice: “Vai!”». È la missione, l’impegno che ci sta coinvolgendo anche come Diocesi (Discorso nel conferimento della cura pastorale della parrocchia di Borgo Maggiore a don Alessandro Santini, Borgo Maggiore RSM, 14.11.2021).
«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo…». Sono le parole di Gesù che precedono il suo discorso sulla fine, o meglio sul fine, della vita. Quando i discepoli chiedono a Gesù: «Quando accadrà questo?», la risposta di Gesù è: «Il Padre sa». «Non vuol dire che il Padre sa tutto – precisa il Vescovo –, perché è l’onnisciente; il Padre sa, perché è vicino a te, conosce quello che hai nel cuore, conosce tutto lo svolgimento della tua vita» (Omelia nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario, San Marino Città, 14.11.2021).
Emblema della fiducia nel Padre che sa è la vedova povera su cui Gesù richiama l’attenzione nel suo gesto di gettare nel tesoro del tempio appena «due monetine che fanno un soldo», a rappresentare «l’amore a Dio e l’amore al prossimo, un unico amore». «Il verbo “gettare” – commenta mons. Andrea – non è disprezzo della vita, ma decisione risoluta di dare tutto senza nulla trattenere per sé», proprio come ha fatto Gesù, con piena fiducia nel Padre (Omelia nella XXXII domenica del Tempo Ordinario, #FlashdiVangelo).
Nella I domenica di Avvento ha risuonato con forza l’invito ad essere vigilanti, «perché la venuta del Regno di Dio è improvvisa, come una folgore». «Il Signore troverà in me un credente?»: domanda aperta «a cui ognuno può rispondere solo per sé». «Le difficoltà, le delusioni, le persecuzioni ci scoraggeranno, renderanno tiepida la nostra attesa?». «La preghiera perseverante – osserva mons. Andrea – è il vero antidoto all’avvilimento e al raffreddamento del nostro fervore». Ma spesso abbiamo l’impressione – prosegue – di non essere esauditi e pensiamo: “Dio mi ascolta o no?”». «Il fatto vero – conclude – è che non abbiamo capito che cos’è veramente la preghiera. Non si tratta di scansare i nostri problemi, di trovare rimedio alle nostre disgrazie, ma piuttosto di vivere con Qualcuno il nostro quotidiano, condividere con lui le nostre gioie e le nostre pene». E segnala un pericolo: «Se fossimo esauditi a modo nostro, trasformeremmo il Dio vivente in un distributore automatico e la nostra preghiera diventerebbe come una magia di cui ci serviremmo nelle nostre necessità e anche nei nostri capricci». «Ogni volta che siamo tentati dal considerare che la preghiera è inefficace – aggiunge –, dobbiamo mettere a fuoco il nostro sguardo. È la nostra fede che deve crescere per comprendere la realtà del Dio incarnato di Gesù che vive con noi e che è presente al di là del nostro sentire» (Omelia nella S.Messa con la comunità dei Servi del Paraclito, Maciano RN, 13.11.2021).

Paola Galvani, dicembre 2021

 

“A casa propria nella Chiesa”: nessuno escluso!

Finestre spalancate al vento dello Spirito Santo

Domenica 17 ottobre in ogni parrocchia, in ogni chiesa e in ogni comunità religiosa della Diocesi di San Marino-Montefeltro si è aperto il Cammino Sinodale avviato dalla CEI in sintonia con la preparazione del Sinodo Generale dei Vescovi (ottobre 2023). «Per tanti si tratta di una proposta del tutto nuova – commenta il Vescovo – per altri è un’avventura piena di incognite». L’invito di papa Francesco è a «sentirsi a casa propria nella Chiesa»; per questo chiede di osare «incontrarsi, ascoltarsi l’un l’altro e discernere quello che giova di più in questi giorni complicati». A questo proposito «è naturale provare anche un sentimento di inadeguatezza – confida il Vescovo –; eppure dobbiamo crederci e tirare fuori ciò che brilla nei nostri cuori e nei cuori di tutti». Lo Spirito Santo sarà il grande protagonista, con il suo «suggerire pensieri, ricordare quello che è nel profondo delle nostre storie, far sognare nuovi orizzonti». Per chi continua a smarcarsi dall’impegno sinodale il Vescovo aggiunge che «a volte accade che il Signore parli attraverso il fratello più piccolo e sconosciuto». Nessuno si deve sentire escluso: «Il Signore parla anche attraverso chi è in ricerca di verità e reclama autenticità».
Mons. Andrea tratteggia la Chiesa nel Cammino Sinodale con l’immagine del «cenacolo in cui le finestre spalancate immettono aria fresca e nuova nelle nostre comunità». «Forse il vento scompaginerà i nostri schemi – aggiunge – ma non dobbiamo avere paura. E conclude il suo discorso ai presbiteri, ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate e agli operatori pastorali riuniti per la Veglia diocesana di apertura del Cammino Sinodale (sabato 16 ottobre) citando una frase del grande poeta tedesco Hölderling: «Là dove cresce il rischio, cresce anche ciò che salva»! (Veglia diocesana di apertura del Cammino Sinodale, 16 ottobre, Murata RSM).
Alla Giornata Unitaria dell’Azione Cattolica il Vescovo, commentando la celebre pagina evangelica del “giovane ricco”, rivolge a ciascuno dei partecipanti una domanda penetrante: «Che cosa ti manca?». Alla richiesta del “giovane ricco” sul «che cosa si deve fare per avere la vita eterna», Gesù risponde: «C’è una cosa che ti manca. Il fatto che tu abbia un vuoto dentro di te è provvidenziale: Dio ti ha creato con questo vuoto perché diventi occasione per cercare la vera pienezza». Il giovane aveva a cuore l’osservanza scrupolosa dei comandamenti: era il suo vanto! E tuttavia avverte che gli manca qualcosa. Mons. Andrea fa anche una precisazione: «I comandamenti sono stati dati nel contesto dell’Alleanza: ogni comandamento proclama che Dio si è fatto tuo alleato, che ti ama immensamente. Ogni comandamento osservato non è altro che la celebrazione dell’Alleanza». Gesù chiede al giovane – e ad ogni persona – una cosa molto semplice: «Seguimi. Colma quel vuoto con la mia presenza, con il mio amore». Continuando la riflessione il Vescovo osserva che «la ricchezza non è il problema. Anche la mancanza di ricchezza, del resto, può renderci ansiosi, invidiosi, iperattivi, nel tentativo di avere di più. Il problema è la mancanza di libertà. Solo quando il nostro cuore è finalmente sgombro possiamo seguire Gesù» (Omelia nella XXVIII domenica del Tempo Ordinario, 10 ottobre, Novafeltria).
Durante la celebrazione in occasione dell’Investitura degli Ecc.mi Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, alla presenza delle Autorità civili e militari, il Vescovo invita a «costruire l’edificio solido della convivenza umana su rapporti autentici». «Non bastano le dichiarazioni di intenti – prosegue –, occorrono convinzioni profonde e scelte coraggiose e pratiche». In sintonia con l’immagine evangelica della casa, mons. Andrea evidenzia che «il buon architetto costruisce sulla salda roccia della coscienza». Sempre più di rado si parla di coscienza. Così la definizione: «La coscienza morale è una facoltà conoscitiva che dice al cuore, senza errore, se il pensare, il parlare e l’agire sono concordi ai valori assunti come anima della propria esistenza e della propria missione». Il Vescovo descrive l’azione della coscienza mediante tre metafore: la bussola, lo scrigno e la molla. «La coscienza – come la bussola che segna infallibilmente il Nord – denuncia se le scelte sono conformi o non conformi ai valori che portiamo dentro». «La coscienza – come uno scrigno che custodisce gelosamente gioielli preziosi – racchiude verità fondamentali sul bene e sul male, gli insegnamenti dei sapienti e l’etica universale. Guai ai cuori e alle intelligenze distratte, superficiali e senza contemplazione». «La coscienza – come una molla sempre in tensione – non si ferma all’esigenza minima del precetto, ma spinge al meglio, al di più, a compiti intraprendenti di bene per sé e per gli altri». E conclude: «Decisiva l’educazione della coscienza. Una coscienza ben formata non offre mai alibi all’individualismo, al disimpegno e al relativismo. La coscienza fa sentire la sua voce sul bene di tutti e di ciascuno» (Omelia nell’Insediamento dei Capitani Reggenti, 1° ottobre, San Marino Città, Basilica del Santo).

Paola Galvani, novembre 2021