Vita della Diocesi

“Uniti si fa più luce”

L’interdipendenza della famiglia umana

«È una Pasqua diversa, celebrata a porte chiuse, senza il concorso dei fedeli e in tono dimesso. Per la celebrazione più laica è una Pasqua senza lo scambio di abbracci e strette di mano, senza grigliate sulla spiaggia e gite fuori porta. Si celebra nella propria casa, trincerati a dispetto di una primavera che non si è mai vista così scintillante. Per quasi tutti, una Pasqua senza Messa, senza poter nutrirsi dell’Eucaristia» (Omelia nella Veglia Pasquale, Pennabilli, 11.4.2020). Con queste parole il Vescovo Andrea apre la Veglia pasquale, momento culminante dell’anno liturgico e pastorale, in una cattedrale vuota di popolo ma piena della luce del Signore Risorto.
Nei difficili giorni della Quaresima mons. Andrea è tornato più volte sul tema del “digiuno eucaristico”. Un digiuno imposto e che fa soffrire, ma purtroppo «una triste necessità in tante regioni del mondo in cui mancano i sacerdoti o non vi sono le condizioni per celebrare la Messa»; «penso sommessamente – confida – anche ai cristiani che, per la loro condizione di vita familiare, non possono ricevere l’Eucaristia, pur desiderandola fino alle lacrime». Quasi sempre questa richiesta esprime un desiderio che è frutto di una vita spirituale intensa. Ma il Vescovo invita la comunità cristiana a considerare le altre vie per adorare Dio «in spirito e verità» e per esprimere fraternità solidale. «il signore è realmente presente con il suo spirito – precisa – tra coloro che sono riuniti nel suo Nome: “dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). È presente nella Parola e nutre costantemente chi la legge e la medita. Il Signore vivo – continua – si fa prossimo nel povero: “avevo fame, mi hai dato da mangiare…” (cfr. Mt 25,31-46), ha la sua dimora in chi osserva i suoi comandamenti ed è presente nel desiderio stesso dei sacramenti» (Omelia nella Solennità del Venerdì Bello, Pennabilli, 20.3.2020).
Durante la celebrazione del Giovedì santo, in cui si celebra l’istituzione dell’Eucaristia, mons. Vescovo ha parlato dei tre elementi che valorizzano il pio esercizio della comunione spirituale. «La comunione spirituale è una professione di fede nell’Eucaristia. Con essa si esprime un desiderio che è già una forma della presenza del signore, perché è lui che lo suscita. in essa c’è lo spazio per il colloquio “a tu per tu” con il Signore». «Siamo un popolo che si raduna in santa assemblea, la Chiesa – rimarca –; siamo una famiglia che si riunisce allo spezzare del pane, ma siamo anche l’amico che si intrattiene con l’amico, lo sposo che incontra la sposa». E conclude: «La presenza del Signore è un dono, non un diritto. Forse questo digiuno, che fa tanto soffrire, ce lo ricorda». E invita a prepararsi al momento in cui si potrà finalmente accorrere all’Eucaristia: «sarà come fare la Prima comunione!» (Omelia nella S. Messa “in Coena Domini”, Pennabilli, 9.4.2020).
Pur in forma ridotta, si è svolta regolarmente la cerimonia per l’insediamento nella Repubblica di san Marino dei nuovi capitani Reggenti. Mons. Vescovo ha consegnato loro la metafora del “rotolo di pergamena sigillato” che viene passato, come in una staffetta, dai capitani Reggenti uscenti ai nuovi. Una chiamata “al buio”, «a svolgere un altro segmento dello stesso rotolo senza sapere cosa contiene». «Chi è costituito in autorità – continua il Vescovo nel suo discorso a Palazzo Pubblico – diviene punto di riferimento: a lui si chiede anzitutto di essere presente, reperibile, disponibile. Poi, di essere luce: brillare, non tanto di luce propria, ma della luce delle nostre tradizioni civili, giuridiche, ideali. inoltre, all’autorità si chiede di dare sicurezza». Riferendosi all’attuale emergenza sanitaria, mons. Vescovo esprime la richiesta di una “fattiva collaborazione”: «scienza, politica, economia e chiesa sono chiamate a misurarsi, ciascuno per la sua parte, con il dramma presente nel rispetto dei propri ambiti e nella ricerca del vero bene di ogni persona». «L’anima del nostro popolo sammarinese e le sue radici – prosegue – sono una sintesi, forse unica, sicuramente originale, di come la dimensione religiosa e la dimensione civile possano coesistere, dando vita ad una comunità capace di esprimere, in forza di questa sintesi, il massimo di rispetto della persona e di democrazia». E conclude con una raccomandazione: «Pensare, decidere, agire sempre secondo coscienza, illuminata, retta e serena» (Discorso all’insediamento dei Capitani Reggenti, San Marino, 1.4.2020).
Nel cammino della Quaresima, il Vescovo Andrea ha esteso a tutti l’invito ad avere una mentalità di luce: «Gesù ci ha illuminati: è accaduto nel Battesimo». «In virtù del Battesimo siamo sorgenti di luce». Rivolge, poi, una proposta per questi giorni: «Vorrei fossimo uniti tra noi: uniti facciamo più luce, con le parole dell’amicizia, dell’incoraggiamento, della speranza» (Omelia nella IV domenica di Quaresima, san Marino, 22.3.2020).
Durante la riflessione sul Vangelo della domenica di Pasqua mons. Andrea ha approfondito il significato che si dà al termine “vita eterna”. Spesso la si riduce da un punto di vista “quantitativo”, pensando al prolungamento della vita nell’aldilà. In verità, nella scelta della parola greca per dire “vita” (zoe), prevale la connotazione “qualitativa”: «La vita eterna è la vita che ha le qualità di Dio, senza termine di tempo, ma soprattutto piena e ricca di senso, anche quando deve attraversare l’oscurità, la sofferenza, la croce». In questo tempo, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle «l’interdipendenza della famiglia umana, di tutti i popoli. E Gesù è qui con noi. Questa è la vita eterna, la vita nella risurrezione. Chiamiamola “vita nuova”» (Omelia nella domenica di Pasqua, San Marino 12.4.2020).

Paola Galvani, maggio 2020

“Alzatevi e siate senza paura”

L’antivirus della fraternità.

«Alzatevi e siate senza paura». È la parola che Gesù dice ai discepoli spaventati di fronte alla Trasfigurazione, seconda tappa domenicale del cammino di Quaresima. Una parola che è bello sentir risuonare nei giorni difficili per la diffusione del “Coronavirus”. «L’epidemia da “Coronavirus” – commenta mons. Andrea in suo Messaggio alla diocesi – rende evidente, da una parte, la nostra fragilità, ma ci spinge, dall’altra, a tirar fuori il meglio di noi: l’ingegno, la solidarietà, la creatività». «Ho visto in questi giorni – prosegue – la dedizione e l’impegno di tante persone per il bene della comunità, credenti e non credenti (amministratori, medici, infermieri, volontari della Protezione civile, ecc.). Tutti uniti: l’antivirus della fraternità». Un antivirus per tutti, tenendo conto che «la fede è dono – precisa mons. Andrea –, ma anche decisione e coraggio. Decisione che il credente prende, a ragion veduta, coraggio che lo rende forte» (Messaggio alla Diocesi in occasione dell’emergenza Coronavirus, 5 marzo 2020).

La Trasfigurazione avviene mentre Gesù sale a Gerusalemme. «Egli sa quello che gli sta per accadere: la tortura, il processo, la crocifissione… Ed è proprio “in quel mentre” – sottolinea il Vescovo, chiedendo scusa per la scorrettezza grammaticale – che Gesù è trasfigurato». «Vale anche per noi – conclude –: in Gesù risorto che trasforma la nostra vita dobbiamo saper vedere luce anche nei momenti di buio, salvezza nei momenti di prova, il positivo che affiora sul negativo» (Omelia nella II domenica di Quaresima, Domagnano RSM, 8 marzo 2020).

Il 1º febbraio si è vissuto in diocesi un momento intenso di luce e di unità: la solenne consacrazione di una giovane donna, Raffaella Rossi, nell’Ordo Virginum. «Raffaella sposa il Risorto che l’ha chiamata e le dischiude davanti una vita piena di senso, un orizzonte di amori allargati, ma non meno intensi, e le fa sperimentare una nuova forma di fecondità, femminilità nell’amore». Con queste parole il Vescovo Andrea apre l’omelia durante il rito di consacrazione. «La verginità consacrata – prosegue – è risposta a quel desiderio di donare tutto al Signore che ha avuto la sua anticipazione nella risposta della Vergine di Nazaret e nel suo “sì”. Il Dio che ha bussato alla casa di Nazaret si è unito alla nostra carne nel momento in cui una creatura fragile come quella di Maria ha detto un “sì” libero, totale. Lì Dio è diventato uomo e l’uomo ha ricevuto la possibilità di diventare Dio». Continuando la riflessione il Vescovo ha spiegato che l’istante in cui nasce la Chiesa va cercato proprio nel “sì” di Maria, nell’incarnazione, dove il divino si fonde con l’umano. «E la Chiesa riparte, si rigenera al sussurro di ogni “sì”: il “sì” di Maria, il “sì” di Raffaella, ma anche il nostro “sì”. Ed è il “sì” totale della Chiesa»: ecco perché quello che si è celebrato nella cattedrale di San Leo è stato un momento di profonda ecclesialità. Uno dei motivi espressi dal Vescovo è che «interpreta l’esigenza della missione a cui siamo fortemente richiamati per le necessità di questo tempo e per l’invito che ci rivolge papa Francesco. Ci dev’essere nella Chiesa chi, ispirato da Dio, prega per gli altri, “al posto di” quelli che non pregano e “a vantaggio di” quelli che non riescono a pregare. La preghiera salva, l’amore può tutto; la gioia e la bellezza comprese in questa consacrazione evangelizzano» (Omelia nella Consacrazione di Raffaella Rossi nell’Ordo Virginum, 1 febbraio 2020).

Mons. Turazzi invita a «dare un carattere missionario e solidale alla Quaresima, tempo di austerità e di promesse», richiamando le parole del profeta: «Dice il Signore: non è piuttosto questo il digiuno che voglio, dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, vestire uno che vedi nudo? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora» (cfr. Is 58,6-8). In greco ci sono due parole per esprimere la parola “tempo”: krónos è lo scorrere delle lancette dell’orologio, l’allungarsi delle ombre verso sera e lo splendore in pieno giorno; per kairós si intende il tempo come grazia, come tempo fortunato. La Quaresima è un tempo favorevole, kairós, tempo prezioso per la conversione. «Per noi convertirci – spiega mons. Andrea – significa non tanto avere consapevolezza del nostro peccato (abbiamo già questa consapevolezza e ci fa soffrire), ma soprattutto prendere consapevolezza della bontà del Signore» (Omelia nel Mercoledì delle Ceneri, Sede di San Marino Rtv, 26 febbraio 2020).

«Mi propongo di ripetere ogni giorno l’annuncio più bello e robusto che ci sia: ho ricevuto uno spirito da figlio!», afferma con entusiasmo il Vescovo Andrea. «Non tutti siamo padri o madri, fratelli o sorelle, mariti o mogli – continua –, ma tutti siamo figli. Se esistiamo è perché qualcuno ci ha generati. Una esperienza ovvia e per questo dimenticata. Veniamo dai nostri genitori e, in ultimo, da Dio che ha messo in noi – unici fra tutte le creature – il suo stesso Respiro». «Dio è Padre – conclude –, noi suoi figli, “e lo siamo realmente” (1Gv 3,1). Da qui discende l’antropologia della nostra inviolabile dignità e della comune dipendenza filiale: dipendenza che dona vita, fa crescere e conduce alla felicità». «È il Dio di cui ci parla Gesù – aggiunge mons. Vescovo –, il Dio che Gesù ha sempre presente (cfr. Gv 11,42). Le tentazioni, «l’inganno del credere che bastino alla nostra vita e al nostro futuro un pezzo di pane, un po’ di potere e di successo, per cancellare la nostra fame di cielo e di bellezza», si vincono «camminando con l’abbraccio forte del Padre» (Omelia nella I domenica di Quaresima, Pennabilli, 1 marzo 2020). Così si arriva alla Pasqua, «compimento della promessa di cieli nuovi e terra nuova».

Paola Galvani, aprile 2020

“Che sarà di noi?”

L’annuncio del Vangelo: c’è speranza, c’è futuro, c’è domani.

«Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta» (Lc 21,6). Nella liturgia riecheggia il tema della “fine del mondo”. «Anche Gesù ha provato la struggente esperienza della “fine”», svela mons. Vescovo. «Senza pensare alla fine totale – prosegue – molti di noi, nella vita, hanno vissuto episodi che sono come la “fine del mondo”; basti pensare ai genitori che hanno l’impressione di aver fallito nel dare un’educazione ai loro figli o alla condizione di chi rimane solo col suo amore ferito, infranto». «Gesù, tuttavia – conclude – ci ha insegnato che Dio resta fedele alla sua alleanza e dà compimento alle sue promesse nel modo più corrispondente, addirittura sovrabbondante, che possiamo immaginare». Come vivere, allora, la nostra “fine del mondo”? «Scegliendo Gesù come roccia che non crolla mai», risponde il Vescovo Andrea (Omelia nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario, San Leo, 17 novembre 2019).

«Sette miliardi di persone sulla faccia della terra si interrogano su questo: “Che sarà della nostra vita? Che sarà del nostro futuro?”». Con queste parole il Vescovo interpella la platea di giovani dell’Azione Cattolica diocesana, riunita a Pennabilli per una giornata di spiritualità. «Tenete presente – continua nella provocazione – che la stragrande maggioranza dell’umanità (non considerando noi europei) muore molto giovane (l’età media nel Kivu è di venticinque anni…). Quando si dice che Gesù ci salva, non vi sembri inattuale, perché è risposta alla domanda fondamentale che ciascuno di noi ha nel cuore: “Che sarà di me?”». A che cosa serve la Chiesa per l’umanità? A dare risposta a questa inquietudine. «L’annuncio del Vangelo è che c’è speranza, c’è futuro, c’è domani. La relazione con Gesù, che dice al “buon ladrone”: “Oggi sarai con me in paradiso”, porta a dire che c’è salvezza nella morte e nel presente. Il paradiso esiste ed è essere con lui, anzi per lui: “Oggi sarai per me, vivrai per me e io vivrò per te e vivremo sempre così”». «Se siamo in relazione con Gesù – conclude – siamo già con un piede di qua e con un piede di là…» (Omelia nella XXXIV domenica del Tempo Ordinario, Pennabilli, 24 novembre 2019).

Questa consapevolezza di essere destinati al Regno non distoglie dal vivere il presente, anzi dal vivere con impegno e fedeltà ogni attimo della vita. Per questo, come pastore, il Vescovo Andrea interviene, prima dell’inizio della campagna elettorale per le elezioni politiche nella Repubblica di San Marino, per invitare ogni persona a dare il proprio contributo al servizio del bene comune. «Tutti siamo chiamati ad una grande responsabilità: la crisi economica è solo un aspetto, più drammatica quella valoriale che attraversa relazioni, famiglie, giustizia e coscienze». Il Vescovo invita a superare la sfiducia e la diffidenza nei confronti della politica, quasi svuotata della sua alta missione: «L’esempio di chi scende in campo incoraggia ad uscire da ogni forma di chiusura e indifferenza. Politica è anche confronto, scontro, passione. Peggio è l’egoismo, secondo la celebre frase di don Lorenzo Milani: “Affrontare i problemi da soli è l’egoismo, sortirne insieme è la politica”. Se confronto, scontro e passione devono esserci, non scadano mai in mancanza di rispetto, chiusura nella trincea del proprio interesse, o inimicizia. Avversari sì, nemici mai!». Le proposte che il Vescovo sente come più urgenti, riguardano la famiglia, la vita, l’educazione, la scuola, l’università. «Siano prioritarie – auspica mons. Turazzi – le scelte in favore dei più deboli, di chi ha bisogno di solidarietà, di lavoro e di assistenza sociale». Un appuntamento unitario per la Diocesi, ormai da diversi anni, è la Veglia di preghiera per la vita nascente. «È una promessa che abbiamo fatto a papa Benedetto XVI: avere in considerazione, rispetto, onore, la vita nascente. È nostro compito sensibilizzare il nostro popolo alla sua generosa accoglienza». Con queste parole mons. Vescovo invita le comunità religiose e parrocchiali, gli operatori pastorali, i membri di gruppi, associazioni e movimenti a partecipare alla Veglia, celebrata in contemporanea nei tre vicariati. Invitate speciali le mamme in “dolce attesa” insieme ai futuri papà. La preghiera è stata articolata sulle tre parole: grazie, perdono, eccomi. «Grazie – precisa – per tutte quelle persone, donne e uomini, che vivono maternità e paternità in modo sorprendente, spendendosi, mettendosi a servizio dei fratelli, dei più piccoli, impegnandosi per la causa del Vangelo, per il servizio alla Chiesa, facendosi braccia, mani e cuore del Signore». «Perdono per l’olocausto di una moltitudine di bambini e di bambine a cui non è permesso di nascere, perché indesiderati o perché malati». E conclude: «Rinnoviamo il nostro impegno per scelte, progetti, testimonianze in favore della vita. Che il Signore ci dia il coraggio e il proponimento del buon samaritano che sa chinarsi sulle difficoltà e, sorretti dal suo aiuto, diciamo: “Eccomi”» (Omelia nella Veglia per la vita nascente, Dogana, 9 dicembre 2019).

Il tema della vita viene festeggiato in Diocesi nei primi giorni dell’Avvento perché ha un legame particolare con il Natale. «Dobbiamo ammetterlo, davanti al Natale rimaniamo senza parole», proclama il Vescovo durante la celebrazione eucaristica con i dirigenti e i lavoratori della “Valpharma” di Serravalle. «Intuiamo che qui batte il palpito di quello che noi chiamiamo il cristianesimo – prosegue –; in tutte le altre religioni Iddio è sempre accompagnato da teofanie, opere spettacolari… Invece noi contempliamo un Dio che si fa bambino, che nasce nella paglia. Dio si mette nelle mie mani, nelle vostre mani. Dio rimpicciolisce per farci crescere con la fiducia che lui ha in noi». E conclude: «Di fronte a questo non viene tanto da chiedermi se credo in Dio, ma piuttosto: “Fino a che punto Dio crede in me?”». Buon Natale! (Omelia nella S. Messa alla Valpharma, Serravalle, 10 dicembre 2019).

Paola Galvani, gennaio 2020

“Figli della risurrezione”

Un’appartenenza per amore, nell’amore, d’amore

«Che miracolo la risurrezione di Cristo, ma, a dire il vero, mi sembra più un miracolo la sua morte». Con queste parole il Vescovo si rivolge ai partecipanti al Convegno liturgico-pastorale “La nascita dell’uomo nuovo”. «Trovo ovvio che il Figlio di Dio non venga ingoiato dalla morte e che risplenda vincitore nella sua potenza, ma non trovo ovvio che lui, il Figlio di Dio fatto uomo, passi veramente nella morte. Questo è un miracolo per me. Morte e vita in Gesù sono un unico mistero». «Ebbene – conclude – noi abbiamo disponibile questo mistero: Gesù Risorto è in mezzo a noi e si rende disponibile nel sacramento nel quale dona la sua vittoria, in cui egli prende su di sé la nostra mortalità e apre il traguardo della risurrezione: il Battesimo» (Convegno liturgico-pastorale, Valdragone RSM, 27 ottobre 2019).

«I vescovi, successori degli apostoli, sono soprattutto testimoni della risurrezione». Di per sé – precisa il Vescovo durante la S. Messa per i vescovi e i sacerdoti defunti – non sono maestri di una dottrina, di una filosofia, ma annunciatori di un fatto, un fatto che diventa, poi, la loro dottrina». Il Vescovo Andrea, ripercorrendo la Costituzione Apostolica Lumen Gentium, sottolinea che «ogni vescovo, si potrebbe dire, imprime qualcosa della propria fisionomia alla Chiesa che gli è stata affidata». Poi, cita San Giovanni Paolo II: «Se Dio mi ha chiamato con queste idee, ciò è avvenuto affinché abbiano risonanza nel mio ministero». «Ma c’è anche un’altra verità – aggiunge mons. Andrea – per la proprietà transitiva: ciascun vescovo riceve tanto dal suo gregge. Potrei raccontare tante testimonianze personali di quanto ho ricevuto in questi anni, quanta luce, quanta affezione, quante idee, quanti propositi, anche quante battaglie…» (Omelia nella S. Messa in suffragio dei Vescovi e dei sacerdoti defunti, Pennabilli, 8 novembre 2019).

Come sarà la vita da risorti? «A chi, come i Sadducei (movimento politico-culturale-religioso del tempo di Gesù), ritiene che la risurrezione sarebbe stata la continuazione, un po’ migliorata, della condizione terrena, Gesù risponde che la vita di risurrezione è una novità nella quale tutto è trasformato, tutto è nuovo, e anche la realtà del matrimonio, in un certo senso, è superata». «Essendo gli uomini immortali, il che non significa asessuati – prosegue mons. Turazzi – non hanno più bisogno di contrarre matrimonio per la procreazione». Ciò, nel passato, ha provocato una certa svalutazione della sessualità e del matrimonio. «Si tendeva, infatti, – chiarisce mons. Andrea – ad identificare la vita di risurrezione con uno stato di vita angelico». «Ma l’essere come angeli non significa – precisa – che la natura dell’uomo venga trasformata nella natura degli angeli. L’uomo risorto non è disumanizzato: noi risorgeremo maschi e femmine davanti a Dio». Ciò che dice Gesù degli uomini, «non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio» (Lc 20,36), è il superamento del rapporto sessuale in un futuro in cui la vita è piena e l’uomo ormai è immortale. Non occorre più che l’uomo e la donna si uniscano per attuare «un braccio di ferro con la morte: la morte è sconfitta dalla vita nuova che nasce». Il Vescovo Andrea conclude la meditazione sulla risurrezione specificando che «non apparteniamo ad altri che a Dio, fin da questa terra». Pertanto, «nessuno ha diritto di dire alla donna “la prendo”, “la voglio”, “la uso”, “la possiedo”». «Se c’è un’appartenenza all’altro (è bello appartenere a qualcuno!) – prosegue – non è un’appartenenza di dominio e di possesso, ma un’appartenenza per amore, nell’amore, d’amore». Un messaggio importante per la nostra società in cui accadono tanti episodi di prepotenza e violenza sulle donne, in cui prevale una cultura che tende a dissociare il corpo dalla persona, una cultura in cui la sessualità, talvolta, viene vissuta senza relazioni autentiche (Omelia XXXII domenica del Tempo Ordinario, Scavolino, 10 novembre 2019).

«Riconosco la preziosità delle donne nella vita e nella missione della Chiesa: nella catechesi, nella carità, nella liturgia, nella evangelizzazione», afferma di nuovo al Convegno liturgico-pastorale. «Vedo le donne accompagnare gli eventi della morte e risurrezione di Cristo. Il Signore ha affidato alle donne l’inizio della vita nuova, come aveva affidato loro la vita nel suo momento più bisognoso di cure». Ad esempio, «sono le donne che compiono le ultime carezze al corpo di Gesù e la preparazione degli aromi. Invece, per Giuseppe di Arimatea e per Nicodemo, il seppellimento era definitivo: ci han messo una pietra sopra!» (Convegno liturgico-pastorale, Valdragone RSM, 27 ottobre 2019).

«L’emulazione come risorsa educativa». Questo il tema della “Settimana dell’educazione” che anche quest’anno la Diocesi ha organizzato per confrontarsi con le realtà educative, in special modo la scuola e lo sport, esprimendo autentica vicinanza, pur nel rispetto dei ruoli, sostegno e collaborazione. «Fin da quando si è piccoli si tende ad imitare, prima di tutto i genitori e i maestri, poi il confronto avviene con i coetanei e si guarda ai campioni dello sport, ai personaggi della tv, ai compagni più grandi». Con queste parole il Vescovo spiega la scelta della tematica di quest’anno. «Ma l’emulazione – esprime con una certa preoccupazione – da risorsa (imitando s’impara) può diventare pericolo». Occorre saper distinguere i modelli positivi da quelli negativi. «Essere se stessi o la copia di qualcuno?», chiede ai ragazzi delle scuole superiori di Novafeltria. «Conosco personalmente diversi di voi – racconta –, ma so per certo che ognuno è un capolavoro, un pezzo originale, unico e sorprendente. Alcuni fanno fatica a crederci e si rassegnano a copiare, anziché tirar fuori il meglio di sé». Conclude, poi, con questo invito: «Abbiamo bisogno della tua originalità: è la miglior forma di protesta per cambiare e migliorare la nostra società» (Messaggio agli studenti per l’inizio dell’anno scolastico, 18 settembre 2019).

Paola Galvani, dicembre 2019

“Prendere o lasciare?”

Una chiamata ad essere figli

«All’origine della nostra persona – afferma mons. Turazzi – sta un atto di intelligenza e di volontà del Padre. Conseguenza di questa verità è che non esiste nessuno che non sia degno di esistere, nessuna vita umana che non abbia significato. Nella produzione degli oggetti si può parlare di prodotto riuscito bene, riuscito male o non riuscito; i prodotti non riusciti si scartano, ma nessuno esce dalle mani del Padre non prodotto bene, ciascuno è un capolavoro agli occhi del Padre che lo ha amato ed è degno di rispetto infinito» (Omelia nella Giornata per la Custodia del Creato, Soanne, 1° settembre 2019).

«Nasciamo tutti con dei limiti – aggiunge all’incontro con i giovani per la festa di San Marino –; i nostri limiti aiutano tutti gli altri a cavar fuori il meglio di loro stessi: i limiti e le fragilità non sono altro che una chiamata a diventare fratelli» (Veglia con i giovani per San Marino, Basilica del Santo, 2 settembre 2019).

In questo tempo, all’ordine del giorno dell’opinione pubblica e della politica, soprattutto nella Repubblica di San Marino, c’è la discussione sui temi etici, delicatissimi, dove ognuno è chiamato a connettersi con la propria coscienza. «Ogni cristiano è chiamato ad un giudizio sulle situazioni – dichiara mons. Turazzi –, giudizio che non ha nulla a che fare con l’intolleranza, ma che è una presenza significativa, un servizio per il bene comune. Gesù dice che non è possibile delegare, dilazionare, stare con un piede su due staffe». E, riferendosi al tema del nuovo anno pastorale, osserva: «Non si può immaginare che il Battesimo introduca automaticamente in una pace paradisiaca; al contrario, questo fuoco, dono dello Spirito, ci immette in una situazione di conflitto, di rinnovamento. La vocazione cristiana è davvero di una serietà drammatica: “Vuoi vivere il Battesimo?”. Gesù dice: “O prendere, o lasciare”. Noi vogliamo prendere!» (Omelia nella festa di San Giovanni Gualberto, Sant’Igne, 12 luglio 2019), replica con entusiasmo mons. Andrea.

La Giornata diocesana del Mandato, domenica 22 settembre, è stata prima di tutto una festa: «Festa del rientro dopo la pausa estiva e gioia di ritrovarci come Diocesi in tutte le sue componenti», spiega il Vescovo nella sua lettera di invito. «L’assemblea diocesana riguarda anzitutto gli operatori pastorali, i catechisti, i ministri istituiti, i ministri straordinari della Comunione, i responsabili dei gruppi, le équipe degli Uffici Pastorali». E gli altri? «La Giornata del Mandato – nel suo significato più vero – è di tutti, indistintamente. È la celebrazione della chiamata e dell’invio. Ed è tutta la Chiesa ad essere mandata». Nel corso dell’incontro è stato consegnato il Programma per l’Anno pastorale 2019/20: “Ravviva la sorgente che è in te”. «La quasi totalità di noi ha ricevuto il Battesimo e lo chiede per i propri bambini – evidenzia mons. Vescovo –, ma quale consapevolezza ha della “sorgente” comunicata col Battesimo? Come riappropriarci di questo sacramento che ci fa cristiani?». Questa la sfida per il nuovo anno. Ma con una premessa: «Kerygma (annuncio) e Battesimo non sono in sovrapposizione e non sono due realtà giustapposte. Il kerygma sfocia quasi automaticamente, per sua natura, nel sacramento del Battesimo, col quale il dono della Pasqua entra nella vita di ciascuno insieme alla forza rinnovatrice della risurrezione». «Dunque, non viviamo un altro tema rispetto all’anno scorso – precisa mons. Turazzi –; c’è una continuità intrinseca. Il Battesimo non fa altro che sancire, manifestare, la nostra configurazione al Figlio, l’amore di Dio che genera “figli nel Figlio”» (Omelia durante la celebrazione del Mandato agli operatori pastorali, Pennabilli, 22 settembre 2019).

L’allusione alla preghiera di Gesù che entra nel mondo, secondo la Lettera agli Ebrei, è tornata spesso sulle labbra del Vescovo nell’ultimo periodo: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo dalla morte. E fu esaudito per la sua pietà» (Ebr 5,7-9). «Gesù non ha chiesto di non morire – sottolinea mons. Andrea –, ma ha chiesto di poter vivere da figlio passione e morte, con fiducia e abbandono, nella fede». «Ed è stato esaudito! – rimarca – ha attraversato così la Passione» (Omelia durante la S. Messa con i “referenti” della Camminata del Risveglio, Pennabilli, 12 luglio 2019).

Questo è chiesto nel Battesimo: chiamata ad una vita filiale. «Ich bin catholischer priester (io sono un prete cattolico)»: sono le parole esatte che san Massimiliano Kolbe scandì davanti al comandante delle S.S., quando si offrì per prendere il posto di un altro nel bunker della morte ad Auschwitz. Sono le parole che il Vescovo ha consegnato a don Luca Bernardi, ordinato presbitero lo scorso 14 settembre in una Cattedrale luminosa e gremita di fedeli. «Parole pronunciate con fierezza, parole pronunciate per amore». «La fierezza della fede – precisa mons. Turazzi – non è arroganza, ma gioia di appartenere a Gesù Cristo». «C’è una sorpresa – prosegue –: Gesù, in una eccedenza ineffabile di carità, cede la sua stessa capacità di cedersi, dona la sua stessa capacità di donarsi, perde la sua stessa capacità di perdersi. A chi la cede? A chi la dona? In chi la perde? Nel prete. La carità di Cristo è perduta in te, don Luca. O meglio, tu sei costituito carità in Lui: bellezza incredibile del sacerdozio cattolico». Nell’omelia Mons. Vescovo indica a don Luca qual è il prete di cui il popolo ha bisogno. «Ci sono preti che sembra non abbiano mai avuto una vita d’uomo. Non sanno pesare le difficoltà di un laico, di un padre di famiglia o di una madre con il loro vero peso umano. Quando dei laici cristiani incontrano finalmente un prete-uomo che li capisce, che sa entrare nella loro vita, nelle loro difficoltà, non ne perdono più il ricordo. Ad una condizione: che non sminuisca la propria identità, che non diventi semplice compagno, ma resti padre. Ecco alcuni segni che fanno percepire la presenza divina che è in lui: la preghiera, la gioia, la forza, la libertà, la discrezione». Questo è l’augurio più bello per don Luca: «Fa’ che il tuo cuore risponda sempre col trasporto di oggi alla domanda che il Risorto ti rivolge: “Luca, mi ami più di costoro? […] Mi ami? […] Mi vuoi bene? Allora… Pasci!”» (Omelia nell’ordinazione presbiterale di don Luca Bernardi, Pennabilli, 14 settembre 2019).

Paola Galvani, novembre 2019