Vita della Diocesi

“Frontiere di responsabilità”

Sostenibilità, patto di fraternità e Teologia

Nella Giornata Nazionale per la Custodia del Creato il vescovo Andrea si sofferma sul tema della sostenibilità – l’attenzione all’impatto sociale e ambientale da parte del mondo dell’economia – a partire da tre diverse prospettive. La sostenibilità come attenzione all’ambiente, volta a «ridurre l’impiego di materie prime nei processi produttivi, incentivare l’utilizzo di fonti rinnovabili, ottimizzare i consumi». La sostenibilità come attenzione al sociale, che «dedichi attenzione alla salute e alla sicurezza dei dipendenti, che favorisca la conciliazione tra le esigenze lavorative e gli impegni di famiglia, la formazione permanente e gli incentivi non monetari». La sostenibilità come controllo sui fornitori. Il titolo della Giornata: «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12) mostra che «la Dottrina Sociale Cristiana non è altra cosa rispetto alla spiritualità». «So che qualche cattolico è a disagio – confida mons. Andrea – quando il Papa parla di conversione ecologica, di attenzione al creato, quando dedica ben due Lettere in cinque anni a questi temi». «C’entra moltissimo – risponde –, riguarda noi, chiamati ad una responsabilità straordinaria: “Essere collaboratori di Dio per custodire il creato”». «I grandi cambiamenti ci sono – conclude – se cambiamo il nostro personale atteggiamento: “Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” significa maturare stili di vita conformi alla volontà del Signore» (Omelia nella Giornata Nazionale per la Custodia del Creato, Valdragone RSM, 1.9.2020).
Proprio in questi giorni si stanno concludendo le iscrizioni all’Istituto Superiore di Scienze Religiose interdiocesano Rimini/San Marino-Montefeltro. Mons. Vescovo ha incontrato il Collegio plenario dei Docenti riuniti in preparazione al nuovo anno accademico. «Dio ha posto alcuni come maestri…» (1Cor 12,28). Riprendendo queste parole di san Paolo, così si è rivolto ai docenti: «Quando avete detto “sì”, avete accolto un vero e proprio ministero». Mons. Andrea vede gli insegnanti dell’Istituto come uomini di Chiesa, uomini nella Chiesa, uomini della Chiesa, uomini a servizio della comunità». Fa, poi, alcune sottolineature per quanto riguarda il loro “ministero”. I teologi, proprio perché uomini della Chiesa, sono «coinvolti nel suo oggi. Ma ne amano anche il passato, ne venerano e ne esplorano la Tradizione, e questo non per un vezzo, e neppure perché disprezzano o sottovalutano la Chiesa nel nostro tempo. Amano ricordare col pensiero i tempi della Chiesa nascente perché in essa riecheggiano ancora le parole di Gesù». Seconda sottolineatura: «Il teologo, uomo della Chiesa, sa che Cristo è sempre presente, oggi come ieri, per continuare la sua vita, non per ricominciare ad ogni epoca o ad ogni anno accademico». Ma perché orientarsi allo studio della teologia? «Non ci si forma alla teologia per un godimento intellettuale o a titolo di curiosità, la stessa con cui si visitano i monumenti. Il teologo è a totale servizio della comunità. Non esita ad impegnarsi per la difesa e per l’onore della fede». Lo studio porta il teologo a «non essere estremista, a diffidare degli eccessi»; egli «ci tiene a pensare non solamente con la Chiesa, ma nella Chiesa e questo implica una fedeltà profonda, una partecipazione intima. La fedeltà alla Chiesa non si tradurrà mai in durezza, in disprezzo degli altri, in aridità di cuore. L’attaccamento alle verità della fede non sopprime in lui il dono dell’accoglienza». Infine, mons. Vescovo invita i docenti ad avere una grande cura affinché «non ci sia mai un’idea che a poco a poco prenda il posto di Gesù Cristo» (Intervento al Collegio plenario dei Docenti dell’ISSR interdiocesano “A. Marvelli”, Rimini, 14.9.2020).
«Polmonite interstiziale: processo infiammatorio del tessuto connettivo che riveste gli alveoli polmonari. L’alveolo polmonare è il luogo dello scambio di gas tra l’organismo e l’ambiente, che rende possibile la respirazione». Mons. Andrea parte da una metafora insolita, ma molto pertinente in questo periodo di pandemia, per parlare della “respirazione spirituale” degli esseri umani nel loro rapporto con gli altri e col mondo. «Se non ci sono infezioni, tutto ok. Se ci sono infezioni sono guai!». «Abbiamo constatato – rileva il Vescovo – come, in questi giorni dominati dal dramma del contagio e dal contagio del dramma, ci siano stati due estremi. Da una parte il congedo solitario di una generazione di persone anziane; dall’altra si è constatato come gli esseri umani siano capaci di replicare all’eccesso di male con un eccesso di bene, che si è tradotto nella dedizione e nella cura, spinte fino al dono di sé!». Riprendendo l’analogia con la respirazione umana, ravvisa il pericolo che «il contagio globale dell’individualismo trasmetta l’attaccamento ai propri egoismi anche negli “alveoli” dove avviene lo scambio tra pubblico e privato, tra noi e gli altri». «Non si può essere “globali” nella finanza e non nella fraternità, nella circolazione delle merci e non nel riconoscimento della dignità, nel profitto e non nel welfare, nella libertà e non nella giustizia. Se siamo autonomi lo siamo non per essere soli, ma per ampliare in estensione ed in profondità le nostre capacità relazionali (autonomia e corresponsabilità)». Ciascuno ha il compito di «allungare le frontiere della responsabilità e liberare le risorse dell’amore scambievole». Rinnoviamo tutti questo «patto di fraternità» (Intervento alla Cerimonia di inaugurazione dell’opera commemorativa per l’emergenza Covid-19, Borgo Maggiore RSM, 8.9.2020).

Paola Galvani, ottobre 2020

“Forti richiami del Vescovo”

Laici e donne nelle nostre comunità
Nel cuore dell’estate la Diocesi festeggia uno dei due santi patroni e fondatori, san Leone, lo scalpellino di Arbe. In quella che è stata la prima “uscita” diocesana dopo il lockdown (anche se con le dovute precauzioni), il Vescovo Andrea propone una riflessione sulla santità a partire da alcune celebri citazioni: «Al mondo c’è una sola tristezza: quella di non essere santi» (Léon Bloy); «Il miglior modo di onorare i santi è quello di imitarli» (Erasmo da Rotterdam); comunque «ci sono molti più santi che nicchie…» (Honoré de Balzac). Una spirale che arriva a coinvolgere tutti: «Oggi, noi peccatori – osa mons. Vescovo – abbiamo l’occasione di una grande riscossa nel riproporci la santità». E la santità che cos’è in fondo? «Corrispondere alla grazia battesimale», risponde con semplicità. «Lasciamoci sorprendere – continua – dalla bellezza della vocazione alla santità. Diceva san Paolo ai cristiani di Corinto: “Non vi sono tra voi molti sapienti, non molti potenti, non molti nobili…” (1Cor 1,26). Eppure, il Signore ha chiamato proprio voi». Mons. Vescovo invita a non essere “tiepidi” di fronte al dono della Parola di Dio: «L’abbondanza della Parola di Dio ci travolge, ma non le diamo la possibilità di filtrare attraverso la crosta che abbiamo sull’anima e non ci lasciamo inzuppare, non le permettiamo di essere fradici di lei». «Succede, a partire da me, a partire da noi presbiteri, – esemplifica – d’essere più preoccupati di servire la Parola di Dio con parole forbite, oppure di servirci della Parola di Dio per sdoganare le nostre idee». E che dire dell’altro grande dono per la nostra santità che è l’Eucaristia? «Devo riconoscere che a noi presbiteri succede di passar sopra – confida – anche a quel breve momento di silenzio nel “post Communio”, che è così vivamente raccomandato dalla liturgia, momento personale, che non toglie nulla allo spirito di comunità, al contrario: un popolo intero che cade nel più profondo raccoglimento crea un silenzio assordante». Mons. Andrea incoraggia i laici ad aiutare la comunità, assumendosi la principale delle responsabilità che è «l’animazione delle realtà temporali, in primis la cultura e la politica». Ai sacerdoti è dedicata una parte importante dell’omelia; in particolare chiede di ripensare il loro rapporto con i laici e con le donne nella Chiesa: «È inaudito che vi siano parrocchie nelle quali i Consigli, pastorale e degli affari economici, sono soltanto sulla carta. Inaudito che da parte del presbitero non ci siano fiducia e affidamento di compiti ai laici, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nel canto, ecc. Particolarmente odioso è l’atteggiamento di poca considerazione verso le donne, a volte persino di esclusione». C’è spazio anche per qualche stimolo – se necessario – di correzione fraterna: «Quando sbuffiamo per la stanchezza, pensiamo alle mamme che non hanno mai un momento di quiete per sé; quando ci lamentiamo per la strada da fare per arrivare in centro diocesi, pensiamo ai parrocchiani che ogni giorno fanno chilometri per andare al lavoro, d’estate e d’inverno…». Infine, rivolge ai sacerdoti questo appello e questa preghiera: «Ribadisco l’utilità e la necessità di ascoltare i laici; anzitutto dare loro tutta la nostra considerazione, ma non “per gentile concessione”. Che il Signore continui a metterci accanto sorelle e fratelli che ci dicano la verità e ci aiutino a migliorare e che noi riusciamo ad accogliere tutto questo senza permalosità, senza puntigli, senza meschinità, ma con fiducia e con cuore aperto. Non è solo utile e necessario, ma bello: è l’esperienza della nostra fraternità» (Omelia nella Solennità di San Leo, San Leo, 1.8.2020).
Durante l’estate la liturgia ci ha consegnato, una ad una, le parabole del Regno di Dio, preziosa occasione per cambiare il nostro sguardo sul mondo. Che cos’è il Regno di Dio? Mons. Vescovo svela subito che «il Regno di Dio non è una cosa, è “qualcuno”: è Gesù!». «Il Regno – prosegue – è una realtà con un valore assoluto, tanto che lo si può paragonare ad un tesoro nascosto in un campo o ad una perla preziosa». «Per quel tesoro nascosto sottoterra si prende tutto quello che c’è sul campo. Proprio come nelle nostre giornate… Le iniziamo con un rapporto profondo col nostro tesoro che è Gesù, pertanto prendiamo con fiducia tutto quello che capiterà di bello, di noioso, di difficile, comprese le amarezze». Mons. Andrea accompagna nella meditazione ad un ulteriore passo: «Nelle sacre scritture troviamo scritto che anche il Signore ha il suo tesoro, la sua perla: siamo noi (cfr. Is 43,1-8)! Per noi ha dato tutto (cfr. Fil 2,6-11), per noi il Signore perde tutto e da ricco che è si fa povero, per arricchirci con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9)» (Omelia nella XVII domenica del Tempo Ordinario, Sassofeltrio, 26.7.2020).
Non si può che essere stupiti davanti a questo! Durante la festa di san Lorenzo, celebrata a Belforte all’Isauro, il Vescovo invita ad un altro passaggio. Ogni fratello ed ogni sorella che ci sono accanto sono “affare di Dio”, “tesoro” del Signore: «Proviamo a pensare alle persone con cui è più difficile relazionarsi, alle persone che “a pelle” ci sono antipatiche… Consideriamo come Dio le ama, superando l’ostacolo più grande che sono i pregiudizi, che vengono dalla diversità della razza, della cultura, della politica e della religione». E conclude: «san Lorenzo, quando gli fu chiesto di consegnare i tesori e le ricchezze della Chiesa, secondo la tradizione, mostrò i poveri: ecco il tesoro della Chiesa!». Dunque: «il Regno di Dio è il nostro tesoro; noi siamo il tesoro di Dio; i poveri, gli ammalati, i bisognosi… sono il tesoro della Chiesa» (Omelia nella festa di San Lorenzo, Belforte all’Isauro, 10.8.2020).

Paola Galvani, settembre 2020

“Dentro ad un circuito d’amore”

Collocati nella Trinità

7 giugno 2020. Solennità della Santissima Trinità. Il Vescovo Andrea completa, per quanto possibile, la sua meditazione su Dio Trinità d’amore. Una meditazione iniziata nella VI domenica del Tempo di Pasqua, quando nel Vangelo Gesù si rivolge ai discepoli dicendo: «se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14, 15). «Come si fa a consolare mettendo avanti la necessità di osservare i comandamenti? Non si consola segnalando i doveri, semmai offrendo compagnia», osserva mons. Vescovo. «Nel contesto – prosegue – è tutt’altro che una ingiunzione o un ricatto, ma un’affermazione: “Se mi amate, vi troverete dentro ad un ambiente divino, ad una esperienza nuova…”». Si tratta di un’esperienza che tutti abbiamo fatto: «Se riusciamo ad uscire da noi stessi, dal guscio del nostro ripiegamento, e ci mettiamo ad amare, tutto si carica di luce, di calore, di gioia. […] Chi ama è in Dio». «Quando Gesù parla dei comandamenti – puntualizza in un passaggio successivo – non si riferisce tanto ai comandamenti di Mosè; quelli sono universali e sono sempre da osservare. Gesù parla della sua logica, della sua mentalità. Parla di sé in fondo. Il comandamento è Lui, la sua persona: “Io sono la via, la verità e la vita. Se mi amate, vivrete come me, vivete in me, vivete me” (cfr. Gv 14, 6)». «In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi» (Gv 14, 20): «Sembra un gioco di specchi – commenta il Vescovo –: noi in lui, lui in noi, il Padre in lui e in noi, noi e Gesù nel Padre. C’è una spirale e tutti siamo dentro, immersi, uniti: un circuito d’amore trinitario. […] È lo stesso Dio, un solo Dio ma in tre Persone. Le rende una cosa sola l’amore, un amore infinito, un amore “da Dio”, in cui ognuno è perduto nell’altro». Concetti che sembrano astratti, ma tutta la fede è racchiusa qui: «Questa non è pura contemplazione astratta o misticismo – conclude –, perché ha delle conseguenze formidabili. Anche noi siamo stati pensati, costruiti, creati con questo criterio. Anche per noi la vita è piena quando è vita di relazione, quando ci superiamo per uscire da noi stessi e tuffarci ad amare» (Omelia nella VI domenica del Tempo di Pasqua, San Marino Città, 17.5.2020). Il Vescovo rende la Trinità ancora più comprensibile e afferrabile immaginando un’intervista in cui chiedere a ciascuna delle tre divine Persone: «Tu chi sei?». «Ognuna ci risponderebbe – rivela – che “non è”, perché è tutta “fuori di sé”, persa nel “tu” che gli sta di fronte». «Starei quasi per dire – azzarda – che in Dio c’è un abisso di povertà assoluta. Ma Dio è anche una voragine di ricchezza, di vita». «Forse la parabola più bella, più efficace, della Trinità – afferma mons. Vescovo – è la famiglia, dove nessuno è superiore all’altro, dove ognuno vive per l’altro, dove ci si dona continuamente e ci si riceve. Questo è vero anche di ogni comunità» (Omelia nella solennità della SS. Trinità, San Marino Città, 7.6.2020). In sintesi: «La Trinità non è un teorema teologico, ma la vita stessa di Dio partecipata a noi. E noi siamo chiamati a vivere e a tessere rapporti a mo’ della Trinità» (Veglia di Pentecoste, Pennabilli, 30.5.2020).

Da una Chiesa tutta proiettata verso il suo destino, il Vescovo ci accompagna ad una grande responsabilità. La vita trinitaria contiene in sé un dinamismo intrinseco: è per la missione. infatti, sul monte dell’Ascensione, Gesù dice agli apostoli: «Andate, dunque, in tutto il mondo, annunciate a tutti il Vangelo, insegnate, battezzate nella Trinità Santa: Padre, Figlio e Spirito Santo (cfr. Mt 28, 19-20)». «Si trattava di undici uomini, timorosi, perplessi», fa notare il Vescovo. «Da un certo punto di vista – continua – non si può negare che il bilancio di quello che è stato il suo ministero sia abbastanza deficitario». «Gesù, però, ha una garanzia – esclama –: sa che lo amano. E si fida! Post eventum diciamo che Gesù ha riposto bene la sua fiducia in loro» (Omelia nella Solennità dell’Ascensione, San Marino Città, 24.5.2020).

Al termine dell’anno pastorale incentrato sul Battesimo come fondamento della vita e della missione cristiana, sabato 28 maggio era prevista l’assemblea di verifica di fine anno. Le restrizioni imposte dal Coronavirus non hanno consentito il confronto nei tavoli di lavoro, ma è stato comunque possibile riunirsi in Cattedrale, anche se in numero ridotto e per rappresentanze degli Uffici pastorali diocesani e delle Aggregazioni ecclesiali, per la celebrazione della Veglia di Pentecoste. Il Vescovo Andrea si è rivolto con queste parole alle équipe pastorali: «Grazie per quello che fate, a volte senza avere riconoscimenti particolari. Vi incontrate, fate programmi, lavorate, pubblicate, forse ricevete critiche, oppure fate cose buone e nessuno se ne accorge». Al ringraziamento sono seguite indicazioni concrete: «Vi incoraggio a continuare ad impegnarvi, a famigliarizzare tra voi, non perché diventiate un gruppo chiuso, ma perché acquisiate sempre più competenze; per questo vi invito a partecipare ai convegni e agli incontri regionali e nazionali. Cercate il gioco di squadra. Fate tutto con spirito di servizio». Gli Uffici pastorali hanno un compito importantissimo: «Aiutare la Chiesa diocesana ad essere presente su tutta la realtà; cogliere le esigenze che emergono; offrire una parola sapiente per ciascun ambito: l’evangelizzazione, la catechesi, il culto a Dio, la carità, la famiglia, i problemi sociali e del lavoro, la scuola e la cultura, i giovani, le vocazioni, lo slancio missionario ad gentes, la salute, la comunicazione». Durante la Veglia di Pentecoste il Vescovo ha ricordato che nel prossimo anno pastorale verrà messa a tema la dimensione della missione. «Cosa vuol dire essere missionari?», chiede mons. Vescovo. «Si tratta di animare ambienti, cultura, politica, società, con il lievito e il sale del Vangelo. In quest’opera saremo corroborati da un sacramento: la Confermazione». «“Lo spirito santo – conclude il Vescovo – guida la Chiesa verso la verità tutta intera (cfr. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la costruisce e la dirige mediante i diversi doni gerarchici e carismatici, e la arricchisce dei suoi frutti” (LG 4). Così pensiamo la Chiesa, la nostra Chiesa!».

Paola Galvani, luglio-agosto 2020

“Malati di umanità… ma fatti per il cielo”

La preghiera: segno di responsabilità, solidarietà e di partecipazione

«Sulla strada che sale al Vescovado si è reso necessario il taglio di alcuni alberi. Qualche giorno dopo, guardando dalla finestra, i tronchi tagliati apparivano velati da una rugiada luccicante. Era la linfa che le radici continuavano a far salire dalla profondità. Mi è stato anticipato che, tra poco, spunteranno attorno germogli e virgulti… Per me è stata una metafora del mistero pasquale: amando fino al dono di sé, fiorisce attorno la vita» (Lettera ai presbiteri per la Pasqua, 10.4.2020). Il Vescovo Andrea esprime con questa immagine la potenza della Risurrezione, quest’anno celebrata dalla maggior parte delle persone nelle proprie case, in famiglia, anziché attorno all’altare. Quando andrà in stampa il “Montefeltro” sarà iniziata da qualche giorno la cosiddetta “fase 2”: «Tempo di ascolto, di condivisione e di proposte educative». insieme al risveglio della natura, rifiorisce la vita nelle relazioni e nelle attività. «Fase rischiosissima. Ma noi, per la carità e l’amore reciproco, cercheremo di osservare tutte le precauzioni: «Purificare le relazioni prossime per guadagnare il senso profondo delle relazioni universali». Il Vescovo invita, in più occasioni, ad «osare la speranza». Dopo mesi di “digiuno eucaristico” finalmente è possibile partecipare – seppure in numero contingentato – alle celebrazioni. Non solo tempo di protocolli e regolamenti: il Vescovo vuole accompagnare la comunicazione con riflessioni e contenuti. «“La Chiesa fa l’Eucaristia e l’Eucaristia fa la Chiesa”: un richiamo utile, necessario e bello per la nostra meditazione ed anche per le scelte pastorali a cui siamo chiamati». Con queste parole si rivolge ai presbiteri della diocesi di san Marino-Montefeltro. «Unico è il corpo di Cristo – continua –: corpo eucaristico e corpo mistico. Impensabile la comunità dei discepoli del signore senza l’Eucaristia; impensabile la celebrazione dell’Eucaristia a prescindere dalla comunità». Immancabile il collegamento al sacramento del Battesimo: «L’Eucaristia compie l’opera che il Battesimo ha iniziato: “Fummo battezzati in un solo spirito per formare un solo corpo” (1cor 12,13)». Mons. Vescovo sottolinea anche gli altri effetti del sacramento dell’Eucaristia: «L’Eucaristia aumenta la carità verso Dio e verso il prossimo, custodisce e accresce la grazia, purifica dal peccato, dà forza nella lotta per il bene, prepara il nostro corpo al suo destino di resurrezione…». «Gesù viene in mezzo ai suoi – prosegue – si fa Egli stesso alimento ed ognuno unendosi a lui si trova per ciò stesso unito a tutti coloro che, come lui, lo ricevono. Il capo fa l’unità del corpo» (Lettera a presbiteri, religiosi e diaconi per la ripresa delle celebrazioni con la presenza dei fedeli, 5.5.2020). Se il santo Padre telefonasse al nostro Vescovo per chiedere come vede, in questo periodo, la diocesi a lui affidata, le sue prime parole sarebbero: «Santo Padre, la mia diocesi è inginocchiata… c’è molta preghiera; pregano i piccoli e gli adulti, pregano i consacrati e i laici, pregano gli affezionati e le persone che non sono solite andare in chiesa». «Dovrei anche dirgli – aggiunge – che c’è chi chiede: “Prego tanto, ma dov’è il miracolo? Dov’è la fine di questo momento così tribolato?”». Mons. Andrea risponde a tali domande con una provocazione: «E se fosse Dio a farci domande in quello che sta accadendo?». «Sono domande alle quali l’uomo non sa rispondere, perché non può», constata con franchezza. «L’uomo è con le spalle al muro. Solo dio conosce il segreto del creato». E conclude: «allora l’uomo scopre che le domande che Dio gli rivolge hanno il fine di farlo incontrare con lui, avvolto nel suo mistero. Dio parla con l’uomo e lo porta gradualmente alla conoscenza di sé e di lui, attraverso le esperienze della vita» (Editoriale maggio 2020). In sintesi: «La preghiera ci mette nella verità, nella nostra condizione di creature, segnata dal limite, dalla fragilità, per cui siamo malati di umanità. Umanità richiama “umiltà”, dalla parola “humus”, cioè terra: siamo fatti di terra». Inoltre, «la preghiera ci mette davanti a Dio – continua –, al suo grande mistero, e ci fa sentire il battito della vita nuova che dischiude l’involucro che la tiene prigioniera». Infine, «la preghiera ci fa pensare al paradiso, al cielo. Siamo “terra plasmata” per il dono della “vita nuova”: siamo fatti per il cielo» (Omelia nella II domenica di Pasqua, san Marino città, 19.4.2020). In diocesi si è soliti celebrare la festa del Lavoro con il rito della s. Messa in diverse aziende. Quest’anno così particolare si è scelto di celebrarla in una ditta un po’ speciale, la Radio Televisione sammarinese (RTV), necessariamente attiva anche nei giorni della pandemia. Il Vescovo ha aperto la celebrazione con una riflessione sul lavoro: «il lavoro, benché costi fatica e sudore, ancorché debba misurarsi con la resistenza che gli fa la natura, nonostante l’attrito della materia che non si lascia piegare facilmente, è per l’uomo possibilità di trasformazione del mondo, di modificazione della realtà, di esplorazione in ogni campo». «Dio disse – così le parole della Genesi – facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla faccia della terra». «Sì, nel lavoro, nell’iniziativa, nell’impresa – commenta mons. Vescovo –, l’uomo esprime uno dei profili che lo rendono “a somiglianza di Dio”, gran lavoratore!». «Festa del Lavoro, sì – conclude – ma anche di intensa preghiera. L’intensità della preghiera è segno di responsabilità, solidarietà e partecipazione» (Omelia nella celebrazione per la Festa del Lavoro, san Marino città, 1.5.2020).

Paola Galvani, giugno 2020

“Uniti si fa più luce”

L’interdipendenza della famiglia umana

«È una Pasqua diversa, celebrata a porte chiuse, senza il concorso dei fedeli e in tono dimesso. Per la celebrazione più laica è una Pasqua senza lo scambio di abbracci e strette di mano, senza grigliate sulla spiaggia e gite fuori porta. Si celebra nella propria casa, trincerati a dispetto di una primavera che non si è mai vista così scintillante. Per quasi tutti, una Pasqua senza Messa, senza poter nutrirsi dell’Eucaristia» (Omelia nella Veglia Pasquale, Pennabilli, 11.4.2020). Con queste parole il Vescovo Andrea apre la Veglia pasquale, momento culminante dell’anno liturgico e pastorale, in una cattedrale vuota di popolo ma piena della luce del Signore Risorto.
Nei difficili giorni della Quaresima mons. Andrea è tornato più volte sul tema del “digiuno eucaristico”. Un digiuno imposto e che fa soffrire, ma purtroppo «una triste necessità in tante regioni del mondo in cui mancano i sacerdoti o non vi sono le condizioni per celebrare la Messa»; «penso sommessamente – confida – anche ai cristiani che, per la loro condizione di vita familiare, non possono ricevere l’Eucaristia, pur desiderandola fino alle lacrime». Quasi sempre questa richiesta esprime un desiderio che è frutto di una vita spirituale intensa. Ma il Vescovo invita la comunità cristiana a considerare le altre vie per adorare Dio «in spirito e verità» e per esprimere fraternità solidale. «il signore è realmente presente con il suo spirito – precisa – tra coloro che sono riuniti nel suo Nome: “dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). È presente nella Parola e nutre costantemente chi la legge e la medita. Il Signore vivo – continua – si fa prossimo nel povero: “avevo fame, mi hai dato da mangiare…” (cfr. Mt 25,31-46), ha la sua dimora in chi osserva i suoi comandamenti ed è presente nel desiderio stesso dei sacramenti» (Omelia nella Solennità del Venerdì Bello, Pennabilli, 20.3.2020).
Durante la celebrazione del Giovedì santo, in cui si celebra l’istituzione dell’Eucaristia, mons. Vescovo ha parlato dei tre elementi che valorizzano il pio esercizio della comunione spirituale. «La comunione spirituale è una professione di fede nell’Eucaristia. Con essa si esprime un desiderio che è già una forma della presenza del signore, perché è lui che lo suscita. in essa c’è lo spazio per il colloquio “a tu per tu” con il Signore». «Siamo un popolo che si raduna in santa assemblea, la Chiesa – rimarca –; siamo una famiglia che si riunisce allo spezzare del pane, ma siamo anche l’amico che si intrattiene con l’amico, lo sposo che incontra la sposa». E conclude: «La presenza del Signore è un dono, non un diritto. Forse questo digiuno, che fa tanto soffrire, ce lo ricorda». E invita a prepararsi al momento in cui si potrà finalmente accorrere all’Eucaristia: «sarà come fare la Prima comunione!» (Omelia nella S. Messa “in Coena Domini”, Pennabilli, 9.4.2020).
Pur in forma ridotta, si è svolta regolarmente la cerimonia per l’insediamento nella Repubblica di san Marino dei nuovi capitani Reggenti. Mons. Vescovo ha consegnato loro la metafora del “rotolo di pergamena sigillato” che viene passato, come in una staffetta, dai capitani Reggenti uscenti ai nuovi. Una chiamata “al buio”, «a svolgere un altro segmento dello stesso rotolo senza sapere cosa contiene». «Chi è costituito in autorità – continua il Vescovo nel suo discorso a Palazzo Pubblico – diviene punto di riferimento: a lui si chiede anzitutto di essere presente, reperibile, disponibile. Poi, di essere luce: brillare, non tanto di luce propria, ma della luce delle nostre tradizioni civili, giuridiche, ideali. inoltre, all’autorità si chiede di dare sicurezza». Riferendosi all’attuale emergenza sanitaria, mons. Vescovo esprime la richiesta di una “fattiva collaborazione”: «scienza, politica, economia e chiesa sono chiamate a misurarsi, ciascuno per la sua parte, con il dramma presente nel rispetto dei propri ambiti e nella ricerca del vero bene di ogni persona». «L’anima del nostro popolo sammarinese e le sue radici – prosegue – sono una sintesi, forse unica, sicuramente originale, di come la dimensione religiosa e la dimensione civile possano coesistere, dando vita ad una comunità capace di esprimere, in forza di questa sintesi, il massimo di rispetto della persona e di democrazia». E conclude con una raccomandazione: «Pensare, decidere, agire sempre secondo coscienza, illuminata, retta e serena» (Discorso all’insediamento dei Capitani Reggenti, San Marino, 1.4.2020).
Nel cammino della Quaresima, il Vescovo Andrea ha esteso a tutti l’invito ad avere una mentalità di luce: «Gesù ci ha illuminati: è accaduto nel Battesimo». «In virtù del Battesimo siamo sorgenti di luce». Rivolge, poi, una proposta per questi giorni: «Vorrei fossimo uniti tra noi: uniti facciamo più luce, con le parole dell’amicizia, dell’incoraggiamento, della speranza» (Omelia nella IV domenica di Quaresima, san Marino, 22.3.2020).
Durante la riflessione sul Vangelo della domenica di Pasqua mons. Andrea ha approfondito il significato che si dà al termine “vita eterna”. Spesso la si riduce da un punto di vista “quantitativo”, pensando al prolungamento della vita nell’aldilà. In verità, nella scelta della parola greca per dire “vita” (zoe), prevale la connotazione “qualitativa”: «La vita eterna è la vita che ha le qualità di Dio, senza termine di tempo, ma soprattutto piena e ricca di senso, anche quando deve attraversare l’oscurità, la sofferenza, la croce». In questo tempo, abbiamo sperimentato sulla nostra pelle «l’interdipendenza della famiglia umana, di tutti i popoli. E Gesù è qui con noi. Questa è la vita eterna, la vita nella risurrezione. Chiamiamola “vita nuova”» (Omelia nella domenica di Pasqua, San Marino 12.4.2020).

Paola Galvani, maggio 2020