“Vive Cristo, esperanza nuestra”

Con Papa Francesco per una Chiesa “giovane dentro”. Ce la stiamo mettendo tutta perché la nostra non sia una Chiesa “vecchia dentro”. Non siamo di quelli che vogliono buttare a mare tradizioni e solennità dei riti, ma non vogliamo restarne impigliati. Quest’anno la Pasqua, più di altre volte, ci provoca. Ci lasciamo interpellare. È l’assuefazione il pericolo che ci insidia. Un rimedio? Rileggere con attenzione, come per la prima volta, i racconti della risurrezione e delle apparizioni del Risorto. Il Vescovo fa dono ad ogni comunità di un poster elegante con la sinossi dei Vangeli pasquali. Raccontano del Figlio di Dio, ma non ci sono i cliché di grandiose teofanie. Si tratta di narrazioni che non indulgono allo straordinario, sono piuttosto asciutte. Riportano nomi e cognomi dei testimoni (donne in prima linea) dei quali tuttavia non si nascondono le perplessità, i dubbi, i silenzi imbarazzanti e qualche volta persino l’incredulità. Il Risorto si fa avanti in modo semplice, pacato; se si eccettua il “segno” della pesca miracolosa, non fa neppur miracoli. Qualche volta annuncia la pace (shalom!); altre volte passa da parole di rimprovero a parole di consolazione; altre volte ancora chiede amore. È il caso, ad esempio, del suo dialogo con Pietro. Gesù viene dall’al di là, luogo della totalità e della pienezza. Dopo la risurrezione va alla ricerca dell’amico per ricucire lo strappo e riaccendere una relazione. Pietro è l’apostolo che l’ha rinnegato tre volte con giuramento, tanta era stata la paura in quel tragico Venerdì Santo. Una vigliaccata! Di quante cose avrebbe potuto parlare Gesù! Quante rivelazioni avrebbe potuto concedere! Quale rivincita avrebbe potuto prendersi su Pietro e su tutti gli altri! Eppure, ciò che sta a cuore al Risorto – insisto – è domandare amore: «Mi ami tu più di costoro?». Una domanda ripetuta tre volte e ogni volta con sfumature diverse (gli esegeti sanno farci notare queste finezze). Il Risorto che è nel seno del Padre, che regna nell’universo redento, che gode dell’ineffabile splendore celeste (Dante è riuscito a piegare parole umane fino a renderle capaci di dire qualcosa del paradiso), si intrattiene a tu per tu con l’amico. Dai misteriosi spazi abitati da Dio viene e si ferma sulle rive del lago. Notare i luoghi degli incontri di Gesù con i suoi: oltre le rive del lago, la locanda di Emmaus, l’orto adiacente ad una tomba vuota, il rifugio che noi chiamiamo Cenacolo, le periferie lontane da Gerusalemme (la Galilea); luoghi in cui si discorre, ci si nasconde, si lavora, si mangia, si piange, si prega… È lì che Gesù raggiunge i suoi. Qualche volta è subito riconosciuto. Altre volte no. Sempre quando parla. Immediatamente quando spezza pani. Ci sono meditazioni che ti riportano al Gesù vivo: Gesù che incontra, chiama per nome, sorprende, turba, incoraggia, invia in missione. È vivo; refrattario ad ogni forma di imbalsamazione. I giovani, con le loro inquietudini fanno risuonare nella Chiesa l’esigenza di un rapporto diverso con la fede, con meno paludamenti, con proposte più che con imposizioni, più con la bellezza che con i divieti. La loro sensibilità è più incline a scendere dal festivo al feriale, dal sacro al profano, dalla mediazione all’incontro, dal cielo alla terra, dall’etica all’estetica. Sognano una Chiesa più vicina allo stile di Gesù e al suo modo di stare con i discepoli. Il discorso è complesso. Queste battute, benché in forma di slogan, impongono tuttavia una attenta riflessione sul nostro modo di celebrare, di proporre la fede nel Risorto. Il recente Sinodo sui giovani ha parlato di “conversione”: solo una volta in riferimento ai giovani, tutte le altre volte in riferimento alla Chiesa. C’è un passaggio nelle proposizioni presentate dai Padri che suggerisce una pista: ricostruire percorsi di fede partendo dall’esperienza di Gesù con i discepoli, mettersi in stato di conversione evangelica, accettare di accompagnare cammini tortuosi. In pratica: più attenzione ai rapporti che alle strutture e liturgie belle, perché col sapore dell’incontro. Sinodalità missionaria di una Chiesa che vuole essere “giovane dentro”. Pascha docet!
+ Andrea Turazzi