Eucaristia, linguaggio e comunicazione

Il nostro mensile “Montefeltro” rincorre le date. Forse anche questa volta arriva a commentare un evento già accaduto. Commento e riflessioni per fortuna sopravvivono. Si tratta della Prima Giornata Eucaristica diocesana innestata nel Convegno liturgico del 12 novembre a Casa San Giuseppe (Valdragone RSM). Tema della Giornata: Eucaristia linguaggio e comunicazione. Tema ampio con infinite applicazioni. Come il Concilio Vaticano II fra le tante istanze pervenute cominciò con il documento dedicato alla liturgia, la Sacrosanctum concilium, così la Diocesi di San Marino-Montefeltro (“si parva licet componere magnis”) apre la fase del discernimento sinodale considerando la prima forma del linguaggio e della comunicazione che è la liturgia.
La liturgia è essenzialmente linguaggio e comunicazione: linguaggio di un popolo che si riconosce credente ed esprime la sua fede con canti, gesti, parole e silenzi; comunicazione fra coloro che fanno parte di questo popolo e con Dio, a cui si riconosce di appartenere e col quale si vuol entrare in una relazione ravvicinata. Tutto questo è contenuto nella etimologia stessa della parola “liturgia”.
È naturale che si senta l’urgenza e la necessità dell’aggiornamento, essendo la liturgia profondamente legata alle circostanze, alla cultura, alla vita delle persone. Nel contempo vi è nell’azione liturgica qualcosa che precede chi celebra, qualcosa che è offerto come dono. Già dai primi report arrivati in Diocesi dai gruppi sinodali, attivati in vista del Convegno, si sottolinea lo sforzo necessario per entrare in comunicazione col Mistero e trovare risposte giuste per corrispondervi: di dialogo si tratta.
Si è parlato e scritto molto sulla consapevolezza personale e comunitaria dell’Eucaristia: il linguaggio scaturisce dalla chiarezza del contenuto. Si è cominciato a raccogliere proposte concrete, sulle quali fare opportuno discernimento: valorizzazione dei riti familiari, quali la preghiera, il prendere i pasti insieme, il celebrare le ricorrenze; precedere le celebrazioni liturgiche con l’accoglienza delle persone e dei loro vissuti senza dimenticare quello che si vive nella società e nella comunità più grande. Si propone la costituzione di un gruppo permanente di servizio alla liturgia e alle persone che vi prendono parte per coglierne le ricchezze, spesso sconosciute. Si tiene a precisare che la preoccupazione, per quanto riguarda la formazione liturgica, non è di esclusiva pertinenza del celebrante, ma è responsabilità di tutto il popolo di Dio: «Formazione alla liturgia e formazione dalla liturgia». Ricorrente il tema della partecipazione «piena, consapevole, attiva e fruttuosa»: si noti la pregnanza dei quattro aggettivi.
Non c’è dubbio – come alcuni report reclamano – che sia utile per favorire la partecipazione dei ragazzi e dei giovani valorizzare momenti e gesti particolari, affidarli alla loro creatività, meglio se col coinvolgimento delle famiglie. C’è un’ospitalità dell’assemblea verso i giovani, nell’equilibrio delle modalità, che incoraggia forme espressive e musicali vicine alla loro sensibilità. C’è pure l’esperienza di chi ha partecipato alla preparazione dell’omelia. L’omelia, di per sé, è compito di chi presiede, ma va sicuramente arricchita con l’ascolto, il confronto e lo studio della comunità o di qualche suo componente: aiuto prezioso per il celebrante e motivo di maggiore comprensione verso la fatica di chi svolge il servizio di guidare la meditazione sulla Parola di Dio.
Suggerimenti, proposte e innovazioni sono importanti ed auspicabili, ma sono soltanto un girare attorno al problema se non portano al centro del Mistero che si celebra. «Il problema di chi vuole partecipare alla Cena eucaristica non è solo quello di capire il rito, pur sapendo che raggiungere questo obiettivo è una conquista importante; neppure si tratta di occupare tutti gli spazi ministeriali possibili… partecipare non è soltanto rispondere, alzarsi, inginocchiarsi, sedersi a seconda delle indicazioni. Tutto questo è certamente importante e sapiente, ma partecipare significa entrare nel dinamismo del mistero della Pasqua, celebrare qui e ora l’Alleanza con Dio.
Al centro dell’evento liturgico c’è un racconto che da duemila anni i cristiani ripetono con assoluta fedeltà. «Va’ e racconta», dirà Gesù a chi è stato risanato, riecheggiando, in qualche modo, i messaggeri del libro di Giobbe, sopravvissuti perché destinati a raccontare. Tema caro anche a Shakespeare che chiude la tragedia con l’invito di Amleto all’amico a non togliersi la vita «perché deve raccontare». Potenza comunicativa del racconto!
È incredibile come nell’era degli spot e delle telecomunicazioni il racconto non abbia perso la sua forza. Ma qui, nell’azione liturgica, c’è molto di più: il racconto ripresenta tutta la vicenda di Gesù Cristo che condivide la vita umana e fa dono della sua. Il sacramento realizza efficacemente questo mistero e rende contemporanei ad esso. È quello che i teologi chiamano “memoriale”. Il frutto di una partecipazione consapevole e piena consiste, dunque, nell’entrare “nell’ora di Gesù”: un arco che abbraccia insieme la commozione del bambino di Prima Comunione e il raccoglimento dell’adulto che fa scendere nel calice le sue preoccupazioni, insieme alle gocce che il celebrante lascia cadere, la sacralità dei gesti del celebrante e il fervore del “coro giovani” con la sua esuberanza, l’anelito mistico di san Pio da Pietrelcina e l’afflizione per le nostre fastidiose distrazioni…
Sant’Ignazio di Antiochia (un Padre della Chiesa del II secolo) ci ha lasciato, nella sua Lettera ai Romani, alcune righe che testimoniano fino a che punto un cristiano può spingere la sua partecipazione: «Vi scongiuro – scrive ai cristiani di Roma prima della sua condanna “ad bestias” – lasciate che io sia pasto delle belve… sono frumento di Cristo e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore». La fede nel Mistero ha di questi picchi e di queste estasi!
Credo sia indispensabile ribadire come, nel cuore della liturgia, non ci sia un tema o una cerimonia, ma il battito di Cristo risorto e vivo. La liturgia non ci appartiene, semplicemente vi entriamo con la nostra vita. Non abbiamo nulla da creare, ma tutto da ricevere. Talvolta è necessario il silenzio, sempre lo è la bellezza!

+ Andrea Turazzi, novembre 2023