La speranza che semina futuro

«Sentinella, quanto resta della notte?». Noi siamo di quelli che non amano la retorica e le frasi fatte. Cancelleremo allora dal nostro vocabolario la parola “speranza”? Se la speranza fosse solo un vago sentimento, o una fantasia positiva sull’avvenire, o un augurio, o il tratto di un temperamento ottimista, potremmo farne anche a meno. Anzi, la speranza così intesa potrebbe risultare persino beffarda. Il profeta Geremia, riferendosi ai buontemponi dell’epoca, protestava: «Dite che tutto va bene; e bene non va»! La mitologia antica aveva assegnato a Pandora il più tragico degli inganni: aveva nella sua giara i mali coi quali colpire l’umanità. Il peggiore – nascosto in fondo alla giara – era la speranza: pietosa quanto ingannevole bugia. Eppure la speranza è senza dubbio una risorsa. Ne sanno qualcosa gli scienziati ricercatori; ne possono dare testimonianza quanti hanno lottato per la giustizia e per le conquiste della civiltà. Tuttavia, ci sono frontiere sull’abisso della morte, della distruzione, della desolazione in cui anche la speranza come “umana risorsa” resta muta, non sa che cosa dire, che cosa pensare. Dobbiamo cercarne il fondamento fuori di noi; non può essere autocostruzione. «Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge…», così pregava il vecchio Zaccaria, il padre di Giovanni Battista. È necessaria una speranza che viene da fuori di noi, ma per noi. Chi sta per sprofondare non può tirarsi fuori prendendosi per i capelli! Zaccaria evocava l’arrivo di un Dio in carne ed ossa sulla terra. Un evento che ci tocca profondamente: l’astro è quel bimbo che vagisce nella mangiatoia. Generazioni e generazioni gli hanno creduto, trovando in lui senso e coraggio. Gli fanno credito per i segni che accompagnano la sua venuta. E viene nella forma che scoraggia ogni mitologia: viene nella povertà di Betlemme, in una situazione di fortuna, senza alcuna risorsa. E finirà crocifisso! Ma è sole che può rischiarare la notte oscura dei cuori, risanare le ferite di questo mondo e avvolgerlo della sua tenerezza: resiste alla guerra che ruggisce, al pianeta che sembra impazzire, agli scandali che si succedono, alle povertà che crescono… siamo nel cuore dell’inverno!
La speranza è la virtù “incaricata” di accogliere e custodire le promesse: non vede, ma si fida, perché certa del compimento. Allora noi speriamo perché siamo amati e salvati. Con la forza e la concretezza della speranza affrontiamo la realtà, anche quando sembra “senza speranza”. Ecco perché celebriamo il Natale, anche quest’anno. E lo festeggiamo con tutta la solennità che merita: è nato il Salvatore! Nelle sue mani il timone della storia.
«La speranza – diceva papa Francesco qualche tempo fa agli Stati Generali della natalità – si nutre dell’impegno per il bene da parte di ciascuno, cresce quando ci sentiamo partecipi e coinvolti nel dare senso alla vita nostra e degli altri». Alimentare la speranza è, dunque, un’azione sociale, intellettuale, artistica, politica nel senso più alto della parola; è mettere le proprie risorse e capacità al servizio del bene comune, è seminare futuro. La speranza genera cambiamento e migliora l’avvenire. È la più piccola delle virtù – diceva Péguy –, la più piccola, ma quella che ti porta avanti!». La Bibbia dice: «La speranza non delude» (cfr. Rm 5,5). È virtù concreta: credendo speri, sperando ami.

+ Andrea Turazzi, dicembre 2023