Le offerte della Messa

I sacerdoti presentano a Dio le offerte e i doni raccolti

Domanda: Come mai solo i fedeli partecipano all’offerta della questua durante la Santa Messa e non il sacerdote? (Luigi)

Questa domanda ci provoca a cogliere meglio il significato delle offerte della Messa. L’Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) afferma che le offerte della Messa sono composte certamente dal pane e dal vino, ma anche dal denaro e/o altri doni che possono servire alle necessità dei poveri e della Chiesa (cf. n. 73). Secondo il numero 1351 del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) “fin dai primi tempi, i cristiani, insieme con il pane e con il vino per l’Eucaristia, presentano i loro doni perché siano condivisi con coloro che si trovano in necessità (cf. 1Cor 16,1; 2 Cor 8,9)”.
Nel II secolo San Giustino testimonia che “i facoltosi e quelli che lo desiderano, danno liberamente ciascuno quello che vuole, e ciò che si raccoglie viene depositato presso il preposto. Questi soccorre gli orfani, le vedove, e chi è indigente per malattia o per qualche altra causa; e i carcerati e gli stranieri che si trovano presso di noi: insomma, si prende cura di chiunque sia nel bisogno” (Apologia, 1, 67,6).
In più dei bisognosi sopraindicati, dalle origini ad oggi, le comunità cristiane si prendono carico anche della vita dei loro sacerdoti che si dedicano totalmente a loro servizio. In alcune parti del mondo i sacerdoti trovano tuttora nelle offerte dei fedeli l’unica possibilità di sostentamento. Tuttavia, anche i soldi e gli altri doni trovano nel contesto celebrativo un significato teologico che va oltre la sola dimensione utilitaristica. Il gesto dell’offertorio permette di valorizzare l’originaria partecipazione che Dio chiede all’uomo per portare a compimento l’opera divina in lui e dare in tal modo senso pieno al lavoro umano, che attraverso la celebrazione eucaristica viene unito al sacrificio redentore di Cristo. “La presentazione delle oblate all’altare assume il gesto di Melchìsedek e pone i doni del Creatore nelle mani di Cristo. È lui che, nel proprio Sacrificio, porta alla perfezione tutti i tentativi umani di offrire sacrifici” (CCC 1350). Così, nei doni portati all’altare tutta la creazione è assunta da Cristo Redentore per essere trasformata e presentata al Padre. Nella celebrazione eucaristica sono i sacerdoti che presentano tutto questo a Dio, in quanto agiscono “in persona Christi”.
La Costituzione del Concilio Ecumenico Vaticano II Lumen gentium 28 afferma: “Esercitano il loro sacro ministero soprattutto nel culto eucaristico o sinassi, dove, agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro capo…”.
L’OGMR afferma che “è bene che i fedeli presentino il pane e il vino… Quantunque i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla Liturgia; tuttavia, il rito della presentazione di questi doni conserva il suo valore e il suo significato spirituale” (n. 73). E siccome “nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza” (Sacrosanctum Concilium 28), ecco perché, da sempre, sono i fedeli che devono portare al sacerdote il pane e il vino, insieme ad altri doni in quanto, nell’unico corpo ecclesiale, “le membra non hanno tutte la stessa funzione” (Rm 12,4).

don Raymond Nkindji Samuangala, gennaio 2024
Assistente collaboratore Ufficio diocesano
per la Liturgia e i Ministri Istituiti