Nulla accade senza il Padre

Bellezza dell’essere prete missionario

«Lo sguardo di Gesù è uno sguardo di amore infinito, che conosce le esigenze e le sofferenze della gente. Solo l’amore conosce veramente». Con queste parole il Vescovo Andrea spiega l’atteggiamento del Signore quando sceglie «coloro che devono continuare la sua missione». «Vedendo le folle Gesù intuisce in loro il bisogno profondo di Vangelo». Da qui si comprende «la bellezza del prete missionario e la missionarietà di ogni discepolo di Gesù». Il sacerdote, condividendo lo sguardo amorevole di Gesù, «prova un sentimento di commozione che attraversa le viscere (il verbo usato nel Vangelo descrive il fremere tipico del grembo materno) per le fragilità e le debolezze della sua gente e sa cogliere il bello che c’è in ogni persona, come in una famiglia». La folla che Gesù, e il sacerdote, vedono attorno a sé è una “folla disordinata”, lacerata, dispersa, afflitta dalla stanchezza. «Oggi si parla molto della stanchezza esistenziale – osserva mons. Andrea – che non è la stanchezza fisica, ma il riverbero di una stanchezza più profonda». Che cosa ci rende stanchi? «È il non poter contare su relazioni in cui possiamo riposarci. Il cuore di ogni persona riposa nella pienezza di una relazione di amore, di accoglienza, nella quale c’è dono reciproco». Solo «in una relazione in cui ti puoi fidare – ribadisce – il cuore si riposa: puoi essere te stesso. Altrimenti devi sempre difenderti, conquistare posizioni, avere prestazioni che ti facciano accreditare dagli altri». Il Vescovo esorta il presbitero a soccorrere questa stanchezza perché la “folla disordinata” di persone diventi comunità, in cui «ognuno si senta bene, non giudicato».
«La messe è molta, ma gli operai sono pochi… Pregate!». Mons. Andrea nota con stupore che, di fronte ad una messe abbondante, non occorre «anzitutto darsi da fare per raccogliere e mietere, ma pregare». «Questa frase – prosegue – ci libera dall’ansia da prestazione; in fondo pensiamo che tutto dipenda da noi, dalla nostra iniziativa, invece, secondo Gesù, il vero evangelizzatore deve sapere che non è lui che salva il mondo: è Dio che opera» (Omelia nella XI domenica del Tempo Ordinario, Secchiano, 18.6.2023).
«Non abbiate paura», dice Gesù ai discepoli che muovono i primi passi per la missione. «È umano avere paura – commenta il Vescovo –, paura della persecuzione, paura della derisione (potevano sembrare fanatici), paura (ed è una paura che ha ogni sacerdote) di sentire la discordanza tra quello che proclama (la testimonianza evangelica) e la propria personale incoerenza». «Una paura che ci fa soffrire e, qualche volta, ci frena nel dire le parole di Gesù», confida. Il Signore non rivolge «un semplice invito a non avere paura, ma un comando (un imperativo)». La traduzione corretta sarebbe: «Non incominciate ad avere paura». Mons. Andrea presenta il testimone non come «colui che deve convincere, ma colui che condivide». «Non si tratta di trasmettere una teoria – precisa – ma Gesù stesso; cosa si può dire per annunciare il Vangelo se non parlare di se stessi, cioè raccontare quello che il Signore ha fatto nella nostra vita? Questo è Vangelo, questa è la bella notizia» (Omelia nella XII domenica del Tempo Ordinario, Maciano, 25.6.2023).
Tornando a parlare del sacerdote, il Vescovo ritiene che, «per capire il prete», sia necessario «salire con lui i gradini che lo portano all’altare, dove Cielo e terra si incontrano». «Se togli al prete la Messa – continua –, davvero non capisci più il senso e la radicalità della sua scelta. Il prete non è un funzionario, ma un uomo totalmente coinvolto in quello che annuncia e celebra. Le sue membra, per l’imposizione delle mani del Vescovo, sono diventate membra della redenzione, come quelle di Cristo. Pur essendo imperfetto, il Signore affida al prete il suo stesso donarsi». Il prete è «del nostro stesso legno» e tuttavia «è rivestito del mistero»; è «la persona più ricca che ci sia, perché possiede parole e mani che benedicono, perdonano, consacrano, risanano e, nello stesso tempo, è la persona più povera, perché pronuncia parole che non sono sue. Il programma e la forza gli provengono da altrove, e anche lui, come ciascuno di noi, grida: “Signore, abbi pietà di me, sono un peccatore. Signore, credo, ma aumenta la mia fede. Signore, salvami”» (Omelia in occasione del 70° anniversario di ordinazione di mons. Giuseppe Innocentini, Serravalle RSM, 25.6.2023).
Dopo l’esortazione a non avere paura, nel Vangelo Gesù parla di passerotti che «non cadono a terra senza il volere del Padre» e dei capelli del capo che «sono tutti contati». «Però vediamo tante cose non belle che accadono», commenta mons. Andrea. «Sei tu, Signore, che le vuoi?». La traduzione esatta sarebbe: «Nemmeno uno di essi cadrà a terra senza che ci sia il Padre accanto a loro». Il Vescovo invita a vedere nello stesso modo «le persone che sono nella prova, i bambini che vengono violati, i migranti che si inabissano nel mare». Allora, si può dire che tutto questo «non accade senza il Padre, senza che ci sia il Padre accanto a loro nel mistero della sofferenza». Capita spesso di usare il proverbio: «Non cade foglia che Dio non voglia». Ma, in verità, «nulla accade senza che il Padre sia accanto a te, pronto a raccoglierti». E conclude: «Tutto passa, tutto crolla, ma il Signore non passa. Il Signore rimane sempre» (Omelia in occasione del 60°anniversario di ordinazione di mons. Graziano Cesarini, Macerata Feltria, 24.6.2023).

Paola Galvani, luglio-agosto 2023